Archivi tag: teologia

I Sumeri, il popolo attraverso il quale tale alta forma di civiltà ha potuto realizzarsi

DIVINITÀ DEL CIELO E DELLA TERRA

Come avvenne che dopo centinaia di migliaia e persino milioni di anni di lento e faticoso sviluppo umano, le cose cambiarono d’un tratto così completamente da trasformare dei nomadi primitivi, dediti alla caccia e alla raccolta di semi e frutti, in agricoltori stanziali e fabbricanti di terraglie, e poi in costruttori di case, ingegneri, matematici, astronomi, fabbricanti di metalli, musicisti, giudici, medici, scrittori, bibliotecari, sacerdoti? E potremmo andare ancora più avanti e domandarci, come ha fatto il professor Robert J. Braidwood (Prehistoric Men, «Gli uomini preistorici»): «Perché tutto questo è accaduto? Perché gli esseri umani non vivono ancora come nell’età della pietra?».

I Sumeri, il popolo attraverso il quale tale alta forma di civiltà ha potuto realizzarsi, avevano una risposta a questa domanda. Essa si trova incisa su una delle innumerevoli iscrizioni dell’antica Mesopotamia portate alla luce dagli scavi archeologici: «Tutto ciò che appare bello lo abbiamo fatto per grazia degli dèi». Gli dèi di Sumer, dunque. Ma chi erano? Erano forse simili agli dèi greci, che vivevano nella grande e maestosa casa di Zeus nei cieli: l’Olimpo, che corrispondeva, sulla Terra, al monte più alto della Grecia, il Monte Olimpo, appunto? I Greci descrivevano i loro dèi come essere antropomorfi, simili ai mortali nel fisico come nel carattere: sapevano essere arrabbiati e gelosi; si innamoravano, litigavano, combattevano;e, come gli esseri umani, procreavano, generavano figli attraverso rapporti sessuali tra loro o con i mortali.

Erano irraggiungibili, eppure costantemente presenti nelle faccende dell’uomo. Potevano coprire distanze enormi viaggiando a grande velocità, apparire e scomparire a loro piacimento; disponevano di armi dotate di un immenso e strano potere. Ognuno di loro aveva una funzione specifica e, di conseguenza, ogni specifica attività umana poteva essere influenzata, nel bene o nel male, dall’atteggiamento del dio preposto a quella particolare attività; i rituali di culto e le offerte agli dèi miravano quindi a ottenerne il favore.

La principale divinità dei Greci era Zeus, “Padre degli dèi edegli uomini”, “Signore del fuoco celeste”. Il suo simbolo e arma principale era il fulmine. Egli era il re dei cieli, ma “regnava” anche sulla Terra, prendeva decisioni e dispensava bene e male tra i mortali, eppure il suo dominio originario era nei cieli. Quello di Zeus non era il primo caso di commistione tra cielo e Terra. Nella mitologia greca – che altro non è che una mescolanza tra teologia e cosmologia – al principio di tutto vi era il Caos; poi apparvero Gea (la Terra) e il suo consorte Urano (il cielo), i quali generarono i dodici Titani, sei maschi esei femmine.

Questi compirono le loro imprese sulla Terra, sebbene si attribuisse loro anche una corrispondenza astrale. Crono, il maschio più giovane dei Titani, divenne la figura principale dell’Olimpo mitologico. Ottenne con la forza una posizione di supremazia sugli altri Titani, dopo aver evirato suo padre Urano; quindi, timoroso della reazione dei suoi fratelli, li imprigionò e poi li scacciò. Per questo fu maledetto da sua madre, che gli predisse che anch’egli avrebbe subito lo stesso destino di suo padre e sarebbe stato detronizzato dai suoi stessi figli. Crono si unì con sua sorella Rea e generò tre figli maschi e tre femmine: Ade, Poseidone e Zeus; Estia, Demetra ed Era. Ancora una volta, era destino che fosse il figlio più giovane a rovesciare suo padre e la maledizione di Gea si avverò quando Zeus detronizzò Crono, suo padre.

Il colpo di mano non fu, però, né facile né rapido: perparecchi anni, infatti, si susseguirono battaglie tra gli dèi e altri esseri soprannaturali, che culminarono con la lotta tra Zeus e Tifone, una divinità dalle sembianze di serpente. Fu una battaglia senza esclusione di colpi, che si svolse tanto sulla Terra quanto in cielo e che si concluse presso il Monte Casio,vicino al confine tra Egitto e Arabia – a quanto pare in qualche punto della penisola del Sinai. (vedi foto sotto)

 

Zeus, che aveva vinto la battaglia, fu riconosciuto come la divinità suprema, ma doveva dividere il potere con i suoi fratelli. Che sia stato dunque per scelta o, come dicono alcuni, affidandosi a un lancio di dadi, i tre giunsero a un accordo: Zeus avrebbe avuto il controllo dei cieli, il fratello maggiore Ade quello degli Inferi, mentre Poseidone avrebbe avuto il dominio dei mari. Anche se col tempo Ade e il suo territorio divennero sinonimo di Inferno, originariamente il suo dominio era collocato in una imprecisata zona “molto in basso”, che comprendeva terre deserte e paludose e zone bagnate da fiumi impetuosi.

Ade era considerato “l’invisibile”, colui che incute timore, rigoroso e austero. Poseidone, invece, era spesso rappresentato con in mano il suo simbolo, il tridente. Oltre a dominare i mari, egli era anche signore dell’arte, della sculturae della lavorazione dei metalli, e anche un mago particolarmente astuto. Se Zeus veniva visto, nella tradizione greca, come un dio severo con il genere umano, tanto da volerne, ad un certo punto, addirittura l’annientamento, Poseidone era invece considerato amico della stirpe umana, e anzi faceva di tutto per ottenere le lodi dei mortali.

I tre fratelli e le loro tre sorelle, tutti figli di Crono e Rea, costituivano la parte più antica della cerchia dell’Olimpo, il gruppo dei dodici Grandi Dèi. Gli altri sei erano tutti figli di Zeus e la mitologia greca tratta con molta precisione della loro genealogia e dei reciproci rapporti. Tutti gli dèi e le dee che si considerano figli di Zeus avevano madri diverse. Unitosi inizialmente con una dea di nome Meti, Zeus ebbe da lei una figlia, Atena, che divenne la dea della sapienza.

Ma poiché era stata anche l’unica a rimanere al fianco di Zeus durante il suo combattimento con Tifone, mentre tutti gli altri dèi erano scappati, Atena si vide attribuire anche doti marziali e divenne anche la dea della guerra. Essa era la “vergine perfetta” e non sposò nessuno; ma talvolta nei racconti mitologici viene associata a suo zio Poseidone, il quale, pur avendo come moglie ufficiale la dea che era anche la Signora del Labirinto sull’isola di Creta, non disdegnava sua nipote Atena come amante.

Zeus si unì poi ad altre dee, ma i figli che ebbe da loro non entrarono a far parte della cerchia dell’Olimpo. Quando ritenne che fosse giunto il momento di assicurarsi un erede maschio, Zeus si rivolse a una delle sue sorelle. La maggiore, Estia, era una specie di eremita – forse troppo vecchia o troppo malata per essere oggetto di attenzioni matrimoniali – e così Zeus non ebbe bisogno di molte scuse per scegliere Demetra, la sorella mediana, la dea della fertilità.

Ma, invece di un figlio maschio, essa gli generò una femmina, Persefone, che divenne moglie di suo zio Ade e con lui divise il dominio sul mondo degli Inferi. Deluso per non essere riuscito ad avere figli maschi, Zeus cercò amore e conforto in altre dee. Armonia gli diede nove figlie. Poi fu la volta di Leto, che gli diede una figlia femmina e un maschio, Artemide e Apollo, i quali vennero finalmente ammessi nel gruppo delle divinità maggiori.

Apollo, come primo figlio maschio di Zeus, fu una delle figure più importanti del pantheon ellenico, temuto dagli uomini come dagli dèi. Egli era colui che interpretava per imortali il volere di suo padre Zeus e perciò era la massima autorità in fatto di culto e di legge religiosa. In quanto rappresentante delle leggi morali e divine, era l’emblema della purificazione e della perfezione, tanto spirituale quanto fisica. Il secondo figlio di Zeus era Ermes, figlio della dea Maia. Protettore dei pastori, guardiano delle greggi e delle mandrie, egli meno importante di suo fratello Apollo, ma più vicino alle faccende umane; qualunque voltafaccia della fortuna veniva attribuito a lui.

Come dispensatore di fortuna, era il dio preposto al commercio, protettore di mercanti e viaggiatori. Ma il suo ruolo principale, nella mitologia come nell’epica, era quello di messaggero degli dèi. Spinto dalle tradizioni dinastiche, Zeus era ancora alla ricerca di un figlio maschio da concepire con una delle sue sorelle: si rivolse dunque alla più giovane, Era. Dopo averla sposata con un rito sacro e ufficiale, la proclamò regina degli dèi, la Madre Dea. Dal loro matrimonio nacque un figlio maschio, Ares, e due femmine, ma il rapporto era interrotto dalle continue infedeltà di Zeus e da una presunta infedeltà anche da parte di Era, che getta qualche dubbio sulla reale paternità di un altro figlio, Efesto.

Ares venne anch’egli ammesso tra i Grandi dell’Olimpo e divenne anzi il braccio destro di Zeus, il dio della guerra. Era rappresentato come l’emblema stesso della combattività, eppure era tutt’altro che invincibile: mentre combatteva dalla parte dei Troiani nella guerra di Troia, si procurò una ferita che solo Zeus potè guarire. Efesto, da parte sua, dovette lottare non poco per essere ammesso nell’Olimpo.

Egli era il dio della creatività, capace dicostruire oggetti magici per gli uomini e per gli dèi; a lui si doveva il fuoco delle fornaci e l’arte di lavorare i metalli. Secondo la leggenda, egli era nato zoppo e per questo fu scacciato dalla madre Era; un’altra versione, però, senza dubbio più credibile, attribuisce a Zeus la cacciata di Efesto, forse a causa della sua paternità incerta. Efesto, comunque, usò i suoi magici poteri creativi per costringere Zeus ad ammetterlo tra i Grandi Dèi.

La leggenda dice anche che un giorno Efesto costruì una rete invisibile che avrebbe circondato il letto di sua moglie se questo fosse stato scaldato da un amante; e in effetti una tale precauzione poteva non rivelarsi inutile, visto che sua moglie era Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. Su di lei, naturalmente, si raccontavano numerose storie d’amore, molte delle quali riguardavano Ares, fratello di Efesto (uno dei frutti di questo amore illecito fu Eros, il dio dell’amore.) Afrodite fu ammessa tra i dodici Grandi Dèi dell’Olimpo e le circostanze di questa ammissione gettano luce su ciò di cui ci stiamo occupando. Afrodite non era né sorella né figlia di Zeus, eppure non poteva essere ignorata.

Essa proveniva dalle coste asiatiche del Mediterraneo di fronte alla Grecia (secondo il poeta greco Esiodo era arrivata attraverso Cipro) e si dice che fosse nata per opera di Urano stesso. Apparteneva dunque a una generazione precedente a quella di Zeus, essendo, per così dire, sorella di suo padre e incarnazione del progenitore degli dèi, colui che era stato evirato.

 

Vedi figura sopra Afrodite, dunque, doveva essere inclusa tra gli dèi dell’Olimpo, senza tuttavia che fosse superato il numero complessivo di dodici. Come fare? Semplice: qualcuno doveva andarsene per far posto a lei, e questo qualcuno fu Ade. Poiché a lui era stato dato il dominio sugli Inferi, egli non poteva rimanere nell’Olimpo con gli altri dèi: ecco, dunque, che venivaa crearsi un posto libero, perfetto per essere occupato da Afrodite. Sembra proprio che il dodici fosse un requisito assolutamente imprescindibile per gli dèi dell’Olimpo: essi non dovevano essere di più, ma neanche meno di dodici, come dimostrano le circostanze che portarono all’ammissione di Dioniso nel circolo dell’Olimpo. Dioniso era frutto di una relazione adulterina di Zeus con la propria figlia Semele; dovendo nascondersi dal furore di Era, legittima moglie di Zeus, egli venne mandato in terre lontane – fino in India – e dovunque andò introdusse la pratica di coltivare la vite e diprodurre il vino.

Nel frattempo, nell’Olimpo si era creato un posto libero, poiché Estia, la sorella maggiore di Zeus, troppo vecchia e debole, era stata allontanata dal circolo dei dodici. Dioniso potè quindi tornare in Grecia e occupare il posto di Estia: gli dèi olimpici erano ancora una volta dodici. Sebbene la mitologia greca non sia troppo chiara riguardo all’origine del genere umano, leggende e tradizioni attribuiscono a eroi e re un’origine divina.

Questi semidèi rappresentavano il legame tra il destino umano – con le sue fatiche quotidiane, la dipendenza dagli elementi, le malattie, la morte – e un passato lontano e felice, quando sulla Terra si aggiravano soltanto gli dèi. E anche se, tra gli dèi, molti erano nati sulla Terra, il ristretto circolo dei dodici rappresentava, per così dire, l’aspetto “celestiale” del pantheon divino. Nell’Odissea si afferma che l’Olimpo si trovava nella “pura aria superiore”; i dodici dèi maggiori erano dèi del cielo che erano discesi sulla Terra e rappresentavano i dodici corpi celesti della” volta del cielo”.

I nomi latini che i Romani attribuirono agli dèi greci confermano questa sorta di associazione astrale: Gea divenne la Terra; Ermes, Mercurio; Afrodite, Venere; Ares, Marte; Crono, Saturno; e Zeus divenne Giove. Come per i Greci, anche per i Romani Giove era una divinità “tonante” armata di fulmine eassociata al toro (vedi figura sotto).

 

Quasi tutti gli studiosi concordano ormai nell’affermare chele basi della civiltà greca siano da ricercare sull’isola di Creta, dove, tra il 2700 e il 1400 a.C. circa, fiorì la civiltà minoica.Nel complesso di miti e leggende che caratterizzano la civiltà minoica, un ruolo preminente è svolto dal “minotauro”, mezzouomo e mezzo toro, frutto dell’unione tra Pasifae, moglie di Minosse, e un toro.

Numerosi reperti archeologici confermano questo esteso culto minoico del toro, che in alcune raffigurazioni si presenta come un’entità divina accompagnata da una croce, simbolo, probabilmente, di qualche stella o pianeta non ancora identificato. Si pensa, quindi, che il toro che i Minoici adoravano non fosse il comune animale terreno, ma il Toro celeste – la costellazione del Toro, appunto – in onore diqualche evento che era avvenuto quando il Sole, all’equinozio di primavera, era apparso in quella costellazione, intorno al 4000 a.C. (vedi figura sotto).

 

Secondo la tradizione greca, Zeus arrivò in Grecia via Creta,da dove era fuggito, attraverso il Mediterraneo, dopo averrapito Europa, la bellissima figlia del re di Tiro, la città fenicia. In effetti, quando Cyrus H. Gordon riuscì a decifrare il più antico scritto in lingua minoica, fu dimostrato che si trattava di «un dialetto semitico originario delle coste del Mediterraneo orientale».

I Greci, infatti, non avevano mai detto che i loro dèi olimpici fossero arrivati in Grecia direttamente dal cielo. Zeus, come abbiamo visto, era arrivato attraverso il Mediterraneo, via Creta. Poseidone (Nettuno per i Romani) arrivò a cavallo dall’Asia Minore. Atena portò “l’olivo, fertile e spontaneo” in Grecia dalle terre bibliche. Non vi è dubbio che le tradizioni e i culti religiosi elleni ci siano arrivati in Grecia dal Vicino Oriente, attraverso l’Asia Minore e le isole del Mediterraneo.

È qui, dunque, che vanno ricercate le radici del pantheon dei Greci, le origini dei loro dèi e le relazioni astrali con il numero dodici. L’induismo, l’antica religione dell’India, considera i Veda – composizioni formate da inni, formule sacrificali e altri detti riguardanti gli dèi – come scritture sacre, “non di origine umana”: gli dèi stessi le avrebbero composte in un’età precedente a quella attuale.

Con il passare del tempo, però, degli originari 100.000 e più versi tramandati oralmente di generazione in generazione, gran parte andò perduta, finché un saggio decise di scrivere i versi che ancora rimanevano, li suddivise in quattro libri e li affidò a quattro dei suoi discepoli, perché ne conservassero uno ciascuno.

Quando, nel XIX secolo, gli studiosi cominciarono adecifrare le lingue antiche e a individuarne le reciproche interconnessioni, si accorsero che i Veda erano scritti inun’antichissima lingua indoeuropea, antenata del sanscrito – dalla cui radice sarebbe poi nato l’indiano – del greco, del latino e delle altre lingue europee.

Quando poi furono finalmente ingrado di leggere e analizzare i Veda, rimasero molto sorpresi di vedere le indubbie analogie tra i racconti vedici sugli dèi e quelli dei Greci. Gli dèi, secondo i Veda, erano tutti membri di un unico, non necessariamente tranquillo, gruppo familiare.

In mezzo airacconti di salite al cielo e discese sulla Terra, battaglie celestia suon di armi portentose, amicizie e rivalità, matrimoni e infedeltà, sembra esservi stata anche una certa preoccupazione di indicare i principali rapporti genealogici: chi era il padre e chi il figlio, qual era il primogenito e di chi, ecc. Gli dèi sulla Terra erano originari del cielo, e i principali tra essi, anche sulla Terra, continuavano a rappresentare la corrispondenza con corpi celesti.

Continua …

 

Di ZECHARIA SITCHIN IL PIANETA DEGLI DEI
(The 12th Planet,1976) – Capitolo terzo

 

®wld

I Fondatori: un misto pool genetico

 

L’Inception della Terra

“Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza.” – Genesi 1: 26

All’immagine di chi sono stati fatti gli umani della Terra?

Molte delle più antiche scritture della Terra, indicano che lo sviluppo umano era guidato dagli dèi che sono venuti dal cielo. Persino gli antropologi sono consapevoli dello sviluppo insolitamente rapido dell’Homo sapiens. Alcuni antropologi stimano che la specie Homo sapiens sia apparsa milioni di anni prima di quel che si dice.

Mentre per lo sviluppo evolutivo tra l’Australopiteco e il Neanderthal ci sono voluti più di due milioni di anni, ci sono le prove sulla Terra che l’Homo sapiens (Cro-Magnon) è emersocirca 35.000 anni fa. Ciò che è ancora più intrigante è che sebbene i resti dell’uomo continuino a essere scoperti, gli archeologi hanno trovato resti di un Homo sapiens, ancora più antico, nelle aree dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale.

Questi resti risalgono a 250.000 anni prima dell’uomo di Cro-Magnon.

Si potrebbe affermare che l’Homo sapiens non ha avuto dei precursori evolutivi.

Niente si è evoluto nell’Homo sapiens – la specie è semplicemente apparsa.

Gli extraterrestri potrebbero aver dato una mano all’evoluzione della Terra? Se sì, cosa avrebbero potuto guadagnare dagli umani della Terra? Forse era un loro modo per accelerare la propria evoluzione.

Sembra evidente che ci furono tre gruppi principali che orchestrarono l’Inception della Terra.

Li identifichiamo così:

  • ·il gruppo dei Fondatori
  • ·il gruppo dei Lirani
  • ·il gruppo dei Siriani

I Fondatori facilitarono l’Inception dal punto della non-fisicità e furono i supervisori dell’intero progetto. Ignari di queste influenze non fisiche, i Lirani orchestrarono fisicamente l’Inception e impiegarono il gruppo Siriano per assisterla. Ogni gruppo ha le proprie motivazioni per il suo coinvolgimento e sebbene fossero diverse, l’obiettivo era lo stesso: la creazione di una razza umanoide sulla Terra.

Come affermato in precedenza, i Pleiadiani furono coinvolti nell’evoluzione della Terra per un proprio tornaconto.

Sentivano che se avessero interagito con gli umani, non solo sarebbero stati in grado di far parte dello sviluppo della loro dimora precedente, ma avrebbero potuto conoscere la negatività e l’integrazione, senza doversi incarnare direttamente in un mondo che stava elaborando quelle idee. Vennero persuasi dal gruppo Lirano, che era ben consapevole della compatibilità genetica dei Pleiadiani con i nuovi umani della Terra che si stavano sviluppando.

Il gruppo Lirano (formato da una combinazione di razze Lirane) faceva sempre degli esperimenti. Proprio come gli umani che hanno determinate pulsioni istintive (tipo la procreazione), questi extraterrestri sentono l’impulso di emulare i loro “creatori” – i Fondatori. La “progenie” dei Fondatori ha sempre continuato istintivamente l’inseminazione genetica. I Fondatori erano ben consapevoli che la consanguineità avrebbe causato la morte della razza, quindi cercarono continuamente dei nuovi ceppi per mantenere un pool genetico misto.

C’era un’altra motivazione primaria per cui i Lirani si fecero coinvolgere con la Terra. Dopo eoni di conflitto all’interno delle razze discendenti Lirane (Vega, Sirio, Orione, ecc.), erano stanchi di creare civiltà polarizzate che non riuscivano a coesistere pacificamente. Furono determinati a stabilire che la Terra doveva essere un pianeta fondato sull’integrazione piuttosto che sulla polarità.

Il gruppo Lirano sentiva che forse quello di cui avevano sempre avuto bisogno era un pianeta integrato dalle origini, piuttosto che uno che portava con sé i semi della polarità da altri sistemi stellari. Con questo in mente iniziarono a formulare il loro rigido piano per l’Inception della Terra.

Tuttavia, i Fondatori avevano altri piani. Sapevano che la Terra sarebbe stata il terreno finale per la guarigione del dramma di Orione e quindi doveva rimanere polarizzata per risolvere il conflitto. I Fondatori sapevano che la famiglia galattica avrebbe finalmente potuto conoscere l’integrazione attraverso l’esperienza di risoluzione della polarità sulla Terra. I Fondatori permisero al gruppo Lirano di portare a termine il loro progetto, perché sapevano che alla fine avrebbe sostenuto il piano cosmico.

Per quanto riguarda il gruppo Siriano, le sue motivazioni erano molto più vicine a casa. Ritenevano che la Terra si trovasse all’interno del sistema stellare della triade di Sirio, per cui credevano di avere il diritto di manipolare la genetica della Terra. I Siriani erano interessati semplicemente a costituire delle primitive razze umanoidi sulla Terra da poter utilizzare per i lavori manuali mentre espandevano le loro colonie fino alla Terra. Pertanto, sostennero il progetto Lirano tenendo in mente i propri obiettivi.

Il progetto di Inception della Terra ebbe inizio.

Per molte migliaia di anni, durante le prime fasi del progetto di Inception della Terra, i Lirani 1 – osservarono con occhi cauti la crescente razza dei primati terrestri.

1-1 I Lirani, così come altri, erano conosciuti con il termine ebraico “Nefilim“, erroneamente tradotto in “giganti”. Nefilim significa letteralmente “quelli che sono venuti giù”. In Genesi 6: 4 si dice: “Vi erano i Nephilim sulla terra in quei giorni – e anche dopo – quando i figli di Dio si avvicinarono alle figlie degli uomini ed ebbero dei figli da loro. Erano gli eroi dei tempi antichi, gli uomini famosi di quei giorni.” Il termine ebraico originale che è stato tradotto con “famosi” è “shem”, che significa letteralmente veicolo aviotrasportato, probabilmente un razzo spaziale. Quindi, “Erano gli eroi dei tempi antichi, quelli dei razzi spaziali.”

Prelevarono occasionalmente dei campioni e apportarono delle leggere modifiche alle strutture del DNA Durante i punti critici dello sviluppo, iniziarono a inserire, in questi primati, il materiale genetico dei Pleiadiani 2 (e altri gruppi). Per lunghi periodi divenne sempre più chiaro che l’evoluzione stava accelerando a un ritmo rapido. Quando divenne evidente, si avviarono gli esperimenti cruciali del prototipo.

2 – Come detto in precedenza, i Pleiadiani portavano la genetica della Terra che si integrò con successo nel ceppo Lirano. Per cui diventarono la scelta definitiva per inseminare la razza terrestre.

La storia di Adamo ed Eva è una delle poche eredità rimaste che possa sottilmente ricordare all’umanità le sue origini. Il racconto contiene molti riferimenti simbolici alla saga che avvenne riguardo a quale tipo di specie avrebbe ereditato la Terra.

Come già affermato, il gruppo Lirano voleva una specie fondata sull’integrazione.

Pertanto, sentivano che la specie non doveva conoscere la polarità, vale a dire il “bene” e il “male”. Controllarono rigorosamente l’ambiente di questi nuovi umani, in modo da rimanere concentrati sullo sviluppo di perfetti veicoli di integrazione. Non volevano che i nuovi umani diventassero come loro: polarizzati. Ciò che il gruppo Lirano non riuscì a riconoscere è che, a questi nuovi umani, stava limitando anche la scelta.

Dopo generazioni di lavoro con i primati e la genetica extraterrestre, il gruppo Lirano sviluppò un prototipo umano il cui significato “della terra” venne tradotto con il nome “Adam”. Il prototipo Adam fu introdotto sulla Terra per verificarne l’adattabilità ambientale in molte aree del pianeta. (C’erano molti Adam).

Quando il prototipo fu adattato in modo soddisfacente, gli Adam furono ritirati.

Così il Signore Dio fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò. Poi prese una delle sue costole [o una parte del suo fianco] e richiuse la carne al suo posto.”3

3 – Genesi 2: 21

Attraverso la clonazione el’ingegneria genetica, fu creato un prototipo femminile tradotto con “Eva”.

Vennero restituiti entrambi all’ambiente e furono osservati da vicino. Dal loro desiderio di creare una specie che non avesse conoscenza della polarità, i Lirani istruirono tutti coloro che tendevano vietare ai prototipi la loro conoscenza, di negare a loro il diritto di scelta che venne concesso a tutti gli esseri divini.

Ecco che si riesce a vedere bene il significato dell’affermazione di Dio:

“Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino, ma dall’albero della conoscenza del bene e del male [polarità] non devi mangiare, perché nel giorno in cui ne mangerai, sicuramente morirai.”4

4 –Genesi 2: 16

I Siriani che lavoravano con il gruppo Lirano, non erano d’accordo con questa filosofia. Sentivano che i desideri personali dei Lirani di creare questa specie, erano disallineati con i diritti delle forme umanoidi. I Siriani, sebbene volessero sviluppare la razza umana per i loro scopi, scoprirono cheavevano un affetto genuino per i nuovi umani. Nonostante qesta dualità, decisero di intervenire dando inavvertitamente agli umani l’opportunità di scegliere.

Il gruppo Siriano avvertì gli umani:

“E il serpente 5 disse alla donna: “Voi non morirete affatto! Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, conoscerete il bene e il male.”

5 – Il serpente 5 è un simbolo archetipo che si trova in molti miti antichi. La natura del serpente rappresenta coerentemente la dualità: è sia temuto che un forte alleato dell’umanità. Nei Testi Sumeri, Enki, il dio (Siriano) che protegge l’umanità, viene anche raffigurato come un serpente. Il giudizio “malvagio” del serpente è più contemporaneo e potrebbe essere stato uno stratagemma usato dagli dei (Lirani) per impedire all’umanità di seguire le istruzioni dei Siriani che stavano tentando di aiutarla.

6 – Genesi 3: 4

Avendo davanti a loro una scelta e dovendo prendere una decisione che coinvolgeva la loro esistenza, gli umani raggiunsero la coscienza di terza densità. Quando si resero conto di essere stati ingannati da “Dio”, optarono per la conoscenza. Una volta che fecero la scelta di ricevere la conoscenza della polarità, rimasero completamente ancorati al piano fisico.

Ora possedevano l’ego, che è la conoscenza di “Io sono” e divennero consapevoli di loro stessi.

“Allora il Signore Dio disse: Guardate, l’uomo è diventato come uno di noi, ora conosce il bene e il male [la polarità]. Non bisogna permettergli di allungare la mano e prendere anche dall’albero della vita e mangiarne, o vivrà per sempre.”7

7 –Genesi 3: 22

Inutile dire che il gruppo Lirano non rimase contento. A causa della loro rabbia negarono l’albero della vita (l’Eredità Divina) alla conoscenza umana. La razza umana fu così costretta a svilupparsi senza sapere della sua connessione con la famiglia galattica e il Tutto. Fu davvero una sfida.

Per assicurarsi che gli umani non avrebbero cercato quella conoscenza, il gruppo Lirano adottò alcune precauzioni:

“… ad est del giardino pose i cherubini e una spada fiammeggiante che girava in
ogni direzione, per custodire la via verso l’albero della vita.”8

8 –Genesi 3: 24

Lasciarono all’umanità la sua eredità: il retaggio di Orione (simbolicamente rappresentato dalla spada), senza lasciare alcuna conoscenza per la sua risoluzione. Negli antichi Testi Sumeri si insinua che i cherubini siano dei veri e propri dispositivi meccanici o robotici che, in questo caso, proteggevano l’albero della vita.

Qual è la traduzione letterale dell’albero della vita? In Sumero, la parola usata per l’albero della vita era GISH.TIL.

GISH voleva dire dispositivo creato dall’uomo; TIL significava missile (ed è così anche nell’ebraico contemporaneo). Invece di un vero albero, stava a indicare il “veicolo per la vita”, ovvero un’astronave. Nei resoconti Sumeri ci sono delle chiare raffigurazioni di razzi spaziali, così come di uomini che le salutano da terra.

Sembra chiaro che l’azione degli dèi di posizionare i cherubini per tener lontani gli umani dall’albero della vita, voleva effettivamente negare agli umani la conoscenza della loro eredità. Agli umani della Terra non fu più permesso di mescolarsi apertamente con gli dèi e lasciare il pianeta con loro. Gli umani furono banditi dai cieli.

Cosa successe al gruppo Siriano che interferì con i progetti Lirani?

A causa della loro interferenza si legarono energeticamente allo sviluppo della Terra. Hanno sempre avuto molti assi nella manica e, in questo caso, sono quelli che hanno riso per ultimi.

Mentre lavoravano con il gruppo Lirano nel programma genetico, inserirono un codice di DNA latente all’interno delle cellule umane.

Questo codice verrà innescato da una vibrazione accelerata che si verificherà quando la civiltà inizierà a evolversi spiritualmente. Come la Terra accelererà verso l’auto – consapevolezza e la quarta densità (che è ciò che sta capitando ora), il codice si attiverà. Una volta attivato, la razza umana srotolerà la sua visione limitata come fosse una spirale, finché la distesa del Tutto Ciò Che È
diventerà visibile. Dopo tutto, si è trattato del loro modo di permettere all’umanità di mangiare dall’albero della vita.

L’umanità è stata sottoposta a una dura sfida da parte dei primi inseminatori del pianeta Terra. Come già affermato, i “bambini” di solito portano dentro di loro i codici genetici e gli atteggiamenti radicati dei “genitori”.

Se la Terra fosse stata davvero seminata da un punto di disuguaglianza e mancanza di libero arbitrio,

  • Questo non potrebbe forse spiegare perché gli umani di molte razze hanno ancora oggi la convinzione di fondo riguardo alla superiorità della razza caucasica / ariana (il gruppo Lirana)?
  • Potrebbe essere che le radici stesse del bigottismo razziale risalgano alle origini del pianeta?

Certamente lo ipotizzano i testi antichi a disposizione dei ricercatori.

I testi Sumeri parlano di “quelli dalla testa nera” che lavoravano nelle miniere dell’Africa per gli dèi. Se questo fosse vero, ovvero che l’umanità porta i modelli dei suoi antenati, allora questa sfida sarebbe solo all’inizio. Riuscire a spezzare questo incantesimo divino che è stato scagliato sull’umanità, potrebbe essere la chiave per la liberazione della razza umana sulla Terra.

Nel passato della Terra, la razza umana ha sempre ricevuto segnali contrastanti dagli dèi.

Ci furono dei periodi (alcuni dei quali sono documentati nei testi Sumeri, tipo il grande diluvio), in cui gli umani furono abbandonati e lasciati morire sul pianeta, mentre gli dèi in cui riponevano la loro fiducia, se ne andarono con le loro astronavi. Durante questi periodi, alcuni dèi salvarono “illegalmente” gli umani prescelti. Questo creò una codifica emotiva all’interno della specie umana durante i periodi di crisi. La codifica ricorda entrambi questi schemi e fa attivare una lotta tra la paura dell’abbandono e la gioia della salvezza. È imperativo che la razza umana risolva questa dipendenza dagli dèi e diventi autosufficiente.

Nella Terra dei nostri giorni, i gruppi extraterrestri le cui codifiche sono radicate nel passato, promettono ancora la salvezza. Vengono agli umani come esseri dello spazio fisico e parlano telepaticamente a coloro che possono sentire la loro frequenza.

Spesso chiamano vari “comandanti” o uomini “prescelti” della Terra e continuano a tentare l’ego umano nel perpetuare i propri sentimenti di superiorità. Sebbene questi gruppi dello spazio siano un bene, perpetuano continuamente il divario tra la paura dell’abbandono e la gioia della salvezza, incoraggiando così la separazione e l’elitarismo.

Man mano che gli umani si riprendono il loro potere ed entrano nell’età adulta planetaria, anche quei gruppi rimanenti si trasformeranno. La maggior parte degli altri gruppi extraterrestri ha imparato dalle loro azioni passate e desidera, una volta per tutte, la soluzione definitiva a questo conflitto.

Dal punto di vista dei Fondatori, il Piano sta continuando perfettamente.

Il gruppo Lirano deve interpretare uno scenario per la propria crescita. Queste antiche “divinità” extraterrestri lasciarono molti indizi sulla Terra, che alla fine contribuiranno a risvegliare il pianeta alla sua vera eredità. Mentre l’umanità si risveglierà a questa conoscenza, inizierà a mettere in campo gli strumenti necessari per risolvere il dramma di Orione. La risoluzione risiede nella tolleranza.

Se la razza umana riuscisse veramente a tollerare la diversità all’interno dell’unità da un punto di non giudizio, sulla Terra potrebbe nascere il Paradiso

Tratto dal libro in PDF “Il Prisma della Lira”

di Lyssa Royal e Keith Priest 

Versione originale in Inglese 

testo tradotto in lingua italiana da claudiordali 

®wld

Da un altro luogo

Un’Esplorazione dell’Eredità Umana Galattica

di Lyssa Royal e Keith Priest

“O uomini, non si tratta di una miscela di sangue e respiro che dà inizio e sostanza alle vostre anime, sebbene il vostro corpo terrestre e mortale sia fatto di quelle cose. La vostra anima è venuta qui da un altro luogo.” – Empedocle

Fin dai primi giorni della storia della Terra, c’è sempre un’emozione dolceamara che sgorga dentro di noi, quando guardiamo il cielo notturno. Alcuni di noi non vedono l’ora che arrivi il giorno in cui la razza umana potrà viaggiare oltre le stelle. In realtà, si tratta solo di una speranza per il futuro, o piuttosto, un ricordo del nostro passato?
La coscienza umana ha degli intrecci che rimangono ancora inesplorati. Cosa ci porta a spingere l’evoluzione ai suoi limiti? Cosa ci spinge a creare dei dissensi tra le razze del nostro pianeta?
Magari può essere che stiamo interpretando un dramma cosmico e abbiamo solo temporaneamente dimenticato la sceneggiatura. Sappiamo che ciò che fa una nazione o una razza sulla Terra, influenza anche le altre. Questa idea può anche diffondersi al di là dell’universo. Può essere che quello che facciamo qui riguarda innumerevoli altre civiltà di altri pianeti. Potremmo essere davvero collegati a loro?
Le informazioni presentate in questo libro sono una raccolta di anni di approfondimenti, ragionamenti deduttivi ed esperienze di channeling. Sono stati effettuati dei meticolosi riferimenti incrociati di vari channel (principalmente utilizzando il lavoro della coautrice Lyssa Royal), nonché ricerche su una serie di opere antropologiche e metafisiche di tutto rispetto.
Il lettore potrà considerare queste idee come letterali o simboliche, poiché la storia è la stessa. Non c’è nessuna pretesa che questa sia la verità definitiva riguardo l’emergenza della nostra famiglia galattica in questa realtà. Se vi piace, usate le informazioni qui fornite da catalizzatore per la vostra crescita. In caso contrario, magari potrebbero portarvi a un passo più vicino dalla vostra verità personale.
Una delle idee più importanti per accelerare il potenziale umano, è quella di accettare che tutte le verità siano la manifestazione di una Verità Unica, qualunque essa sia. Da questa tolleranza emerge l’unificazione. Se non altro, considerate che questo libro possa essere divertente da leggere, nonché interessante e stimolante per la vostra immaginazione.
Non è necessario che crediate ai suoi contenuti, però è indispensabile che abbiate la
volontà di esplorarli!
Si tratta di un libro introduttivo. Alla fine è stato creato un ampio glossario, per spiegare gli eventuali termini non familiari che sono stati utilizzati. Ogni capitolo rappresenta un aspetto diverso di un intricato arazzo e di come tale arazzo influenzi la Terra. AttraversoTerra. Se vogliamo veramente trasformarci, sarà attraverso l’infusione della Terra. Se vogliamo veramente trasformarci, sarà attraverso l’infusione della consapevolezza nel nostro mondo, non usando la consapevolezza per sfuggire alle nostre responsabilità di cittadini della Terra e della Famiglia Galattica.

Testo tradotto in lingua italiana da claudiordali

Versione originale in Inglese

®wld

Castaeneda alla scuola degli stregoni brujos

L’ultima intervista di Carlos Castaneda

di Cesare Medail, giornalista del Corriere della Sera e autore del libro “Le Piccole Porte” edito da Corbaccio (fuori catalogo)

“Los Angeles. Che fine ha fatto Castaneda? Perché è sparito? E’ prigioniero? Si è suicidato? E’ morto vent’anni fa su un pullman messicano? Sono veramente suoi gli ultimi libri? Queste e altre fantasie sono fiorite attorno all’antropologo di origine peruviana divenuto scrittore di culto attorno al ’68, dopo aver raccontato i propri anni di full immersion nella stregoneria messicana; un mistero alimentato dalla sua effettiva sparizione dalla pubblica scena, oltre che dall’ assenza di foto (salvo una che lo ritrae studente) e di registrazioni audio e video.

Carlos Castaneda, settantadue anni, si è materializzato sulla porta di un piccolo ristorante francese, il Moustache Café di Westwood, il volto seminascosto da un berretto nero ben calcato in fronte. Dopo un mese di fax e telefonate con i suoi agenti, rinvii e un contrordine dell’ultima ora, Castaneda era lì, il 12 novembre 1997, per concedere una delle rarissime interviste della sua vita al riparo dei mass media, la prima, dopo decenni, a un giornale europeo. Non alto, asciutto, carnagione bruna, capelli grigi e lisci, un po’ arruffati, occhi scuri in moto perpetuo, volto capace di modulare espressioni più varie come i comici del muto.

Stiamo a tavola quattro ore, lui quasi non mangia ma si produce in un crescendo di umorismo e filosofia, parole di saggezza e scherzi con le due compagne, Talia Bey, presidente di Cleargreen, società che cura le iniziative che lo riguardano, e Florinda Donner, una delle tre antropologhe che lo hanno seguito nelle esperienze vissute tra i brujos, gli stregoni del Messico.

Mentre cercava una via di fuga dall’America opulenta, la cultura alternativa, uscita dalle ceneri della protesta degli anni Sessanta, fu stregata dai suoi racconti. Nel 1973, Time gli dedicò la copertina. La gloria durò fino alle metà degli anni Settanta, quando scattò una campagna di denigrazione accademica a colpi di saggi dove il suo nome era inesorabilmente accompagnato dal termine hoax, truffatore…

Ma che cosa avevano di eversivo quei libri venduti a milioni di copie? Trasmettevano un sapere che sgretolava la compattezza del mondo empirico: don Juan Matus, lo stregone del deserto di Sonora incontrato alla stazione degli autobus di Nogales (Arizona) divenuto un mito letterario, gli impartì un tirocinio di tredici anni prima usando la droga, poi semplici gesti per fargli sperimentare quei livelli di realtà che presto divennero un miraggio per chiunque in America coltivasse gli “stati alterati di coscienza”. L’anatema accademico non fermò l’uscita dei suoi libri, ma di lui si persero le tracce.

“Non sono affatto sparito” protesta Castaneda. “Solo che per molti anni non c’era modo di contattarmi, dato che ero a coltivare giardini sulle montagne del Guatemala, una terra dalle tradizioni vicine ai brujos messicani”. Certo in quegli anni Castaneda non si limitò a fare giardinaggio ma approfondì le tecniche di quegli stregoni che non sapevano ben maneggiare l’enormità delle conoscenze ereditate nei secoli. In segreto. Castaneda in quegli ultimi anni cercò di divulgare gli straordinari insegnamenti che aveva appreso prima che andassero perduti per sempre… Qual’era l’intento dei brujos? “L’intento, lo scopo ultimo – continua Castaneda – è la libertà che si raggiunge tramite la consapevolezza dell’essere: non è solo questione di benessere psicofisico.

Per i brujos, noi siamo come una città assediata da un Predatore molto speciale che fa parte dell’universo: è una forza invisibile che loro riescono a vedere fisicamente, mentre divora la nostre energia. Il Predatore ci toglie la consapevolezza di essere tutt’uno col fluire dell’universo: e ci lascia in balia dell’Ego, prigionieri dell’egomania e per questo infelici. Ridistribuendo l’energia bloccata con i giusti movimenti, i passi magici possono fermare il Predatore, favorendo la crescita della consapevolezza e l’espandersi della percezione. E’ a questo punto che i praticanti sono in grado di accedere a mondi inimmaginabili”.

Ma quei mondi sono reali o si tratta di una finzione letteraria, o di un prodotto del subcosciente stimolato dalle pratiche dei brujos e dalle droghe?

“Alla scuola degli stregoni ho avuto percezione di mondi concreti e pericolosi, talmente concreti che ti attraggono e talora non ti fanno uscire, Sono certo che non sono prodotti dalla psiche perché, in tali esperienze, le situazioni si possono fissare, ripetere in modo sempre identico: al contrario le visioni indotte dal subcosciente sono cangianti, mutano di continuo. In quanto alle droghe, don Juan me ne ha propinate molte, e fortissime. Per questo ho lo stomaco ridotto così male: prendo un goccio di caffè, che già mi sento in colpa! Allora ero prigioniero del buon senso, quadrato, testardo, perché mi avevano educato persone vecchie di mente, piene di pregiudizi, paurose del nuovo. Le droghe di don Juan hanno scardinato questo mondo: per entrare nel suo bisogna essere fluidi, senza idee precostituite e soprattutto senza paura dell’ignoto. Poi non c’è stato più bisogno di mescalito”.

Certo, le esperienze che Castaneda aveva tentato di trasmettere non erano, a suo dire, riconducibili ad alcuna categoria del mondo civilizzato; potevano risultare incomprensibili, ma certamente minavano la fede nel mondo visibile come unica possibilità dell’essere, la fede nella “fasciatura aderentissima che ci stringe vietandoci di percepire i soffi di realtà diverse e maggiori”, come scrive Zolla nel saggio Il letterato e lo sciamano. Ma proprio qui stava il punto, il nodo irrisolto dei racconti castanediani come di tutta la letteratura visionaria. I mondi visitati e descritti da Carlos erano concreti, reali oppure soltanto il prodotto di uno stato allucinatorio, favorito prima dall’uso di droghe e poi dalle pratiche dei brujos? La questione poteva riguardare la sua iniziazione nei deserti messicani così come le esperienze dei mistici, dei veggenti, dei grandi sognatori d’ogni tempo. Di fronte ai miei dubbi, Castaneda mi parlò di Tonal e Nagual, spiegando che il primo corrispondeva alla realtà fisica coma la conosciamo, mentre il secondo è l’”altra possibilità dell’essere”, sperimentabile solo da chi impara a vedere “oltre l’apparenza”.

A questo punto provai a insistere sull’”altra possibilità dell’essere” (l’intervista era finita ma lui mi sollecitava: “Chiedi, chiedi non so se sarò ancora qui quando tornerai”; sarebbe morto sei mesi dopo). In altre parole gli domandai: che cosa si intravede dalla porticina della visione, aperta nel grande portone del mondo ordinario? Castaneda mi rispose che i brujos potevano vedere gli uomini come conglomerati di energia, come una sorta di sfere tenute insieme da filamenti luminosi che le attraversano e si diramano all’infinito. In ciascuna sfera essi vedono energia rafferma, inutilizzata, che riescono a sbloccare, a ridistribuire nel corpo, attraverso pratiche molto semplici, magari con un colpetto in un punto particolare, sulla scapola del discepolo.

L’allievo dello stregone insisteva sull’unicità dell’insegnamento dei Nagual, che non sarebbe comparabile in nulla alle tradizioni religiose o alle scuole iniziatiche d’Oriente e d’Occidente. Io stesso percepivo quei discorsi come alieni. Tuttavia quelle ”uova” luminose, poco a poco, mi diventavano familiari: pensavo alle mandorle di luce nelle quali i pittori racchiudevano i santi, alle sfere di Bosch, alle aure fiammeggianti di certi bodhisattva o di figure sacre dell’induismo.

La suggestione di quei discorsi mi spinse ad andare oltre, a chiedere per esempio che cosa si aspetta un Nagual dopo la fine del corpo. In particolare pensavo all’episodio del “salto nell’abisso” che più di ogni altro fa a pugni con la ragione nella saga di Castaneda. Don Juan si getta in un burrone e scompare, almeno dal nostro piano di realtà; ma la prova decisiva per diventare Nagual esige che anche Carlos, con tre discepoli, vi si lanci. Ciò avviene senza che si sfracellino: la violazione dell’ordine naturale è palese. In proposito Zolla cita l’ascesa di San Paolo al Terzo Cielo: “Fu col corpo? O non con il corpo? Non lo so si chiese l’apostolo”; e Castaneda gli fa eco:

“Saltammo con il corpo o con l’immaginazione allucinata nel vortice dell’energia pura? Non lo sappiamo”. Carlos non ha una risposta ma ricorda che da quell’esperienza uscì radicalmente mutato quanto a percezione sottile, capacità visionaria e potere di interagire con la materia delle visioni. D’altra parte, nessun mistico dispone delle parole necessarie a descrivere l’indicibile dell’esperienza estatica. Alla domanda su che cosa aspettasse gli stregoni dopo la morte, Castaneda scoppiò in una risata accusandomi di usare la mia logica per un sistema assolutamente prelogico. Ma io insistevo: che fine ha fatto don Juan? Il suo tono cambiò e si fece per una volta grave:

“Alla fine della vita i corpi degli stregoni bruciano dall’interno prima di sparire come un soffio d’aria e trasformarsi in energia pura dotata di consapevolezza”.

In fondo, mi dissi, si tratta del cambiamento di stato di un essere che mantiene coscienza di sé oltre il trapasso: concetto della sopravvivenza alla morte non troppo diverso da quanto concepito da filosofi, teologi, religiosi di ogni tempo e cultura. Ma “dopo”, domandai, che cosa avviene di quell’energia consapevole nella quale il corpo si trasforma e che sopravvive a esso? E Carlos:

”Alla fine della vita non ci aspettano né paradisi né inferni, né reincarnazione, né nirvana. Il vero premio è continuare la lotta per acquisire sempre maggiore consapevolezza in altri livelli di realtà, concreti, dove si può nascere, vivere e morire; e dove il corpo, nella sua nuova forma, è atteso da nuove sfide e non sfide: La lotta continua: ed è una visione tremendamente congrua con le moderne teorie sulla natura dell’universo”.

Alle ultime parole Castaneda diede molta enfasi, battendo il pugno sul tavolo. L’idea di vari livelli di realtà (che don Juan paragona agli strati di una cipolla) può anche ricordare le molteplici dimensioni dell’universo (o multiverso) concepite dalla fisica moderna; ma soprattutto ricorda quanti in Occidente hanno ipotizzato vari gradi o livelli dell’essere, da Giordano Bruno alla purificazione attraverso esistenze successive (sulla terra ma anche in mondi superiori) degli orientali. L’uomo-mago di Bruno non è in balia della natura mutante ma può padroneggiarla per elevarsi e salire, attraverso un lungo e aspro processo di purificazione, i diversi piani dell’essere. Non troppo diverso da don Juan.

Quando lasciammo il Moustache Café, Carlos mi parve molto più vicino di quanto facessero supporre l’estraneità dei suoi racconti alle nostre categorie mentali. Mi aveva aperto una porta su panorami inesorabilmente alieni ma poi, mano a mano che osservavo i particolari e scoprivo riferimenti familiari, avevo avuto l’impressione di ritrovarmi a casa, sia pure arricchito da prospettive e angoli di visuale sovvertiti rispetto alla mia geografia culturale.

Lo stesso Castaneda, nell’accompagnarmi in albergo, manifestava cordialità, mi parlava del film mai girato con Fellini e mi confidò di avere frequentato da ragazzo l’Accademia di Brera, quando era diretta dallo scultore Marino Marini, a due passi dalla mia casa a Milano.

Sulla porta dell’albergo mi abbracciò a lungo: forse sapeva che non ci saremmo più rivisti, in ogni caso avvertivo una commozione imprevista nel discepolo dello stregone. Ripensavo alle “infinite maschere di Dio” di cui parlava il romanziere cristiano Morris West e mi domandavo se almeno una di esse non fosse applicabile a quell’antica tradizione messicana. Ne sapevo troppo poco per rispondere. Sicuramente quelle ore mi avevano dato la possibilità di guardare al pensiero occidentale, alla stessa questione metafisica, al confronto fra culture e tradizioni, da un punto di vista assolutamente eccentrico rispetto alle mie conoscenze. Anche Castaneda era stato una risorsa; ne ero, e ne sono più che convinto.

Estratti dal libro “Le Piccole Porte” edito da Corbaccio (fuori catalogo) di Cesare Medail, giornalista del Corriere della Sera e ricercatore del sacro – tramite il sito di Giorgio Cerquetti, www.cerquetti.org

Ipostasi degli Arconti

 

Gli Arconti; I Divini Creatori del Cosmo e dell’Umanità

Nell’antichità ci si riferiva all’Arcano o agli Arconti come ai servitori del Demiurgo, il dio creatore che si frapponeva tra la razza umana e un Dio trascendente che poteva essere raggiunto solo attraverso la conoscenza della vera natura dell’umanità come divina, portando alla liberazione della scintilla divina all’interno l’umanità dai vincoli dell’esistenza terrena.

L’arconte è anche la parola greca che significa “sovrano”, che veniva anche spesso usato nei tempi antichi come il titolo di un certo ufficio pubblico in un governo. 

Se diamo un’occhiata agli Arconti da un punto di vista gnostico, capiremo che in questo contesto erano considerati gli angeli e i demoni del vecchio testamento. 

Ipostasi degli Arconti: i creatori divini dell’universo e dell’umanità 

I governanti prepararono i piani e dissero: “Venite, creiamo un uomo che sarà suolo dalla terra”. Hanno modellato la loro creatura come un tutt’uno con la terra. Ora il corpo […] dei governanti […] hanno […] femmina […] è con la faccia di una bestia. Avevano preso un po’ di terra dalla terra e modellato il loro uomo dopo il loro corpo e dopo l’immagine di Dio che era apparso loro nelle acque. Dissero: “Veniamo, lasciateci prendere per mezzo della forma che abbiamo modellato, in modo che possa vedere la sua controparte maschile […], e possiamo afferrarla con la forma che abbiamo modellato” – non capendo la forza di Dio, a causa della loro impotenza. Gli soffiarono in faccia, e l’uomo venne per avere un’anima e rimase per terra molti giorni. Ma non potevano farlo alzare a causa della loro impotenza. Come venti tempestosi, persistevano nel soffiare, cercando di catturare quell’immagine, che era apparsa loro nelle acque. Senza conoscere l’identità del suo potere. (Fonte 

Chiamata anche The Reality of the Rulers, l’Ipotesi degli Arconti è un’esegesi – un’interpretazione critica di un testo religioso – sul Libro di Genesi 1-6 ed esprime la mitologia gnostica dei creatori divini del cosmo e dell’umanità.   

Credito d’immagine: Klaus Wittman. Pubblicato con permesso. 

Il libro della Genesi è il primo libro della Bibbia ebraica (il Tanakh) e l’Antico Testamento cristiano.

Questo antico testo era venerato tra molti altri dalla biblioteca di Nag Hammadi. La biblioteca di Nag Hammadi chiamata anche “Manoscritti di Chenoboskion” o “Vangeli gnostici” è una raccolta di numerosi testi cristiani e gnostici trovati nell’alto Egitto nel 1945. 

Si ritiene che la Realtà dei sovrani sia stata scritta durante il terzo secolo d.C. I ricercatori credono che sia nato da un periodo tradizionale nello gnosticismo quando si trasformava da uno stato puramente mitologico in una fase filosofica.

La scrittura è presentata come un’istruzione sul tema dei dominatori (arconti) del mondo menzionati da San Paolo.

L’intenzione espressa di questo scritto è di insegnare la verità sui poteri che hanno autorità su questo mondo. 

La storia inizia con il vanto del demiurgo, l’arconte supremo, in parole attribuite al Dio della Bibbia: “Io sono quello che sono, Dio non è nulla separato da me” 

La Realtà dei Sovrani viene presentata come un trattato erudito in cui un insegnante si avvicina a un argomento suggerito dal dedicatario del lavoro. Il trattato inizia con un frammento di cosmogonia, che guida una “vera storia” revisionistica degli eventi nella storia della creazione della Genesi, rivelando una sfiducia gnostica del mondo materiale e il demiurgo che l’ha concepito. Un “dialogo di rivelazione angelica” emerge all’interno di questa narrazione in cui un angelo ripete ed elabora il frammento dell’autore del mito cosmogonico in un ambito molto più ampio, concludendo con una profezia storica della venuta del salvatore e della fine dei giorni.

Bentley Layton, professore di studi religiosi (antico cristianesimo) e professore di lingue e civiltà del Vicino Oriente (copto) all’Università di Yale, scrive: La realtà dei sovrani (‘Ipostasi degli arconti’) racconta la storia gnostica dalla creazione di Yaldabaoth giù fino a Noè e alla grande alluvione e si conclude con una predizione dell’avvento finale del salvatore, la distruzione dei poteri demoniaci e la vittoria degli gnostici. 

Come notato da Roger A. Bullard nel suo libro “L’ipostasi degli arconti: il testo copto con traduzione e commento“, l’inizio e la conclusione del testo sono cristiani gnostici, ma il resto del materiale è un racconto mitologico sull’origine e natura dei poteri arconali che popolano i cieli tra la Terra e l’Ogdoad, e come questi antichi eventi influenzano il destino dell’uomo.

Sebbene non sia collegato a questo punto, è possibile che i cosiddetti Arconti fossero in qualche modo collegati agli Anunnaki Antichi? Cibo per la mente. 

Secondo l’Ipostasi degli Arconti, questi sono i personaggi mitici:

Il genitore dell’intera società: l’invisibile spirito vergine

incorruttibilità 

Il bambino: presiede per intero 

I quattro luminari: Eleleth e altri tre  

Il vero essere umano 

La razza non domata 

Saggezza: Sophia o Pistis Sophia

Zoe (vita): figlia di Sophia

Yaldabaoth: Il capo sovrano chiamato anche Sakla e Samael

Sabaoth: uno dei primi sette discendenti di Yaldabaoth 

Adamo: il primo essere umano 

Eva: la moglie e la controparte di Adamo

Caino: il figlio di Eva generato dai governant

Abele: il figlio di Eva generato da Adamo 

Seth: un figlio per dio  

Norea: la figlia di Eva 

https://ancient-code.com/

®wld

Articoli correlati>

Norea la figlia di Eva

Sophia e gli Arconti

indagine sugli arconti

“ARCONTI”

L’autarchia mammona & gli dèi abusivi

images-duckduckgo-com

Per una teologia del castigo

Nell’Antico Testamento le sciagure sono il castigo riservato agli empi. Così i Proverbi:

Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali. (Pr 12,21)

O il Siracide:

Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico. (Sir 38,15)

Nei Vangeli, invece, Gesù si intrattiene coi lebbrosi e guarisce gli infermi. E ai suoi insegna:

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico. (Lc, 13,4-5)

L’idea che le disgrazie scaturiscano dalla trasgressione di un codice etico è delle due la più antica, essendo anche la più primitiva. In essa agisce non tanto la volontà di dare un ordine razionale a ciò che ci appare arbitrario, ma piuttosto l’illusione teleologica e consolatoria di una giustizia intellegibile – corrispondente cioè alla norma etica del momento – che governerebbe i destini degli uomini.

Vieppiù consolatoria – e quindi appagante, e quindi responsabile del suo successo – è la sua inversa funzione giustificante: se la disgrazia colpisce i peccatori, allora io che non ne sono colpito sono un giusto. E in quanto giusto, a me non può succedere. È difficile resistervi. Se Tizio muore prematuramente ci preoccupiamo di sapere se conducesse stili di vita sbagliati. Se è vittima di un incidente ci auguriamo sia stato imprudente, non sfortunato. In quanto ai poveri, giova sempre sapere – o immaginare – che non lavorano perché assenteisti o sfaticati, che si drogano, delinquono, frequentano compagnie sbagliate, non si lasciano aiutare ecc. Che se la sono cercata.

Per quanto umana e parto dell’umana fragilità, la colpevolizzazione delle vittime è però la deriva mentale non solo più ingiustificata e ripugnante, ma anche la più pericolosa:

1 – perché nell’offrire una finta causazione alla portata di tutti ostacola la ricerca delle cause naturali e quindi l’avanzamento delle conoscenze;

2 – perché celebra nelle ingiustizie i correttivi di una società che piace credere dura ma giusta, alimenta la fede nello status quo, fa delle opposizioni e delle lotte per l’avanzamento sociale un fastidio;

3 – perché esclude la compassione: se chi subisce il male sconta i propri errori, non bisogna compiangerlo ma anzi trarne soddisfazione per la giustizia che vi si compie e la conferma della propria immunità. Non è però qui un problema di buon cuore, essendo piuttosto l’immedesimarsi nei problemi altrui un razionalissimo motore di civiltà: i sani curano gli infermi nella prospettiva di ammalarsi, i giovani aiutano i vecchi nella prospettiva di invecchiare, chi sta in alto tende la mano a chi sta in basso nella prospettiva di cadere. Il moralismo, all’inverso, ci restituisce al mondo delle bestie per altra via.

4 – perché nel giustificare il male giustifica la violenza. I genocidi, le oppressioni e le stragi in grande scala sono tutti preceduti da una demonizzazione etica delle vittime per rendere accettabile l’enormità di quei fatti. I crimini per interesse restano circoscritti all’obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza.

Si immaginerebbe che la modernità abbia fatto i conti con queste devianze. In fondo millenni di filosofia e secoli di scienza non hanno dato una definizione univoca di libero arbitrio, né hanno dimostrato che esista. Pare comunque unanime che se gli individui fossero liberi di scegliere, e quindi di sbagliare, e quindi di meritare un castigo, questa libertà – posto che esista – sarebbe confinata in un margine infinitamente più ristretto di quanto non ci suggerisca il senso comune.

Nel dubbio possiamo quindi salvare convenzionalmente il concetto per formulare giudizi, educare la prole, amministrare la giustizia ecc. ma dovremmo avere la decenza intellettuale di non farne una priorità causale.

Accade invece il contrario, e anzi di peggio: che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui – che già sarebbe aberrante – ma a intere comunità: gli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani. Che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, che non pagano le tasse, che corrompono e si fanno corrompere, che accumulano debiti, che non sanno competere, che rifiutano il progresso, che chiagnono, fottono e non vogliono prendere la medicina. E ne scontano quindi il castigo.

È il principio della pena collettiva, che esce dalla porta dei diritti umani e rientra dalla finestra dei diritti economicamente sostenibili. O della Vergeltung, la rappresaglia nazista che si rivergina nel giro di pochi decenni. In questo caso però con le vittime impegnate non a denunciarne l’orrore ma a rivoltare le proprie fila per consegnare al boia i fratelli: i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti. Finché, parafrasando un noto paradosso, non resterà loro che consegnare sé stesse.

Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (ne abbiamo abbozzata una fenomenologia qui) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici. Con il duplice effetto di chiudere la via a un’analisi razionale delle cause per risolvere i problemi a cui si allude (v. punto 1) e di impedirci di vedere nella disgrazia degli altri il presagio della nostra (v. punto 3). Così ad esempio i giornalisti di un noto quotidiano economico che, avendo invocato la falce dei mercati nel 2011, ne assaggiavano il filo nel 2016. Cose che capitano se quando sale l’acqua in terza classe, nel salone delle feste si brinda a tutta pagina invece di denunciare la falla.

Il moralismo è il rifugio più penoso. Perché a qualsiasi altezza della catena ragionativa offre una via di fuga per attribuire la responsabilità delle proprie decisioni e analisi fallimentari a chi le subisce. Di quella catena è l’anello maleodorante, ciò che la rende feccia, superstizione, passe-partout dialettico alla portata di ogni pecora che, per un giorno, vuole farsi leone affondando i denti nella carne dei moribondi. Fosse anche la sua.

Nell’illusione di responsabilizzare gli altri, le interpretazioni morali deresponsabilizzano chi ne fa uso esonerandolo dal capire e agire secondo ragione. Anche perché, in una retorica cristallizzata come un catechismo dove a ogni male corrisponde il suo peccato, non c’è più niente da inventare. Si consideri il capitolo dedicato alle crisi. Semplice, diretto, universale – a prova di scimmia (ポカヨケ):

Subiamo la crisi… Per colpa…
… economica … della Prima Repubblica spendacciona, degli amministratori spreconi
… finanziaria … dei banchieri avidi
… occupazionale … dei giovani comodi e accidiosi, degli apprendisti esosi, dei vecchi viziati e fannulloni
… produttiva … degli imprenditori pavidi e piagnoni
… migratoria … degli italiani razzisti
… delle finanze pubbliche … dei furbetti dello scontrino
… dei servizi pubblici … dei corrotti
… dell’Europa … dell’egoismo tedesco
… della politica … del populismo

Questa rogna prospera anche perché aggredisce gli anticorpi che la dovrebbero contenere, cioè la logica e il pensiero scientifico, quest’ultimo infiltrato e piegato non già a ricercare le cause storiche, politiche, aritmetiche dei problemi, ma a ripresentarne circolarmente gli effetti per dimostrarne la natura peccaminosa. I meridionali stanno peggio? Quindi sono peggiori. I giovani non lavorano? Quindi non ne hanno voglia. L’Italia va male? Quindi ci si comporta male. Applicazioni che non differiscono in nulla dalle più famose craniometrie apologetiche dell’arianesimo.

Chi poi non fosse d’accordo, chi proponesse di sostituire la logica e i precedenti storici alla morale delle fiabe è invece complice del declino. Giustifica i peggiori, si direbbe. Ne fa senz’altro parte anche lui.

Abbattuta così ogni barriera immunitaria, il morbo si fa onnipotente e dal discorso si insinua nell’agire, paralizzandolo. La politica smette l’ambizione di tradurre le soluzioni in regole e si dà a quella, millenaristica e grottesca, di fustigare il vizio, amministrare l’espiazione, redimere le moltitudini. Nascono partiti e correnti per promuovere l’onestà, combattere l’odio, predicare la solidarietà e l’accoglienza, sanzionare gli egoismi (al plurale). Si prefiggono, nientemeno, di cambiare la mentalità dei popoli. Sono idealisti, predicatori, pedagoghi, psicoterapeuti, maestre d’asilo – tutto fuorché servitori di una res publica che deve anzi servire le loro visioni, essere all’altezza dei sogni che li invasano.

Questa inversione – la stessa del folle che pretende di ruotare il pianeta per avvitare un bullone – certifica l’impotenza della politica, cioè la sua morte. O per meglio dire, la perverte in qualcosa che è al tempo stesso nuovo e primordiale. Ne fa una casta sacerdotale, il middle layer di una teocrazia laica i cui dèi non posseggono la sostanza della divinità ma ne usurpano gli attributi: i grandi investitori, le banche centrali, i decisori non eletti, le commissioni e i patti transnazionali, le agenzie di rating e tutti coloro che, in forza di un’indipendenza ordinamentale sciaguratamente negletta dai più, rispondono solo al proprio capriccio.

Alla politica in senso lato (e quindi anche ai mezzi di informazione) spetta il compito etimologicamente re-ligioso di mediare la volontà degli pseudo-dèi, difenderla dalla blasfemia di chi vi si oppone, imporla e predicarla ai fedeli traendone una norma etica e un corollario di dogmi, feticci e virtù cardinali: competizione, produttività, libertà dei commerci, internazionalismo, intraprendenza, digitalizzazione… Ma più ancora deve nasconderne i danni dietro la cortina teologica del castigo e riversarne la responsabilità su un popolo indegno, irriconoscente e immaturo: “… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (ibid).

Un castigo giusto e meritato, si intende, sicché nessuna soglia è inaccettabile: nemmeno il sacrificio umano – salvo chiamare diversamente i suicidi e le morti premature che, in Grecia come altrove, hanno spento decine di migliaia di vite per compiacere gli autarchi di mammona: gli dèi abusivi, gli antagonisti della divinità (Lc 16,13). È fanatismo religioso, con l’aggravante di prostrare le masse a creature del fango e non del cielo, la cui forza sta tutta nella follia di chi ci crede e di chi, smarrito il giusto, lo cerca nella disgrazia degli altri.

Fonte diretta: http://ilpedante.org/post/per-una-teologia-del-castigo

Ps: i commenti all’interno del link sopra menzionato, sono molto interessanti.

Il libro di bronzo – Colebrook

La Bibbia Kolbrin:  il manoscritto che ha 3.600 anni riscriverà la storia

Tra le tante cose che narra la Bibbia Kolbrin, c’è la storia della creazione umana e menziona anche l’esistenza di antiche culture (civiltà) che hanno vissuto sulla Terra prima dell’arrivo di Adamo ed Eva. E’ forse uno dei testi antichi e più dibattuti che menziona l’esistenza di antiche civiltà sulla Terra altamente avanzate  prima storia scritta.

“In quei giorni, gli uomini avranno il Grande Libro scritto da altri esseri prima della loro comparsa e, [al loro ritorno], la saggezza sarà rivelata, pochi saranno presenti e radunati per l’ora della prova. Quegli intrepidi sopravviveranno … “Manoscritti 3:10

Mentre molte persone non sono consapevoli della sua esistenza, la cosiddetta Bibbia Kolbrin racconta la storia di antichi avvenimenti della storia dimenticata del genere umano. Alcuni dei resoconti scritti nella ‘Bibbia Kolbrin’, viene anche detto di prevedere la nostra storia scritta, mentre altri scritti predicono eventi catastrofici che devono ancora avverarsi per colpire la terra.  

La Kolbrin è considerata come una bibbia parallela alla classica Bibbia cristiana. Si crede possa includere dettagli affascinanti relativi ad alcuni passaggi, come il Diluvio e quello dell’Esodo. I testi Kolbrin menzionano anche ‘Il Distruttore’ come una figura chiave in entrambi gli eventi e descrive ancora numerosi eventi catastrofici che si devono ancora verificare.
 

La Bibbia Kolbrin è una raccolta di testi antichi nascosti per secoli e conservati da presunti gruppi segreti per quasi mille anni. Si dice che gli antichi testi sono stati recuperati da un incendio doloso all’Abbazia di Glastonbury nel 1184. Alcuni sostengono addirittura che visia una connessione profonda tra i testi antichi e Gesù Cristo.

Molti ricercatori concordano sul fatto che la ‘Bibbia’ Kolbrin sia un’antologia laica di almeno 3.600 anni. Viene detto che sono stati scritti allo stesso tempo, di quando è stato scritto il ‘Testamento’. E’ stato creato da numerosi autori che vanno dagli antichi egizi agli antichi Celti. Così come ci sono due parti – il vecchio e nuovo Testamento, le due parti che compongono il Kolbrin portano a un totale di 11 libri.

I primi sei libri della Bibbia Kolbrin sono stati scritti dagli antichi egizi, mentre i restanti libri erano stati ‘redatti’ dagli antichi sacerdoti celtici.
Molti credono che le parti più antiche del Bibbia Kolbrin siano state compilate dopo l’esodo, che secondo molti studiosi, si è verificato nel XV secolo a.C.

E’ considerato da molti come il primo documento giudaico/cristiano che enuncia la comprensione dell’evoluzione umana, il creazionismo e il disegno intelligente. I principi matematici della Kolbrin riflette l’interesse degli antichi druidi in astronomia e matematica e parla di cataclismi globali del passato.

Il testo antico narra anche la storia della creazione umana, menzionando l’esistenza di antiche culture che esistevano sulla Terra prima dell’arrivo di Adamo ed Eva.

La prima parte della Kolbrin contiene la storia della creazione che viene letta sia in forma religiosa, sia come un testo scientifico. Gli ultimi due libri della Kolbrin sono dedicati a Gesù.

È interessante notare che questo antico documento, chiamato anche il libro di bronzo o il Colebrook, descrive gli Angeli Caduti che sono anche menzionati nella Genesi, facendo riferimento a ‘mortali’ che hanno sposato le figlie di Adamo ed Eva e insieme hanno avuto dei bambini. Essa contraddice la credenza comune che gli esseri divini si siano incrociati moralmente con gli esseri umani.

Il Distruttore: una figura chiave per l’umanità 

La Bibbia Kolbrin  – 21st Century Master Edition

  • Manoscritti 3: 3

Nel passare dei secoli, certe leggi hanno operato sulle stelle nel cielo. I loro modi sono cambiati; c’è stato un gran movimento e agitazione, non sono state più costanti è apparsa nei cieli solo una grande luce rossa.

  • Manoscritti 3: 4

Quando il sangue cadrà sulla Terra, apparirà il Distruttore, e le montagne si apriranno eruttando fuoco e cenere. Gli alberi saranno distrutti e tutti gli esseri viventi inghiottiti. Le acque saranno inghiottite dalla terra, e mari ribolliranno.

  • Manoscritti 3: 6

Le persone in preda alla follia si disperderanno. Essi sentiranno il rombo e il grido di battaglia del distruttore e cercheranno rifugio all’interno di tane nelle viscere della terra. Il terrore corroderà il loro cuore e il loro coraggio scorrerà da loro come l’acqua da una brocca rotta. Essi saranno consumati dall’ira e dal soffio fiammeggiante del distruttore.

http://www.ancient-code.com/the-kolbrin-bible-a-3600-year-old-manuscript-that-will-rewrite-

history/  
Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da
 
Per saperne di più sulla Bibbia Kolbrin: