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Omissioni

Il movimento popolare per il clima. Nessuna menzione alla guerra

di Prof Michel Chossudovsky

Mentre milioni di persone in tutto il mondo protesteranno il 15 marzo sotto la bandiera del “riscaldamento globale”, le guerre di oggi tra cui Siria, Yemen, Iraq, Afghanistan, Venezuela non sono menzionate.

Né sono i pericoli di una terza guerra mondiale che minaccia il futuro dell’umanità.

Il riscaldamento globale oscura i pericoli della guerra nucleare. Secondo i media, il programma di Trump sulle armi nucleari da 1,2 miliardi di dollari “rende il mondo più sicuro”.

Mentre Lavoro e Giustizia fanno parte della campagna a fianco del clima, la questione della povertà e della disoccupazione mondiale risultante dall’imposizione di riforme neoliberali viene sviata. 

A metà marzo 2019: ci sono continue minacce militari contro Venezuela e Iran.

Una guerra sponsorizzata dagli Stati Uniti è prevista per il marzo 2019?

È una questione che dovrebbe essere oggetto di un movimento di protesta mondiale?

L’attacco cibernetico alla rete elettrica venezuelana che colpisce fino all’80% del paese costituisce di fatto un atto di guerra.

Il 10 marzo, Washington ha confermato l’intenzione di portare avanti il ​​cambio di regime in Venezuela. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti di appropriarsi di mezzo miliardo di dollari “per ripristinare l’economia della nazione venezuelana (sic) (e) aiutare Juan Guaido”. Di fatto, questa affermazione dovrebbe essere interpretata come una “dichiarazione di guerra”.

Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il segretario di Stato Mike Pompeo avevano precedentemente confermato la loro intenzione di dichiarare guerra all’Iran.

Sfortunatamente, questi piani di guerra sembrano essere stati oscurati da una campagna molto pubblicizzata contro il riscaldamento globale.

Mentre il clima, il lavoro e la giustizia sono menzionati, la parola “pace” viene casualmente omessa. 

Non è troppo tardi per rettificare: DIRE NO ALLA GUERRA il 15 marzo 

La nostra proposta è che il 15 marzo, questa campagna ambientale mondiale incarnerà insieme alle questioni del clima, un fermo impegno contro le guerre guidate dagli Stati Uniti e le politiche neoliberali che contribuiscono a impoverire le persone in tutto il mondo.

Inoltre, il Movimento del Popolo per il Clima dovrebbe prendere posizione contro il dispiegamento dell’apparato di polizia contro coloro che chiedono lavoro e giustizia incluso il movimento delle Maglie Gialle.

Inutile dire che dovrebbero essere affrontati anche gli impatti ambientali delle guerre guidate dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Mentre il cambiamento climatico è una preoccupazione legittima, perché questi movimenti di protesta si limitano al riscaldamento globale? La risposta è che molte delle principali organizzazioni coinvolte sono generosamente finanziate dalle fondazioni di Wall Street e dagli enti di beneficenza aziendali, compresi i Rockefeller, Tides, Soros, Et al.

La fonte originale di questo articolo è Global Research

Copyright © Prof Michel Chossudovsky, Global Research, 2019

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Supplemento almanacco giugno 2018

 

Gli avatar del potere nero

La lebbra europea: quella del vomitevole, xenofobo Macron

La brutta notizia è che c’è ancora una parte di Italia, insieme a una parte di Francia, disposta a farsi prendere per i fondelli da un sinistro teatrante come Emmanuel Macron, ultimo erede di una famiglia di serial killer politici travestiti da statisti, pronti a indossare la maschera dell’orco (Van Rompuy, Schaeuble) o quella del pagliaccio finto-buono (Juncker, Prodi).

L’Ogm Macron è una via di mezzo, un ibrido perfetto tra eleganza formale e trivialità sostanziale. Chiama i poveri “sdentati”, definisce l’attuale politica italiana “vomitevole”. E arriva a classificare “lebbra d’Europa” i movimenti democratici anti-establishment, dopo che Salvini e Di Maio hanno ridotto a carta straccia l’ultimo piano contro l’Italia approntato per i migranti insieme ad Angela Merkel, altro fossile vivente di un’Europa mascalzona, che in vent’anni non ha prodotto altro che crisi e paura, insicurezza sociale, terrorismo, diffidenza e risentimenti fra nazioni che avrebbero dovuto essere “sorelle”.

L’Italia ancora dormiente – ormai minoranza, a quanto pare, arroccata attorno al patetico mainstream cartaceo e radiotelevisivo – non ha ancora capito chi è il fantoccio Macron, chi ne muove i fili, da quale curriculum proviene l’ombra nera che si aggira per l’Eliseo, attorno al presidente che insulta e minaccia – né più né meno come un monarca, indispettito dalle sconcertanti pretese del popolo. Chi si credono di essere, questi pezzenti italiani? Continua a leggere QUI

MACRON ORA PUO’ SOLO MANDARCI LE TRUPPE AL CONFINE


Quando un capo di Stato e di governo proclama che nel paese vicino c’è un governo-lebbra, fa dire che è vomitevole, e prima ha detto che “li conosciamo”, esprimendo odio e disgusto intollerabile, non è che la domenica dopo incontra il capo di quel governo a Bruxelles a un pre-vertice UE.

No. Richiama l’ambasciatore e ammassa truppe a ridosso di Ventimiglia. Macron, con quelle parole deliranti, e irreparabili sul piano diplomatico, ha rotto l’Unione Europea e portato lo stato di guerra. Se ne rende conto? O forse ha ragione lo psichiatra forense Adriano Segatori che un anno fa – con una sicurezza diagnostica che colpiva – lo definì “psicopatico con deliri di onnipotenza, reso tale dal grave abuso sessuale che a 15 anni subì dalla sua insegnante Brigitte (di 24 anni più vecchia di lui)”, ed “altamente pericoloso”. Continua a leggere QUI

La Terra ora ci presenta il conto di un mondo senza giustizia

Guardate che non basta, raddrizzare uno sviluppo – finora ingiusto – sostituendolo con il miraggio di una crescita economica globale finalmente equa. La voce “decrescita” (del Pil) risulta sempre sgradevole, dissonante, preoccupante: ma è purtroppo coerente con tutte le previsioni sistemiche dei climatologi, che danno alla Terra altri vent’anni, al massimo, prima del collasso ecologico che già sta avanzando in modo inquietante, con le temperature balneari registrare alle Svalbard e lo scioglimento inesorabile della calotta artica.

Nel lontanissimo ‘700, il padre della fisica Isaac Newton predisse – in base a complessi calcoli – che le risorse terrestri si sarebbero esaurite entro il 2060: un pronostico, sottolinea il saggista Gianfranco Carpeoro – sinistramente coincidente con quello del governo Usa, secondo cui fra quarant’anni, di questo passo, arriveremo alla morte biologica degli oceani. Ragionamenti che possono apparire letterari e strampalati, semplici suggestioni millenaristiche calate in un mondo distratto dai mondiali di calcio o appassionato al derby Italia-Francia su Salvini, gli sbarchi selvaggi e l’opaco traffico malavitoso gestito dalle Ong.

Vero, l’Europa ladrona nega all’Italia un’espansione vitale del deficit, mentre c’è chi muore in mare per un tozzo di pane. E se si tracolla tutti, sotto la furia di un pianeta stremato dai nostri abusi suicidi? Continua a leggere QUI

Attrezzature in laboratorio chimico Douma della Siria Made in EU, N America – MoD russo 

La missione di sondare il fatto dell’uso di armi chimiche in Siria ha fortemente protratto i tempi delle indagini a favore degli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati, ha dichiarato il ministero della Difesa russo. Le armi chimiche in Siria sono state prodotte da militanti e le attrezzature sono state fabbricate in Europa occidentale, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.  

“L’equipaggiamento, la cui fuoriuscita è uscita pochi giorni fa … vorrei dire che parte di esso è un’attrezzatura usata da militanti e terroristi, è stata scoperta nella città di Douma”, ha detto Zakharova in un briefing di il ministero degli Esteri russo e il ministero della Difesa per il corpo diplomatico per indagare sull’uso di armi chimiche in Siria.  

Il laboratorio chimico dei militanti nella Douma della Siria ha prodotto esplosivi di tetranitrato di pentaeritritolo ad alta tecnologia (TEN) e aveva anche precursori di agente di senape e cloro, ha detto il generale Igor Kirillov. 

“Con l’aiuto di questa attrezzatura, [i militanti] hanno prodotto esplosivi TEN ad alta tecnologia e alta qualità. Durante la ricerca del laboratorio, [l’esercito russo] ha anche trovato thiodiglycol e trietanolamina, che possono essere utilizzati per la produzione di zolfo e senape di azoto, così come l’esammina “, ha detto Kirillov in un briefing sull’indagine sull’uso di armi chimiche in Siria.  

Kirillov ha aggiunto che i militari avevano anche trovato una bombola di gas al cloro, simile a quella usata dai militanti nell’attacco di armi chimiche a Douma. Continua a leggere QUI (lingua inglese)

CIRCUITO DI MORTE NEL «MEDITERRANEO ALLARGATO»  

Di Manlio Dinucci 

I riflettori politico-mediatici, focalizzati sui flussi migratori Sud-Nord attraverso il Mediterraneo, lasciano in ombra altri flussi: quelli Nord-Sud di forze militari e armi attraverso il Mediterraneo. Anzi attraverso il «Mediterraneo allargato», area che, nel quadro della strategia Usa/Nato, si estende dall’Atlantico al Mar Nero e, a sud, fino al Golfo Persico e all’Oceano Indiano. 

Nell’incontro col segretario della Nato Stoltenberg a Roma, il premier Conte ha sottolineato la «centralità del Mediterraneo allargato per la sicurezza europea», minacciata dall’«arco di instabilità dal Mediterraneo al Medio Oriente». Da qui l’importanza della Nato, alleanza sotto comando Usa che Conte definisce «pilastro della sicurezza interna e internazionale».  

Completo stravolgimento della realtà. È stata fondamentalmente la strategia Usa/Nato a provocare «l’arco di instabilità» con le due guerre contro l’Iraq, le altre due guerre che hanno demolito gli Stati jugoslavo e libico, e quella per demolire lo Stato siriano.  

L’Italia, che ha partecipato a tutte queste guerre, secondo Conte svolge «un ruolo chiave per la sicurezza e stabilità del fianco sud della Alleanza». In che modo, lo si capisce da ciò che i media nascondono.  

La nave Trenton della U.S. Navy, che ha raccolto 42 profughi (autorizzati a sbarcare in Italia a differenza di quelli dell’Aquarius), non è di stanza in Sicilia per svolgere azioni umanitarie nel Mediterraneo: è una unità veloce (fino a 80 km/h), capace di sbarcare in poche ore sulle coste nord-africane un corpo di spedizione di 400 uomini e relativi mezzi.  

Forze speciali Usa operano in Libia per addestrare e guidare formazioni armate alleate, mentre droni armati Usa, decollando da Sigonella, colpiscono obiettivi in Libia. Tra poco, ha annunciato Stoltenberg, opereranno da Sigonella anche droni Nato.  

Essi integreranno l’«Hub di direzione strategica Nato per il Sud», centro di intelligence per operazioni militari in Medioriente, Nordafrica, Sahel e Africa subsahariana. Continua a leggere QUI 

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goym – sesta parte – i milionari

La scienza dell’economia Protocollo n° 8 

Dobbiamo impadronirci di tutti i mezzi che i nostri nemici potrebbero rivolgere contro noi. Ricorreremo alle più intricate e complicate espressioni del dizionario della legge, allo scopo di scolparci nella eventualità che fossimo costretti a pronunciare decisioni che potessero sembrare eccessivamente audaci, oppure ingiuste. Perché sarà sommamente importante esprimere queste decisioni in guisa così efficace, che si presentino alle genti come la massima manifestazione di moralità, equità e giustizia. Il nostro governo deve essere circondato da tutte le forze della civiltà in mezzo alle quali esso dovrà agire. Attirerà a sé i pubblicisti, gli avvocati, i praticanti, gli amministratori, i diplomatici ed infine gli individui preparati nelle nostre scuole avanzate speciali.

Questi individui conosceranno i segreti della vita sociale; saranno padroni di tutte le lingue messe insieme con le lettere e le parole politiche; avranno una perfetta conoscenza della parte intima e segreta della natura umana, con tutte le sue corde più sensibili, che essi dovranno far risuonare e vibrare secondo la loro volontà. Queste corde costituiscono l’insieme del cervello dei Gentili; delle loro qualità buone o cattive, delle loro tendenze e dei loro vizi, nonché delle loro peculiarità di caste e di classi.

S’intende che questi sapienti consiglieri della nostra potenza non saranno scelti fra i Gentili, che sono abituati a fare il loro lavoro amministrativo senza tener presenti i risultati che devono conseguire, e persino senza sapere lo scopo per cui tali risultati sono richiesti. Gli amministratori dei Gentili formano i documenti senza leggerli e prestano servizio o per amore o per ambizione. Circonderemo il nostro governo con un vero esercito di economisti.

Questo è il motivo per cui si insegna principalmente agli Ebrei la scienza dell’economia. Saremo circondati da migliaia di banchieri, di commercianti e, cosa ancora più importante, di milionari, perché, in realtà, ogni cosa sarà decisa dal danaro. Nel frattempo, fintanto che non sarà prudente riempire gli incarichi di governo con i nostri fratelli Giudei, affideremo i posti importanti a individui la cui fama e il cui carattere siano così cattivi da scavare un abisso fra essi e la Nazione, ed anche a gente di tal risma, che abbia timore di finire in galera se ci disobbedirà. E tutto questo allo scopo di obbligare costoro a difendere i nostri interessi finché abbiano fiato in corpo.

in un mondo di servi volontari

LA “TERRA DI NESSUNO” CULTURALE 

Cultura del Caos e Vangelo secondo me: i distruttori della nostra civiltà stanno sfruttando un salto generazionale c’è una generazione che manca all’appello della storia che non hanno fatto in tempo a conoscere il mondo di ieri

I distruttori della nostra civiltà stanno sfruttando un salto generazionale. di Francesco Lamendola 

ALL’AMICO ANDREA.

C’è una generazione che manca all’appello della storia, o forse due: quelle dei nati fra il 1970 e oggi; quelle degli uomini e delle donne, dei ragazzi e dei bambini, che non hanno fatto in tempo a conoscere il mondo di ieri, cioè prima dell’avvento della globalizzazione, né a ricevere delle solide basi educative dai loro genitori, dai loro insegnanti, dai loro sacerdoti, perché ormai molti genitori, molti insegnanti e molti sacerdoti erano già stati infettati dal virus del modernismo, avevano già abdicato al loro personale senso critico e si erano intruppati volonterosamente nel gregge dei pecoroni, dove la massa fa la giustizia, e il numero crea il diritto; dove quello che conta è seguire la corrente, e inseguire i folli miti del consumismo; e dove non si amano più le persone, ma le cose, i telefonini, i computer, le automobili, i vestiti firmati, gli orologi di marca; dove conta l’apparire e non l’essere, l’abbronzatura e non la bellezza interiore, i soldi e non l’onestà.

Le persone nate fin verso gli anni Sessanta del secolo scorso, bene o male, in maggioranza hanno ricevuto quella educazione: hanno visto i loro genitori lavorare duramente e non fare mai debiti, non vivere mai al di sopra delle loro possibilità, condurre una vita sobria, coltivare il lavoro, l’amicizia, la fedeltà alla parola data; hanno visto i loro maestri e professori insegnare con passione, con competenza, con il senso di una vera e propria missione da compiere, per mezzo della cultura, dei valori etici, dell’esperienza da trasmettere ai giovani; e hanno visto i loro sacerdoti calarsi con fervore nel sacramento dell’Ordine, insegnare il Vangelo con le parole e con l’esempio, prendere con serietà le cose di Dio, vivere la fede con generosità ed entusiasmo, ma anche con timore e tremore, come si addice a chi si confronta con l’abisso insondabile dell’Assoluto. Non sempre, beninteso, gli adulti erano all’altezza di quei valori e di quei modelli; però, onestamente parlando, lo erano più spesso di quel che non si pensi.
Facevano del loro meglio, quasi sempre; e quasi sempre almeno alcuni di loro riuscivano a trasmettere ai bambini e ai ragazzi qualcosa della loro serietà, della loro vocazione, del loro sentimento maturo e responsabile della vita, che non era, per essi, una scampagnata in cerca di divertimenti, ma una pagina bianca sulla quale si scriveva una riga, ogni giorno, con l’aiuto di Dio e con il conforto dell’esempio ricevuto dalle generazioni precedenti.
Ora questo legame generazionale si è interrotto; c’è stato un salto, un vuoto, una frattura, si è creata una terra di nessuno, sulla quale son piombati, come falchi, come avvoltoi, come sciacalli, i signori della distruzione: gl’intellettuali nichilisti, gli amministratori raccomandati, i politici cinici e disonesti, gl’imprenditori fasulli e senza scrupoli, i finanzieri d’assalto, uno stuolo d’insegnanti senza solide basi culturali e senza il senso della loro missione, un esercito di preti e vescovi senza vocazione’, ma, in compenso, resi sempre più audaci, sempre più presuntuosi, sempre più arroganti da un altro esercito di cattivi teologi, nel gridare dai tetti il loro nuovo vangelo: il vangelo secondo me, e non più il Vangelo secondo Gesù Cristo. E i signori della distruzione, in questo vuoto, hanno messo i contenuti che hanno voluto, senza timore di smentita o di contraddittorio: approfittando dell’ignoranza sempre più diffusa, della rimozione del passato, dell’azzeramento delle radici e dell’auto-disprezzo della propria civiltà, hanno raccontato ai giovani – attraverso i mass-media, la scuola, la classe politica e la stessa cultura, o sedicente tale (vi sono programmi “culturali”, alla televisione, che fanno semplicemente rabbrividire), quel che hanno voluto: riscrivendo a modo loro la storia, il passato, la tradizione, l’identità, la famiglia, la patria e la religione.
Il risultato è che moltissime persone nate dopo il 1970, anche se diplomate e laureate a pieni voti, anche se attente ai fatti culturali, anche se se si tengono costantemente informate sui problemi di attualità, non sanno proprio un bel nulla di quel che sta accadendo nel mondo, né di quel che è accaduto; credono a tutta una serie di favole preconfezionate, che tramandano alla rovescia le vicende dell’Italia, dell’Europa e del mondo, fin dall’antichità, ma soprattutto da quando è sorto il cristianesimo e si è poi stabilità la civiltà cristiana medievale, su, su, fino alle due guerre mondiali, alla guerra fredda, alle ultime tensioni internazionali fra Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran, Cina, Unione europea.
Di ogni cosa è stata fornita la versione politicamente corretta, cioè ampiamente rivista e rimaneggiata, ad uso dei poteri forti oggi imperanti, e che già si stavano profilando all’inizio della modernità: la Massoneria, le grandi banche, una parte del giudaismo, divenuto poi sionismo, e trasformatosi, così, da potere esclusivamente finanziario, anche in potere politico-strategico, fino ad assorbire e manipolare ai suoi fini egemonici gli stessi governi degli Stati Uniti d’America, sia democratici che repubblicani: si vedano George Soros, la famiglia Rotschild, le banche Lehman Brothers e Goldman Sachs, il potentissimo Henry Kissinger.
In Italia, è stata accreditata una versione della nostra storia nazionale che serve, sostanzialmente, a giustificare i compromessi, le piroette, le furberie, e gli autentici atti di banditismo politico, che hanno contrassegnato la nascita della Repubblica e la sua evoluzione, rigorosamente democratica e antifascista, come no, e rigorosamente pluralista e buonista, pacifica e tollerante, accogliente e garantista: la Repubblica di Pulcinella, dove la legge serve a tutelare più i delinquenti che i galantuomini, più gli immigrati/invasori clandestini che i cittadini, più gli amministratori che gli amministrati, più i governanti che i governati, più i parassiti che i lavoratori, più gli evasori fiscali che quanti pagano le tasse, e più i cialtroni, i fanfaroni, i disonesti, i raccomandati, gl’incompetenti e gl’incapaci, che i meritevoli, gli onesti, i competenti, i responsabili, i laboriosi. E tutto questo per negare due evidenze che non sono ammissibili per la cultura politicamente corretta: che in Italia, nel 1943-1945, vi è stata una feroce guerra civile, prolungatasi con i massacri indiscriminati, gli assassinii, gli stupri, le torture, gli infoibamenti (il correttore automatico non riconosce quest’ultima parola, il che è rivelatore) dei mesi successivi alla fine delle ostilità, quel glorioso 25 aprile del 1945; e che l’Italia, come nazione, è uscita sconfitta, umiliata e calpestata dall’esito della Seconda guerra mondiale, e cancellata dal novero delle grandi potenze: sconfitta e umiliazione sancite dal Trattato di pace di Parigi del 1947, nel quale, per supremo oltraggio, il governo italiano s’impegnava a non perseguire i traditori che, fin dal 10 giugno 1940 (e non solo dall’8 settembre 1943, data ufficiale dell’armistizio con gli Alleati) si erano adoperati per la sconfitta della Patria e per la vittoria del nemico, pardon, dei baldi e disinteressati liberatori anglo-americani.
Anche la storia della cultura è stata manipolata, rielaborata, riscritta, secondo la versione politically correct: si è fatto credere ai giovani che la cultura è sempre e solo, per definizione, una cosa di sinistra, progressista e antifascista; che una cultura di destra non esiste, non è mai esistita e non può esistere; che Ezra Pound era un pazzo, Giovanni Gentile era un irresponsabile, Knut Hamsun era un venduto, Céline era uno squilibrato, Mircea Eliade era un bieco reazionario e Giovanni Papini, un vecchio rimbambito. Motivo: tutti costoro, e parecchi altri, che non vengono mai ricordati (anche se alcuni di loro hanno scritto opere di valore immensamente superiore a quelle dei vari Balestrini, Eco o… Dario Fo), si erano schierati dalla pare sbagliata, avevano rinnegato i sacri valori della libertà e della democrazia e avevano preso partito per i carnefici nazisti: tesi che ha, più o meno, la stessa consistenza di quella secondo cui i vari araldi della sinistra, da Sartre a Éluard, da Aragon a Neruda, da Moravia a Pasolini, altro non sono stati che i fiancheggiatori dello stalinismo e i complici morali dei crimini di quel regime. Gli esponenti dell’area culturale cattolica, poi, sono stati fatti sparire addirittura, quasi con un gioco di prestigio: e gli studenti italiani continuano a ignorare perfino i nomi di Nicola Lisi, di Bonaventura Tecchi, di Riccardo Bacchelli, di Eugenio Corti.
E quel che è accaduto per la storia, vale anche per tutti gli altri ambiti della cultura e dello studio, nonché per la musica leggera, il cinema, lo spettacolo, la televisione, lo sport, perfino la scienza e l’arte, specialmente l’architettura e l’urbanistica, ma anche la pittura e la scultura. Anche qui si sono rifatte le liste di proscrizione e quelle di approvazione, si sono distribuite le pagelle dei buoni e dei cattivi; ma quelli veramente scomodi, li si è condannati al silenzio e all’oblio, che è sempre l’arma migliore per annientare qualunque avversario, reale o potenziale. L’avversario da annientare è sempre lo stesso: colui che invita a riflettere, colui che esercita la libertà del pensiero, che non si lascia condizionare, né ricattare, intellettualmente o moralmente, o entrambe le cose; che respinge gli schemi e le pappe precotte, le minestrine riscaldate e scipite, fatte passare per capolavori dell’alta cucina, che tutti devono applaudire e complimentare.
Qualcuno penserà che stiamo esagerando; ebbene, faccia caso a quali volti sono spariti dai telegiornali e dalle tavole rotonde televisive, quali firme sono scomparse dai giornali e dalle riviste in questi ultimi anni: a meno che costui sia affetto da una forma incurabile di distrazione cronica, si renderà conto che sono scomparsi precisamente i migliori, i più liberi, quelli che pensano con la loro testa, quelli che non stanno sul libro paga dei poteri forti, quelli che hanno il coraggio di dire la verità. Son rimasti i peggiori, i più mediocri, i più vili, i più conformisti, i più servi, i più banali.
Un fenomeno molto italiano, certo; ma, purtroppo, un fenomeno anche europeo, e, ormai, mondiale. Le teste pensanti vengono ridotte al silenzio, perché nessuna voce dissonante deve turbare la pacifica ruminazione del gregge dei pecoroni. Il Pensiero Unico avanza, dilaga, s’impone ovunque, diventa legge. Chi contravviene al Pensiero Unico, rischia ormai una querela: e, sotto la minaccia, molti giornali devono tacere, molte reti televisive devono adeguarsi, molte voci potenzialmente critiche sono messe a tacere.
I nostri studenti apprendono, sui banchi di scuola, che il fascismo aveva tolto la libertà di stampa, si era impadronito dei giornali, monopolizzava i programmi radio: il che è vero. Non viene loro detto, però, che, nell’attuale regime democratico e repubblicano, avviene la stessa cosa, se non peggio, però senza che ciò sia esplicito e dichiarato: avviene de facto, semplicemente perché non si trovano più un solo giornale o rivista, una sola rete radio o televisiva, che abbiano voglia o interesse a far risuonare una voce libera; in un mondo di servi volontari, le forme della libertà sono rispettate, ma solamente quelle.
La sostanza è una dittatura; anzi, un vero e proprio totalitarismo. Gli storici discutono ancora se il fascismo fu un totalitarismo o no; il sistema politico-sociale odierno, imposto dall’alta finanza e dai poteri forti internazionali, dei quali i politici europei sono solo i valletti e i camerieri, è sicuramente un totalitarismo, perché non si limita a controllare l’informazione, ma sta lentamente modellando i modi di pensare, di sentire, di vivere, di centinaia di milioni di persone; le sta letteralmente “rifacendo” di sana pianta, come passandole attraverso un duplicatore, dal quale escono simili a prima, ma intimamente cambiate: senza ricordi del passato, senza cognizione del presente, senz’ombra di  domande sul futuro.
Già, il futuro. Come dire a 500 milioni di europei che entro poco più di una generazione saranno spariti, e che l’Europa sarà diventata un continente islamico o islamizzato? No, meglio non dirglielo; anzi, bisogna non dirglielo. Le élites globali hanno deciso che l’islamizzazione deve procedere, e così sta avvenendo. Non si parla di questo problema come del problema numero uno dell’Europa; nessuno dei partiti maggiori, né in Italia, né in Francia, Germania, eccetera, ne parla come del problema numero uno. Eppure lo è; eccome se lo è. Il tasso d’incremento demografico non è una opinione: è matematica. Non stiamo facendo delle ipotesi, non stiamo almanaccando sulle probabilità: stiamo dicendo esattamente quel che è destinato ad accadere, a meno che si corra immediatamente ai ripari.
Ma come correre ai ripari, se nessuno lancia l’allarme, anzi, se chi lo fa viene subito bollato e zittito quale xenofobo, razzista, populista ed estremista di destra? Se, davanti alla rivolta del Cara di Cona, nel veneziano, con gli operatori presi in ostaggio dai “profughi” ivoriani e nigeriani (ma in Nigeria e in Costa d’Avorio c’è la guerra?), tutto quel che il prefetto sa fare è balbettare che, poverini, si può capire che si siano agitati perché una dei loro è morta (di malattia!), anche se i cattivelli non dovrebbero poi diventar violenti. Ma come reagire, se nessuno si ricorda più del Cara di Mineo, ove due anziani coniugi furono massacrati (lei anche violentata) da un “profugo” ivoriano, nell’agosto 2015? Memoria corta, oblio, silenzio: le armi del totalitarismo democratico, globalista e progressista, al quale si è associato anche il vertice della Chiesa cattolica. Cancellata la buona teologia tomista, e sostituita dagli sproloqui della “svolta antropologica” dei Rahner e dei Kasper; silenzio sul peccato, il giudizio e l’aldilà; Gesù Cristo ridotto a un amicone, e Dio a una variante dell’intelligenza umana. Sì: qualcosa s’ è perduto, nelle ultime due generazioni…

L’autarchia mammona & gli dèi abusivi

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Per una teologia del castigo

Nell’Antico Testamento le sciagure sono il castigo riservato agli empi. Così i Proverbi:

Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali. (Pr 12,21)

O il Siracide:

Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico. (Sir 38,15)

Nei Vangeli, invece, Gesù si intrattiene coi lebbrosi e guarisce gli infermi. E ai suoi insegna:

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico. (Lc, 13,4-5)

L’idea che le disgrazie scaturiscano dalla trasgressione di un codice etico è delle due la più antica, essendo anche la più primitiva. In essa agisce non tanto la volontà di dare un ordine razionale a ciò che ci appare arbitrario, ma piuttosto l’illusione teleologica e consolatoria di una giustizia intellegibile – corrispondente cioè alla norma etica del momento – che governerebbe i destini degli uomini.

Vieppiù consolatoria – e quindi appagante, e quindi responsabile del suo successo – è la sua inversa funzione giustificante: se la disgrazia colpisce i peccatori, allora io che non ne sono colpito sono un giusto. E in quanto giusto, a me non può succedere. È difficile resistervi. Se Tizio muore prematuramente ci preoccupiamo di sapere se conducesse stili di vita sbagliati. Se è vittima di un incidente ci auguriamo sia stato imprudente, non sfortunato. In quanto ai poveri, giova sempre sapere – o immaginare – che non lavorano perché assenteisti o sfaticati, che si drogano, delinquono, frequentano compagnie sbagliate, non si lasciano aiutare ecc. Che se la sono cercata.

Per quanto umana e parto dell’umana fragilità, la colpevolizzazione delle vittime è però la deriva mentale non solo più ingiustificata e ripugnante, ma anche la più pericolosa:

1 – perché nell’offrire una finta causazione alla portata di tutti ostacola la ricerca delle cause naturali e quindi l’avanzamento delle conoscenze;

2 – perché celebra nelle ingiustizie i correttivi di una società che piace credere dura ma giusta, alimenta la fede nello status quo, fa delle opposizioni e delle lotte per l’avanzamento sociale un fastidio;

3 – perché esclude la compassione: se chi subisce il male sconta i propri errori, non bisogna compiangerlo ma anzi trarne soddisfazione per la giustizia che vi si compie e la conferma della propria immunità. Non è però qui un problema di buon cuore, essendo piuttosto l’immedesimarsi nei problemi altrui un razionalissimo motore di civiltà: i sani curano gli infermi nella prospettiva di ammalarsi, i giovani aiutano i vecchi nella prospettiva di invecchiare, chi sta in alto tende la mano a chi sta in basso nella prospettiva di cadere. Il moralismo, all’inverso, ci restituisce al mondo delle bestie per altra via.

4 – perché nel giustificare il male giustifica la violenza. I genocidi, le oppressioni e le stragi in grande scala sono tutti preceduti da una demonizzazione etica delle vittime per rendere accettabile l’enormità di quei fatti. I crimini per interesse restano circoscritti all’obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza.

Si immaginerebbe che la modernità abbia fatto i conti con queste devianze. In fondo millenni di filosofia e secoli di scienza non hanno dato una definizione univoca di libero arbitrio, né hanno dimostrato che esista. Pare comunque unanime che se gli individui fossero liberi di scegliere, e quindi di sbagliare, e quindi di meritare un castigo, questa libertà – posto che esista – sarebbe confinata in un margine infinitamente più ristretto di quanto non ci suggerisca il senso comune.

Nel dubbio possiamo quindi salvare convenzionalmente il concetto per formulare giudizi, educare la prole, amministrare la giustizia ecc. ma dovremmo avere la decenza intellettuale di non farne una priorità causale.

Accade invece il contrario, e anzi di peggio: che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui – che già sarebbe aberrante – ma a intere comunità: gli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani. Che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, che non pagano le tasse, che corrompono e si fanno corrompere, che accumulano debiti, che non sanno competere, che rifiutano il progresso, che chiagnono, fottono e non vogliono prendere la medicina. E ne scontano quindi il castigo.

È il principio della pena collettiva, che esce dalla porta dei diritti umani e rientra dalla finestra dei diritti economicamente sostenibili. O della Vergeltung, la rappresaglia nazista che si rivergina nel giro di pochi decenni. In questo caso però con le vittime impegnate non a denunciarne l’orrore ma a rivoltare le proprie fila per consegnare al boia i fratelli: i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti. Finché, parafrasando un noto paradosso, non resterà loro che consegnare sé stesse.

Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (ne abbiamo abbozzata una fenomenologia qui) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici. Con il duplice effetto di chiudere la via a un’analisi razionale delle cause per risolvere i problemi a cui si allude (v. punto 1) e di impedirci di vedere nella disgrazia degli altri il presagio della nostra (v. punto 3). Così ad esempio i giornalisti di un noto quotidiano economico che, avendo invocato la falce dei mercati nel 2011, ne assaggiavano il filo nel 2016. Cose che capitano se quando sale l’acqua in terza classe, nel salone delle feste si brinda a tutta pagina invece di denunciare la falla.

Il moralismo è il rifugio più penoso. Perché a qualsiasi altezza della catena ragionativa offre una via di fuga per attribuire la responsabilità delle proprie decisioni e analisi fallimentari a chi le subisce. Di quella catena è l’anello maleodorante, ciò che la rende feccia, superstizione, passe-partout dialettico alla portata di ogni pecora che, per un giorno, vuole farsi leone affondando i denti nella carne dei moribondi. Fosse anche la sua.

Nell’illusione di responsabilizzare gli altri, le interpretazioni morali deresponsabilizzano chi ne fa uso esonerandolo dal capire e agire secondo ragione. Anche perché, in una retorica cristallizzata come un catechismo dove a ogni male corrisponde il suo peccato, non c’è più niente da inventare. Si consideri il capitolo dedicato alle crisi. Semplice, diretto, universale – a prova di scimmia (ポカヨケ):

Subiamo la crisi… Per colpa…
… economica … della Prima Repubblica spendacciona, degli amministratori spreconi
… finanziaria … dei banchieri avidi
… occupazionale … dei giovani comodi e accidiosi, degli apprendisti esosi, dei vecchi viziati e fannulloni
… produttiva … degli imprenditori pavidi e piagnoni
… migratoria … degli italiani razzisti
… delle finanze pubbliche … dei furbetti dello scontrino
… dei servizi pubblici … dei corrotti
… dell’Europa … dell’egoismo tedesco
… della politica … del populismo

Questa rogna prospera anche perché aggredisce gli anticorpi che la dovrebbero contenere, cioè la logica e il pensiero scientifico, quest’ultimo infiltrato e piegato non già a ricercare le cause storiche, politiche, aritmetiche dei problemi, ma a ripresentarne circolarmente gli effetti per dimostrarne la natura peccaminosa. I meridionali stanno peggio? Quindi sono peggiori. I giovani non lavorano? Quindi non ne hanno voglia. L’Italia va male? Quindi ci si comporta male. Applicazioni che non differiscono in nulla dalle più famose craniometrie apologetiche dell’arianesimo.

Chi poi non fosse d’accordo, chi proponesse di sostituire la logica e i precedenti storici alla morale delle fiabe è invece complice del declino. Giustifica i peggiori, si direbbe. Ne fa senz’altro parte anche lui.

Abbattuta così ogni barriera immunitaria, il morbo si fa onnipotente e dal discorso si insinua nell’agire, paralizzandolo. La politica smette l’ambizione di tradurre le soluzioni in regole e si dà a quella, millenaristica e grottesca, di fustigare il vizio, amministrare l’espiazione, redimere le moltitudini. Nascono partiti e correnti per promuovere l’onestà, combattere l’odio, predicare la solidarietà e l’accoglienza, sanzionare gli egoismi (al plurale). Si prefiggono, nientemeno, di cambiare la mentalità dei popoli. Sono idealisti, predicatori, pedagoghi, psicoterapeuti, maestre d’asilo – tutto fuorché servitori di una res publica che deve anzi servire le loro visioni, essere all’altezza dei sogni che li invasano.

Questa inversione – la stessa del folle che pretende di ruotare il pianeta per avvitare un bullone – certifica l’impotenza della politica, cioè la sua morte. O per meglio dire, la perverte in qualcosa che è al tempo stesso nuovo e primordiale. Ne fa una casta sacerdotale, il middle layer di una teocrazia laica i cui dèi non posseggono la sostanza della divinità ma ne usurpano gli attributi: i grandi investitori, le banche centrali, i decisori non eletti, le commissioni e i patti transnazionali, le agenzie di rating e tutti coloro che, in forza di un’indipendenza ordinamentale sciaguratamente negletta dai più, rispondono solo al proprio capriccio.

Alla politica in senso lato (e quindi anche ai mezzi di informazione) spetta il compito etimologicamente re-ligioso di mediare la volontà degli pseudo-dèi, difenderla dalla blasfemia di chi vi si oppone, imporla e predicarla ai fedeli traendone una norma etica e un corollario di dogmi, feticci e virtù cardinali: competizione, produttività, libertà dei commerci, internazionalismo, intraprendenza, digitalizzazione… Ma più ancora deve nasconderne i danni dietro la cortina teologica del castigo e riversarne la responsabilità su un popolo indegno, irriconoscente e immaturo: “… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (ibid).

Un castigo giusto e meritato, si intende, sicché nessuna soglia è inaccettabile: nemmeno il sacrificio umano – salvo chiamare diversamente i suicidi e le morti premature che, in Grecia come altrove, hanno spento decine di migliaia di vite per compiacere gli autarchi di mammona: gli dèi abusivi, gli antagonisti della divinità (Lc 16,13). È fanatismo religioso, con l’aggravante di prostrare le masse a creature del fango e non del cielo, la cui forza sta tutta nella follia di chi ci crede e di chi, smarrito il giusto, lo cerca nella disgrazia degli altri.

Fonte diretta: http://ilpedante.org/post/per-una-teologia-del-castigo

Ps: i commenti all’interno del link sopra menzionato, sono molto interessanti.

Straordinariamente diversi. Fantasticamente disuguali

La Chimera dell’Uguaglianza

da Alberto Medina Mendez July 19, 2010  Sito TeoduloLopezMelendez

Il discorso politico e civile ha installato una certezza che pretende di essere inconfutabile.
E’ diventato qualcosa di simile a un monumento alla verità senza macchia. E’ l’ossessione di un obiettivo e non solo retorica fondamentalista ma pratico, che si riflette quotidianamente in implementazioni concrete di tutto il mondo. 

Molti, quasi tutti, dicono che sono in lotta per l’uguaglianza e vantano su di essa come se il termine stesso rappresentasse un valore indiscutibile.
È menzionato come se la parola avesse un’aura speciale, una benedizione superiore, come se fosse una virtù superlativa, un’utopia per un lavoro
senza sosta che ne vale la pena. 

Va detto, senza figure e apertamente, senza equivoci o eufemismi, che l’uguaglianza, è qualcosa di cui gli individui parlano, è l’attributo che almeno descrive la specie umana.
Gli individui,
in quasi tutto, non sono uguali.
Se qualcosa ci distingue,
sono le nostre differenze, ciò che ci rende ovviamente diversi.

Noi non guardiamo al fisico, o nella nostra personalità, tanto meno in esperienze trasferibili che ci toccano sulla fortuna. Tutto, assolutamente tutto, ci rende esseri infinitamente diversi, e questa disuguaglianza, se si tratta di una qualità, è una caratteristica unica e irripetibile. 

Sono le nostre differenze, che ci hanno fatto progredire e sopravvivere come specie. Sono solo queste differenze che ci hanno permesso di evolvere. Queste disparità ci rendono creativi, competitivi, diventando il principale motore che ci spinge a lottare e migliorare noi stessi.

Non l’uguaglianza, ma proprio il suo opposto, la disuguaglianza, è ciò che meglio descrive i nostri talenti e le più grandi virtù. Lei, la disuguaglianza, è anche chiaramente quella che identifica i nostri peggiori difetti, e ci consente la possibilità di trattare con loro. 

Noi non siamo uguali, noi non dovremmo volerlo essere.
Tuttavia, una corrente quasi unanime è in aumento, il discorso più comune sembra essere il politicamente corretto, che fingendo regola ciò che appare come deviazioni. La società sembra applaudire alcuni, perché suppone che qualcuno abbia il potere di dare loro ciò che vogliono, e altri perché non hanno nemmeno il coraggio di dire quello che pensano difendendolo lo stesso. 

Sarebbe auspicabile che tutti svolgessero le loro mansioni  con le stesse regole.
Una certa uguaglianza
può far finta di fronte alla legge di soddisfare i criteri oggettivi che governano la convivenza umana, ma solo per una questione di routine, che è quasi una questione di buon senso.

Nel resto, dobbiamo capire le differenze, le disuguaglianze e le nostre particolarità, che devono essere accolte. Pertanto, è difficile da capire come questa parola, “uguaglianza” sia venuta ad occupare una posizione privilegiata nei discorsi, e la sua effettiva attuazione abbia significato liberarci della nostra unicità. 

  Il fatto è che la pratica quotidiana della politica è diventata il culto dell’uguaglianza,

  • rimuovere i migliori talenti
  • impostare i limiti per progredire
  • stabilire piani artificiali,

Naturalmente, cercando di fornire coercitivamente su ciò che hanno, mentre altri avanzano per mettere a nudo su quanto sopra accada. 

La redistribuzione decantata continua a devastare.
Lo fa sotto lo slogan che è diventato di moda, il paradigma della giustizia umana, rimuovendo alcuni e dando ad altri, discrezionali, arbitrari, selettivi e coercitivi.

La società sembra salutare la distruzione della sua più grande virtù. Si presuppone possa assimilare una comunità, attraverso leggi, decreti e regolamenti. Che l’assunzione di alcuni e dare agli altri, ci aiuti a evolvere. 

Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.
Tali meccanismi ottengono solo lo scoraggiamento del talento e paradossalmente anche il meno esperto, così, richiedono anche incentivi al progresso, da superare. Dopo tutto, un messia, si prenderà cura di loro, quello che non sono in grado di ottenere per se stessi.

Ma in questo caso, con l’aggravante di trattare indegnamente come vero incompetente e inutile, riducendole alla categoria di favori disonorevoli mendicanti. E minare la loro auto – stima indossata per condannare in eterno la posizione fragile e sconveniente di parassiti sociali, quelli che d’ora in avanti dipenderanno solo dal dono patrocinato del capo turno.

Di certo questo sarà quello che accad, quando i potenti decidono di dare le elemosine. Prima raccoglieranno in giro alcune briciole delle ricchezze di chi produce, in modo da realizzare la loro generosa azione popolare da elargire. 

Questo meccanismo, che gode a quanto pare l’impunità senza precedenti nel mondo, sembra di essere venuto per rimanere. 

Si tratta di politici pratici ed elettori che li celebrano all’unisono. Dare la sensazione che un certo segmento di umanità è disposto ad abbassare le braccia in modo permanente, a vivere ciò che gli altri generano, per essere umiliati da coloro che hanno cercato di mostrare la loro dimostrata incapacità, come una fotografia statica di quella presente immutabile e immodificabile.

Questa sfida difficile ma essenziale per recuperare la fede, non sembra pronta a dare battaglia, si avvia così alla ricerca della propria felicità provando a identificare e soddisfare i radicati loro sconosciuti punti di forza, quello che ogni essere umano ha, il dono prezioso che ognuno di noi ha ricevuto, in particolare, individuale e delegabile, quel magnifico attributo che ci rende essenzialmente diversi e così unici e inimitabili

Straordinariamente diversi. Fantasticamente disuguali

Nessuna legge politica potrà funzionare sugli ingenui cittadini coinvolti. Le regole possono saccheggiare alcuni per dare agli altri, ma non creeranno il talento dove questo è assente o semplicemente addormentato. In quello spazio dove si è generata la creatività, essi se lo sono preso per spegnere la volontà.

Questi attributi, 

  • creatività
  • talento
  • perseveranza
  • sforzo
  • capacità
  • dedizione,

… Non sono solo questioni innate. 

La maggior parte di questi attributi si sono sviluppati e raggiunti solo quando si sono delineati tempi difficili, situazioni reali di crisi che hanno richiesto sfide alle insidie che si sono verificate facendoci passare attraverso.

La lista di invenzioni nella storia umana è infinita, quella lista inesauribile che si è sviluppata in quanto tale, viene dalla migliore specie. E sono loro e non altri, che ha gettato le basi del progresso.

Se noi eliminiamo le differenze, se veneriamo l’omogeneità, ci stiamo condannando a chiedere a coloro che si distinguono di farlo per noi, così facendo, trascurando la mancanza di abilità come quella di un politico, sostenuto dalla stragrande maggioranza dei cittadini per mettere le cose a posto, è il peggio che possa capitarci. 

Chiaramente, l’umanità ha acquisito questa illusione che l’uguaglianza in sé è un obiettivo. 

La fantasia dell’uguaglianza sembra essere presa in consegna da noi senza alcuna resistenza e la tacita civica approvazione viene spiegata dal discorso dei politici, che è solo una mera conseguenza e non la causa reale … 

FONTE 

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da 

La non politica

La vera discussione di fondo

La permanente politica contemporanea ci ha invitati ad affrontare i dibattiti e discussioni abbastanza periferici e privi di conseguenze, l’intento è quello di nascondere l’entità del vero contenuto.

Non importa quale sia l’argomento proposto dalle circostanze. Invariabilmente tutto ruota intorno allo stesso argomento.

Il fatto è che la spesa pubblica è andata completamente fuori controllo. Le aziende vogliono che  sia lo stato a fare tutto, in ambito economico e buono. Il fatto è che ciò richiede molte risorse che non sono infinite.

In questo contesto, il dilemma centrale, per dirlo con la definizione più corretta, è quella che ogni volta viene rivisto il saccheggio delle risorse.

Vale la pena ricordare che i governi si nutrono di tre uniche fonti, per creare questa disponibilità, un vero dilemma insormontabile.

tasse
indebitamento
l’emissione di moneta,

… Queste sono le uniche alternative che possono fare coloro che guidano i destini politici della comunità.

Possono sembrare soluzioni ed espedienti utilizzati per far fronte ai vari collegamenti, compresi i metodi che vengono trovati per dilatare gli impatti, ma sicuramente un giorno bisognerà pagarne il conto. Le esperienze testimoniano che più è contorto il metodo da districare, a sua volta rimane molto più ingombrante.

Questa è la radiografia di molte aziende che hanno cercato di rendere la spesa pubblica più flessibile, in grado di supportare qualsiasi sciocchezza, senza accorgersi che hanno fatto una vera e propria “bomba a orologeria”.

Questa complessa costruzione non ha più futuro, è impossibilitata a gestire con saggezza. Il fatto è che la classe politica ha deciso di non dare la cattiva notizia. È per questo che continua a parlare di stato come entità magica che può fare tutto ed è in grado di fornire molteplici soluzioni ai problemi.

Forse è il momento di iniziare ad ammettere che il discorso è pieno di errori ripetuti e menzogne assurde. Lo Stato non può risolvere anche le questioni più basilari, quelli che hanno dato vita all’origine delle società organizzate.

La giustizia non gode più alcuna rispettabilità e i cittadini sanno che la loro sicurezza personale, dipende più da azioni preventive che affrontare la protezione di ogni singola legge.

Lo Stato non affronta le sue essenziali funzioni in modo efficiente, anche se le può gestire, quindi, quelle essenziali funzioni che i cittadini in un atto di ingenuità affida a lui, non può farle bene.

Naturalmente la politica sta mentendo quando dice che può prendersi cura di questi obiettivi nobili.

Lo Stato moderno non può garantire né la sicurezza né la giustizia, né è efficace nella formazione o una cura, e tanto meno può essere un imprenditore o il più complesso gestore con determinati criteri.

E’ giunto il momento di comprendere che i leader politici sono entrati nel circolo vizioso dell’eterna menzogna, solo perché non hanno avuto il coraggio di confessare che difendono un sistema collassato ed ingovernabile.

Per la maggior parte di loro, è importante accettare di rimanere in una cronica inerzia, perché non vi è una società che preferisce la cecità e l’innocenza alla verità, quella che si svolge nella propria esperienza empirica.

E’ più facile delegare le responsabilità che assumerle direttamente come proprie.

E’ quindi probabile che i cittadini che stanno ancora cercando di rifilare il loro compito che non vogliono prendere nelle loro mani, lo stiano delegando ad altri.

E’ la non politica l’unica responsabile di tutte le calamità di questa età, ma, in ogni caso, in questo contesto, bisogna comprendere che una parte di questa follia in corso tocca a tutti.

La politica dovrebbe essere lo strumento per trasformare la realtà. Essa è di vitale importanza per distinguere tra il suo potenziale e, di quello che ci si può aspettare da lei e la sua attuale drammaticità, differenziando da quello che deve fare a quello che fa.

L’attuale leadership ha scelto di obbedire alla società, cercando di essere coerenti con le loro richieste, quindi basta dire quello che la gente vuole sentirsi dire.

Sono i cittadini che sembrano essere molto confusi, credendo che le spese dello Stato siano ben rimesse, il punto è che molti sono convinti che se i politici non rubassero più, i soldi sarebbero inesauribili.

La corruzione è un male e non deve essere mai tollerata in alcuna forma. Ma questa è una forma molto ingenua, credere che se il governo fosse onesto si disporrebbe abbastanza risorse per fare tutto ciò che le persone fanno finta di credere.

Come nella vita stessa, è necessario capire che i bisogni insoddisfatti sono illimitati, ma le risorse sono sempre scarse. In breve, questo inevitabilmente significa assegnare e favorire priorità ad alcuni a discapito di altri.

Anche se questa logica di base non la si può comprendere, si continuerà a tempo indeterminato ad inciampare.

In questo, ognuno è responsabile. I primi sono i leader non certo per affrancarli  sollevandoli dalla responsabilità di dire la verità, anche se è politicamente scorretto, anche il pubblico, a questo punto, non può più invocare l’ignoranza.

È possibile inoltre discutere di queste circostanze emergenti, sul fatto che è meglio creare nuove tasse aumentando così problema esistente a distanza ravvicinata o prendere a prestito come spesso è stato in passato, ma prima o poi, dobbiamo affrontare la vera discussione fondo … 

 
por Alberto Medina Méndez
20 Marzo 2016
del Sitio Web TeoduloLopezMelendez