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Demoni e antichi astronauti

Gilgamesh era il Demone dell’antica Sumeria, un deceduto degli antichi astronauti? 

di Ivan 

Indubbiamente, la cultura popolare non gli rende la giustizia che merita e il suo nome diventa più inosservato di quanto dovrebbe essere. Gilgamesh è il padre di tutti gli eroi mitologici che sono stati conosciuti nella storia dell’umanità.

Era il primo

Come molte cose nella nostra cultura, anche lui ha avuto origine nell’antica Sumer, la terra considerata la culla della civiltà, nascosta nelle profondità dell’antica Mesopotamia.

 

Statua di Gilgamesh all’Università di Sydney (Samantha / Flickr / Creative Commons) 

 

Probabilmente il primo supereroe della storia, Gilgamesh ha raggiunto la fama soprattutto come il protagonista del “Poema di Gilgamesh”, chiamato anche “Epopea di Gilgamesh“.

Prove storiche suggeriscono che Gilgamesh abbia costruito le mura cittadine di Uruk per difendere il suo popolo. Gilgamesh ha combattuto contro il demone Humbaba (o Huwawa), insieme al suo ex nemico Enkidu.

Dopo aver ucciso il demone, riportarono la sua testa su Uruk su una zattera, costruita da alberi massicci. Gilgamesh ed Enkidu sconfissero anche il Toro del Paradiso inviato dalla furiosa dea Ishtar dopo che Gilgamesh si rifiutò di diventare il suo amante.

L’Epopea di Gilgamesh, (che si ritiene sia stata scritta intorno al 2150-1400 a.C.), la grande opera poetica sumera, è considerata la più antica opera di letteratura epica mondiale.

Precede gli scritti di Omero di almeno 1.500 anni.

Il primo poema epico che è conservato negli annali della storia, racconta le sue avventure e la ricerca dell’immortalità dopo la morte del suo amico Enkidu.

Si ritiene che l’epopea sia stata scritta approssimativamente nell’anno 2500 a.C., fatta in modo di sopravvivere alla storia incarnata in tavolette d’argilla.

La storia lo colloca come l’eroe principale, un re crudele e lussurioso, che dormiva con donne appena sposate prima di consumare il matrimonio con i loro mariti.

L’antica Lista dei Re Sumeri ci dice molte cose su Gilgamesh.

Secondo la lista storica, Gilgamesh era il figlio della dea Ninsun e un sacerdote di nome Lillah ed era il sovrano del distretto di Kulab e il quinto re della città di Uruk intorno al 2750 a.C. Gilgamesh era a due terzi dio da sua madre, la dea Ninsun e un terzo umano da suo padre.

Nella mitologia sumera, Ninsun è la figlia delle divinità Anu e Uras. Ninsun è stato anche collegato a divinità più antiche poiché si ritiene che sia la loro reincarnazione.

Secondo “Viaggio di Pabilsag a Nibru“, Ninsun era originariamente chiamata Nininsina. Secondo l’antico testo babilonese, Nininsina sposò Pabilsag vicino a una riva del fiume e diede alla luce Damu come risultato dell’unione.

È succeduto al re Lugalbanda e regnò per 126 anni e poi lasciò il trono al figlio Ur-Nungal, che regnò per 30 anni.

Fonte:  https://www.ancient-code.com/

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La ricerca dell’immortalità di Alessandro il Macedone

INCONTRI NEL GIGUNU

Più di 2.500 anni dopo che Gilgamesh andò alla ricerca dell’immortalità, un altro re leggendario, Alessandro il Macedone, emulò il re sumero e i faraoni egizi. Anche lui sosteneva di essere, almeno in parte, divino. E’ probabile che Aristotele raccontasse al proprio discepolo delle precedenti ricerche; ma ciò che Alessandro probabilmente ignorava, era che la radice di questa sua pretesa si trovava nel GIPAR di Uruk (“Casa della Notte”) e nel suo santuario interno, il GIGUNU.

Dopo l’assassinio di Filippo II, Alessandro fu incoronato re di Macedonia e si recò a Delfi, in Grecia, per consultare il famigerato oracolo. A quell’epoca, Alessandro aveva solo 20 anni e fu sconvolto nel sentire la prima di diverse profezie che gli annunciavano, sì, grandi successi, ma vita breve.

Le profezie servirono solo a fomentare la credenza nelle voci che circolavano all’interno della corte macedone, secondo il quale Filippo II non era realmente suo padre e che lui era figlio di un faraone egizio di nome Nectnanebus che, giunto in visita alla corte macedone, aveva sedotto in segreto sua madre, Olimpia.

E Nectnanebus – maestro di magia e divinatore – pare che fosse, in realtà niente meno che il dio egizio Ammone, travestitosi da essere umano per dare i natali al futuro conquistatore del mondo. Non appena Alessandro raggiunse l’Egitto (nel 332 a.C.), dopo aver reso omaggio agli dèi egizi e ai loro sacerdoti, si mise in viaggio verso l’oasi di Siwah nel deserto occidentale, , dove si trovava un famoso oracolo di Ammone. Lì (così raccontano gli storici che lo accompagnarono) il grande dio in persona gli confermò le origini divine.

A questo punto i sacerdoti egizi lo proclamarono faraone divino. Ma, anziché attendere la morte e ricevere l’immortalità nell’aldilà, Alessandro si mise alla ricerca delle famose Acque della Vita. Le sue ricerche lo portarono nella penisola del Sinai, in luoghi sotterranei, ricchi di magia e abitati da angeli, e, infine (su ordine di un uomo-alato) fino a Babilonia. Alla fine come aveva profetizzato l’oracolo di Delfi, morì famoso, ma ancora nel fiore degli anni.

Andando alla ricerca dell’immortalità, Alessandro lasciò le sue truppe ad aspettarlo e si avventurò verso la Terra dell’Oscurità, alla ricerca di una montagna chiamata Mushas. Al limitar del deserto lasciò i suoi pochi, fidati compagni e proseguì da solo.

Vide e seguì <<una strada diritta che non aveva mura e che non aveva né salite, né discese>>. La percorse per dodici giorni e dodici notti, quando poi <<avvertì la radianza di un angelo>>. Man mano che si avvicinava, la radianza divenne un <<fuoco fiammeggiante>> e Alessandro si rese conto di essere arrivato alla <<montagna che circonda il mondo>>.

Parlando ad Alessandro dall’interno del fuoco fiammeggiante, l’angelo gli pose delle domande: <<Chi sei, e per quale ragione sei qui, o mortale?>>. Gli chiese inoltre come aveva fatto a <<penetrare in questa oscurità, che nessun altro mortale è mai riuscito a superare>>. Alessandro spiegò che era stato il dio in persona a guidarlo e a dargli la forza necessaria per giungere in quel posto <<che è il Paradiso>>. Ma l’angelo gli disse che l’Acqua della Vita si trovava in un altro luogo, e che <<chiunque la beva, sia pure una sola goccia non morirà mai>>

Per trovare il pozzo dell’Acqua della Vita Alessandro aveva bisogno di un saggio che conoscesse tali segreti, e dopo molto cercare, infine lo trovò. Lungo la strada visse avventure magiche e miracolose. Per essere certi che il pozzo fosse davvero quello giusto, i due dovevano portare con sé un pesce essiccato.

Una notte raggiunsero una fontana sotterranea e, mentre Alessandro stava ancora riposando, la sua guida testò l’acqua e il pesce tornò in vita. Poi egli stesso si immerse in quelle acque, diventando così El Khidr “il sempreverde” – Colui che è per sempre giovane – delle leggende arabe.

Al mattino Alessandro si recò al luogo indicato <<Era intarsiato di zaffiri, smeraldi e zirconi rossi.>> Ma lì due uccelli con tratti umani gli sbarrarono il cammino. <<La terra sulla quale ti trovi appartiene a Dio e a Dio solo>> dissero. Comprendendo di non cambiare il proprio fato, Alessandro rinunciò alla ricerca e iniziò a erigere città che portavano il suo nome, così che restassero a sua imperitura memoria.

I numerosi particolari della ricerca di Alessandro, virtualmente identici a quelli di Gilgamesh – l’ubicazione, il nome della montagna, i dodici periodi del viaggio sotterraneo, gli uomini uccello alati, le domande delle guardie, l’immersione nel pozzo delle Acque della Vita – indicano una certa famigliarità con l’Epica di Gilgamesh; una famigliarità che non riguardava solo l’opera letteraria (che continua a sopravvivere ancora oggi), ma anche il motivo di fondo della ricerca: la discendenza semi-divina.

A dire il vero anche le affermazioni dei faraoni egizi di essere figli di divinità o, in mancanza d’altro, di essere stati allattati da una dea, si si possono far risalire all’epoca di Gilgamesh. Infatti fu a Uruk che ebbe inizio questa tradizione proprio con la dinastia dello stesso Gilgamesh.

Uruk

Il potere sovrano nacque a Uruk, la città era circondata esclusivamente solo da un recinto sacro. Lì secondo la Lista dei Re sumera, <<Meskiaggasher, il figlio del dio Utu divenne sommo sacerdote e poi re>>. Poi, dopo i regni di Enmerkar e di Lugalbanda e un regno intermedio del divino Damuzi, ascese al trono Gilgamesh. E di lui si dice fosse il figlio della dea Ninsun.

Queste sono affermazioni sorprendenti, in particolare alla luce dell’episodio nel quale si narra che i Nefilim avevano preso in moglie le figlie degli uomini, suscitando le ire di Enlil, che era giunto a desiderare di sterminare il genere umano.

All’umanità, agli Anunnaki e alla stessa terra ci vollero anni per riprendersi dalle devastazioni del Diluvio. Ci vollero millenni perché gli Anunnaki, passo dopo passo, gradatamente, con cautela, trasferissero al genere umano la conoscenza, la tecnologia, la domesticazione e, infine, la civiltà. Ci volle quasi un millennio per creare a Kish il potere sovrano. E poi inaspettatamente, questo potere venne trasferito a Uruk, dove ebbe inizio la prima dinastia con il figlio di un dio (Utu/Shamash) e una donna.

Mentre gli intrallazzi sessuali delle altre divinità (alcune già menzionate all’interno del blog e altre che citerò in altri post) sono stati riportati nei testi antichi, Utu/Shamash non sembra essere uno di questi libertini. La sposa ufficiale, nonché consorte era la dea Aia (vedi figura sopra) e i testi non gli attribuiscono alcuna infedeltà. 

Tuttavia qui incontriamo il figlio il cui nome, le cui funzioni e i luoghi che visita sono inequivocabili. Cosa significava allora? I tabù erano forse stati rimossi o solo ignorati dalla nuova generazione? E’ ancora più peculiare il caso di Ninsun, madre di Gilgamesh (vedi figura sopra). La sua genealogia e i documenti relativi ai suoi figli sono esemplari della promiscuità che si stava diffondendo fra gli Anunnaki. 

Capitolo ottavo “La Bibbia degli Dei” Titolo originale Divine Encounters 1995-2002 by Zecharia Sitchin p: 181-182-183-184-185

http://ningizhzidda.blogspot.it/

La prima vera Opera Letteraria della Storia

Gilgamesh

Le gesta di Gilgamesh e Enkidu

 di Daniel Tubau 15 Dicembre 2014 dal Sito Web TheCult traduzione di Nicoletta Marino Versione originale

Il Poema di Gilgamesh, conosciuto anche come l’Epopea di Gilgamesh, è la prima opera letteraria vera della storia.

Racconta le gesta di un re di Uruk, una città sumera che forse ha dato il nome all’odierno Iraq. Il tema si divide in dodici tavole che possiamo considerare capitoli della stessa storia.

Ho parlato delle sue origini e caratteristiche nel Primo libro che Contiene tutti i Libri, qui mi limiterò a raccontare le avventure di Gilgamesh e del suo amico Enkidu e a indicare alcuni punti intriganti e di rilievo.

Uruk

Tema dell’Epopea di Gilgamesh

La storia è raccontata da una persona, forse un sacerdote della dea Ishtar, che ci parla della sua ammirazione per l’antico re che costruì le impressionanti mura di Uruk.

Il narratore si rivolge ai suoi interlocutori in forma generale (“Presenterò al mondo”) ma a volte sembra parlare con una persona che cammina accanto a lui:

“Presenterò al mondo Colui che ha visto tutto, Ha conosciuta l’intera terra, Penetrato tutte le cose, e ha esplorato tutto ciò che è occulto”.

Questo personaggio sembra essere primo in tutto, oltre ad aver dipanato antichi misteri:

“Eccellente in saggezza, ha abbracciato tutto con lo sguardo: contemplò i Segreti, scoprì I Misteri, e ci ha raccontato del tempo prima del Diluvio”.

Curiosamente, il narratore qui sembra passare la narrazione al suo protagonista, o almeno sembra si basi su un racconto che quello stesso personaggio aveva scritto:

“Di ritorno dal suo lungo viaggio, esausto, ma contento incise su una stele tutti I suoi lavori costruì le mura di cinta di Uruk”.

Il narratore poi, sembra rivolgersi a qualcuno che è vicino a lui, forse un aiutante, forse uno scriba al quale vuole trasmettere quella storia leggendaria.

Gli dice di guardare le mura di Uruk, di ammirare i basamenti inimitabili, di ispezionare le mura di mattoni cotti.

Poi gli chiede di cercare il racconto segreto che il re Gilgamesh aveva lasciato:

“Adesso vai a cercare La piccola cassa di rame. Prendi l’anello di bronzo Apri il pomello segreto Ed estrai la tavoletta di lapislazzuli. Così scopriremo come Gilgamesh ha superato tante prove.”

lapislazzuli

Dopo aver estratto da quel misterioso cofanetto la tavoletta di lapislazzuli, che contiene un antico testo che sembra da decifrare forse perché è in sumero e il narratore è semita o forse perché è codificato come un messaggio segreto, inizia la storia.

Ninsun

Gilgamesh è il re di Uruk. Figlio del re Lugalbanda e della dea Ninsun.

Crudele e spietato, applica il diritto di “ius primae noctis“, cioè dorme con loro prima dello stesso sposo, non rispetta gli anziani e maltratta i giovani che affronta in combattimenti mortali.

E’ odiato e aborrito dal suo stesso popolo, che eleva le sue lamentele agli dei. Gli dei decidono di creare un nemico che lo freni e la dea Aruru dà vita ad una creatura selvaggia chiamata Enkidu come il nome della bestia.

Enkidu vive nei boschi con gli animali, come una fiera in più anche se ha le sembianze umane. I cacciatori e gli agricoltori temono la bestia e la notizia arriva fino a Gilgamesh.

Gilgamesh decide di inviare una prostituta o una sacerdotessa, o forse una sacra sacerdotessa a sedurre la bestia. Enkidu e la donna, Samhat, si uniscono e a partire da quel momento gli animali non vogliono saperne più del suo amore e fuggono da lui.

Grazie alla sua donna, Enkidu si è trasformato in un essere umano ed ha raggiunto la conoscenza:

Lulgalbanda

“Le bestie del monte Rifuggono dal suo contatto. … Enkidu si era quietato Non era veloce come un tempo Aveva però giudizio Ed il suo sapere era vasto.”

Samhat gli parla della città di e Enkidu arde dal desiderio di conoscere questo nuovo mondo.

Arriva in città e si scontra col re Gilgamesh, si compie così il disegno degli dei.

Non si conosce con esattezza l’esito del combattimento in quanto non è stato possibile ricostruirlo al completo dai testi rimasti. Di solito si dice che il vincitore fu Enkidu, ma non è del tutto sicuro.

Ciò che invece si sa è che dopo il combattimento, i due nemici si riconciliano e diventano grandi amici.

Combattimenti con Gilgamesh e Enkidu

In cerca di avventure, Enkidu e Gilgamesh decidono di affrontare il temibile mostro dei boschi chiamato Huwawa.

Inizia così quella che si può considerare la prima road movie della storia, quando i due amici viaggiano per la Mesopotamia, probabilmente in direzione dell’attuale Libano, dove nei boschi di cedro regna Huwawa.

Si tratta anche, chiaramente, della prima storia di amici di ventura (buddies – camerata), e per questo la storia è paragonata ad un film moderno come Due uomini e un destino (Butch Cassidy e Sundance Kid) come Due uominie un destino – Gilgamesh y Enkidu.

I due uomini arrivano fino al bosco di cedri e affrontano il mostro, riescono a sconfiggerlo, ma questo fatto risveglia l’ira degli dei perché il bosco e il mostro erano sotto la loro protezione.

La Dea Innana/Ishtar/Astarte, poi, vuole sedurre Gilgamesh, ma lui la rifiuta perché sa che tutti gli amanti della dea finiscono male. Furiosa, lei, lancia contro Uruk il terribile Toro Celeste, ma gli eroi lo uccidono.

Qui gli dei decidono di vendicarsi e castigare gli impudenti eroi.

Il problema è che la madre di Gilgamesh è una dea, quindi decidono di uccidere Enkidu. E’ qui che Gilgamesh scopre che esiste la morte, quando vedere imputridire davanti ai suoi occhi il corpo del suo amico.

E’ il primo racconto, quindi, quello in cui si descrive la morte in tutta la sua fatalità e concretamente è la morte di un amico o di un amante che sarà un tema ricorrente in tutta la letteratura universale, come nel racconto di Malcom Lowry dal titolo Oscuro come la tomba in cui giace il mio Amico Morto, che sembra quasi una frase pronunciata da Gilgamesh:

“Una sorte crudele in un sol colpo Ti ha strappato a me! Adesso cosa è questo sonno che si è impossessato di te? All’improvviso sei diventato un’ombra E già non mi ascolti!”

Questo momento che si può paragonare con quello in cui il principe Siddharta Gautama scappa dal palazzo di suo padre e dopo una vita di lussi e desideri scopre la malattia, la vecchiaia e la morte, inizia la grande ricerca dell’immortalità.

Gilgamesh, terrorizzato dalla prospettiva di affrontare lo stesso destino del suo amico morto, decide di andare in cerca di Utnapishtim, l’uomo che sopravvisse al diluvio e che ora è immortale.

Utnapishtim

Dopo diverse peripezie, Gilgamesh incontra il mitico Utnapishtim, che gli racconta la storia del diluvio e di come il dio Enki lo avvisò che gli dei volevano sterminare tutta l’umanità con un diluvio universale.

Utnapishtim costruì una nave sulla quale fece salire tutta la sua famiglia e riuscì a sopravvivere, quando dopo molti giorni di pioggia, dopo ave rinviato un corvo nell’immensità dell’oceano questo non ritornò, il che significava che c’era della terraferma sulla quale sbarcare.

Quando fu scoperto questo racconto, i ricercatori rimasero meravigliati per la sua somiglianza con il racconto biblico del diluvio di Noè.

Oggi nessuno dubita che Utnapishtim (chiamato Ziusudra in sumero e Atrahasis in accadico) è l’ispirazione del Noè biblico. Nel racconto poi contenuto nell’Epopea di Gilgamesh, un altro racconto mesopotamico, l’Atrahasis, si narrano le ragioni che portarono gli dei a desiderare la distruzione degli esseri umani.

Dopo aver raccontato la storia del diluvio, Utnapishtim racconta a Gilgamesh come può ottenere l’immortalità. Si sa che uno dei requisiti è quello di rimanere svegli per sette giorni e sette notti. Gilgamesh non ci riesce e non ottiene l’immortalità.

Quando tutto sembra perso, la sposa di Utnapishtim gli chiede di aiutare Gilgamesh e che almeno gli riveli il segreto che gli permetterà di recuperare la gioventù. Utnapishtim cede finalmente alle sue preghiere e racconta a Gilgamesh che esiste una pianta nelle profondità dell’oceano che restituisce la gioventù perduta.

Gilgamesh si inabissa nell’oceano e ritorna con la pianta.

Invece di usufruire solo lui della pianta della gioventù, Gilgamesh dimostra che non è più il re crudele ed egoista che era prima di conoscere Enkidu e decide di portarla a Uruk, si suppone sia per far sì che gli anziani del Consiglio recuperino la gioventù:

“La porterò alla turrita Uruk, Farò mangiare a tutti la pianta. Il suo nome sarà ‘L’uomo diventa giovane nella Vecchiaia.’ Io stesso la mangerò E così tornerò ad essere come quando ero giovane.”

Durante il cammino si ferma vicino ad un pozzo di acqua fresca e si addormenta un attimo.

E’ allora che un serpente esce dall’acqua e gli ruba il fiore della gioventù. Gilgamesh, disperato, ritorna a Uruk.

Il poema inizia come finisce, descrivendo la grandezza della città di Uruk costruita dal re Gilgamesh. E’ sorprendente come il primo racconto della storia riservi un triste finale al suo eroe, anche se gli rimane la netta consolazione di essere più saggio.

Esistono molti più dettagli nella storia, e anche nella Tavoletta XII, la cui relazione con il racconto principale è molto controversa, Gilgamesh discende all’inferno e si ritrova con Enkidu.

Fonte Originale: http://www.bibliotecapleyades.net/

dal sito web  http://www.thecult.es/

Versione nella lingua originale: http://www.bibliotecapleyades.net/sumer_anunnaki/esp_sumer_annunaki50.htm

 http://ningizhzidda.blogspot.it/