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I Sumeri, il popolo attraverso il quale tale alta forma di civiltà ha potuto realizzarsi

DIVINITÀ DEL CIELO E DELLA TERRA

Come avvenne che dopo centinaia di migliaia e persino milioni di anni di lento e faticoso sviluppo umano, le cose cambiarono d’un tratto così completamente da trasformare dei nomadi primitivi, dediti alla caccia e alla raccolta di semi e frutti, in agricoltori stanziali e fabbricanti di terraglie, e poi in costruttori di case, ingegneri, matematici, astronomi, fabbricanti di metalli, musicisti, giudici, medici, scrittori, bibliotecari, sacerdoti? E potremmo andare ancora più avanti e domandarci, come ha fatto il professor Robert J. Braidwood (Prehistoric Men, «Gli uomini preistorici»): «Perché tutto questo è accaduto? Perché gli esseri umani non vivono ancora come nell’età della pietra?».

I Sumeri, il popolo attraverso il quale tale alta forma di civiltà ha potuto realizzarsi, avevano una risposta a questa domanda. Essa si trova incisa su una delle innumerevoli iscrizioni dell’antica Mesopotamia portate alla luce dagli scavi archeologici: «Tutto ciò che appare bello lo abbiamo fatto per grazia degli dèi». Gli dèi di Sumer, dunque. Ma chi erano? Erano forse simili agli dèi greci, che vivevano nella grande e maestosa casa di Zeus nei cieli: l’Olimpo, che corrispondeva, sulla Terra, al monte più alto della Grecia, il Monte Olimpo, appunto? I Greci descrivevano i loro dèi come essere antropomorfi, simili ai mortali nel fisico come nel carattere: sapevano essere arrabbiati e gelosi; si innamoravano, litigavano, combattevano;e, come gli esseri umani, procreavano, generavano figli attraverso rapporti sessuali tra loro o con i mortali.

Erano irraggiungibili, eppure costantemente presenti nelle faccende dell’uomo. Potevano coprire distanze enormi viaggiando a grande velocità, apparire e scomparire a loro piacimento; disponevano di armi dotate di un immenso e strano potere. Ognuno di loro aveva una funzione specifica e, di conseguenza, ogni specifica attività umana poteva essere influenzata, nel bene o nel male, dall’atteggiamento del dio preposto a quella particolare attività; i rituali di culto e le offerte agli dèi miravano quindi a ottenerne il favore.

La principale divinità dei Greci era Zeus, “Padre degli dèi edegli uomini”, “Signore del fuoco celeste”. Il suo simbolo e arma principale era il fulmine. Egli era il re dei cieli, ma “regnava” anche sulla Terra, prendeva decisioni e dispensava bene e male tra i mortali, eppure il suo dominio originario era nei cieli. Quello di Zeus non era il primo caso di commistione tra cielo e Terra. Nella mitologia greca – che altro non è che una mescolanza tra teologia e cosmologia – al principio di tutto vi era il Caos; poi apparvero Gea (la Terra) e il suo consorte Urano (il cielo), i quali generarono i dodici Titani, sei maschi esei femmine.

Questi compirono le loro imprese sulla Terra, sebbene si attribuisse loro anche una corrispondenza astrale. Crono, il maschio più giovane dei Titani, divenne la figura principale dell’Olimpo mitologico. Ottenne con la forza una posizione di supremazia sugli altri Titani, dopo aver evirato suo padre Urano; quindi, timoroso della reazione dei suoi fratelli, li imprigionò e poi li scacciò. Per questo fu maledetto da sua madre, che gli predisse che anch’egli avrebbe subito lo stesso destino di suo padre e sarebbe stato detronizzato dai suoi stessi figli. Crono si unì con sua sorella Rea e generò tre figli maschi e tre femmine: Ade, Poseidone e Zeus; Estia, Demetra ed Era. Ancora una volta, era destino che fosse il figlio più giovane a rovesciare suo padre e la maledizione di Gea si avverò quando Zeus detronizzò Crono, suo padre.

Il colpo di mano non fu, però, né facile né rapido: perparecchi anni, infatti, si susseguirono battaglie tra gli dèi e altri esseri soprannaturali, che culminarono con la lotta tra Zeus e Tifone, una divinità dalle sembianze di serpente. Fu una battaglia senza esclusione di colpi, che si svolse tanto sulla Terra quanto in cielo e che si concluse presso il Monte Casio,vicino al confine tra Egitto e Arabia – a quanto pare in qualche punto della penisola del Sinai. (vedi foto sotto)

 

Zeus, che aveva vinto la battaglia, fu riconosciuto come la divinità suprema, ma doveva dividere il potere con i suoi fratelli. Che sia stato dunque per scelta o, come dicono alcuni, affidandosi a un lancio di dadi, i tre giunsero a un accordo: Zeus avrebbe avuto il controllo dei cieli, il fratello maggiore Ade quello degli Inferi, mentre Poseidone avrebbe avuto il dominio dei mari. Anche se col tempo Ade e il suo territorio divennero sinonimo di Inferno, originariamente il suo dominio era collocato in una imprecisata zona “molto in basso”, che comprendeva terre deserte e paludose e zone bagnate da fiumi impetuosi.

Ade era considerato “l’invisibile”, colui che incute timore, rigoroso e austero. Poseidone, invece, era spesso rappresentato con in mano il suo simbolo, il tridente. Oltre a dominare i mari, egli era anche signore dell’arte, della sculturae della lavorazione dei metalli, e anche un mago particolarmente astuto. Se Zeus veniva visto, nella tradizione greca, come un dio severo con il genere umano, tanto da volerne, ad un certo punto, addirittura l’annientamento, Poseidone era invece considerato amico della stirpe umana, e anzi faceva di tutto per ottenere le lodi dei mortali.

I tre fratelli e le loro tre sorelle, tutti figli di Crono e Rea, costituivano la parte più antica della cerchia dell’Olimpo, il gruppo dei dodici Grandi Dèi. Gli altri sei erano tutti figli di Zeus e la mitologia greca tratta con molta precisione della loro genealogia e dei reciproci rapporti. Tutti gli dèi e le dee che si considerano figli di Zeus avevano madri diverse. Unitosi inizialmente con una dea di nome Meti, Zeus ebbe da lei una figlia, Atena, che divenne la dea della sapienza.

Ma poiché era stata anche l’unica a rimanere al fianco di Zeus durante il suo combattimento con Tifone, mentre tutti gli altri dèi erano scappati, Atena si vide attribuire anche doti marziali e divenne anche la dea della guerra. Essa era la “vergine perfetta” e non sposò nessuno; ma talvolta nei racconti mitologici viene associata a suo zio Poseidone, il quale, pur avendo come moglie ufficiale la dea che era anche la Signora del Labirinto sull’isola di Creta, non disdegnava sua nipote Atena come amante.

Zeus si unì poi ad altre dee, ma i figli che ebbe da loro non entrarono a far parte della cerchia dell’Olimpo. Quando ritenne che fosse giunto il momento di assicurarsi un erede maschio, Zeus si rivolse a una delle sue sorelle. La maggiore, Estia, era una specie di eremita – forse troppo vecchia o troppo malata per essere oggetto di attenzioni matrimoniali – e così Zeus non ebbe bisogno di molte scuse per scegliere Demetra, la sorella mediana, la dea della fertilità.

Ma, invece di un figlio maschio, essa gli generò una femmina, Persefone, che divenne moglie di suo zio Ade e con lui divise il dominio sul mondo degli Inferi. Deluso per non essere riuscito ad avere figli maschi, Zeus cercò amore e conforto in altre dee. Armonia gli diede nove figlie. Poi fu la volta di Leto, che gli diede una figlia femmina e un maschio, Artemide e Apollo, i quali vennero finalmente ammessi nel gruppo delle divinità maggiori.

Apollo, come primo figlio maschio di Zeus, fu una delle figure più importanti del pantheon ellenico, temuto dagli uomini come dagli dèi. Egli era colui che interpretava per imortali il volere di suo padre Zeus e perciò era la massima autorità in fatto di culto e di legge religiosa. In quanto rappresentante delle leggi morali e divine, era l’emblema della purificazione e della perfezione, tanto spirituale quanto fisica. Il secondo figlio di Zeus era Ermes, figlio della dea Maia. Protettore dei pastori, guardiano delle greggi e delle mandrie, egli meno importante di suo fratello Apollo, ma più vicino alle faccende umane; qualunque voltafaccia della fortuna veniva attribuito a lui.

Come dispensatore di fortuna, era il dio preposto al commercio, protettore di mercanti e viaggiatori. Ma il suo ruolo principale, nella mitologia come nell’epica, era quello di messaggero degli dèi. Spinto dalle tradizioni dinastiche, Zeus era ancora alla ricerca di un figlio maschio da concepire con una delle sue sorelle: si rivolse dunque alla più giovane, Era. Dopo averla sposata con un rito sacro e ufficiale, la proclamò regina degli dèi, la Madre Dea. Dal loro matrimonio nacque un figlio maschio, Ares, e due femmine, ma il rapporto era interrotto dalle continue infedeltà di Zeus e da una presunta infedeltà anche da parte di Era, che getta qualche dubbio sulla reale paternità di un altro figlio, Efesto.

Ares venne anch’egli ammesso tra i Grandi dell’Olimpo e divenne anzi il braccio destro di Zeus, il dio della guerra. Era rappresentato come l’emblema stesso della combattività, eppure era tutt’altro che invincibile: mentre combatteva dalla parte dei Troiani nella guerra di Troia, si procurò una ferita che solo Zeus potè guarire. Efesto, da parte sua, dovette lottare non poco per essere ammesso nell’Olimpo.

Egli era il dio della creatività, capace dicostruire oggetti magici per gli uomini e per gli dèi; a lui si doveva il fuoco delle fornaci e l’arte di lavorare i metalli. Secondo la leggenda, egli era nato zoppo e per questo fu scacciato dalla madre Era; un’altra versione, però, senza dubbio più credibile, attribuisce a Zeus la cacciata di Efesto, forse a causa della sua paternità incerta. Efesto, comunque, usò i suoi magici poteri creativi per costringere Zeus ad ammetterlo tra i Grandi Dèi.

La leggenda dice anche che un giorno Efesto costruì una rete invisibile che avrebbe circondato il letto di sua moglie se questo fosse stato scaldato da un amante; e in effetti una tale precauzione poteva non rivelarsi inutile, visto che sua moglie era Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. Su di lei, naturalmente, si raccontavano numerose storie d’amore, molte delle quali riguardavano Ares, fratello di Efesto (uno dei frutti di questo amore illecito fu Eros, il dio dell’amore.) Afrodite fu ammessa tra i dodici Grandi Dèi dell’Olimpo e le circostanze di questa ammissione gettano luce su ciò di cui ci stiamo occupando. Afrodite non era né sorella né figlia di Zeus, eppure non poteva essere ignorata.

Essa proveniva dalle coste asiatiche del Mediterraneo di fronte alla Grecia (secondo il poeta greco Esiodo era arrivata attraverso Cipro) e si dice che fosse nata per opera di Urano stesso. Apparteneva dunque a una generazione precedente a quella di Zeus, essendo, per così dire, sorella di suo padre e incarnazione del progenitore degli dèi, colui che era stato evirato.

 

Vedi figura sopra Afrodite, dunque, doveva essere inclusa tra gli dèi dell’Olimpo, senza tuttavia che fosse superato il numero complessivo di dodici. Come fare? Semplice: qualcuno doveva andarsene per far posto a lei, e questo qualcuno fu Ade. Poiché a lui era stato dato il dominio sugli Inferi, egli non poteva rimanere nell’Olimpo con gli altri dèi: ecco, dunque, che venivaa crearsi un posto libero, perfetto per essere occupato da Afrodite. Sembra proprio che il dodici fosse un requisito assolutamente imprescindibile per gli dèi dell’Olimpo: essi non dovevano essere di più, ma neanche meno di dodici, come dimostrano le circostanze che portarono all’ammissione di Dioniso nel circolo dell’Olimpo. Dioniso era frutto di una relazione adulterina di Zeus con la propria figlia Semele; dovendo nascondersi dal furore di Era, legittima moglie di Zeus, egli venne mandato in terre lontane – fino in India – e dovunque andò introdusse la pratica di coltivare la vite e diprodurre il vino.

Nel frattempo, nell’Olimpo si era creato un posto libero, poiché Estia, la sorella maggiore di Zeus, troppo vecchia e debole, era stata allontanata dal circolo dei dodici. Dioniso potè quindi tornare in Grecia e occupare il posto di Estia: gli dèi olimpici erano ancora una volta dodici. Sebbene la mitologia greca non sia troppo chiara riguardo all’origine del genere umano, leggende e tradizioni attribuiscono a eroi e re un’origine divina.

Questi semidèi rappresentavano il legame tra il destino umano – con le sue fatiche quotidiane, la dipendenza dagli elementi, le malattie, la morte – e un passato lontano e felice, quando sulla Terra si aggiravano soltanto gli dèi. E anche se, tra gli dèi, molti erano nati sulla Terra, il ristretto circolo dei dodici rappresentava, per così dire, l’aspetto “celestiale” del pantheon divino. Nell’Odissea si afferma che l’Olimpo si trovava nella “pura aria superiore”; i dodici dèi maggiori erano dèi del cielo che erano discesi sulla Terra e rappresentavano i dodici corpi celesti della” volta del cielo”.

I nomi latini che i Romani attribuirono agli dèi greci confermano questa sorta di associazione astrale: Gea divenne la Terra; Ermes, Mercurio; Afrodite, Venere; Ares, Marte; Crono, Saturno; e Zeus divenne Giove. Come per i Greci, anche per i Romani Giove era una divinità “tonante” armata di fulmine eassociata al toro (vedi figura sotto).

 

Quasi tutti gli studiosi concordano ormai nell’affermare chele basi della civiltà greca siano da ricercare sull’isola di Creta, dove, tra il 2700 e il 1400 a.C. circa, fiorì la civiltà minoica.Nel complesso di miti e leggende che caratterizzano la civiltà minoica, un ruolo preminente è svolto dal “minotauro”, mezzouomo e mezzo toro, frutto dell’unione tra Pasifae, moglie di Minosse, e un toro.

Numerosi reperti archeologici confermano questo esteso culto minoico del toro, che in alcune raffigurazioni si presenta come un’entità divina accompagnata da una croce, simbolo, probabilmente, di qualche stella o pianeta non ancora identificato. Si pensa, quindi, che il toro che i Minoici adoravano non fosse il comune animale terreno, ma il Toro celeste – la costellazione del Toro, appunto – in onore diqualche evento che era avvenuto quando il Sole, all’equinozio di primavera, era apparso in quella costellazione, intorno al 4000 a.C. (vedi figura sotto).

 

Secondo la tradizione greca, Zeus arrivò in Grecia via Creta,da dove era fuggito, attraverso il Mediterraneo, dopo averrapito Europa, la bellissima figlia del re di Tiro, la città fenicia. In effetti, quando Cyrus H. Gordon riuscì a decifrare il più antico scritto in lingua minoica, fu dimostrato che si trattava di «un dialetto semitico originario delle coste del Mediterraneo orientale».

I Greci, infatti, non avevano mai detto che i loro dèi olimpici fossero arrivati in Grecia direttamente dal cielo. Zeus, come abbiamo visto, era arrivato attraverso il Mediterraneo, via Creta. Poseidone (Nettuno per i Romani) arrivò a cavallo dall’Asia Minore. Atena portò “l’olivo, fertile e spontaneo” in Grecia dalle terre bibliche. Non vi è dubbio che le tradizioni e i culti religiosi elleni ci siano arrivati in Grecia dal Vicino Oriente, attraverso l’Asia Minore e le isole del Mediterraneo.

È qui, dunque, che vanno ricercate le radici del pantheon dei Greci, le origini dei loro dèi e le relazioni astrali con il numero dodici. L’induismo, l’antica religione dell’India, considera i Veda – composizioni formate da inni, formule sacrificali e altri detti riguardanti gli dèi – come scritture sacre, “non di origine umana”: gli dèi stessi le avrebbero composte in un’età precedente a quella attuale.

Con il passare del tempo, però, degli originari 100.000 e più versi tramandati oralmente di generazione in generazione, gran parte andò perduta, finché un saggio decise di scrivere i versi che ancora rimanevano, li suddivise in quattro libri e li affidò a quattro dei suoi discepoli, perché ne conservassero uno ciascuno.

Quando, nel XIX secolo, gli studiosi cominciarono adecifrare le lingue antiche e a individuarne le reciproche interconnessioni, si accorsero che i Veda erano scritti inun’antichissima lingua indoeuropea, antenata del sanscrito – dalla cui radice sarebbe poi nato l’indiano – del greco, del latino e delle altre lingue europee.

Quando poi furono finalmente ingrado di leggere e analizzare i Veda, rimasero molto sorpresi di vedere le indubbie analogie tra i racconti vedici sugli dèi e quelli dei Greci. Gli dèi, secondo i Veda, erano tutti membri di un unico, non necessariamente tranquillo, gruppo familiare.

In mezzo airacconti di salite al cielo e discese sulla Terra, battaglie celestia suon di armi portentose, amicizie e rivalità, matrimoni e infedeltà, sembra esservi stata anche una certa preoccupazione di indicare i principali rapporti genealogici: chi era il padre e chi il figlio, qual era il primogenito e di chi, ecc. Gli dèi sulla Terra erano originari del cielo, e i principali tra essi, anche sulla Terra, continuavano a rappresentare la corrispondenza con corpi celesti.

Continua …

 

Di ZECHARIA SITCHIN IL PIANETA DEGLI DEI
(The 12th Planet,1976) – Capitolo terzo

 

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Il Sacrificio

Alcuni testi dell’antico Egitto rivelano molti tipi di sacrifici e torture, destinate poi a diffondersi. Gli Egizi sacrificavano uomini dai capelli rossi sulla tomba di Osiride perché il rosso era il colore associato a Set, la versione Egizia di Satana.

Alcuni rituali rievocati oggi da persona che li hanno dolorosamente sperimentati sulla propria pelle, rispecchiano quelli descritti dettagliatamente nel Libro egizio dei morti e includevano la pratica di conservare i cuori in un vaso. In Egitto i cuori venivano posti su una bilancia per essere pesati e giudicati dalla dea Maat.

Ecco il vero significato della donna con il sole a mo’ di corona che tiene in mano la Bilancia della Giustizia, visibile su molti edifici forensi. Nel mondo antico i fachiri bramini dell’India e di altre scuole misteriche erano a conoscenza di droghe, torture e “magie” che creavano allucinazioni.

L’ipnosi veniva largamente usata nei templi. Gli adoratori del demonio di Bel/Baal/Nimrud a Canaan, in Babilonia e in Fenicia erano dediti a sacrifici umani, cannibalismo,  e infanticidi in nome di Moloch o Molech, una delle tante facce di Nimrud/Baal, e tale sacrifici costituivano una parte fondamentale dei loro rituali religiosi.

Si diceva che Baal (signore o governatore), la più alta divinità dei cananei e dei Fenici, fosse il dispensatore della vita, mentre Moloch ne era il distruttore. Entrambi volevano essere placati attraverso i sacrifici. Baal o Moloch furono identificati con il dio romano Saturno.

In onore di Baal, dio del Sole e del fuoco, i Cartaginesi, seguendo i rituali dei Fenici e dei Cananei, gettavano i bambini dentro un pozzo infuocato, scavato secondo una forma che ricordava Baal/Moloch. In un luogo vicino all’attuale Tunisi sono state ritrovate seimila urne contenenti i resti carbonizzati di alcuni bambini.

Va ricordato che questi rituali e questi culti sono gli stessi che i satanisti e la Confraternita praticano oggi. Ecco perché il 19 aprile 199, i bambini di Waco furono arsi vivi durante quell’inferno causato interamente dall’FBI, controllata dai satanisti, e dall’ATF, l’Ufficio dell’alcol, del tabacco e delle armi da fuoco.

Si tratta delle stesse persone profondamente malate che fecero saltare in aria il palazzo di James P. Murrah in Oklaoma, il 19 aprile 1995, in cui morironi tantissimi bambini. Il 19 aprile è una data satanica rituale legata al fuoco – il dio fuoco, Baal o Moloch.

E cosa esige Moloch? Il sacrificio di bambini. Waco e Oklaoma furono sacrifici di bambini in onore di Baal/Moloch, proprio come previsto dai culti osservati dagli antichi. Allo stesso modo, la guerra è per queste persone un bagno di sangue rituale in cui immaginabili di persone vengono uccise e menomate e il pianeta è sommerso da energia emozionale negativa.  

E’ di questa energia che si nutrono molti rettiliani di livello inferiore della quarta dimensione o, comunque, la usano per manifestarsi in questa dimensione. Se volete prove inconfutabili del fatto che i Seguaci di David  e i loro figli sono stati sacrificati a Waco, vi consiglio caldamente il video Waco: The Rules Of Engagement. Non crederete mai più a una dichiarazione ufficiale.

I nomi rituali dei “demoni” continuano ancora ad essere uguali a quelli usati nel mondo antico e da gruppi più tardi come i Templari. Una conferma di ciò arriva da una marea di testimonianze rilasciate oggi da vittime del satanismo. La terapeuta britannica Vera Diamond, lavora da circa 20 anni con persone che hanno subito abusi legati alle pratiche sataniche e al controllo mentale. Ecco cosa dice: 

“I bambini dicono che la parola Satana è quella più usata, ma tra gli altri demoni figurano il Bafometto e Behemoth, Molech (Moloch) e un altro demone di nome Choronzon sembrano, in particolare, legati al consumo di bambini. Costoro sembrano particolarmente coinvolti nei sacrifici di bambini”.

Choronzon è imparentato con Crono, la versione Greca di Nimrod.Secondo la leggenda greca, crono ingoiava i suoi figli appena nascevano per paura che potessero spodestarlo.

Crono era il più potente tra i Titani, nome greco che sta ad indicare gli incroci tra i rettiliani e le “figlie degli uomini”. Il mito greco si riferiva simbolicamente a loro come ai figli frutto dell’unione tra il Cielo (gli extraterrestri) e la Terra (gli umani).

Crono era il padre di Zeus, e quest’ultimo era sopravvissuto perché sua madre l’aveva sottratto di nascosto alla furia infanticida del marito.

Zeus in seguito condusse una guerra vittoriosa contro suo padre e altri Titani e poi governò come Re degli Dei su una dinastia che praticava abitualmente sacrifici di bambini. Confrontando le diverse popolazioni, generazione dopo generazione, troverete la stessa pratica del sacrificio di bambini.

I Cananei-Ebrei sacrificavano abitualmente esseri umani e animali, nonostante i “mezzibusti” di regime abbiano sempre cercato di negarlo. Oggi i satanisti che risiedono ai vertici della società ebraica continuano a praticare gli stessi rituali, mentre la massa del popolo ebraico, sparsa in tutto il mondo, non sospetta che ciò avvenga.

Una volta compreso il vero significato della Pasqua ebraica, si può dimostrare di come abbiano un fondamento storico le teorie di ogni epoca, compresa quella attuale, relative a sacrifici di bambini da parte di fanatici ebrei in occasione di quella festività. La Pasqua ebraica non aveva nulla a che fare con “Dio” che tralasciava le case dei bambini israeliti per uccidere solo i primogeniti egizi.

Questo è ulteriore simbolismo che solo un iniziato o un ricercatore molto documentato potrebbe comprendere. Documenti risalenti all’VIII e al VII secolo a.C. mostrano che gli israeliti bruciavano i loro figli in fuochi sacrificali nella valle di Gehinnon, appena fuori Gerusalemme.

Durante il sacrificio in onore di Moloch-Baal si diceva che i bambini fossero “passati sopra” o “passati attraverso” il fuoco. Nel Libro del Levitico troviamo il verso: “Tu non lascerai che il tuo seme passi attraverso il fuoco di Moloch”. Il profeta geremia dice che alcune persone “bruciavano i loro figli nel fuoco come fossero offerte tributate a Baal” e sempre nel Libro di Geremia ci viene detto che: “Essi hanno costruito la sommità di Tophet, cioè la valle di Hinnon, per ardere vivi i loro figli e le loro figlie….” Anche John Milton scrisse di Moloch nel suo Paradiso Perduto:

dapprima Moloch, orrendo re, sporco di sangue. Di sacrifici umani e delle lacrime dei genitori. Ma, a causa del forte rumore di tamburi e cembali. Non si udì il pianto dei figli, che attraversavano il fuoco. Verso il suo truce idolo”.

Il Vecchio testamento pullula di riferimenti a sacrifici umani e animali. Gli stessi simboli legati al sacrificio di primogeniti o bambini piccoli si possono trovare in molti antichi testi. Anche la storia di Gesù presenta questo tema, Ovviamente. Al suo livello più estremo, il dogma ebraico è profondamente radicato nella pratica del sacrificio.

I templi ebraici erano mattatoi, costantemente riforniti di animali per l’uccisione e il sacrificio rituale. Considerate il procedimento che gli ebrei seguono oggi per uccidere gli animali. La carne viene considerata “kosher” solo se l’animale è stato sgozzato e muore dissanguato. Lo stesso procedimento viene seguito per la carne “halal” dei mussulmani.

Gli antichi rituali sono stati rigidamente mantenuti attraverso le famiglie della Confraternita, e l’élite attualmente al comando sacrifica i bambini e ne beve il sangue, esattamente come avveniva nel mondo antico.

Nel prossimo capitolo parleremo della fede indù e le dottrine su cui si basano i suoi libri sacri i Veda scritti nel 1400 a.C. ed è probabile che contengano le stesse istruzioni su come tributare sacrificio agli dei. Come la dea Kali moglie di Shiva, rappresentata con una ghirlanda di teschi … Ma anche degli Aztechi che non erano secondi a nessuno nei loro riti di morte sacrificale.

Tratto da “Il Segreto più Nascosto

di David Icke – “I Figli di Satana” p. 366-367-368-369 

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