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Lo spreco della ricchezza umana

Se lo Stato non fa la sua parte come può pretenderlo dagli altri?

di Domenico Proietti

Quando un padre investe nell’istruzione dei propri figli, deve essergli permesso di scaricare totalmente le spese come lo si permette a un imprenditore che scarica ogni che, comprese le cene di lavoro per attrarre nuova clientela. Cosi come, quando un capofamiglia col suo investimento, non solo sottrae ricchezza a se stesso ed al resto della propria famiglia, ma sa che una volta raggiunto lo scopo di un diploma o una laurea su uno o più suoi figli, crea ricchezza umana oltre che per se per la Nazione.

Ora, se la Nazione se ne fa in parte carico, avrà anch’essa in mano parte di quella ricchezza e non la andrà regalando come ha fatto fino ad oggi a altre Nazioni in cambio di niente, semmai la si usa per ridurre un debito, anche per il solo fatto che la ricchezza ce la si scambia tra parenti, non tra concorrenti!

Pensate a quanto debito ci saremmo ripagati se solo lo Stato avesse investito nell’istruzione! Se ogni laureato italiano andato all’estero avesse un valore per lo Stato di 100.000 euro cadauno tra America, Germania, Francia, Regno Unito e resto del mondo più che debito avremmo credito a pretendere, oltre che a creare famiglie felici per essere rientrate dell’investimento fatto.

Lo Stato peraltro avrebbe il dovere di chiedere agli imprenditori che fanno impresa nello Stato, che facciano anch’essi la loro parte, visto che finora dalle risorse lavorative raccolte questi hanno solo raccolto senza restituire alcunché. Un’ingiustizia questa che chiede vendetta se si pensa che per fare lo spazzino si chiede lui il diploma, quando nelle case una colf fa ben oltre e non gli si chiede giustamente nulla!

D’accordo che ci sono lavori a valore aggiunto che, come a un infermiere, viene chiesto lui che anche in mancanza di un medico questi poi come un medico per l’appunto, debba essere in grado per salvare in momenti di urgenza la vita di un paziente, avendo a sua volta nozioni mediche, ma uno spazzino non ha certo bisogno di un ragioniere per contare le foglie morte raccolte, neanche se in discarica si volesse tener di conto di quanto di lui raccolto, l’istruzione ci dovrebbe essere a prescindere come bagaglio personale, ma non per dare al nulla un valore che non ha, in fondo la mondezza raccolta da un diplomato o da un soggetto con licenza media inferiore, sempre mondezza questa resta! Quindi dove non si abbisogna di un valore aggiunto e non è giusto richiederlo, lasciando cosi posti di lavoro a chi istruzione non ha e allo stesso tempo dare valore a chi istruzione l’ha ricevuta e la ricompensa, a chi ha investito nel dargliela.

Questo permette a uno Stato responsabile di avere Cittadinanza altrettanto responsabile o si finisce nella barbarie dalla quale molti stati nel XX° secolo se ne sono tirati fuori e diventa poi un argine per tutti quei Stati dove, governati da irresponsabili questi pensano di mandare in giro la loro cittadinanza e incitano alle migrazioni, solo per liberarsi di responsabilità che come tutti hanno e che per depredare le risorse finanziarie dello Stato che gestiscono, evitano di responsabilizzare e distribuire in parti eque le ricchezze ai Cittadini dello Stato che governano.

Solo con parametri uguali in tutto il mondo si ferma la povertà, la discriminazione e la disuguaglianza sociale, mentre per quanto riguarda le religioni che in questo fango ci sguazzano, dovrebbero aver dentro uno Stato un diritto marginale sui cittadini, in quanto per queste l’eguaglianza sociale equivale a perdere la supremazia che si ha sull’ignoranza, in cui le forme religiose, qualsiasi forma religiosa, ha fatto di soggetti indifesi vittime predestinate, come lo sono i cittadini dimenticati da Dio e dagli uomini che dovrebbero rappresentarlo e visto che per quanto riguarda la maggior parte dei religiosi, i più predicano bene ma poi razzolano male, finché non capiremo che per avere uguaglianza, il comportamento di ”tutti” dovrà seguire linee ben precise e tutte volte alla stessa grazia divina per ottenere l’eguale, questo da nord a sud e da est a ovest o l’uguaglianza dei popoli è e resterà un chimera, oltre che un crimine insoluto.

 
Domenico Proietti
 

La Vacca da Latte

Il fallimento dell’acqua privatizzata: la strana emergenza idrica di Roma

posted by Ulrich Anders

Strane coincidenze in questi giorni. Il governatore PD del Lazio Zingaretti parla di crisi idrica e a stretto giro di posta da un lato Acea ventila ipotesi di razionamento con sospensione di ben 8 ore della fornitura di acqua potabile a 1,5 milioni di romani, dall’altro qualche giornalistucolo prezzolato e blog dipendente (dipendente da chi li finanzia) lancia l’attacco alla “fallimentare” gestione pubblica dell’acqua. Si invoca il privato puntando il dito sulle “dispersioni idriche” responsabili della penuria. Non riportiamo le citazioni dei giornalistucoli solo per non fare pubblicità gratuita a questi squallidi personaggetti del sottobosco dell’informazione italiana al soldo dei potentati.

Noi di SE siamo soliti informarci prima di parlare. Le nostre conclusioni sono che non c’è nessuna emergenza idrica a Roma (il famoso lago di Bracciano fornisce solo l’8% della fornitura idrica romana con un prelievo equivalente a 1 mm al giorno), ma soprattutto che l’acqua di Roma è tutto fuorché a gestione pubblica. Questo è il punto chiave della vicenda.

Acea, l’ex ente comunale romano che gestiva elettricità, acqua potabile e trattamento scarichi fu infatti trasformata in S.p.A. nel 1998 e messa sul mercato da Rutelli per far cassa. Acea s.p.a. oggi è una multiutility quotata in borsa dal 1999, e pur avendo un azionista pubblico di maggioranza viene gestita come tutte le S.p.A., con profitti e distribuzione di dividendi. Se fosse una società pubblica senza fine di lucro non ci sarebbero dividendi, tanto meno a soci privati.

Dal bilancio consolidato 2016 di ACEA si rileva che il settore idrico ha ricavi di 720 milioni e margine lordo MOL (EBITDA) di ben 355 milioni (49,3%). Circa 264 milioni sono andati in investimenti e 91 in dividendi ai soci. Il settore acqua in particolare è estremamente redditizio per gli azionisti, che oltre al Comune includono Suez (23%) e Caltagirone (5%).

I profitti totali del settore idrico sono il 12,6% del fatturato, valore che la maggior parte delle società si sogna. Ricavi e MOL del settore idrico vengono però per la maggior parte (rispettivamente 550 milioni e 312 milioni) da Acea Ato 2, la divisione di Acea che gestisce anche il servizio idrico del Comune di Roma con concessione trentennale. Il margine lordo di Acea Ato 2 è circa del 57%!!! Il margine del settore idrico vale il 45% del margine totale del gruppo ACEA, ma con un fatturato pari al 25% del totale. Redditività altissima.

La multiutility Acea dà infatti grassi dividendi a tutti i soci, 138 milioni nel 2017, incluso il Comune di Roma (70 milioni), Suez (32 milioni) e Caltagirone (7 milioni).

Analizzando i bilanci degli ultimi 5 anni si conferma che Acea Ato 2 (Roma e dintorni) è la gallina dalle uova d’oro di Acea. In 5 anni l’acqua dei romani ha fornito ben 309 milioni di “proventi da partecipazioni” al gruppo:

Dunque in 5 anni Acea, ovvero i suoi soci, ha sottratto ai romani e convertito in dividendi ben 309 milioni di euro che avrebbero potuti essere impiegati in investimenti per manutenzione della rete, miglioramento della qualità o riduzione delle tariffe?

Uno sguardo ora alle dispersioni idriche: secondo ISTAT queste fanno scomparire a Roma il 44,1% dell’acqua immessa in rete. La manutenzione della rete è in fortissimo arretrato, considerando ad esempio che a Milano queste sono solo il 12%.

Cosa deduce il cittadino medio dai dati qui sopra?

  1. Il permanere di abnormi dispersioni idriche è il risultato di investimenti insufficienti nella manutenzione dei 3.700 km di rete di Acea Ato 2. In generale gli investimenti italiani nella rete idrica sono un terzo della media europea (Federutility)
  2. Se Acea fosse una società pubblica senza fini di lucro tutti i profitti verrebbero reinvestiti nella manutenzione della rete, anziché distribuiti ai soci come dividendi
  3. Il livello elevatissimo dei margini della gestione idrica, nonostante tariffe ancora molto basse, suggerisce che si può agire sugli investimenti e ridurre le dispersioni anche senza aumenti tariffari
  4. Forte infine è il dubbio di essere di fronte alla strategia descritta da Noam Chomsky:

“Questa è la strategia standard per privatizzare: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu consegni al capitale privato”

A nostro parere quello che serve veramente per migliorare il servizio di distribuzione dell’acqua non è “più privato” come predicano i servitori degli interessi finanziari, ma al contrario una totale e definitiva uscita dalla logica privatistica. I cittadini devono pagare un servizio e contribuire alla manutenzione della rete, non distribuire profitti a Comune e soci privati. A maggior ragione per i monopoli naturali (reti autostradali, idriche, elettriche) con i suoi milioni di Captive Users, utenti che non hanno altra scelta. Società Autostrade docet.

Invocare il privato come soluzione a presunte inefficienze del settore pubblico è solo l’ennesimo tentativo di ceti imprenditoriali parassitari di appropriarsi di beni comuni, costruiti dai nostri padri per i loro figli e oggi usati come vacca da latte per multinazionali o ricconi nostrani.

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