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La questione dell’età media è quello che la società moderna si vanta di offrire rispetto al passato

La longevità nell’uomo Paleolitico e Moderno. Quanto viviamo meglio rispetto al passato?

 

Nell’antichità gli essere umani erano forti, magri e non soffrivano delle patologie croniche più frequenti dell’era moderna: tumori, diabete, obesità, malattie cardiovascolari, demenza senile.  

Ma avevano una vita più breve? Cercheremo di fare chiarezza su questa opinione diffusa per comprendere i dati storici, alimentari e i vari fattori che contribuiscono alla mortalità e al calcolo statistico.

Sicuramente la modernità ha offerto il benessere diffuso attraverso un migliore igiene, farmaci salvavita e terapie di pronto soccorso, ma allo stesso tempo ha riempito le nostre tavole di alimenti industriali zeppi di sostanze che danneggiano.

Potremmo infatti scoprire che, facendo riferimento alla nostra storia remota, abbiamo l’opportunità di apprendere molto dal nostro passato per alimentarci in modo diverso, facendo più esercizio fisico, dormendo di più in accordo col ciclo circadiano, stressandoci di meno e dedicando più tempo alle relazioni sociali autentiche. In questo modo possiamo cambiare in meglio la nostra esistenza sotto tutti i punti di vista, fisico, mentale e spirituale.

L’età media nell’antichità. La confusione tra longevità e aspettativa di vita

I dati statistici fanno una media matematica. Negli anni in cui dici che l’aspettativa di vita era 40 si fa una media tra la vita effettiva e la mortalità infantile. È abbastanza evidente che se 50 persone muoiono ad 80 anni, ogni 50 neonati che muoiono (a causa di parti difficili e condizioni igieniche non corrette) la media si dimezza e va a 40 anni. Ma questo è un mero calcolo matematico che oltre a non rappresentare l‘aspetto qualitativo della vita non risalta il fatto che con l’alta mortalità infantile (parti dove spesso morivano anche le madri)e le guerre (dove soldati giovani morivano) è necessario di un gran numero di anziani longevi (80-100 anni) per ottenere quella media.

L’aspettativa di vita nel Paleolitico era maggiore che tra i Romani

Gli uomini delle caverne non sono morti così giovani. Si afferma che la durata media della vita era tra i 25 e i 40 anni nel Paleolitico. Questo è altamente fuorviante, perché l’età media era piuttosto bassa a causa di un tasso di mortalità infantile molto alto.

Durante il Paleolitico superiore, l’aspettativa di vita alla nascita era di 32 anni (Kaplan, 2000). Ma un quindicenne – che è sopravvissuto all’infanzia e fino all’adolescenza – potrebbe aspettarsi di vivere altri 39 anni, fino all’età di 54 anni.  

Nel periodo romano classico in cui l’aspettativa di vita era 20-30 e all’età di 10 anni ci si poteva aspettare di vivere 35 anni in più, a 45 anni (Frier 2001). Confrontando questo dato con quello del Paleolitico diventa chiaro come l’uomo delle caverne vivesse più del civilizzato uomo romano in media.

L’uomo Paleolitico longevo come l’uomo moderno del 1800

La mortalità infantile ha sempre distorto l’aspettativa di vita verso il basso fino agli inizi del XX secolo. Non molto tempo dopo ci siamo infatti resi conto che probabilmente era una buona idea lavarsi le mani prima di dare alla luce un bambino!

Nell’Inghilterra medievale un neonato che nasceva nel periodo tra il 1276 e il 1300 aveva una aspettativa di vita di 31,3 anni, quindi praticamente lo stesso dell’uomo paleolitico! (BBC, A Millennium of Health Improvement)

Nel 1841 l’aspettativa di vita alla nascita era ancora solo 40 anni! (Decennial Life Tables, ONS) Solo 8 anni in più rispetto al Paleolitico superiore! Quindi, anche per questa rozza misura, è ingiusto scegliere il Paleolitico come un periodo di vita particolarmente breve, mentre in realtà l’aspettativa di vita è sempre stata così bassa fino al secolo scorso.

Anche usando le medie di base per la durata della vita, i nostri antenati Paleo stavano effettivamente facendo altrettanto bene, meglio degli antichi romani e come gli inglesi medioevali.

I Paleolitici davvero morivano a 30 anni?

Se già affidandoci solo ai dati storici statistici diventa chiaro che l’uomo paleolitico non viveva meno rispetto all’uomo di qualche secolo fa, rimane da chiedersi quale fosse la sua longevità. I raccoglitori e cacciatori sono davvero morti a 40 anni durante una caccia ai mammut o ne hanno vissuti molti di più?

Bene, una statistica più pertinente da guardare al posto della vita media (o “media”) è la “modalità” (“mode”). La modalità è il valore che si verifica più frequentemente in un set di dati.

Prendi questo set di punti dati: [0.3, 0.7, 1, 1, 2, 4, 7, 7, 7, 9]. La media (media) è 3.9, mentre la modalità è 7. Grande differenza.

Lo studio più noto sulla longevità tra le tribù di cacciatori-raccoglitori ha concluso che l’età della modalità tra una varietà di diverse tribù di cacciatori-raccoglitori di tutto il mondo variava da 68 a 78 anni, con una modalità complessiva calcolata in 72 anni. (Gurvan, 2007).

Ciò significa che, in generale, se non si moriva da bambino o si era vittima di un’infezione, una malattia, guerra o incidenti, allora un sano cacciatore-raccoglitore poteva aspettarsi di vivere fino ad una rispettabile età nella vecchiaia, anche secondo i moderni standard globali.

Analisi di Lawrence sul rapporto alimentazione e aspettativa di vita nell’uomo paleolitico

L’antropologo J. Lawrence Angel nel 1984 pubblicò lo studio intitolato “Health as a crucial factor in the changes from hunting to developed farming in the eastern Mediterranean” (“La salute come fattore cruciale nei cambiamenti dalla caccia all’agricoltura nel Mediterraneo orientale”) in cui presenta i risultati delle ricerche effettuate sugli scheletri di persone vissute nel Mediterraneo orientale prima (Paleolitico) e dopo l’introduzione dell’agricoltura e quindi della coltivazione dei cereali.

La tabella sottostante è adattata e condensata considerevolmente dalla tabella completa di Angel inclusa nel documento sopra citato. Angel commenta sugli indicatori riportati nella tabella sottostante che, dal punto di vista archeologico, la durata della vita è il più semplice indicatore di salute generale. Particolare rilevanza ha l’analisi della dentatura, dato che permette il calcolo dell’età al momento della morte. Lo stato di crescita e di nutrizione può essere generalmente indicato dall’altezza della base del cranio, dall’indice di profondità della pelvica e dalla statura dell’adulto – gli ultimi due dei quali sono mostrati qui oltre alla durata della vita.

Credit: Longevity & health in ancient Paleolithic vs. Neolithic peoples by Ward Nicholson; http://www.beyondveg.com

 

Nel Mesolitco inizia la transizione verso l’agricoltura. Nel Neolitico inferiore l’agricoltura si diffonde ampiamente e i cereali diventano la base dell’alimentazione. Nel Neolitico superiore la transizione all’agricoltura è completa.

Come possiamo osservare dalla tabella, nel Paleolitico l’uomo aveva una buona qualità della vita, longevo, forte, sano e in energia, alto e robusto, e l’età media era bassa per i motivi sopra descritti. Possiamo osservare che nelle epoche successive, con il cambio di alimentazione, la statura si è abbassata e anche l’età media si è abbassata.

C’è stato anche un aumento della violenza dato che con l’agricoltura nasce anche la proprietà privata, e quindi gli uomini si attaccavano per prendere il raccolto dell’altro. Questo era più difficile che accadesse nel Paleolitico quando non c’era la conservazione del cibo e la proprietà privata.

Antiche popolazioni tra le più longeve oggi al mondo

Tra le Ande è facile trovare persone che superano i 120 anni, o donne di 90 anni che fanno le sarte e riescono ancora ad infilare il filo nell’ago senza mettersi gli occhiali. E ci sono infine dei baldanzosi vecchietti che non hanno mai smesso di far sesso e che a 90 anni riescono ancora a regalare figli alle compagne giovani. “Cose straordinarie che accadono qui a Vilcabamba, a 1.500 metri, gode di una perenne primavera con temperatura costante dai 19 ai 25 gradi.” così commenta al riguardo il Corriere della Sera.

Vilcabamba incuriosisce il mondo, insieme ad altre località, ugualmente remote e sconosciute, come la valle degli Hunza, arroccata sulla catena del Caucaso, e Ogimi, nell’isola di Okinawa, in Giappone. Tutti luoghi ricchi di persone che superano abbondantemente i 100 anni.

Longevità e aumento di malattie croniche

Così afferma Hans Ruesch nel suo libro Imperatrice Nuda. La scienza medica attuale sotto accusa:

“Negli Stati Uniti, la durata media della vita non è aumentata nell’ultimo ventennio, nonostante l’arsenale terapeutico a disposizione; quello che invece è aumentato è il periodo di degenza medio. Quindi gli americani oggi non vivono più a lungo dei loro padri, ma soffrono di più, cioè trascorrono più giorni in ospedale prima di morire (mantenuti in vita – se così si può chiamare – con flebo, trasfusioni, farmaci, polmoni artificiali, dialisi, trapianti, ecc.). La storia insegna che c’erano molti più longevi nell’antichità, quando non si parlava di medicine, esami clinici, screening, esami diagnostici, ecc.

Pitagora nacque nel 580 a.C. e visse circa 100 anni come afferma Porfirio ne La vita di Pitagora, Sofocle per esempio giunse all’età di 91 anni (497 a.C.-406 a.C.), Platone 80 anni (427 a.C. -347 a.C.). A quei tempi chi moriva giovane, moriva quasi sempre in battaglia o perché veniva avvelenato. Oggi è molto difficile morire in guerra, ma è assai più facile morire per avvelenamento da farmaci e/o vaccini!”

Uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista Lancet ed intitolato “Healthy life expectancy for 187 countries, 1990–2010: a systematic analysis for the Global Burden Disease Study 2010” ha misurato l’aspettativa di vita in buona salute (HALE) in 187 nazioni, che riassume la mortalità e gli esiti non fatali in una singola misura della salute media della popolazione. I risultati hanno mostrato che rispetto al 1970 si vive in media 10 anni in più, ma sono aumentati anche gli anni di malattia. Gli autori infatti affermano:

“Rispetto ai sostanziali progressi nella riduzione della mortalità negli ultimi due decenni, sono stati fatti relativamente pochi progressi nella riduzione dell’effetto complessivo delle malattie non fatali e delle lesioni sulla salute della popolazione.”

Uno studio del 2015 pubblicato su Lancet e guidato da Theo Vos, ha esaminato 301 malattie in 188 nazioni tra il 1990 (anno del primo studio globale) e il 2013. In generale, malattie infettive gravi quali AIDS e malaria hanno fatto registrare un calo significativo, specie dopo il 2005. Tuttavia sono aumentate le malattie croniche e invalidanti che hanno causato nella popolazione mondiale un aumento del 42.3% degli anni vissuti con disabilità. I principali disturbi più diffusi sono: mal di schiena, depressione, disturbi muscoloscheletrici, mentali e di uso di sostanze, disturbi neurologici e malattie respiratorie croniche

Conclusione

La questione dell’età media è quello che la società moderna si vanta di offrire rispetto al passato, tuttavia per la maggior parte della popolazione non sono aumentati gli anni di salute. Da una parte dobbiamo ringraziare per il miglioramento dei servizi sanitari, dell’igiene, delle terapie salvavita, ma dall’altra lo stile di vita è diventato più disfunzionale con sedentarietà, cibo spazzatura, inquinamento dell’aria, dell’acqua ed elettromagnetico.

La verità è che purtroppo sebbene l’età media sia anche di 80 anni, almeno 30-40 anni sono vissuti convivendo con malattie che la medicina non riesce a curare, prendendo farmaci ogni giorno, in uno stato di annebbiamento mentale e intorpidimento fisico. Eppure la news è che se l’acqua a e l’aria sono pulite, il cibo è pulito, e lo stato mentale e spirituale è sano, l’uomo può vivere 120 anni. Un esempio sono gli Hunza, gli Andini, gli abitanti di Okinawa e anche gli antichi sardi.

Fonte: https://www.dionidream.com/

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Popoli Naturali

I Popoli naturali rispettano gli animali e li considerano una preziosa guida

I Popoli naturali e il rapporto con gli animali
 

“Erroneamente si pensa che tutti i Popoli nativi siano carnivori e cacciatori, e questo può sembrare in contraddizione con il rispetto che questi popoli danno alle altre specie. In realtà non è così. Quei popoli che si sono mantenuti più coerenti alle tradizioni non si cibano di animali.”

Anche se il pianeta sembra pervaso da una mentalità dilagante che permette qualsiasi abominio sulle altre specie, in realtà esistono culture basate su principi di rispetto per il pianeta e per tutte le forme di vita.

Siamo abituati da molto tempo a vedere come il rapporto intimo tra l’uomo e il mistero che anima l’esistenza e che dà significato alla stessa presenza umana passi attraverso le varie forme di religioni che sono presenti da secoli sul pianeta. Tuttavia esistono altre culture che non dipendono dalle credenze religiose introdotte dai vari profeti e dalle loro specifiche rivelazioni. Ci riferiamo ai Popoli naturali, culture che si sono rapportate all’esistenza senza intermediari, lasciando che ogni individuo potesse liberamente riferirsi al mistero che dà vita e senso all’esistenza. Questi Popoli sono stati combattuti per secoli dalle grandi religioni storiche, nei loro confronti sono state compiute violenze di ogni genere e sono stati privati della loro dignità spirituale per essere forzatamente convertiti al fine di negare la loro realtà esperienziale. Oggi i Popoli naturali vengono riscoperti dalla Storia e fanno parlare di loro.

I Popoli naturali, per il loro carattere emblematico, rappresentano un caso storico. Sono spesso definiti anche popoli indigeni, popolazioni tribali o popoli nativi del pianeta. I Popoli naturali sono quelle culture che non hanno riferimento etico e spirituale nelle grandi religioni comparse nella Storia e nelle culture da esse promanate. Popoli che vivono e propongono un loro specifico modo di vivere e di rapportarsi alla vita.

In definitiva, il concetto di Popoli naturali comprende tutte quelle etnie che hanno sviluppato una cultura spirituale al di fuori del contesto delle grandi religioni storiche. Per fare un esempio, possiamo citare le culture dei Nativi americani, degli indios del Centro e del Sud America, degli Aborigeni australiani, dei nativi dell’Oceania, dei Nativi africani e asiatici, ma anche delle popolazioni celtiche del nord Europa. In pratica, sono i nativi di tutti i continenti, quelle culture esistenti su tutto il pianeta che mantengono intatto il loro rapporto con la Natura senza intermediari dogmatico-religiosi.

I Popoli naturali basano la loro socialità su un principio naturale di aggregazione pacifica degli individui, creando così una sinergia che è la risultante di un obiettivo comune dei singoli: la sopravvivenza individuale attraverso la forza del contributo collettivo.

Le forme sociali dei Popoli naturali hanno una naturale continuità e si trasmettono nel tempo per uno spontaneo utilizzo dell’aggregazione sociale, non contemplando concetti come il nazionalismo, ma al contrario aprendosi all’universalità offerta dal pianeta e dall’universo che sta al di là di esso.

L’amore che i Popoli naturali nutrono per il pianeta fa sì che essi si sentano parte dell’universo e della Terra quale dimensione ambientale in cui gli individui sono nati e cresciuti. Un’esperienza di amore e di rispetto per Madre Terra, che essa merita quale emanazione del mistero che ha dato vita al tutto.

Basando la loro esperienza di vita su tali presupposti filosofici, i Popoli naturali concepiscono di conseguenza la società come un naturale supporto per i bisogni e l’esperienza dell’individuo. Uno strumento sinergico che distribuisce le proprie potenzialità a seconda dei bisogni individuali e con il contributo collettivo al mantenimento di tale strumento.

Sulla base di questa visione filosofica, i Popoli naturali non concepiscono la loro società come un fattore elitario dell’uomo, una identità chiusa su se stessa, ma bensì come uno strumento che apre il suo utilizzo, secondo possibilità specifiche, verso una partecipazione all’ambiente insieme con tutte le altre forme di vita del pianeta.
 

Un pow wow, incontro intertribale dei Nativi americani. Spesso le loro danze sono ispirate all’impersonificazione di animali totemici

I Popoli naturali integrano l’ambiente in cui si sviluppa la loro società assecondando i propri bisogni, ma mantenendo il rispetto per la natura in tutte le sue manifestazioni, senza alterare i ritmi specifici del luogo di insediamento, ma adattandosi ad essi per trarre maggiore benessere dalle risorse offerte naturalmente e senza rovinare alcun ecosistema che in definitiva produca disordine ambientale e si ritorca contro la loro stessa società.


Il rapporto con l’ambiente nel suo significato globale

I Popoli naturali esprimono il rispetto per la vita e per la natura vivendo nella prospettiva della realtà del Mistero che anima l’universo e che accomuna tutti nella stessa esperienza e nella medesima sostanza esistenziale.

Questi popoli vivono nella concezione di un universo di cui l’uomo è parte integrante, una qualità esperienziale in transito, impegnato in un processo di trasmutazione che non esclude necessariamente le altre forme di vita. Un processo che riguarda tutta l’esistenza e che si è manifestato anche in questo angolo di universo.

Per i Popoli naturali, la Terra è vista come un ecosistema in cui è comparso l’uomo a fianco di altre specie, e da cui l’uomo stesso trae l’esperienza della sua evoluzione verso il Mistero, quel grande Mistero da cui è stato tratto nel momento della sua nascita. La Terra è vista poeticamente come una entità, madre di tutte le forme di vita del pianeta, nella concezione di appartenenza ad una unica famiglia planetaria che comprende tutte le creature viventi.

Da questa concezione nasce la necessità di un rapporto armonico, solidale e di reciprocità con l’ambiente. Ogni individuo si trova così ad interagire con l’ambiente e dalle esigenze individuali nascono atteggiamenti partecipativi all’interno dell’ecosistema.

La visione universalistica dei Popoli naturali porta alla nascita del rispetto e dell’amore per la vita in ogni sua forma, porta a dare pari dignità ad ogni razza e ogni specie, al riconoscimento della coscienza e dei sentimenti agli animali, alla solidarietà e alla pariteticità tra tutte le forme viventi della Terra e, eventualmente, del cosmo.

Nasce il rispetto per l’ambiente quale parte integrante di un ecosistema a cui appartiene anche l’uomo, il quale non può trarre risorse a suo beneficio e a scapito delle altre forme viventi e degli equilibri ambientali, con il rischio di esserne rigettato o di finire per trovarsi in un ambiente depauperato e ostile.

Scaturisce l’esigenza di non sprecare le risorse e danneggiare l’ambiente in nome delle generazioni a venire, in quanto appartengono anch’esse ad una globalità che supera il concetto di spazio e tempo. Si evidenzia il rispetto per l’ambiente visto come l’esistenza vissuta nel suo aspetto più sacro, quale manifestazione dell’immanenza del Mistero.

Ritroviamo qui il concetto e il simbolismo di Madre Terra, caro ai Popoli naturali di tutto il pianeta, come riferimento metafisico: il Mistero che si concretizza in uno stato di esistenza manifesto e in una fonte di benessere e di risorse energetiche e terapeutiche.

La Natura, intesa come stato di esistenza e tramite con il Mistero, diventa addirittura un riferimento mistico interiore. Per comprendere questo concetto occorre rifarci alla simbologia della caverna buia: una caverna con una unica fonte di luce rappresentata dai raggi solari che ne illuminano una porzione e indicano l’uscita, dove tutti gli uomini e le altre specie vivono e in cui tutti sono eguali e con le stesse potenzialità, resi diversi solamente dalla percezione del Mistero che li salda alla natura della realtà illuminata dal sole verso cui andare.

Questo è ciò che, secondo i Popoli naturali, può unire gli uomini e gli animali in una comune spiritualità, perfettamente condivisibile, che li affratella e li rende partecipi dell’armonia e forse del significato dell’esistenza.

La questione animale

I Popoli naturali considerano le altre forme di vita come coabitanti di un medesimo ambiente, non disgiunte dagli umani per via della differenza delle forme, e con facoltà pressoché equiparabili a quelle umane.

Non avviene la stessa cosa nella società maggioritaria dove, per specifici motivi di origine religiosa, le altre forme viventi sono declassate a semplici funzionalità presenti nella natura e a completa disposizione dell’uomo per ogni suo capriccio o utilizzo.

Il pianeta è ricco di manifestazioni di altra vita oltre a quella dell’uomo. Vita che popola l’aria, i mari e le stesse terre su cui vive l’umanità. L’interazione della società maggioritaria con le altre forme di vita avviene soprattutto con quelli che vengono comunemente identificati come animali.

Il tamburo per i Nativi americani è lo strumento per mettersi in contatto con gli animali totemici, i loro spiriti guida

Ad essi è tolto ogni possibile attributo di intelligenza e di sentimento. Tanto che gli uomini della società maggioritaria li utilizzano come alimentazione ordinaria, fonte di proteine per il proprio sostentamento, favoriti da poche élite commerciali che prosperano sulle spalle di questi ignari esseri viventi. In questa prospettiva vengono aperti campi di allevamento e campi di macellazione strutturati in maniera efficiente e produttiva.

La società maggioritaria non si limita solamente alla sistematica macellazione degli animali preposti, ma li usa anche come schiavi nelle aree dove le fonti di energia sono limitate e in mano a specifici ed esclusivi centri di potere. In questo caso si assiste a quanto già accadeva tra gli stessi umani nelle società produttive del passato dove, al posto di un possibile sviluppo tecnologico, venivano utilizzati schiavi umani per l’esecuzione del lavoro. Così come, successivamente, incominciò l’utilizzo delle classi sociali deboli da parte di altre classi minoritarie in grado di esercitare il loro potere sugli altri.

In altri casi l’uccisione degli animali avviene anche per i vari orientamenti che sono propri della società maggioritaria e produttiva, come nel caso dell’uccisione rituale praticata dalle religioni o dell’uccisione elevata a sport per i bisogni psicologici della classe dei cacciatori.

La società maggioritaria tuttavia paga questa sua violenza con i risultati disastrosi della dieta carnivora sugli individui e con la conflittualità che si manifesta all’interno della società stessa.

L’affermazione della superiorità degli uomini sugli animali ha portato alla creazione delle categorie, dando origine ad un principio pericoloso e deleterio che ha avuto come conseguenza l’allontanamento dell’uomo dall’armonia con la natura. Principio che si è esteso alla stessa umanità creando supremazie razziali e sessiste. Da questa deviazione si sono generate inutili conflittualità e sofferenze e si è rallentato il progresso di tutta l’umanità, portandola a privarsi dell’esperienza di altre porzioni di cielo.

Ma questa visione degli animali non nasce per caso, né rappresenta una situazione di fatto. Il problema nasce da una precisa visione delle cose che condiziona l’atteggiamento degli uomini nel loro rapporto con la vita e induce ad accettare verità acquisite e non sperimentate

Una visione che condiziona l’uomo nelle sue scelte quotidiane e ipoteca persino la scienza, che da parte sua non basa le sue tesi partendo da una posizione di equidistanza verso il problema degli animali, bensì da posizioni religiose che inducono a studiare le altre specie per comprendere se siano o meno in grado di esprimere una loro intelligenza.

Questa visione giustifica che gli animali siano visti come automi, che possano essere schiavizzati e uccisi per essere mangiati oppure sacrificati ritualmente, e che questa barbarie sia addirittura considerata la normalità.

Erroneamente si pensa che tutti i Popoli nativi siano carnivori e cacciatori, e questo può sembrare in contraddizione con il rispetto che questi popoli danno alle altre specie. In realtà non è così. Quei popoli che si sono mantenuti più coerenti alle tradizioni non si cibano di animali. Ne abbiamo molti esempi: l’antichissimo popolo degli Hunza dell’Himalaya, una popolazione conosciuta per la sua longevità, tra i quali vi è una notevole presenza di ultracentenari con una prospettiva di vita che si aggirerebbe intorno ai 130 anni. Oppure il popolo dei Vilcabamba dell’Ecuador, anch’essi con un’aspettativa di vita di circa 130 anni. La loro dieta si basa su cereali e frutta coltivata da loro stessi senza l’utilizzo di sostanze chimiche. O ancora, i Guaranì dell’America del Sud, essenzialmente frugivori, gli indigeni del Monte Hagen nella Nuova Guinea i quali si alimentano con cibi vegetali crudi, gli Abcasi della Georgia e molti altri.

Per quanto riguarda i Nativi americani esiste lo stereotipo dell’indiano cacciatore di bufali, vestito con pelli decorate, elaborati copricapi di piume e mocassini di pelle, alloggiato in una tenda di pelle, padrone di cani e cavalli e disinteressato ai vegetali. Ma questo stile di vita si diffuse solo qualche secolo fa e non corrisponde alla maggior parte dei nativi americani di oggi o di ieri. In realtà, lo stile di vita legato ai bisonti è un risultato diretto dell’influenza europea. Nell’alimentazione degli Indiani Choctaw del Mississippi e dell’Oklahoma, i piatti principali erano vegetariani. Un manoscritto francese del diciottesimo secolo descrive le propensioni vegetariane dei Choctaw nell’edilizia e nell’alimentazione. Le abitazioni erano costruite non con delle pelli, ma con legno, fango, corteccia e canne. L’alimento principale, consumato quotidianamente in ciotole di terracotta, era una zuppa vegetariana a base di mais, zucca e fagioli. Il pane veniva fatto con mais e ghiande.

Altri piatti tipici erano mais tostato ed un porridge di mais. Gli antichi Choctaw erano, innanzi tutto, agricoltori. Anche i vestiti erano realizzati con vegetali, abiti con ricami artistici per le donne e pantaloni di cotone per gli uomini. Anche per quanto riguarda gli aborigeni australiani, le testimonianze delle tribù oggi ancora esistenti raccontano che i loro anziani vivevano di una dieta basata su cibi vegetali, come noci, semi, frutti e vegetali, e che ancora oggi essi trovano nel bush australiano tutti i nutrienti e le proteine necessarie al loro sostentamento.

Il nuovo libro di Rosalba Nattero e Giancarlo Barbadoro “Tutti Figli di Madre Terra” che tratta dell’ecospiritualità nel rapporto con le altre specie

 La spiritualità animale 
I Popoli naturali di qualsiasi continente, nonostante la lontananza geografica e le differenze culturali e di linguaggio, hanno in comune un principio fondamentale: la spiritualità basata sul contatto con la Natura. Una Natura vista non solo nel suo aspetto ecologico ma soprattutto come depositaria di un grande mistero cosmico. Questo concetto li porta a vedere la spiritualità in ogni manifestazione dell’universo e in ogni forma di vita. Pertanto il rispetto per la vita è di massima importanza per queste culture.


Secondo le antiche tradizioni dei Nativi di tutti i continenti, gli animali non sono ciò che sembrano. Al di là delle loro sembianze custodiscono dei segreti riferiti al rapporto con la dimensione invisibile del trascendente. Ogni animale può essere uno spirito-guida per chi vi si accosta, in grado di condurlo oltre la porta del visibile. Queste creature sono gli animali totemici che le antiche tradizioni dei Nativi di tutti i continenti, dai Nativi americani ai Celti, dagli Aborigeni australiani ai Nativi africani risalendo fino all’antico sciamanesimo druidico, hanno identificato come simboli archetipali che possono aprire i nostri orizzonti e suscitare intuizioni metafisiche. Esseri saggissimi da cui possiamo ricevere insegnamenti profondi, perché hanno un rapporto naturale e diretto con Madre Terra, e dai quali possiamo imparare a vivere in armonia con la Natura e con noi stessi. 

Secondo le antiche tradizioni sciamaniche, ognuno di noi ha un proprio animale totemico, o anche più di uno, a seconda dei periodi della propria vita o delle situazioni. Non necessariamente sono entità fisiche. Possono manifestarsi in sogno, o in una visione, oppure possiamo incontrarli in un bosco o in una situazione quotidiana in maniera apparentemente occasionale. A volte sono più vicini a noi di quanto pensiamo. Compagni discreti e silenziosi che accompagnano la nostra vita come dei protettori che all’occorrenza, anche se non ce ne accorgiamo, ci sono sempre.

Questa concezione degli animali, visti come custodi di una porta sull’Invisibile, fa riflettere anche sul senso della loro spiritualità.

Se l’esistenza manifesta la proprietà di una trasmutazione della sua qualità esperienziale, perché attribuire questa proprietà esclusivamente agli uomini?

Il preconcetto relega gli animali al rango di automi privi di sentimenti, e questo ci autorizza ad usarli come oggetti. Ma l’osservazione senza preconcetti mette in relazione l’uomo con gli animali e consente di scoprire un’esperienza che accomuna tutte le forme di vita.

Al di là dei pregiudizi sull’argomento si fanno scoperte interessanti e sconvolgenti: si può scoprire che gli animali hanno sentimenti, che al pari dell’uomo provano un valore di sofferenza consapevole. Si può scoprire che i cosiddetti “animali” sono esseri dotati di una autocoscienza e gestiscono consapevolmente la loro vita in relazione agli stessi interrogativi esistenziali che si pongono gli esseri umani.

Questo discorso porta lontano, perché induce a rendersi conto che non si può escludere a priori la possibilità che, così come accade tra gli umani, anche tra gli animali possano esistere individui in grado di sviluppare una loro spiritualità.

È inevitabile interrogarsi sul senso della spiritualità, allargata anche alle altre specie. È inevitabile provare un senso di fratellanza che si estende anche agli animali e che ci può unire all’intera esistenza.

FONTE

www.rosalbanattero.net
www.giancarlobarbadoro.net

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