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La Peste Antonina

L’angelo della morte colpisce una porta durante la peste di Roma. Incisione di Levasseur secondo J. Delaunay.

 

di Kit Kennedy17 Aprile 2020 dal Sito Web ClassicalWisdom traduzione di Nicoletta Marino Versione originale in inglese Versione in spagnolo

 

Immaginate, se volete, che è l’anno 165 d.C.

A Roma ci sono due imperatori, Marco Aurelio e Lucio Vero, che governano insieme da quattro anni e la vita di ogni giorno è buona.

I nuovi imperatorie consentono la libertà di parola, sono popolari tra i militari romani e l’impero è stabile.

Cioè, fino a quando i Parti non invadono il Regno di Armenia.

Questo atto di guerra innesca un contrattacco romano, l’esercito romano chein genere fa rappresaglie. Allo stesso tempo, le tribù germaniche lungo i confini settentrionali iniziano le incursioni, quindi le invasioni dei territori settentrionali.

Nel giro di pochi mesi, il potente impero romano fu coinvolto in una guerra di massa su più fronti. È durante questi tempi già difficili che un nuovo nemico avrebbe invaso l’impero.

Fu un assalto molto più mortale e più silenzioso, e uno i cui effetti avrebbero sgomentato le pagine della storia mentre decimava la popolazione.

Roma fu attaccata dalla peste…

Di Thomas Cole Il decorso dell’Impero: Desolazione, 1836 (Per gentile concessione della New York Historical Society / Wikipedia)

È facile immaginare la scena; non è del tutto estraneo a quello che affrontiamo attualmente col Covid-19.

C’erano voci su ciò che stava accadendo in terre lontane, il governo si rivolse alla popolazione, ma prima che molti potessero fare piani e prepararsi, il loro stile di vita era sotto attacco.

La peste, che prende il nome dalla famiglia Antonina che ha dominato per tutta la durata della peste stessa, è apparsa per la prima volta nell’inverno del 165-166 a Seleucia da una fonte sconosciuta.

Rapporti dell’epoca suggeriscono che la peste fu diffusa dalle truppe dell’Impero Romano di ritorno dalle loro campagne nel Vicino Oriente.

Una volta contratta dall’esercito, si diffuse in tutti i territori dell’impero mentre le legioni si muovevano attraverso i villaggi e la campagna.

Dopo quattro anni di pestilenza, nel 169 d.C., Lucio Vero stava tornando a Roma con Marco Aurelio da Aquileia, quando contrasse la malattia. Anche se avrebbe confortato il fatto che suo fratello adottivo fosse al suo fianco, la morte di Lucio fu rapida.

La rapida dipartita dell’imperatore fu etichettata come “intossicazione alimentare”, anche se ora si ritiene che sia inaccurata.

L’Imperatore romano Antonino Pio (Caracalla) nel forte ricostruito a Saalburg, in Germania.

 

Galeno, il medico greco, descrisse i sintomi costituiti da febbre, diarrea e faringite.

Altri sintomi includevano la pelle che esplodeva in vesciche simili a bolle, alcune secche e altre piene di muco, che sarebbero apparse intorno al nono giorno. Galeno non ha identificato completamente la malattia o la sua origine, ma alcuni studiosi ritengono che questa piaga fosse il vaiolo.

Un’eccezione a questo è lo storico William McNeill, che afferma che la peste Antonina e la successiva peste di Cipriano (251ca – 271) avrebbero probabilmente potuto essere focolai di morbillo e vaiolo.

I sopravvissuti svilupparono una certa immunità a queste malattie, il che suggerisce che nessuna malattia era esistita prima del 165 d.C. nella civiltà romana.

Purtroppo, questa “grande” piaga, come la chiamava Galeno, sarebbe durata ancora per molti anni. Per quindici anni devastò l’Impero, dal 165-180 d.C.

Quando la malattia attaccò la città di Roma, circa nove anni dopo il primo focolaio, si ritiene che abbia causato fino a 2.000 morti al giorno, o con probabilità del 25% di morti per la popolazione di Roma.

Durante questa devastazione, si pensa che un terzo della popolazione sia stata uccisa dalla peste, questo include quelli nelle campagne e nell’esercito e con circa 5 milioni di morti attribuiti durante il suo regno del terrore.

Marco Aurelio e Lucio Vero, British Museum.

All’epoca non esistevano trattamenti o cure. Invece, ondate dopo ondate della malattia, la società romana ha rafforzato l’immunità ai suoi effetti.

Tuttavia, è interessante notare che una piaga con gli stessi sintomi stava affliggendo i regni di due imperatori Han nel Vicino Oriente:

  • Huan di Han (146-168)

  • Ling di Han (168-189)

Durante il governo di questi due imperatori, ci furono focolai nel 151, 161, 171, 173, 179, 182 e 185 – che sono date simili a focolai noti nell’Impero Romano, e sono stati suggeriti come collegati alla Peste Antonina in Eurasia.

Si sospetta che questa piaga abbia avuto origine in una parte sconosciuta e isolata dell’Asia centrale e che si sia diffusa in tutto l’impero cinese e romano con il crescere del commercio tra le due potenze.

La maggior parte di questo commercio è stato portato avanti con il commercio marittimo, che ha subito un danno “irreparabile” a causa della perdita di vite umane.

Pertanto, il commercio con il Sud-est asiatico ha subito un rallentamento drammatico e, sebbene il commercio di seta e spezie sia continuato nel IV secolo, non sarebbe mai tornato alla sua piena gloria.

Invece, l’eredità della peste Antonina sarebbe diventata evidente solo dopo il 500 d.C., con l’evoluzione del morbillo e i suoi effetti sul nostro DNA.

Il decorso dell’Impero (Serie di dipinti di Thomas Cole) Distruzione (1836)

Sebbene la peste Antonina avrebbe avuto poca influenza sulle arti o sulla cultura romana, i suoi effetti sociali e politici hanno lasciato un segno indelebile nelle pagine della storia.

Con esso, la peste fece suonare la campana della morte dell’Impero Romano e avrebbe preannunciato un periodo di costante sconvolgimento, tradimento e – alcuni sosterrebbero – follia per mano di un capriccioso dittatore.

Ma forse dovremmo anche ricordare l’effetto della peste sulla società romana. Tra il terrore e la confusione, i Romani finirono col credere alle menzogne, a comportarsi male e ad agire senza vera comprensione e onore.

I pensieri di Marco erano stati tormentati da un’altra pestilenza e, secondo i suoi scritti nelle Meditazioni, era profondamente turbato da ciò che osservava.

La sua amata Roma stava precipitando nel caos, negli atti sfrenati, negando i fatti a favore della finzione e scegliendo bugie invece della verità e della giustizia…

Forse abbiamo qualcosa da imparare dalla sua seguente riflessione:

“La vera buona fortuna sarebbe quella di abbandonare la vita senza mai incontrare disonestà, ipocrisia, autoindulgenza o orgoglio.

Ma il ‘prossimo miglior viaggio’ è morire quando ne hai avuto abbastanza. O sei determinato a abbandonarsi al male?

L’esperienza non ti ha nemmeno insegnato questo – per evitarlo come la peste? Perché è una piaga – un cancro mentale – peggio di qualsiasi cosa causata dall’aria contaminata o da un clima malsano.

Una malattia del genere può solo minacciare la tua vita; questa attacca il tuo essere umano”.Meditazioni, IX.2

Fonte: https://www.bibliotecapleyades.net/

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Antonino Pio Imperatore: Una rarità nella vecchia Roma

 

Osama Shukir Muhammed Amin FRCP(Glasg) [CC BY-SA 4.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Premessa – ndr – corsivo della premessa mio:

Mi viene sempre detto: “mai una gioia”, ebbene oggi dopo aver pubblicato l’articolo precedente “La Mantide” che divora qualsiasi cosa compreso il suo partner, non certo legato all’insetto ma al suo agire, agire che sembra sia molto in auge nella politica nostrana. 
 

Ebbene, oggi vi voglio parlare di un nostro antenato e più precisamente di un Imperatore Romano del I° secolo d.C. “Antonino Pio”. Ho fatto una ricerca per trovare qualcosa di positivo nella nostra millenaria Storia.

Buona Lettura

Antonino Pio: il più grande imperatore romano di cui non hai mai sentito parlare  

Antonino Pio: il più grande imperatore romano di cui non hai mai sentito parlare

Antonino Pio, sebbene imperfetto, governò per lo più con prudenza, contenzione e moderazione.  

Nel libro della Genesi, Dio accettò di non distruggere Sodoma se Abramo avesse trovato lì 10 persone giuste. Abramo fallì e Dio cancellò la città dalla faccia della terra.

Più recentemente (e molto meno importante), il mio amico ed ex presidente della Fondazione per l’Educazione Economica Larry Reed ha lanciato una sfida simile: mi ha chiesto di identificare un buon imperatore romano, oltre a Marco Aurelio. Mi sono subito sentito un po’ come Abramo, che cercava freneticamente un ago in un pagliaio. Per fortuna, Larry non ha minacciato di distruggere Roma se la mia ricerca fosse fallita.

Imperatori romani

Ma è stato comunque uno sforzo difficile perché la maggior parte degli imperatori romani, almeno in certi punti della loro vita, erano poco più che megalomani omicidi troppo disposti a scatenare guerre a proprio vantaggio e ad eliminare le libertà dei romani. Questo vale anche per gli imperatori più venerati, tra cui Augusto, Adriano e Costantino.

Dopo aver accettato la sfida di Larry e aver riflettuto su di essa, alla fine venne in mente un imperatore: Antonino Pio. Mentre imperfetto, per la maggior parte, Antonino governava con prudenza, contenzione e moderazione. È conosciuto come uno dei cosiddetti “cinque buoni imperatori”, ma il suo nome è sopravvissuto nella relativa oscurità perché la storia è spesso più gentile con conquistatori ambiziosi e grandi costruttori rispetto a quelli che rispettano la libertà e governano con il cuore di un servo. 

“Antonino capì che se avesse governato giustamente per l’imperatore sarebbe stato un grande sacrificio, non una manna.”  

Nato nell’86 d.C., Antonino proveniva da una famiglia influente e ricca. All’inizio della sua vita, ha goduto di una carriera di successo come amministratore pubblico. Ma quando la salute dell’Imperatore Adriano iniziò a vacillare, chiamò Antonino suo erede anche se Antonino non avrebbe voluto l’onore. In effetti, Adriano presumibilmente riconobbe che Antonino era “lungi dal desiderare tale potere”, ma tuttavia credeva che avrebbe “accettato l’ufficio anche contro la sua volontà”.

Non molto tempo dopo, Adriano morì e Antonino divenne imperatore. Quando Antonino assunse l’incarico, disse a sua moglie: “Ora che abbiamo guadagnato un impero, abbiamo perso anche quello che avevamo prima.” Queste parole mostrano che Antonino capì che se avesse governato giustamente per l’imperatore sarebbe stato un grande sacrificio, non un manna.

Regola di Antonino

Antonino si dimostrò un sovrano indulgente e scrupoloso. Uno dei suoi primi atti da imperatore fu l’annullamento di alcuni decreti finali di Adriano. Il malato romano aveva condannato un numero imprecisato di senatori, ma Antonino optò per la misericordia e liberò gli uomini. Secondo alcuni storici, questo è il motivo per cui il Senato ha conferito la denominazione di “Pio” ad Antonino. Ma il nuovo imperatore non risparmiò semplicemente i nemici degli altri. Quando si formò una cospirazione contro di lui, il Senato, non Antonino, perseguì il tentato usurpatore, ma Antonino proibì di indagare sui cospiratori ribelli. Oltre a questi atti di misericordia, Antonino abolì anche l’impiego di informatori e annunciò che nessun senatore sarebbe stato giustiziato durante il suo regno.

Mentre accettava alcuni onori, incluso il cognomen di Pio, ne respingeva altri. Ad esempio, il Senato e il popolo romano adorarono così tanto Antonino che si offrirono di rinominare il mese di settembre dopo di lui, ma rifiutò categoricamente l’onore. Anzi, Antonino sembrava spesso evitare la grandezza del suo ufficio. Vendette terre imperiali, ridusse o eliminò i salari superflui e visse nelle sue ville piuttosto che nelle proprietà imperiali. Non ha mai nemmeno viaggiato oltre la Campania durante il suo regno perché credeva semplicemente di non poter giustificare il drenaggio del tesoro pubblico per i viaggi.

“Mentre molti conflitti sono scoppiati durante il suo lungo regno, molti erano di natura difensiva.”  

“Antonino non cercò di aumentare in modo massiccio il dominio di Roma.”  

Antonino era frugale anche in altri modi. Ha sorvegliato coscienziosamente il tesoro pubblico riducendo contemporaneamente le confische e il carico fiscale dei suoi sudditi. In più di un’occasione, ha scelto di spendere risorse personali per sostenere l’impero. Ad esempio, ha contribuito con denaro per riparare i progetti di costruzione di Adriano e, durante una carestia, ha fornito gratuitamente vino, olio e grano ai romani a proprie spese. Gestì con tanta prudenza le finanze dello stato che, quando morì, lasciò il tesoro pubblico con un enorme surplus: una rarità nella vecchia Roma.

Parte di questo surplus sembra essere correlato all’avversione di Antonino nei confronti dei progetti di vanità e di guerre inutili. Come molti imperatori, era un costruttore, sebbene non quasi al livello degli altri, e i suoi progetti di costruzione non sembrano essere stati progettati per glorificarsi, almeno non apertamente. E mentre sono scoppiati diversi conflitti durante il suo lungo regno, molti erano di natura difensiva. Inoltre, Antonino non ha cercato di aumentare notevolmente il dominio di Roma. Durante il suo mandato si verificarono solo due piccoli avanzamenti, in Britannia e Germania, ma sembra che la sua logica potesse essere stata, almeno in parte, quella di adeguare i confini in modo che i romani potessero difendere più economicamente la frontiera.

Un imperatore virtuoso

A differenza di molti dei suoi predecessori e successori, Antonino sembrava prendersi cura legittimamente dei suoi sudditi e dello stato. Ha istituito una dotazione per sostenere le ragazze orfane e colpite dalla povertà; prestava denaro personale a un tasso di interesse del quattro per cento (un tasso basso al momento) a chi era nel bisogno; non ha avviato alcuna persecuzione cristiana e ha cercato di restituire prestigio e rispetto al Senato. In effetti, il suo unico grande errore è stato il fatto di aver degradato il denario romano d’argento di circa il cinque percento per finanziare una grande celebrazione.

A parte questo passo falso, si potrebbero scrivere volumi sulle virtù di Antonino. La sua vita è forse meglio riassunta dal suo successore, Marco Aurelio, che descrisse Antonino come un uomo radicato, introspettivo e umile, rispettoso delle libertà altrui. Aurelio scrisse: “Sebbene tutte le sue azioni fossero guidate dal rispetto del precedente costituzionale, non avrebbe mai fatto di tutto per corteggiare il riconoscimento pubblico di questo”.

Il biografo di Antonius, Giulio Capitolino, allo stesso modo ha brillantemente registrato:

“Quasi solo di tutti gli imperatori [Antonino] visse del tutto privo di macchia non essendosi mai macchiato del sangue di un cittadino o di un nemico per quanto era in suo potere.“

di Marc Hyden

Marc Hyden è un attivista politico conservatore e uno storico romano dilettante.

Fonte: https://fee.org/

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Ermete Trismegisto: un nome avvolto nel mistero

Chi era Ermete Trismegisto?

Detto di aver creato il CorpettoErmetico, una serie di testi sacri che sono alla base dell’ermetismo, Ermete Trismegisto è un nome avvolto nel mistero.

Molti autori lo associano al dio greco Hermes, così come al dio egiziano Thoth. Thoth, ad esempio, era fortemente associato alla conoscenza. Nella mitologia egizia, Toth plaid un ruolo cruciale nel mantenere l’ordine nel cosmo. Thoth era fortemente associato alla magia, alla scrittura e allo sviluppo della scienza.

Nell’antica mitologia greca, Ermes veniva indicato come il Dio della religione e della mitologia. Fu spesso ritratto come emissario e messaggero degli Dei. Hermes è identificato con il dio romano Mercurio.

Un collegamento egiziano

Ermete Trismegisto è spesso menzionato nella letteratura occulta come saggio egiziano, parallelo al dio Toth che creò l’alchimia e sviluppò un sistema di credenze metafisiche che oggi sono conosciute come ermetismo.

Per molti pensatori medievali, Ermete Trismegisto era un profeta pagano che annunciò l’avvento del cristianesimo.

Corpus Hermeticum: prima edizione latina, di Marsilio Ficino, 1471 d.C., un’edizione appartenuta in precedenza alla Bibliotheca Philosophica Hermetica, Amsterdam. Immagine di credito: Wikimedia Commons.

Tavolette di smeraldo e Sir Isaac Newton

Gli studi di alchimia sono stati fortemente collegati a lui, così come la tavoletta di smeraldo, che è stata persino tradotta dal latino all’inglese di Isaac Newton.

Questa è la traduzione di Emerald Tablet di Isaac Newton. È stato scoperto tra i suoi documenti alchemici attualmente ospitati nella King’s College Library, Università di Cambridge.

È vero senza mentire, sicuro e vero.
Ciò che è sotto è come ciò che è sopra e ciò che è sopra è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa 

E come tutte le cose sono state e sono nate da una con la mediazione di una: così tutte le cose nascono da questa cosa per adattamento. 

Il Sole è suo padre, la luna è sua madre, il vento lo ha portato nel suo ventre, la terra è la sua nutrice.
Il padre di ogni perfezione nel mondo intero è qui. La sua forza o potenza è intera se convertita in terra. 
 

Separa tu la terra dal fuoco, il sottile dal grossolano dolcemente con la grande industria.
Salita dalla terra al cielo e di nuovo scende verso la terra e riceve la forza delle cose superiore e inferiore. 

Con questo mezzo avrai la gloria di tutto il mondo e quindi tutta l’oscurità volerà da te. 

La sua forza è soprattutto forza. Perché sconfigge ogni cosa sottile e penetra in ogni cosa solida.  

Così è stato creato il mondo. 

Da questo sono e arrivano ammirevoli adattamenti in cui i mezzi (o processi) sono qui in questo. Quindi sono chiamato Hermes Trismegist, con le tre parti della filosofia di tutto il mondo
Ciò che ho detto dell’operazione del Sole è compiuto e concluso. 

La filosofia è anche fortemente legata a Ermete Trismegisto.

Tuttavia, a causa della mancanza di prove conclusive sulla sua esistenza, la figura storica è stata costruita fittiziamente dal Medioevo fino ad oggi, specialmente dal risorgere dell’esoterismo.

Gli alchimisti europei consideravano la tavoletta smeraldo come il fondamento della loro arte e della sua tradizione ermetica.

Secondo antiche credenze egiziane, gli dei governavano l’antico Egitto prima dei faraoni mortali. Queste divinità alla fine hanno civilizzato le regole mortali trasmettendo loro la conoscenza.

Il dio egizio Thoth era il dio della saggezza e il patrono dei maghi. Era anche il guardiano e il commesso degli archivi che conteneva la conoscenza degli dei.

Clemente di Alessandria stimò che gli Egizi possedessero quarantadue scritti sacri, che contenevano tutti gli insegnamenti dei sacerdoti egizi. Clemente di Alessandria era un teologo cristiano che insegnava alla Scuola di catechesi di Alessandria

Hermes Trismegistus è stato infine accreditato con decine di migliaia di scritti, che erano reputati di immensa antichità. Per esempio, il Timeo e Critia di Platone descrivono che nel tempio di Neith a Sais si potevano trovare innumerevoli sale segrete che custodivano documenti storici che erano stati tenuti lì per almeno 9.000 anni.

La fusione di due dei 

Alla fine, Hermes, il dio greco, e Thoth, la controparte egiziana, furono uniti come uno, diventando il patrono di Astrologia e Alchimia.

L’Asclepio e il Corpus Hermeticum sono i più importanti dell’Hermetica, gli scritti superstiti attribuiti a Ermete Trismegisto.

Alla fine, durante il Rinascimento, molti studiosi vennero ad accettare che Ermete Trismegisto era un contemporaneo di Mosè. Alla fine, questa idea svanì dopo che fu scoperto che gli scritti ermetici furono scritti non prima del secondo o terzo secolo d.C.

Si crede anche da alcuni autori come Sayyid Ahmed Amiruddin che Hermes Trismegisto sia il costruttore delle piramidi di Giza

Altri studiosi propongono una connessione tra Ermete Trismegisto. E il Profeta Muhammad.

Il Profeta Muhammad, che si ritiene abbia viaggiato nei cieli nella notte di Isra e Mi’raj, possa essere un diretto discendente di Ermete Trismegisto, affermano i genealogisti arabi. Ibn Kathir, uno storico molto influente, esegeta e studioso durante l’era mamelucca in Siria, disse:

“Per quanto riguarda Idris … Egli è nella catena genealogica del Profeta Muhammad, tranne che secondo un genealogista … Ibn Ishaq dice che fu il primo a scrivere con la Penna. Ci fu un intervallo di 380 anni tra lui e la vita di Adamo. Molti studiosi sostengono che fu il primo a parlare di questo, e lo chiamarono Tre Ermi-Ermete [Ermete Trismegisto], “- Ismail ibn Kathir (fonte).

Il corpus ermetico

Si crede comunemente che gli Hermetica siano testi di saggezza greco-egizia risalenti al II secolo dC e forse anche più tardi.

Questi scritti sono spesso presentati come dialoghi in cui un insegnante, solitamente identificato come Ermete Trismegisto, illumina un discepolo. I testi sono considerati la base dell’ermetismo. Discutono del divino, del cosmo, della mente e della natura. Alcuni toccano l’alchimia, l’astrologia e concetti correlati.

https://www.ancient-code.com/who-was-hermes-trismegistus/

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Alarico Re di tutti

 Il Re Cristiano: Alarico era giudeo, chi glielo spiega a Hitler? 

Gettate la rete dall’altra parte della barca, e troverete. E’ una pesca miracolosa quella che il redivivo Gesù, nel Vangelo di Giovanni, promette agli apostoli increduli: se volete pesce, calate le vostre reti sul fianco destro dell’imbarcazione. Linguaggio cifrato: la verità ti attende dove mai avresti pensato che fosse – magari dentro di te, nell’emisfero destro del cervello? Tra le pagine (romanzesche) dedicate a un personaggio devotissimo all’uomo di Betlemme – il “Re Cristiano”, appunto, in azione trecento anni dopo gli eventi evangelici – Gianfranco Carpeoro avverte: li state cercando dalla parte sbagliata, i resti del mitico sovrano dei Visigoti, l’autore del primo Sacco di Roma.

Lui, Alarico, recava scritto già nel suo nome il proprio destino: “Re di tutti”, in lingua norrena proto-germanica. “Re di tutti”, tant’è vero che non voleva affatto radere al suolo Roma: al contrario, ambiva a diventarne l’imperatore. Per questo, lasciata la città (non saccheggiata da lui, ma dai detenuti liberati) si portò via l’augusta principessa discendente della “gens Flavia”, Galla Placidia, sua promessa sposa, insieme a cui si spinse in Calabria per poi attraversare il Mediterraneo: diretto in Africa o a Gerusalemme? Morì a Cosenza, di malaria o avvelenato. Fu sepolto insieme al suo tesoro, a lungo inutilmente cercato – anche da Hitler. E adesso chi glielo spiega, al Führer, che forse il suo Alarico era addirittura un giudeo?

Avete sempre scavato dalla parte sbagliata, scrive Carpeoro, perché Alarico non era un barbaro germanico: era romanizzato e cristiano, sia pure di confessione ariana. E forse addirittura ebreo, discendente nientemeno che dalla Maddalena e da Giuseppe di Arimatea, il misterioso armatore che riscattò il corpo di Cristo da Pilato. L’oscuro Giuseppe d’Arimatea, cioè l’uomo che poi, si racconta, nel Primo Secolo guidò la spedizione navale che portò in Europa il Cristianesimo, tramite lo sbarco in Provenza delle “Marie venute dal mare” guidate proprio da Maria di Magdala, il cui vero nome – Miriam – è quello che tuttora i Gipsy attribuiscono alla loro regina, consacrata ogni anno a Saintes-Marie-De-La-Mer, in Camargue. Ma che c’entrano, i Goti, con i profughi palestinesi di origine semitica, probabilmente giudei, che raggiunsero le coste meridionali della Francia dopo i fatti di cui parlano i Vangeli? C’entrano eccome, se è vero che i Goti discesi dal Baltico e spintisi a ovest del Danubio – i Derving – poi cambiarono nome, secondo l’abate calabrese Gioacchino da Fiore, adottando la “M” di Miriam per diventare Merovingi, dinastia regale. 

E’ così strano pensare che un popolo erratico di origine baltica, poi attestatosi in Francia, sia entrato in contatto con i proto-cristiani di Palestina? Certo che no, se si pensa che i Goti furono in gran parte cristianizzati, già nel Quarto Secolo. Ma attenzione: non erano cattolici, erano seguaci di Ario.

Corrente gnostica, secondo cui Cristo è “figlio di Dio” esattamente quanto noi, ciascuno avendo in sé la propria quota di divinità, l’Arianesimo (bocciato nel 325 dal Concilio di Nicea insieme a tutti gli altri cristianesimi non cattolici) ebbe un vastissimo seguito, specie nell’Europa balcanica popolata dai Goti, all’epoca reduci dal Medio Oriente turco: il loro primo vescovo, Wulfila, a partire dall’anno 348 tradusse la Bibbia in lingua gotica. E’ proprio lui, Ulfila, che apre il romanzo meta-storico di Carpeoro, svelando al giovane Alarico il senso profondo e segreto della sua missione: conquistare la regalità nella giustizia, proprio nel nome della mitica antenata Miriam. Simbologo e studioso dei Rosacroce, Carpeoro fa discendere quel “mandato ancestrale” (il governo terreno illuminato dall’alto) direttamente dalla Bibbia: è il compito che Abramo riceverebbe dal misterioso Melchisedek, “Re di Giustizia”, al quale chiede di essere autorizzato a regnare sugli ebrei. 

E’ il mandato che poi Giuda riceverà a sua volta da Giacobbe-Israele, che descrive le doti del figlio con i tre colori della bandiera italiana. Nella tradizione, proprio il bianco, il rosso e il verde designeranno il contenuto simbolico della discendenza di Davide, fino a tradursi nelle virtù teologali cristiane (fede, speranza e carità). Valori che il potere del mondo ha bandito, ma che qualcuno – in nome di Cristo – ha provato a restaurare? Anche indossando i panni, germanici ma romanizzati, dell’inquieto sovrano dei Goti dell’Ovest?

E’ la tesi attorno a cui si interroga Carpeoro, avvicinando il lettore ai primissimi secoli attraverso l’espediente letterario del noir, impersonato dall’anomalo ricercatore milanese Giulio Cortesi, appassionato di musica e soprattutto di cucina. Come già nel “Volo del Pellicano” e poi in “Labirinti”, Cortesi è vegliato dal suo ruvido angelo custode, il commissario Amedeo Bertossi, il cui mestiere non è inseguire fantasmi del passato, ma brutali assassini in carne e ossa. Killer contemporanei, che questa volta fanno fuori un professore – tedesco – che aveva scoperto qualcosa di sconcertante sulla vera identità di Alarico. Un’intuizione fondamentale, imbarazzante e molto pericolosa, che porta dritto anche alla precisa ubicazione della leggendaria sepoltura del condottiero.

Se Cosenza è tuttora alla ricerca del Tesoro di Alarico su quella che era la riva pagana del Busento, Carpeoro – che è cosentino di nascita – cita il conterraneo Vincenzo Astorino per suggerire che le spoglie del sovrano vanno cercate sulla sponda opposta del fiumicello, quella che all’epoca era cristiana, dove sorgeva l’antichissima chiesetta di San Pancrazio, oggi interrata dai detriti alluvionali. Secondo la leggenda – e la poesia di August von Platen, tradotta da Carducci –quel piccolo corso d’acqua avrebbe addirittura sommerso il Re dei Goti, inumato (come poi Attila) insieme al suo cavallo nel letto del torrente, deviato per l’occasione. 

A decrittare anche quei versi ottocenteschi – scomponendoli, in un gioco enigmistico – provvede, nel romanzo, la favolosa équipe di cui si avvale Cortesi: il professore torinese e il suo amico simbologo, l’anziano architetto milanese che tiene in casa un Caravaggio non censito, e poi il vero “aiutante magico”, Fra’ Tommasino, il decano dell’Abbazia di Chiaravalle, “coadiuvato” (in sogno) da Cecilia, la ragazza amata dall’immenso pittore Giorgione, sulla cui “Tempesta” la critica non ha finito di arrovellarsi.

Una trama agile e avvincente, piena di colpi di scena giocati tra Milano e la Calabria, riesce a trasportare il lettore tra le brume meno esplorate degli ultimi decenni dell’Impero Romano, dato già per morto quando invece era ancora enorme l’impronta di un grande imperatore come Teodosio. E’ proprio nella guerra di successione che si inserisce l’apparente outsider “germanico” Alarico, che contende Galla Placidia al figlio del suo altrettanto apparente antagonista, il generale Stilicone, accanto al quale ha anche combattuto per difendere Roma. Alarico? Era sì il Re dei germanici Dervingi, ma anche un cittadino romano, promosso addirittura governatore dell’Illiria. E non era pagano: era cristiano. Di più: era ariano, devoto al vescovo Ulfila. 

Se poi il termine “ariano” ha assunto tutt’altro significato, lo si deve all’Uomo Nero, Hitler, che – in nome del mito della purezza razziale – spedì a Cosenza gli archeologi di Himmler e cercare, inutilmente, le spoglie (e il tesoro) del loro presunto campione germanico. Quello è il modo in cui la lettura distratta della storia può deviare dalla verità, coniando stereotipi e luoghi comuni che poi innescano dinamiche che finiscono sempre nello stesso modo, cioè con una strage di massa. 

Ne sa qualcosa il sinistro Rudolf von Sebottendorff , il vero fondatore del nazismo “etnico”, il cui spettro si presenta puntuale all’appuntamento coi lettori di Carpeoro – che non è uno storico, ma un simbologo: nella storia, cerca quello che gli storici non dicono, e forse non vedono. Per esempio: perché Alarico, conquistata Roma, porta con sé Galla Placidia? E perché, se voleva dirigersi in Africa, non è salpato da qualsiasi porto tirrenico, spingendosi invece fino a Reggio Calabria, cioè verso la rotta ionica del Medio Oriente? Aveva forse con sé qualcosa di prezioso, che – come poi i Templari – doveva essere “rimesso al suo posto”, cioè nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, simbolo dell’unità pacifica di tutti i popoli della Terra?  

“Il Re Cristiano” (l’acronimo è R+C, Rosacroce) è un romanzo per chi ama le domande, più che le risposte. E’ il sequel della storia che lo precede, “Labirinti”, e in fondo disegna un altro dedalo: come Teseo ha bisogno dell’amore di Arianna per uscire vivo dal labirinto del Minotauro, il valoroso Alarico deve avere al suo fianco Galla Placidia. Non riuscirà a portare a termine la missione, morendo ancora giovane senza poter instaurare il suo “regno di giustizia” a Roma? Ma la storia non finisce lì, avverte Carpeoro.  

Vi siete mai chiesti chi fosse, davvero, Galla Placidia? Perché era così ambita, importante, decisiva? Vi siete mai domandati perché si fece erigere lo spettacolare mausoleo funebre a Ravenna, poi scegliere di essere sepolta altrove? Cosa nasconde, allora, il Mausoleo di Galla Placidia? E perché proprio lì, a due passi – come fosse un “guardiano della soglia” – volle farsi seppellire Dante Alighieri, amico dei Càtari e dei Templari, nonché capo della confraternita iniziatica dei Fidelis in Amore? Sono solo domande, non risposte. Ma quelle, del resto, spesso mancano anche agli storici. E appunto, a proposito di Goti: qualcuno s’è mai chiesto perché si chiamino “gotiche” le meravigliose cattedrali che ornano le capitali europee, erette mille anni dopo Alarico? E dunque: cosa salterebbe fuori, magari proprio a Cosenza, se qualcuno prima o poi si decidesse a gettare la rete “dall’altra parte”? 

(Il libro: Giovanni Francesco Carpeoro, “Il Re Cristiano”, Melchisedek, 272 pagine, 22 euro). 

Fonte: http://www.libreidee.org/

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Quanta ricchezza controlla il Vaticano? 

Di Isaac Davis
03 agosto 2017
Dal sito WakingTimes

Una delle 7 monarchie assolute restanti del mondo, è la Città del Vaticano nel cuore di Roma, Italia, è una città particolare all’interno di un’altra città e uno dei luoghi più ricchi della terra.

Se non sei mai stato al Vaticano, che è in realtà una nazione sovrana, di certo non avrai mai visto la sua incredibile ricchezza di proprietà della Chiesa cattolica, ma quanto vale veramente il Vaticano?

La famiglia Rothschild si crede detenga cinque volte più ricchezze degli 8 miliardari privati ​​del mondo, ma quando si tratta del Vaticano, è molto più difficile valutare la sua ricchezza complessiva.

In realtà, è praticamente impossibile individuare la ricchezza del Vaticano, in quanto la somma totale dipende notevolmente da come si aggiunge il patrimonio e le affiliazioni con le chiese di tutto il mondo, così vale anche su chi se lo chiede.

Ad esempio, un’indagine del 1987 sulle finanze del Vaticano da parte della rivista Forbes, afferma che il Vaticano era quasi in banca rotta, ha speso annualmente quasi del doppio delle sue entrate.

“In tutto il suo splendore, il Vaticano era quasi fallito.

L’anno scorso la Santa Sede, il centro amministrativo della Chiesa e la capitale spirituale dei suoi membri, ha assorbito $ 57,3 milioni da fonti diverse,

  • Tasse per le cerimonie
  • Reddito da pubblicazioni
  • Annunci giornalieri
  • Vendita di videocassette
  • Sorprendentemente un investimento “modesto”

… guadagni di $ 18 milioni.

Con gli investimenti di circa 500 milioni di dollari, il Vaticano comanda meno risorse finanziarie di molte università americane”.

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Questo è difficile da comprendere quando si considera la pura estravaganza materiale che si svolge all’interno delle proprietà che contiene e delle migliaia di inestimabili opere d’arte e d’oro.

Il Vaticano è composto da due grandi entità:

  • Città del Vaticano
  • La Santa Sede

Secondo quanto stimato da Forbes, la ricchezza del Vaticano è nominale, solo nelle centinaia di milioni quando si fa factoring negli investimenti dell’entità e nei vari fondi.

“Il Vaticano comprende due amministrazioni separate, la Città-Stato e la Santa Sede.

Lo Stato della Città del Vaticano, è un’enclave di 108,7 acri all’interno della città di Roma – l’ultimo resto degli Stati Papali un tempo potenti – e fiorenti finanziariamente.

Il suo governo fornisce servizi comunali per la più piccola nazione sovrana del mondo.

La Città-Stato mantiene anche il Museo Vaticano e gestisce una forza di sicurezza di 200 uomini, con un plotone di guardie svizzere provviste di lance.”

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La Santa Sede è,

Un’entità sovrana indipendente, che tiene l’enclave della Città del Vaticano a Roma come territorio sovrano, mantiene rapporti diplomatici con altri Stati”.

Impiegando diverse migliaia di operai che hanno il compito di mantenere e garantire i locali e i membri del clero, la Santa Sede serve come punto centrale per la Chiesa cattolica in tutto il mondo.

Mentre i costi del lavoro sono alti, il Vaticano sostiene che i suoi membri più alti lavorano ancora per le “noccioline”.

“Comunque, la sfrontatezza superiore del Vaticano dice di lavorare solo per le noccioline.

Alcuni cardinali fanno un minimo di 20.000 dollari all’anno e 30 gesuiti nei posti più alti di Radio Vaticana accettano volontariamente gli stessi stipendi dei padroni di casa, circa 11.000 dollari.

I cardinali hanno ricchi vantaggi, compresi appartamenti sontuosi a prezzi imbattibili.”

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Proseguendo velocemente fino al 2015, in una un’analisi della CNN Money della Banca Vaticana suggerisce che la stessa detiene circa 8 miliardi di dollari più beni, che includono un numero di risparmi personali di molti dipendenti del Vaticano.

“I conti della Banca Vaticana dovrebbero essere detenuti solo dai residenti del personale della Città del Vaticano e della Chiesa.

Ma secondo Gerald Posner, uno studioso della banca del Vaticano e l’autore di “Banchieri di Dio”, questi conti sono stati spesso assegnati a potenti funzionari italiani che cercano di raccogliere denaro senza pagare le tasse”.

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Guardare la ricchezza del Vaticano sulla carta è anche abbastanza fuorviante.

Il Time Magazine Ha eseguito questa valutazione della ricchezza del Vaticano nel 1965, offrendo una stima della ricchezza totale, che a quel tempo ha raggiunto decine di miliardi di dollari.

“Le migliori indagini dei banchieri riguardo alla ricchezza del Vaticano sono quelle di aver messo dai 10 miliardi ai 15 miliardi di dollari.

Di questa ricchezza, i titoli italiani sono di soli 1,6 miliardi di dollari, il 15% del valore delle azioni quotate sul mercato italiano. Il Vaticano ha grandi investimenti in banche, assicurazioni, prodotti chimici, acciaio, costruzione, immobiliare.

I dividendi contribuiscono a pagare le spese del Vaticano e le associazioni di beneficenza come portare aiuto a 1.500.000 bambini e fornire una certa quantità di cibo e abbigliamento a 7.000.000 di bisognosi italiani.

A differenza degli azionisti ordinari, il Vaticano non paga imposte su questi redditi, L’espresso di Roma, la settimana scorsa lo ha chiamato “La più grande evasione fiscale italiana”.

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In altre parole, le stime di questo luogo e la relazione contemporanea su questo argomento è piuttosto sottile.

Un’altra dimensione di tutto questo è il valore puro di tutte le inestimabili opere d’arte ospitate nella Città del Vaticano. La stima del valore di tutto questo in termini di dollari è impossibile da valutare, ma guardando una sola opera d’arte ben nota, la Cappella Sistina, ci si rende conto di quanto sia difficile valutare tutto questo.

Le stime vanno da 400 miliardi di dollari fino a 2 trilioni di dollari solo per questo capolavoro.

Per quanto riguarda i valori immobiliari delle proprietà detenute dal Vaticano, una stima del 2004 ha affermato che il numero era poco meno di un miliardo di dollari.

“Secondo l’AP di Nicole Winfield, il settore immobiliare della Santa Sede nel 2004 aveva un valore di circa 900 milioni di dollari – prima del botto immobiliare.

Ciò non comprende la Basilica di San Pietro e la Cappella Sistina, ma anche se entrambi i siti sacri si aggiungesse in un altro miliardo, non ci si avvicinerebbe a coprirlo”.

fonte

Insomma, nessuno sa veramente chi controlla la ricchezza della Chiesa cattolica, il segreto dell’organizzazione e l’ombra dei fatti che la circondano relativi alla  sua ricchezza, gli investigatori continuano a condurre una selvaggia ricerca.

Il flusso di cassa del Vaticano è nelle centinaia di milioni all’anno, le cui partecipazioni della banca vaticana sono forse di circa 15 miliardi di dollari, le proprietà detenute dal Vaticano possono valere più di un miliardo di dollari, considerando anche che la chiesa possiede il più grande e prezioso negozio del mondo delle opere d’arte…

Fonte: http://www.bibliotecapleyades.net/

Traduzione e adattamento: Nin.Gish.Zid.Da

La Vacca da Latte

Il fallimento dell’acqua privatizzata: la strana emergenza idrica di Roma

posted by Ulrich Anders

Strane coincidenze in questi giorni. Il governatore PD del Lazio Zingaretti parla di crisi idrica e a stretto giro di posta da un lato Acea ventila ipotesi di razionamento con sospensione di ben 8 ore della fornitura di acqua potabile a 1,5 milioni di romani, dall’altro qualche giornalistucolo prezzolato e blog dipendente (dipendente da chi li finanzia) lancia l’attacco alla “fallimentare” gestione pubblica dell’acqua. Si invoca il privato puntando il dito sulle “dispersioni idriche” responsabili della penuria. Non riportiamo le citazioni dei giornalistucoli solo per non fare pubblicità gratuita a questi squallidi personaggetti del sottobosco dell’informazione italiana al soldo dei potentati.

Noi di SE siamo soliti informarci prima di parlare. Le nostre conclusioni sono che non c’è nessuna emergenza idrica a Roma (il famoso lago di Bracciano fornisce solo l’8% della fornitura idrica romana con un prelievo equivalente a 1 mm al giorno), ma soprattutto che l’acqua di Roma è tutto fuorché a gestione pubblica. Questo è il punto chiave della vicenda.

Acea, l’ex ente comunale romano che gestiva elettricità, acqua potabile e trattamento scarichi fu infatti trasformata in S.p.A. nel 1998 e messa sul mercato da Rutelli per far cassa. Acea s.p.a. oggi è una multiutility quotata in borsa dal 1999, e pur avendo un azionista pubblico di maggioranza viene gestita come tutte le S.p.A., con profitti e distribuzione di dividendi. Se fosse una società pubblica senza fine di lucro non ci sarebbero dividendi, tanto meno a soci privati.

Dal bilancio consolidato 2016 di ACEA si rileva che il settore idrico ha ricavi di 720 milioni e margine lordo MOL (EBITDA) di ben 355 milioni (49,3%). Circa 264 milioni sono andati in investimenti e 91 in dividendi ai soci. Il settore acqua in particolare è estremamente redditizio per gli azionisti, che oltre al Comune includono Suez (23%) e Caltagirone (5%).

I profitti totali del settore idrico sono il 12,6% del fatturato, valore che la maggior parte delle società si sogna. Ricavi e MOL del settore idrico vengono però per la maggior parte (rispettivamente 550 milioni e 312 milioni) da Acea Ato 2, la divisione di Acea che gestisce anche il servizio idrico del Comune di Roma con concessione trentennale. Il margine lordo di Acea Ato 2 è circa del 57%!!! Il margine del settore idrico vale il 45% del margine totale del gruppo ACEA, ma con un fatturato pari al 25% del totale. Redditività altissima.

La multiutility Acea dà infatti grassi dividendi a tutti i soci, 138 milioni nel 2017, incluso il Comune di Roma (70 milioni), Suez (32 milioni) e Caltagirone (7 milioni).

Analizzando i bilanci degli ultimi 5 anni si conferma che Acea Ato 2 (Roma e dintorni) è la gallina dalle uova d’oro di Acea. In 5 anni l’acqua dei romani ha fornito ben 309 milioni di “proventi da partecipazioni” al gruppo:

Dunque in 5 anni Acea, ovvero i suoi soci, ha sottratto ai romani e convertito in dividendi ben 309 milioni di euro che avrebbero potuti essere impiegati in investimenti per manutenzione della rete, miglioramento della qualità o riduzione delle tariffe?

Uno sguardo ora alle dispersioni idriche: secondo ISTAT queste fanno scomparire a Roma il 44,1% dell’acqua immessa in rete. La manutenzione della rete è in fortissimo arretrato, considerando ad esempio che a Milano queste sono solo il 12%.

Cosa deduce il cittadino medio dai dati qui sopra?

  1. Il permanere di abnormi dispersioni idriche è il risultato di investimenti insufficienti nella manutenzione dei 3.700 km di rete di Acea Ato 2. In generale gli investimenti italiani nella rete idrica sono un terzo della media europea (Federutility)
  2. Se Acea fosse una società pubblica senza fini di lucro tutti i profitti verrebbero reinvestiti nella manutenzione della rete, anziché distribuiti ai soci come dividendi
  3. Il livello elevatissimo dei margini della gestione idrica, nonostante tariffe ancora molto basse, suggerisce che si può agire sugli investimenti e ridurre le dispersioni anche senza aumenti tariffari
  4. Forte infine è il dubbio di essere di fronte alla strategia descritta da Noam Chomsky:

“Questa è la strategia standard per privatizzare: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu consegni al capitale privato”

A nostro parere quello che serve veramente per migliorare il servizio di distribuzione dell’acqua non è “più privato” come predicano i servitori degli interessi finanziari, ma al contrario una totale e definitiva uscita dalla logica privatistica. I cittadini devono pagare un servizio e contribuire alla manutenzione della rete, non distribuire profitti a Comune e soci privati. A maggior ragione per i monopoli naturali (reti autostradali, idriche, elettriche) con i suoi milioni di Captive Users, utenti che non hanno altra scelta. Società Autostrade docet.

Invocare il privato come soluzione a presunte inefficienze del settore pubblico è solo l’ennesimo tentativo di ceti imprenditoriali parassitari di appropriarsi di beni comuni, costruiti dai nostri padri per i loro figli e oggi usati come vacca da latte per multinazionali o ricconi nostrani.

https://scenarieconomici.it/

La divinità etrusca Vatika.

Città del Vaticano Image credit: History Cooperative

La Dea Etrusca “Vatika dell’Oltretomba”
– Qual’è il collegamento? –

di Ellen Lloyd
25 Aprile 2017
dal Sito Web AncientPages
traduzione di Nicoletta Marino
Versione originale in inglese
Versione in spagnolo

Ellen Lloyd – è la proprietaria di AncientPages.com e l’autore che ha speso decadi per la ricerca sugli antichi misteri, miti, leggende e testi sacri, ma è anche molto interessata all’astronomia, astrobiologia e scienza in genere.

Il Vaticano è il simbolo della Cristianità.

Oggi siamo così abituati al nome che è arduo pensare come ha preso il nome di Vaticano. La verità è che il nome non è né latino né greco e non esiste traccia nemmeno nella Bibbia.

Il nome che associamo alla Chiesa è intimamente legato alla divinità etrusca Vatika.

Come Andiamo a scoprire, il nome “Vaticano” è antecedente alla Cristianità ed è avvolto dal mistero.

Mappa di Città del Vaticano In evidenza importanti edifici e i Giardini vaticani. Immagine: Wikipedia

Dentro lo Stato della Città del Vaticano

Lo Stato della Città del Vaticano fu fondato l’11 febbraio 1929.

Situato in Roma, Italia, è il più piccolo paese indipendente del mondo per popolazione e per area. La città ha una popolazione di circa 840 persone e si trova in un’area di circa 108 acri (44 ettari).

Il Vaticano è un simbolo della fede romana cattolica e il suo potere e la sua influenza sul popolo religioso è innegabile e l’autorità della Santa Sede si estende ai Cattolici in tutto il mondo.

Il Palazzo del Vaticano, a nord della Basilica di San Pietro è la residenza del Papa all’interno delle mura della città.

Il Vaticano è famoso per i suoi bei palazzi come la Cappella Sistina, la Piazza di San Pietro e la Basilica di San Pietro. I Musei Vaticani sono pieni di capolavori di pittura, scultura e altri pezzi d’arte raccolti dai Papi nei secoli.

La Libreria Vaticana si trova nel Palazzo del Vaticano

Cappella Sistina. da Wikimedia Commons

La Libreria Vaticana fu fondata nel 1451 d.C. e contiene più di 80.000 manoscritti, stampe, lamine e incunaboli (libri stampati prima del 1500 d.C.) scritti nel tempo da persone di diverse fedi di tutto il mondo.

Per rendere agibile al pubblico l’antico materiale, alcuni anni fa, la Libreria Apostolica Vaticana a iniziato a digitalizzare i suoi preziosi antichi manoscritti religiosi e li ha messi online nel suo sito web.

Nel 2014, la Libreria Vaticana aveva on line 4.000 antichi manoscritti

Libreria vaticana
Immagine di Fabio Frustaci/Eidon/Zuma

Gli archivi segreti del Vaticano non sono così segreti come molti pensano.

Nel 1881, Papa Leone XIII premise agli studenti di visitare gli archivi privati per la prima volta e oggi è possibile chiedere l’accesso ai documenti, ma gli esterni devono sapere cosa vogliono consultare perché con 52.000 scaffali di archivio, i bibliotecari vietano la libera navigazione.

L’etrusca Dea Vatika del Mondo Sotterraneo

Il nome Vaticano è un vero mistero.

Non ha niente a che vedere con la Bibbia, la lingua greca o latina. Come molte altre tradizioni e usi cristiani, il nome che noi associamo alla Chiesa, ha origini pagane.

Più di 28 secoli fa, e prima della leggendaria Fondazione di Roma di Romolo e Remo, esisteva un popolo chiamato gli Etruschi.

Circa 3000 anni fa, i misteriosi Etruschi si stabilirono in una regione dell’Italia centrale conosciuta come Etruria, governarono la regione del Mediterraneo prima del sorgere di Roma.

Nel mondo etrusco, Le donne come i loro contemporanei della civiltà greca, godevano di molta libertà.

Stiamo ancora cercando di decifrare la difficile lingua degli Etruschi, negli anni però abbiamo imparato molto delle loro credenze e della vita quotidiana.

Infatti, molte delle conoscenze che possediamo sulla civiltà romana provengono dagli Etruschi.

Gli Etruschi non seppellivano i morti entro le mura delle loro città. Invece costruivano un grande cimitero su un pendio collinare fuori della loro antica città nell’area che poi divenne la città di Roma.

Purtroppo la maggior parte della letteratura e mitologia etrusca è andata persa, ma sappiamo che la guardiana di quella necropoli era l’etrusca dea Vatika (a volte pronunciata come Vatica).

Era la dea dell’Oltretomba ed era suo dovere sorvegliare su coloro che erano passati a miglior vita.Gli Etruschi credevano nella vita oltre la vita, ma quello che noi sappiamo sull’argomento deriva solo da delle immagini e dai manufatti scoperti nelle loro tombe. Sembra che le credenze degli Etruschi sulla vita oltre la vita siano molto simili a quelle degli antichi Egizi.

Trattare i resti del defunto per la sopravvivenza e il loro futuro viaggio nella nuova vita era molto importante.

Statuetta di bronzo del demone Vanth. Etruschi, 425-400 a.C. Trovata vicino al monte Vesuvio, Campania, Italia Immagine dalla Collezione Hamiton.

Vanth, un demone degli inferi etrusco e servo di Caronte (in greco Cheiron), signore dell’Oltretomba era spesso ritratto sulle urne che contenevano le ceneri dei corpi cremati.

Vanth era di solito ritratta con ali e aveva dei serpenti Pelosi attorcigliati attorno alle braccia.

Secondo la mitologia etrusca, Vanth accompagnava dal momento della morte fino all’entrata nell’Oltretomba.

Da dove proviene il nome Vaticano?

Vatika ha molti altri significati nell’antico etrusco

Il nome non era solo associato alla dea dell’Oltretomba. Vatika era anche un’uva dal sapore quasi amaro usata dal contadino per produrre vino di bassa qualità.

L’uva, come un’erba dallo stesso nome, cresceva sulle colline. Quando le persone la mangiavano, aveva esperienze allucinogene e la parola passò alla lingua latina come un sinonimo di “visione profetica”

La parola latina vaticinator significa “predizione, profezia” da vatis “poeta, insegnante, oracolo”

Fonti bibliche danno svariate spiegazioni sull’origine del nome Vaticano. Secondo l’Enciclopedia Cattolica, l’origine del nome Vaticanus non è certa, alcuni sostengono che derive da una città etrusca scomparsa che si chiamava Vaticum.

Comunque, secondo in curatore vaticano, la Collina Vaticana prende il nome dalla parola latina Vaticanus, un vaticiniis ferendis, riferendosi agli oracoli; oppure da Vaticinia, che anticamente erano stati emessi in quel luogo.

Possiamo così concludere dicendo che l’origine del nome Vaticano non è Chiara, ma molti ricercatori pensano che il nome derivasse dalla lingua etrusca

http://www.bibliotecapleyades.net/