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L’autarchia mammona & gli dèi abusivi

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Per una teologia del castigo

Nell’Antico Testamento le sciagure sono il castigo riservato agli empi. Così i Proverbi:

Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali. (Pr 12,21)

O il Siracide:

Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico. (Sir 38,15)

Nei Vangeli, invece, Gesù si intrattiene coi lebbrosi e guarisce gli infermi. E ai suoi insegna:

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico. (Lc, 13,4-5)

L’idea che le disgrazie scaturiscano dalla trasgressione di un codice etico è delle due la più antica, essendo anche la più primitiva. In essa agisce non tanto la volontà di dare un ordine razionale a ciò che ci appare arbitrario, ma piuttosto l’illusione teleologica e consolatoria di una giustizia intellegibile – corrispondente cioè alla norma etica del momento – che governerebbe i destini degli uomini.

Vieppiù consolatoria – e quindi appagante, e quindi responsabile del suo successo – è la sua inversa funzione giustificante: se la disgrazia colpisce i peccatori, allora io che non ne sono colpito sono un giusto. E in quanto giusto, a me non può succedere. È difficile resistervi. Se Tizio muore prematuramente ci preoccupiamo di sapere se conducesse stili di vita sbagliati. Se è vittima di un incidente ci auguriamo sia stato imprudente, non sfortunato. In quanto ai poveri, giova sempre sapere – o immaginare – che non lavorano perché assenteisti o sfaticati, che si drogano, delinquono, frequentano compagnie sbagliate, non si lasciano aiutare ecc. Che se la sono cercata.

Per quanto umana e parto dell’umana fragilità, la colpevolizzazione delle vittime è però la deriva mentale non solo più ingiustificata e ripugnante, ma anche la più pericolosa:

1 – perché nell’offrire una finta causazione alla portata di tutti ostacola la ricerca delle cause naturali e quindi l’avanzamento delle conoscenze;

2 – perché celebra nelle ingiustizie i correttivi di una società che piace credere dura ma giusta, alimenta la fede nello status quo, fa delle opposizioni e delle lotte per l’avanzamento sociale un fastidio;

3 – perché esclude la compassione: se chi subisce il male sconta i propri errori, non bisogna compiangerlo ma anzi trarne soddisfazione per la giustizia che vi si compie e la conferma della propria immunità. Non è però qui un problema di buon cuore, essendo piuttosto l’immedesimarsi nei problemi altrui un razionalissimo motore di civiltà: i sani curano gli infermi nella prospettiva di ammalarsi, i giovani aiutano i vecchi nella prospettiva di invecchiare, chi sta in alto tende la mano a chi sta in basso nella prospettiva di cadere. Il moralismo, all’inverso, ci restituisce al mondo delle bestie per altra via.

4 – perché nel giustificare il male giustifica la violenza. I genocidi, le oppressioni e le stragi in grande scala sono tutti preceduti da una demonizzazione etica delle vittime per rendere accettabile l’enormità di quei fatti. I crimini per interesse restano circoscritti all’obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza.

Si immaginerebbe che la modernità abbia fatto i conti con queste devianze. In fondo millenni di filosofia e secoli di scienza non hanno dato una definizione univoca di libero arbitrio, né hanno dimostrato che esista. Pare comunque unanime che se gli individui fossero liberi di scegliere, e quindi di sbagliare, e quindi di meritare un castigo, questa libertà – posto che esista – sarebbe confinata in un margine infinitamente più ristretto di quanto non ci suggerisca il senso comune.

Nel dubbio possiamo quindi salvare convenzionalmente il concetto per formulare giudizi, educare la prole, amministrare la giustizia ecc. ma dovremmo avere la decenza intellettuale di non farne una priorità causale.

Accade invece il contrario, e anzi di peggio: che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui – che già sarebbe aberrante – ma a intere comunità: gli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani. Che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, che non pagano le tasse, che corrompono e si fanno corrompere, che accumulano debiti, che non sanno competere, che rifiutano il progresso, che chiagnono, fottono e non vogliono prendere la medicina. E ne scontano quindi il castigo.

È il principio della pena collettiva, che esce dalla porta dei diritti umani e rientra dalla finestra dei diritti economicamente sostenibili. O della Vergeltung, la rappresaglia nazista che si rivergina nel giro di pochi decenni. In questo caso però con le vittime impegnate non a denunciarne l’orrore ma a rivoltare le proprie fila per consegnare al boia i fratelli: i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti. Finché, parafrasando un noto paradosso, non resterà loro che consegnare sé stesse.

Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (ne abbiamo abbozzata una fenomenologia qui) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici. Con il duplice effetto di chiudere la via a un’analisi razionale delle cause per risolvere i problemi a cui si allude (v. punto 1) e di impedirci di vedere nella disgrazia degli altri il presagio della nostra (v. punto 3). Così ad esempio i giornalisti di un noto quotidiano economico che, avendo invocato la falce dei mercati nel 2011, ne assaggiavano il filo nel 2016. Cose che capitano se quando sale l’acqua in terza classe, nel salone delle feste si brinda a tutta pagina invece di denunciare la falla.

Il moralismo è il rifugio più penoso. Perché a qualsiasi altezza della catena ragionativa offre una via di fuga per attribuire la responsabilità delle proprie decisioni e analisi fallimentari a chi le subisce. Di quella catena è l’anello maleodorante, ciò che la rende feccia, superstizione, passe-partout dialettico alla portata di ogni pecora che, per un giorno, vuole farsi leone affondando i denti nella carne dei moribondi. Fosse anche la sua.

Nell’illusione di responsabilizzare gli altri, le interpretazioni morali deresponsabilizzano chi ne fa uso esonerandolo dal capire e agire secondo ragione. Anche perché, in una retorica cristallizzata come un catechismo dove a ogni male corrisponde il suo peccato, non c’è più niente da inventare. Si consideri il capitolo dedicato alle crisi. Semplice, diretto, universale – a prova di scimmia (ポカヨケ):

Subiamo la crisi… Per colpa…
… economica … della Prima Repubblica spendacciona, degli amministratori spreconi
… finanziaria … dei banchieri avidi
… occupazionale … dei giovani comodi e accidiosi, degli apprendisti esosi, dei vecchi viziati e fannulloni
… produttiva … degli imprenditori pavidi e piagnoni
… migratoria … degli italiani razzisti
… delle finanze pubbliche … dei furbetti dello scontrino
… dei servizi pubblici … dei corrotti
… dell’Europa … dell’egoismo tedesco
… della politica … del populismo

Questa rogna prospera anche perché aggredisce gli anticorpi che la dovrebbero contenere, cioè la logica e il pensiero scientifico, quest’ultimo infiltrato e piegato non già a ricercare le cause storiche, politiche, aritmetiche dei problemi, ma a ripresentarne circolarmente gli effetti per dimostrarne la natura peccaminosa. I meridionali stanno peggio? Quindi sono peggiori. I giovani non lavorano? Quindi non ne hanno voglia. L’Italia va male? Quindi ci si comporta male. Applicazioni che non differiscono in nulla dalle più famose craniometrie apologetiche dell’arianesimo.

Chi poi non fosse d’accordo, chi proponesse di sostituire la logica e i precedenti storici alla morale delle fiabe è invece complice del declino. Giustifica i peggiori, si direbbe. Ne fa senz’altro parte anche lui.

Abbattuta così ogni barriera immunitaria, il morbo si fa onnipotente e dal discorso si insinua nell’agire, paralizzandolo. La politica smette l’ambizione di tradurre le soluzioni in regole e si dà a quella, millenaristica e grottesca, di fustigare il vizio, amministrare l’espiazione, redimere le moltitudini. Nascono partiti e correnti per promuovere l’onestà, combattere l’odio, predicare la solidarietà e l’accoglienza, sanzionare gli egoismi (al plurale). Si prefiggono, nientemeno, di cambiare la mentalità dei popoli. Sono idealisti, predicatori, pedagoghi, psicoterapeuti, maestre d’asilo – tutto fuorché servitori di una res publica che deve anzi servire le loro visioni, essere all’altezza dei sogni che li invasano.

Questa inversione – la stessa del folle che pretende di ruotare il pianeta per avvitare un bullone – certifica l’impotenza della politica, cioè la sua morte. O per meglio dire, la perverte in qualcosa che è al tempo stesso nuovo e primordiale. Ne fa una casta sacerdotale, il middle layer di una teocrazia laica i cui dèi non posseggono la sostanza della divinità ma ne usurpano gli attributi: i grandi investitori, le banche centrali, i decisori non eletti, le commissioni e i patti transnazionali, le agenzie di rating e tutti coloro che, in forza di un’indipendenza ordinamentale sciaguratamente negletta dai più, rispondono solo al proprio capriccio.

Alla politica in senso lato (e quindi anche ai mezzi di informazione) spetta il compito etimologicamente re-ligioso di mediare la volontà degli pseudo-dèi, difenderla dalla blasfemia di chi vi si oppone, imporla e predicarla ai fedeli traendone una norma etica e un corollario di dogmi, feticci e virtù cardinali: competizione, produttività, libertà dei commerci, internazionalismo, intraprendenza, digitalizzazione… Ma più ancora deve nasconderne i danni dietro la cortina teologica del castigo e riversarne la responsabilità su un popolo indegno, irriconoscente e immaturo: “… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (ibid).

Un castigo giusto e meritato, si intende, sicché nessuna soglia è inaccettabile: nemmeno il sacrificio umano – salvo chiamare diversamente i suicidi e le morti premature che, in Grecia come altrove, hanno spento decine di migliaia di vite per compiacere gli autarchi di mammona: gli dèi abusivi, gli antagonisti della divinità (Lc 16,13). È fanatismo religioso, con l’aggravante di prostrare le masse a creature del fango e non del cielo, la cui forza sta tutta nella follia di chi ci crede e di chi, smarrito il giusto, lo cerca nella disgrazia degli altri.

Fonte diretta: http://ilpedante.org/post/per-una-teologia-del-castigo

Ps: i commenti all’interno del link sopra menzionato, sono molto interessanti.

LA CLOACA: un moderno Colosseo globale

vetri sporchiIl Calcio non è un gioco.  Il limitatissimo uso di questa finestra dipenderà dal provare quanto siano sporchi i suoi vetri. 

di Ibn Asad da “La Danza Final de Kali”  2011 estratto di Roberto Benítez Melga  10 Junio 2014  dal Sito Web RobertoBenítezMelgar  traduzione di Nicoletta Marino  Versione originale

Eccoci a parlare tutti ancora di calcio, un mantra a 360° non lascia fuori nessuno, tutti indistintamente, paesi, nazioni della società civile, ma non solo …

Se il calcio fosse un gioco, non metteremmo in discussione niente di quello che lo riguarda.

Sarebbe solo un intrattenimento e nessuno sarebbe tanto stupido da attaccare un’innocente distrazione ludica. Non c’è niente di malsano nel divertimento (al contrario), in uno svago o in un diversivo.

Non niente da censurare in una persona che si diverte seguendo una partita di calcio, eppure il fatto che milioni di persone scelgano la stessa partita di calcio come l’unico divertimento possibile, potrebbe far destare sospetti.

Ancora più sospettoso è che i notiziari televisivi e i giornali dedichino al calcio almeno un terzo del loro tempo e spazio.

Molto più sospetto, è che certe partite di calcio siano veri “atti ufficiali” cui assistono capi di stato, primi ministri e famiglie reali.

Ciò che, però, si presuppone sia eclatante, è comprovare la brutale orma che il calcio ha lasciato sulla società moderna, la funzione che ha su di essa e la quantità di energia che apparentemente muove un qualcosa di così innocente come un gioco.

Ecco la prima asserzione:  il calcio non è un gioco.

E quando ci riferiamo all’aspetto occulto del calcio, non alludiamo a ciò che è sporco che anche se sporco, continuerà a essere conosciuto.

È famoso e ormai insito come una cosa abituale, il costume europeo di utilizzare il calcio per riciclare denaro, sia di grandi gruppi di costruttori, sia di persone in relazione con il traffico di droga e altri affari illeciti.

Tutti sanno che lo sport in genere – e il calcio in particolare – riciclano capitali, e se qualcuno ha dei dubbi, torniamo ai casi di Silvio Berlusconi nel 1995, Jesús Gil nel 2002 e più recentemente Kia Joorabchian, Alexandre Martins, Reinaldo Pitta, o le risapute relazioni con la mafia di Roman Abramovich.

Il volto occulto del calcio non è nemmeno il fatto già divulgato che l’organizzazione internazionale che amministra questo sport (La FIFA) è corrosa dalla corruzione, come ha denunciato il giornalista Andrew Jennings.

E non lo è nemmeno l’arci-conosciuta dipendenza del calcio dalle multinazionali tessili sportive che mani-fatturano i loro prodotti in stati-laboratori con i quali pattuiscono condizioni subumane per i loro lavoratori.

Niente di tutto questo è l’aspetto occulto del calcio, solo una parte della sua cloaca, ben fatta, ben dissimulata, ben profumata, ma che tutti conoscono.

C’è una presenza più oscura e più quotidiana del calcio e perciò più impercettibile:

  • la funzione che il calcio svolge nell’ingegneria sociale del Nuovo Ordine Mondiale
  • l’impattante influenza del calcio su tutti gli aspetti della società moderna
  • l’utilizzo del calcio come uno strumento potente con cui i mass-media fanno il loro lavoro di controllo mentale e ipnosi di massa.

Quest’importanza del calcio va aldilà della funzione del classico “circense” per il popolo o, almeno, mai prima nessuna forza imperiale aveva mai disposto di potentissimi mezzi quali quelli di cui si serve questo moderno colosseo globale.

Tutti i grandi gruppi di mass-media hanno due testate specializzate che non mancano mai come i giornali dalla tiratura regolare:

  • economica
  • sportiva

Se questo grande gruppo è europeo già sappiamo a cosa dedica più di un terzo del suo lavoro: informare sul calcio!

Niente di tutto questo è casuale, e non è frutto di un amore nobile per lo sport. L’interesse per lo sport – e per il calcio – riguarda il poter sviluppare una piattaforma per la manipolazione sociale paragonabile in Europa solo con le due trattate in questo capitolo.

Nel caso concreto del calcio, le principali funzioni che questa ingegneria sociale svolge, si possono dividere in tre punti:

  • Funzione1

Attraverso il calcio, prendono e impongono i modelli filosofici, comportamentali, estetici che aspirano a essere applicatiti a tutte le razze, le condizioni, le età della nuova società moderna.

Il calciatore d’élite si presenta come il nuovo Achille di plastica e gel, un eroe senza eroismo che si trasforma nel manichino del perfetto trionfatore globale, una divinità invertita messa nel pantheon pubblicitario della moda passeggera.

In Europa non esiste niente che abbia più valore di un calciatore d’élite: si tratta di persona conosciuta da molte persone, che guadagna molto denaro segnando molti gol e vincendo molte partite; si tratta di un autentico “campione di quantità”

L’obiettivo finale di questa figura sarebbe integrarla nella cultura pop e tutto il ventaglio pubblicitario.

Il primo esempio trionfante di questo modello completo globale è stato David Beckham; dopo questo trionfo, sono venuti molti altri come Freddie Ljungberg, Thierry Henry o Cristiano Ronaldo, tutte figure provenienti dalla  Barclays Premier League inglese.

Senza dubbio, se queste icone comportamentali sono utili all’ingegneria sociale europea, lo sono molto di più nelle società cosiddette “del terzo mondo”.

Se nei “paesi sviluppati”, i modelli imposti influenzano i comportamenti e la gioventù li imita, nei paesi più poveri il modello del calciatore diventa l’unica opportunità di “integrazione sociale” per milioni di bambini e adolescenti.

Poco importa il fatto che quest’opportunità sia un’illusione e che solo una percentuale abbia accesso a una minima professionalità come calciatore.

Questo è l’unico sogno imposto ai bambini dell’Africa rurale, alla periferia di Buenos Aires o alle favelas brasiliane. La loro disperata situazione senza via di uscita fa sì che impieghino tutte le loro energie nell’unica via di fuga concepibile.

La FIFA con il suo progetto “Goal”, lavora, in questa situazione, con commoventi campagne filantropiche dove si regalano alle popolazioni più povere palloni da calcio e maglie firmate dall’astro di turno.

Questa è la stessa filantropia che nascondono i progetti caritatevoli di organizzazioni sportive in Africa come il patrocinio di club di calcio da parte delle potenti ONG e piattaforme delle Nazioni Unite come l’UNICEF.

Tutto per un obiettivo: dare speranze illusorie con il fascino del prestigio sociale di un calciatore di lusso.

Se tratta di imporre un’unica via di sopravvivenza: una via che fa uscire dalla miseria per portare a un’altra diversa miseria, una via che permette di passare dalla denutrizione alle mansioni grottesche, alle macchine sportive di lusso e alla prostituzione d’alto bordo.

Si capisce facilmente che tutta questa rete genera solo (agli uni e agli altri, individualmente e socialmente) un unico sentimento di frustrazione.

Questa frustrazione sarà la chiave per la funzione che andiamo a esporre.

  • Funzione 2
  • Un’altra funzione che svolge il calcio, questa per gli amanti del calcio, è un bene riconoscibile:

la canalizzazione della tensione nervosa rivolta a un’attività sterile.

Con i mezzi di comunicazione tutto lo scontento, l’insoddisfazione e la ribellione che potrebbero motivare una critica da parte delle persone, è canalizzata verso l’amore per il calcio.

Così si capisce come i più ferventi affezionati del calcio sono le persone più lontane da una qualsiasi pratica sportiva. L’energia distruttiva generata nell’individuo dalla vita moderna, è condensata in “90 minuti di odio”.

In questo periodo di tempo, il pacifico cittadino può insultare, giudicare, reclamare, prendere a calci e criticare chi lo circonda sempre in un contesto ad hoc: il calcio.

L’aggressività non è in nessun caso sublimata, anzi al contrario, è concentrata e diretta verso una passione sterile e assurda.

E’ naturale che pretendendo di controllare e manipolare così l’energia nervosa della massa, molte volte il calcio sfocia in episodi di violenza.

Questa è la struttura della passione per il calcio, che a sua volta svolge una terza funzione nella ingegneria sociale del Nuovo Ordine Mondiale.

  • Funzione 3
  • L’amore per il calcio di club, appartenere a una squadra, Il “sentire i colori”, sembra essere un esercizio di devozione quanto meno curioso:

si tratta di appoggiare sentimentalmente un gruppo senza ideologia, nessuna base comune intellettuale, nessuna identità naturale, che non rappresenta nessuna razza, nessun popolo o città, non è unito da un valore comune e ha solo la finalità ben precisa: la vittoria che consiste nel superare il rivale solo con dei numeri.

Il fanatismo per una squadra di calcio prende spunto dal mondo degli affari: il fanatismo corporativo. Questo riflusso si può confondere completamente quando alcuni club sono quotati in borsa.

Un fan di una squadra qualsiasi e un perfetto lavoratore di una corporazione aspirano alla stessa cosa:

partecipare al successo (sia sotto forma di gol, sia sotto forma di un beneficio economico) di una entità che personalmente gli è estranea ma la loro appartenenza è data solo da un numero anonimo.

E questa è la terza funzione che il calcio svolge nel Nuovo Ordine Mondiale:

addestrare la popolazione al fervore senza cervello, alla devozione mistica dell’agnello, alla lealtà del gregge, cioè al fanatismo corporativo.

Queste sono le funzioni del calcio riassunte in tre punti.

Ci sarà chi si chiede perché è stato scelto il calcio e non un altro sport. Se esiste una risposta adeguata. Si trova nella struttura e nell’origine del calcio che – come tutti sanno – è inglese.

Senza ombra di dubbio, l’espansione del calcio è in stretta relazione con l’imperialismo britannico, e nessuno può negare che il calcio è lo sport più popolare, come la lingua inglese è quella più parlata o la musica pop il folclore più ballato.

Eppure nemmeno questo spiegherebbe come il calcio sia l’aspirante a uno sport globale e non per esempio l’hockey.

Perché proprio il calcio?

Ogni gioco tradizionale è tradizione, perché parte della sua struttura e delle sue regole sono collegate ai principi metafisici su cui si basa la tradizione stessa e così, per esempio, succede con gli scacchi indiani o il tlachtli azteco.

Nel caso dello sport moderno (investimento profano di un gioco) non è strano trovare relazioni con il simbolismo di gruppi anti iniziatici. Si potrebbe fare uno studio sui parallelismi simbolici di molti sport britannici e i rituali massoni.

Nel calcio, che si sviluppò come lo conosciamo adesso da un regolamento del 1948 promosso da una confraternita di studenti di Cambridge, possiamo vedere come nei primi codici, le squadre non erano composte da undici contro undici, ma da dodici contro dodici oltre un tecnico o allenatore per ogni squadra.

La squadra, quindi in origine era formata da 13 (12+1) membri, e questo 13 (scomposto in 12+1) è un simbolismo molto usato dalle logge massoniche inglesi del secolo XIX.

Il simbolismo del numero 13, che troviamo nella rappresentazione cristiana dei “dodici apostoli e del Messia”, sarebbe in tutta la struttura, i rituali e i gradi del Rito Scozzese. La struttura della squadra di calcio è in relazione con le teorie moderne di organizzazione sociale che piaceva tanto alla massoneria britannica che si ispirava goffamente alla divisione delle caste della sua colonia indiana.

La squadra, quindi, sarà formata da:

  • un mister o allenatore che non interviene materialmente nel gioco e che dà la sua guida invisibile (il sommo sacerdote, il brahman)
  • degli attaccanti coraggiosi che aspiravano alla gloria del gol per la loro rapidità e il movimento (i guerrieri, gli chatria)
  • dei difensori che organizzano, proteggono e distribuiscono il gioco (I commercianti, i vaisha)
  • i portieri che con le loro mani hanno la sola funzione di contenere sopportare la furia dell’attacco nemico (i lavoratori, i sudra).

Ci sono senza dubbio più relazioni simboliche interessanti che ci forniscono dati sull’origine del calcio, ma ricaveremmo solo delle ipotesi che potrebbero essere interpretate da alcuni dei nostri lettori come vane speculazioni.

Queste implicazioni, poi, non sembrano avere una soluzione di semplice continuità visto dove è arrivato oggi il calcio:

un potente strumento di controllo mentale al servizio degli architetti globali, un pendolo per ipnotizzare le masse in mano dei mass media, una piattaforma di manipolazione sociale mai conosciuta prima.

Quanto esposto (Industria del cinema + “cultura pop” + sport) avrebbe un nucleo comune di facile identificazione: i mezzi audiovisivi.

E’ relativamente semplice valutare su un qualsiasi cittadino, l’impatto della super-struttura di controllo mentale di masse che si nasconde nei mezzi audiovisivi.

Basta domandare a un qualsiasi uomo moderno che cosa pensa su una cosa o su un’altra. Indipendentemente dalla sua opinione, le fonti della sua informazione provengono dalla piattaforma audiovisiva.

Tutto quello che l’uomo moderno pensa, vuole, ha bisogno, opina, rifiuta, segue, ammira, detesta, soffre, anela, desidera e compra, gli è imposto, come un contenuto del subconscio collettivo, dai mezzi audiovisivi della televisione, cinema, Internet…

Al di fuori di questa struttura, non c’è niente tranne la limitata percezione concreta del suo vivere giorno per giorno nella società moderna: la prima colazione, il lavoro, il trasporto, i suoi vicini… La piattaforma mediatica diventa per “l’uomo nuovo” “in una finestra sul mondo”, anzi “l’unica finestra sul mondo”.

Nei capitoli seguenti, (corsivo mio: i “capitoli seguenti, sono in lingua spagnola, un pdf di 374 pagine per chi ha voglia di leggerle, insomma un libro on-line) vedrete come quest’unica finestra sul mondo rimane ben chiusa da un fortissimo catenaccio.

Il limitatissimo uso di questa finestra dipenderà dal provare quanto siano sporchi i suoi vetri dai quali arriva una visione distorta che l’individuo confonde con il mondo intero.

Valutiamo pertanto la sporcizia.

Fonte: http://www.bibliotecapleyades.net/

Pubblicato su: http://ningizhzidda.blogspot.it/