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ESAUTORAZIONE di uno Stato sovrano

Perché il ponte Morandi era in mano ai Benetton? Risposte:

Il 7 febbraio 1992, veniva firmato il Trattato di Maastricht, che entrerà in vigore l’anno successivo, nel 1993. Il ’93 è l’anno in cui il governo Ciampi istituisce il Comitato Permanente di Consulenza Globale e di Garanzia per le Privatizzazioni; sempre in quell’anno gli accordi del ministro dell’industria Paolo Savona* con il Commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert e quelli del ministro degli Esteri Beniamino Andreatta con Van Miert, impegnano l’Italia a fare la messa in piega alle aziende di Stato perché divengano appetibili per gli investitori privati”.

A partire dal governo Ciampi del ‘93, come si è detto, le tappe furono serrate: 1) i già citati accordi Italia-Van Miert, che stipulavano la ricapitalizzazione della siderurgia italiana a patto che la si privatizzasse, e l’azzeramento del debito delle aziende di Stato per lo stesso fine, cioè la svendita ai privati. 2) 1997-2000, il grande salto nella svendita dei beni pubblici col centrosinistra, che stabilisce il record europeo delle privatizzazioni (ENI, S. Paolo Torino, Banco di Napoli, SEAT, Telecom, INA, IMI, IRI con SME, Alitalia, ENEL, Comit, Autostrade ecc.)”.

L’Italia doveva farsi la messa in piega, svendersi cioè ai capitali privati, pena l’esclusione dall’euro, come stipulato nero su bianco dagli accordi del Comitato Permanente di Consulenza Globale e di Garanzia per le Privatizzazioni di Ciampi e celebrato poi dal Libro Bianco delle privatizzazioni di Vincenzo Visco”.

E’ così che il ponte Morandi finì poi nelle mani di uno scherano speculatore privato e con termini di concessione scandalosi ma pienamente approvati da Bruxelles nel suo furore d’imporre le privatizzazione all’Italia che ambiva ad entrare nell’Eurozona.

Da allora:

Lo Stato italiano perse ogni possibilità di tutelare l’Interesse Pubblico nella maggioranza degli snodi di sopravvivenza vitali dei suoi cittadini. E qui trovate i veri colpevoli di questa strage, perché…

… è compito dello Stato vigilare in prima istanza, e CON SPESA SOVRANA, sui propri figli e se esso abdica a queste prerogative, la prima colpa di catastrofi come questa è sua, e in particolare della forza sovranazionale che gli impose quella ignobile abdicazioneInfatti…

… i Benetton sono entità speculative private, e quando gli speculatori sono lasciati liberi di agire da uno Stato evirato, non puoi né devi aspettarti alcun riguardo per le vite umane. Gli speculatori privati sono bestie da millenni, e tali rimarranno in eterno. Gli Stati moderni nacquero proprio per controllarli, ma per farlo devono rimanere SOVRANI. Noi fummo evirati quel 7 febbraio 1992. Quindi ripeto con forza…

se lo Stato mette nelle mani di speculatori privati gli snodi di sopravvivenza vitali dei suoi cittadini – come la Sanità o le Infrastrutture essenziali – ma sa di non aver più i mezzi sovrani per COSTRINGERLI all’INTERESSE PUBBLICO esso è scientemente complice della loro immoralità da profitto, e quindi è il primo colpevole dei conseguenti drammi. Ma…

… lo è ancor più lo strapotere a Bruxelles che ve lo costrinse. E allora chi ha uno straccio di morale non si nasconda dietro ai cavilli di certa stampa: la responsabilità materiale e morale per i (tantissimi) morti che sono seguiti a quella CRIMINALE ESAUTORAZIONE di uno Stato sovrano sono solo di chi la volle in Europa, e dei ‘padri’ italiani dell’euro. 

* Paolo Savona a quei tempi fervido architetto del “privato è meglio, lo Stato non spenda”, nonché membro dell’Aspen Institute assieme a John Elkann, Mario Monti, Emma Marcegaglia, Giulio Tremonti, Enrico Letta, Romano Prodi, Giuliano Amato,Corrado Passera, et al.

(I virgolettati sono tratti dal volume Il Più Grande Crimine, Paolo Barnard, 65 note bibliografiche, MABED Ed. 28 agosto 2013, Amazon Media EU S.à r.l.)

www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2100

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Il mortale tranello della TAV

Lettera aperta al Ministro Matteo Salvini

Rispettabilissimo Ministro e vice premier Matteo Salvini, mai al mondo avrei pensato in passato di poterla sostenere in questa compagine di governo ma tant’è che ho dovuto mio malgrado appoggiarla nella sua battaglia per il cambiamento così come tanti altri che nulla avevano da spartire con un partito tendenzialmente posto ai margini; non parlo di destra e sinistra ormai superate da una globalizzazione incalzante, parlo invece di quel cambiamento che Lei ha saputo indirizzare ad una popolazione ormai persa nei meandri della storia.

Lei Ministro,  ha dato ancora una speranza ad una nazione alla deriva; Lei Ministro, forte della sua giovane età e da una pulizia mentale che non accetta compromessi meschini, ha portato le sue idee in un programma di governo (anche se anomalo); i punti di questo programma sono piaciuti alla maggioranza degli italiani, l’hanno votata nelle urne portandolo oltre l’immaginabile e, strada facendo per la sua tenacia è arrivato ad avere una miriade di consensi, consensi (ribadisco) che non vengono dalla Sua compagine di partito ma, da tutte le componenti politiche di cui gli italiani nauseati si sono rivolte a Lei come ultima razzio.

Or dunque Ministro, come ben sa si fa molto presto a salire nei consensi ma si fa altrettanto presto a precipitare, spiego: Lei è attaccato e vituperato da ogni dove, euro burocrati, cespugli di partiti ormai alla deriva e disperati, ONG di personaggi come Soros, politically correct e capi religiosi, capi di governo discutibili come Macron, BCE e banche allineate con gli interessi di una sola nazione che ha distrutto una nazione come la Grecia (con la complicità di tutta l’eurozona) che ora dice di aver salvato e, tante altre componenti virulente che hanno in mano tutti i media mainstream dell’informazione.

Fin’ora Ministro, con maestria si è ben destreggiato nel parare i colpi sotto la cintura con emigrazione, sbarchi, sgombero campi, sicurezza e legittima difesa, RAI, ma, la TAV è un tranello mortale che potrebbe far sparire il surplus del Suo consenso.

http://www.libreidee.org/2018/07/se-anche-salvini-si-piega-ai-padroni-del-tav-torino-lione/

Non so se leggerà mai questa mia lettera, il mio è un piccolo blog che si affaccia su di un mondo vituperato fatto di informazioni veicolate (anche in rete) da chi sapientemente ha in mano tutta la Stampa mainstream, con una potenza economica atta a dirigere il pensiero unico la dove lo vuole portare. Stay tuned

wlady

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Appelli disperati delle élite

 

 

GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio. 

di Maurizio Blondet   

Da quel che ho capito io, Mattarella non vuole i ministri che gli propone l’alleanza di governo. Dicono che continua telefonare a Draghi per avere, diciamo, istruzioni o pareri: “Conte ti va?”. Draghi: Per carità, e chi lo conosce. E’ incompetente. E’ un tecnico (i media ripetono: incompetente, troppo tecnico, ha falsato il suo curriculum)  

NON ABBASTANZA competente.

NON ABBASTANZA competente. 

Mattarella: “Mi propongono Paolo Savona lo accetti? Draghi: “Di male in peggio, quello è troppo competente. E’ anche uno del sistema, quindi non possiamo attaccarlo come un barbaro invasore. Ex direttore generale di Confindustria e ministro dell’Industria del governo Ciampi, lunghi anni a fianco di Guido Carli, che da ministro del Tesoro firmò per l’Italia il trattato di Maastricht. Sperimentato. La sa troppo lunga. Riuscirebbe a pilotare l’uscita concordata dall’euro. Sa come fare. Nelle trattative metterebbe in difficoltà Merkel e Macron. No no, proprio no”.  

TROPPO competente.

TROPPO competente. 

I media strombazzano: Paolo Savona è anti-euro, non va bene. Ci vuole un ministro non critico dell’euro, altrimenti l’Europa si sente offesa. Altri spiegano: Paolo Savona è interno al Sistema, dunque in contraddizione col populismo. Bocciato.  

Mattarella mette il veto.  

Il presidente Mattarella si prende tempo. Continua a ricevere messaggi dalla cosiddetta Europa: “L’Italia rispetti gli impegni”; “Presidente, non permetta che i barbari distruggano lo splendido lavoro che abbiamo fatto a Bruxelles”.  

Centocinquanta economisti tedeschi firmano un documento di fuoco in cui esigono che l’Italia esca dall’euro. Cosa che dimostra lo stato di confusione mentale in cui li abbiamo sprofondati: prima, quando l’opzione di uscita dall’euro era comparsa nella bozza Lega-M5S, tutti a strillare che è uno scandalo! E obbligano a cancellare quella opzione. Poi la stessa opzione compare con la firma di 150 economisti germanici, e va bene.  

E Mattarella che fa? Aspetta. Aspetta che Salvini e Di Maio gli propongano i ministri giusti. Giusti secondo gli europeisti e i media. Si capisce che sarebbe contento se Salvini e Di Maio gli proponessero: come presidente del consiglio, vogliamo assolutamente Gentiloni. Come ministro dell’economia, scegliamo di nostra iniziativa, Padoan. Agli Esteri, Alfano. La Fedeli all’Istruzione… 

Quello sarebbe il governo giallo-verde ideale, per Mattarella. Il quale continua a far ripetere ai media che è sua prerogativa presidenziale scegliere i ministri.  

C’è addirittura qualche media che sostiene: la pretesa dei vincitori alle elezioni di volersi scegliere i ministri è contraria alla Costituzione. Corrado Augias comincia a scrivere che al punto in cui siamo, per salvare la democrazia, bisogna vietare le elezioni: è il pensiero ricorrente della cultura di sinistra. Su Il Foglio, il direttore neocon Claudio Cerasa lancia un appello disperato a Berlusconi e a Renzi: sciolgano PD e Forza Italia e li fondino in una sola “opposizione propositiva pro Occidente, pro mercato, pro Europa” contro il governo giallo-verde votato dal popolo.  

Insomma non sanno più cosa inventarsi. Hanno una gran voglia di golpe. Sperano moltissimo in un aumento dello spread. Invocano l’aiuto dei “mercati”: non vedete l’immane debito pubblico italiano? Chiedete di più di interessi! Rovinate gli italiani che hanno votato male! 

Al che un operatore finanziario domanda: se – come credono i media – c’è una correlazione fra debito grosso e spread, come mai il Giappone che ha un rapporto debito/Pil del 235 per cento, ha uno spread nullo, anzi “NEGATIVO rispetto ai bund tedeschi, e non è sotto la minaccia dei mercati?   

Il Giappone: rapporto debito/Pil è al 235%, ma i “mercati” non si allarmano. Perché ha la moneta sovrana.

Cosa volete, rispondere a questa domanda sarebbe imbarazzante: il Giappone non allarma i mercati perché non è nell’euro, ha una moneta sovrana e una banca centrale sua, che garantisce di pagare tutti li yen che servono per servire gli interessi sul debito.  

Si potrebbe dedurre che i nostri problemi di spread dipendano dalla UE e dall’euro. Un’idea malsana e barbara. Omofoba e antisemita. 

Quindi, gli sguardi si volgono di nuovo a Mattarella. Gli danno suggerimenti. Come nota Massimo D’Antoni, professore di scienza delle finanze a Siena: “I giornali continuano a scrivere che al Quirinale il problema sarebbe la proposta di un ministro [Paolo Savona] che ha dei dubbi sull’euro. Non so se sia vero. Mi rifiuto di crederci, perché se così fosse sarebbe una motivazione a dir poco sconcertante”:  

Già. Avremmo un presidente della repubblica che censura preventivamente le idee politiche di un economista assolutamente rispettato, che è stato ministro, banchiere, boiardo di Stato, persino Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica…. 

Mattarella come presidente che mette il veto – non motivandolo – su un tale nome, concordato dalle forze che rappresentano la maggioranza in parlamento, “introdurrebbe un precedente pesantissimo” (D’Antoni). Il precedente si chiama golpe. Qui, diciamolo chiaro, c’è una grande tentazione di golpe. Lo chiede il PD. Lo chiede Forza Italia. Lo chiedono i media. Ce lo chiede l’Europa. 

Forse Draghi ha trovato una via d’uscita. Telefona a Mattarella: “Dì che scelgano Di Maio. Quello è un novizio, non capisce niente di finanza monetaria, non sa le lingue, riusciamo a intimidirlo nei vertici UE …e lo facciamo su”. (non cito letteralmente: Fare su, è un mio milanesismo per imbrogliare). 

I media cominciano a scrivere: si torna a pensare a un politico come presidente del consiglio. Di Maio, perché no?  

Resta da mettere qualche puntino sulle i. Il professor Conti,che prima non andava bene perché “un perfetto sconosciuto”, poi non va bene perché ha difeso una famiglia che voleva far curare sua figlia malata con la Stamina: occorre precisar che un avvocato difende anche un omicida, senza essere necessariamente un promotore dell’assassinio? Ma la cosa più incredibile è che i media e il PD continuino a dire che”ha taroccato” il curriculum.. Che ha millantato una laurea presa a New York, come un qualunque Oscar Giannino, e che l’Università di New York dice che non è mai stato iscritto. In realtà, ecco cosa Conte ha scritto nel suo curriculum:  

Vuol dire che il professore è stato ad ascoltare lezioni all’università – ciascuno può farlo, l’ingresso è libero – per ascoltare oratorie in un bell’inglese, migliorare la propria comprensione della lingua, impratichirsi della terminologia giuridica. Io stesso l’ho fatto ormai decenni fa alla Tulane University di New Orleans. Certo, andare in una università straniera per migliorare la propria competenza linguistica, è un tipo di problematica che non ha mai interessato la Fedeli, con la sua terza elementare, messa dal PD a fare la ministra dell’Istruzione: e in quel caso, Mattarella ha trovato che le competenza della vecchia rossa bastano e avanzano. Non ha trovato nulla da ridire sulla competenza scientifica della Lorenzin, una liceale, messa alla Sanità, con potere vacinale dittatoriale. Nè ha avuto dubbi sulle competenze di Alfano, che non sa alcuna lingua, come ministro degli Esteri. Se si obbedisce all’Europa, non c’è bisogno di essere cervelli, di sapere qualcosa, di imparare: basta eseguire gli ordini.   

Il debito pubblico: “Il governo giallo-verde lo farà aumentare! Bisogna impedirglielo!”: così esclamano le sinistre che in dieci anni di governo hanno aumentato il debito pubblico così:

(Guardate come cresce dal 2011, ossia dal “competente” Mario Monti)

Stefano Fassina, nel PD uno dei più a sinistra ma oggi cane sciolto e spirito libero, approva Paolo Savona

Stefano Fassina (@StefanoFassina) ha twittato alle 10:16 AM on mar, mag 22, 2018:

Paolo #Savona come ministro economia e finanze @MEF_GOV è competente e equilibrata coerenza con voto @M5S_Camera @M5S_Senato e @LegaSalvini il 4 Marzo. Savona da tempo fa analisi fondate su mercato unico e €-zona e ne rileva insostenibili effetti di svalutazione del lavoro.

 
(https://twitter.com/StefanoFassina/status/998840059033014277?s=03) 
 

BERLINO: non sapeva come rifutare i programmi di Macron sulla messa in comune di profitti e perdite come in una vera area monetaria. Adesso ha colto la palla al balzo per stoppare tutto. “Finché l’Italia non finisce di fare le sue riforme. E siccome non le fa più…”,.  

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-05-21/governo-m5s-lega-timori-tedeschi-ora-stop-riforme-dell-area-euro–124559.shtml?uuid=AEKSmwrE&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter 

La Germania, da sempre contraria alla condivisione dei rischi in Eurozona, coglie la palla al balzo per dire che… non vuole la condivisione dei rischi” (Luciano Barra Caraccio) 

Per i più esperti, propongo l’articolo seguente: 

COSA PONE VERAMENTE IN PERICOLO L’EUROZONA. IL CONTO CHE LA GERMANIA NON PAGHERA’ MAI

https://orizzonte48.blogspot.it/2018/05/cosa-pone-veramente-in-pericolo.html 

E’ la comune spoliazione dell’Italia il vero collante della “unità” franco-tedesca, che altrimenti sarebbe divergente.

“La verità sta proprio nel fatto che l’Italia “allarma” non per la sua debolezza ma per la sua forza, la cui rivendicazione farebbe crollare la grande costruzione oligarchica del capitalismo finanziario che culmina nell’euro.”  

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/

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Il crepuscolo della politica

Nessuno affronta davvero la crisi, così gli elettori non votano

Fino a ieri, la maggioranza votava per il meno peggio. Oggi, in assenza di vere alternative ai gestori della crisi, l’elettore medio non se la sente più di rassegnarsi all’impossibilità di soluzioni: quasi un cittadino su due, infatti, preferisce restare a casa piuttosto che accordare ancora una volta – a candidati deludenti – la solita mezza fiducia, concessa con estrema riluttanza. E’ il dato forse più sostanziale che emerge dalla tornata amministrativa del 5 giugno 2016, tra l’atteso successo dei 5 Stelle a Roma, il pareggio Sala-Parisi a Milano, la riconferma di De Magistris a Napoli, l’erosione del consenso di Fassino a Torino. La partita è gigantesca e si chiama crisi. Il primo orizzonte a oscurarsi è quello nazionale, precariamente presidiato da Matteo Renzi, ma in realtà lo spettacolo va in onda in mondovisione tra l’Europa del Brexit, il martirio a rate della Grecia, la guerra in Siria, i profughi, la devastazione economica indotta dal regime di austerity varato dall’Unione Europea attraverso l’Eurozona e le sue politiche volutamente recessive, a partire dalla prescrizione suicida del pareggio di bilancio. 
 

Nessuno, tra i principali candidati italiani delle amministrative, ha declinato in modo chiaro, a livello locale, l’opprimente quadro sovranazionale, da cui dipende anche la sofferenza quotidiana dei Comuni, a prescindere dal colore politico dei suoi amministratori di turno. Si preferisce affidarsi a storie più comode da raccontare, operazioni-trasparenza contro piccole cupole di potere, l’orgoglio degli sfidanti, la freschezza dei più giovani, l’entusiasmo degli esordienti contro il cinismo dei reggenti di lungo corso. Nulla, comunque, che abbia un’attinenza diretta e frontale col nocciolo del problema: e cioè la revoca – storica – di sovranità democratica, che condanna anche gli enti locali a fare i conti col poco che resta, tagliando servizi e spremendo i contribuenti a suon di imposte. Era il tema attorno a cui il “Movimento Roosevelt” creato da Gioele Magaldi aveva provato a lanciare, per Roma, la candidatura rivoluzionaria di un economista prestigioso ed “eretico” come il keynesiano Nino Galloni. Tesi: impossibile governare una città col vincolo del 3% sulla spesa, impossibile investire sul futuro e sul benessere collettivo se prima non si respingono al mittente tutti i diktat dell’Ue che, a cascata, dal governo centrale ricadono sui Comuni.

Lo scenario post-elettorale resta dunque intermedio e transitorio, anche a prescindere dai ballottaggi: neppure dagli “spareggi”, infatti, potrà scaturire un’opzione alternativa di politica economica. In generale, si osserva un lento declino del gruppo oggi al potere – rappresentato dal Pd – che sconta le inevitabili difficoltà di un governo allineato a Bruxelles, cioè a Berlino. Nella capitale, a sparigliare le carte è ovviamente l’eredità del caso-Marino, in una città che comunque aveva vissuto una sostanziale alternanza, da Veltroni ad Alemanno – così come Milano, passata dalla Moratti a Pisapia. Torino resta un caso diverso, forse più interessante, perché dall’avvento del gruppo post-Pci, guidato da Castellani e poi Chiamparino, l’ex città Fiat era sempre rimasta compatta attorno alla sua compagine di potere, fino ad accettare un candidato come Fassino, proveniente dalla preistoria della Prima Repubblica. Anche oggi Fassino arriva primo, ma – questa la novità – dovrà affrontare i rischi del ballottaggio. Non che la sfidante grillina intavoli un’alternativa strutturale, naturalmente: ancora una volta, il sistema euro-catastrofico non è in discussione. In compenso, si sgretola il fronte dei supremi guardiani di quel sistema, la ex sinistra cooptata dai super-poteri europei per far digerire agli italiani la grande crisi in programma, la fine dei diritti sociali, la disoccupazione come nuova normalità. Quel sistema sta franando, e lo dimostra la vastissima diserzione delle urne. Ma nessuna vera alternativa è ancora in campo. 

fanciulli italiani dormite, eccovi il ciucciotto

La Depressione? E’ una “deliberata politica” UE, dice King

Maurizio Blondet 2 marzo 2016

Non vi capisco, voi che criticate Matteo Renzi. Fa’ al suo meglio il compito per cui è stato messo lì, terzo nella lista dei “messi lì”: cantarvi le canzoncine mentre morite. “Mezzo milione di posti di lavoro in più! Il mio Jobs Act è impressionante! E tasse giù! Deficit in calo! Successo impressionante della lotta all’evasione!”.

Come le favole che si raccontavano ai bambini, perché sprofondassero nel sonno sognando fate e folletti. Solo che quello in cui vi fanno cadere, è il sonno della morte, della grande depressione economica. La disoccupazione giovanile è sul 40%. I nuovi assunti sono i vecchi; il numero degli inattivi, ossia di quelli che hanno rinunciato a cercare, non fa’ che aumentare. Come le tasse, del resto. Ma lui deve cantarvele. Perché ce lo chiede l’Europa.

Non ascoltate, vi prego, il vocione dell’adulto che può svegliarvi. “La depressione in cui vi affondano è una scelta deliberata della UE”. Chi è che parla? E’ Lord Mervyn King, governatore della Banca centrale britannica dal 2003 al 2013, quindi che ha tenuto il timone monetario nel decennio della peggior crisi epocale. Già quando era banchiere centrale, quindi con l’obbligo di mentire, suscitò la mia personale attenzione per una certa tendenza a dire la verità: figurarsi adesso che è in pensione e scrive saggi. L’altra sera, nel presentare il suo ultimo libro alla London School of Economics, ha mostrato un grafico strano.

Che compara la depressione in corso in Grecia con quella che soffrirono gli Stati Uniti nel 1929-39. La depressione in Grecia è peggiore, più profonda e mortale di quella di allora; ancor peggio, mentre negli Usa a cinque anni dalla crisi si notò un lento risalire, a Grecia affonda e affonda. Non può salvarsi, ha spiegato King: La Grecia peggio degli Usa anni 30

La Grecia peggio degli Usa anni 30

“I paesi alla periferia dell’area euro non hanno più nulla per controbilanciare l’austerità. Gli si impone puramente e semplicemente di tagliare la spesa totale, senza alcuna forma di domanda per compensare. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto, in un paese europeo, una depressione più profonda di quella che gli Usa soffrirono negli anni ’30. E’ spaventoso, ed è avvenuto come un atto deliberato di scelta politica, il che lo rende ancora più grave”.

Lord King ha detto chiaro che la zona euro è condannata. Le iniezioni di liquidità della BCE non servono più a niente, ci consegnano a un destino di “salvataggi bancari senza fine, imposizione di austerità e pressioni delle elites “in Europa e Usa” di fare dell’eurozona una zona di trasferimento. Questa è la storia del “occorre più Europa per sanare i difetti dell’UE”: voi vi affidate al governo di Bruxelles rinunciate alle ultime briciole di sovranità, e i paesi favoriti dall’ euro “trasferiranno” i loro surplus ai paesi in deficit, come succede per esempio nella federazione americana col dollaro. Secondo questo sogno, il popolo tedesco dovrebbe cacciare 280 miliardi per appianare i deficit di greci, italiani, spagnoli, irlandesi, portoghesi. E’ un’altra di quelle favolette che vi raccontano mentre vi fanno morire: non solo i tedeschi non lo faranno mai – non essendo la UE una comunità di destino – ma anche questo, allo stato in cui siamo, non servirebbe più. Troppo tardi. 

Per i paesi del Sud, “Se la sola alternativa è l’austerità schiacciante, la continua disoccupazione di massa e l’impossibilità di porre rimedio al problema del debito, allora lasciare la zona euro sarà l’unica strada da seguire per invertire la rotta verso la crescita economica e il pieno impiego”.

Tornare alle monete nazionali. Nessuno dice che sia facile e indolore, ovvio. Ma “ i benefici di lungo periodo superano i costi del breve”. L’alternativa è ascoltare le canzoncine Renzi e Padoan mentre vi strangolano. Sono più bravi di Monti, perché lui non cantava le favole, ci godeva a vedervi morire. In questo eseguono il loro compito molto meglio.

Perché secondo King anche il completamento dell’eurozona come zona di trasferimento non è la soluzione? Perché è tardi. “L’unione monetaria ha creato un conflitto tra le oligarchie centraliste da una parte, e le forze della democrazia a livello nazionale dall’altra”. Non vedete il crescere dei partiti populisti? Per King sono – orrore, orrore – “le forze della democrazia” che si svegliano (non riguarda voi, fanciulli italiani: dormite. Eccovi il ciucciotto, vi diamo le unioni civili, siete contenti no?). 

Lord King

Se le elites sovrannazionali provano a forzare un altro passo verso “più Europa”, ossia “i diktat di Bruxelles”, quel che otterranno rischia di essere “una rivolta pubblica”. Il continuo tentativo delle oligarchie tecnocratiche di “trasferire la sovranità, di nascosto, ad un centro non-eletto, è profondamente viziato, e incontrerà la resistenza popolare”.

Avete mai sentito un banchiere centrale ammettere che il processo europeo è profondamente viziato? Tanto di cappello a Lord King.

L’eurocrazia, con la complicità entusiasta della Germania, ha stroncato la volontà popolare in Grecia, punendola in modo disumano per la colpa di essersi lasciata indebitare troppo dalle banche tedesche e francesi. Facile, oltre che disonesto. Ma ora, dice Lord King, 

Alcuni dei nostri assassini

vedete che Irlanda e Spagna sono senza governo, dopo le fresche elezioni, in quanto i loro governi di prima, che obbedivano alla UE imponendo austerità e “compiti a casa”, non sono stati votati dagli elettori. La Commissione Europea come risponde? Che la democrazia non vale, contro i patti firmati – e i governi (quelli appunti che sono decaduti) hanno firmato le più stupide regole sull’austerità. Perché l’oligarchia si sente depositaria della sola cura, anzi della sola verità: Il “triangolo virtuoso di austerità, riforme strutturali e investimenti”.


Che l’Italia abbia bisogno di riforme strutturali è indubbio: ma sono precisamente quelle che Renzi, e prima di lui Monti, e prima ancora Berlusconi, non fanno. E forse non possono fare: dovrebbero rendere efficiente, snello e poco costoso il settore pubblico, vera palla al piede dell’economia, con la sua mentalità di potenza occupante di un popolo straniero; instaurare la legge marziale per percettori di mazzette e gli assentisti; obbligarli a ripetere “o concuorzo” con cui si sono fatti assumere; vietarne la sindacalizzazione; abolire, magari, le Regioni. E chi “riforma” la casta degli insegnanti? (1). Chi ha il coraggio di “riformare” la magistratura? Di mettere le mani nella solidissima associazione a delinquere che si chiama Comune di Roma Capitale, il cui scandalosi furti paghiamo tutti noi a piè di lista? 

Ci salverà la “destra”?

E su questo non me la prendo con Renzi ossia la cosiddetta “sinistra”. Me la prendo con la cosiddetta “destra”. Chi propone Salvini come sindaco di Roma? Irene Pivetti, una (l’ho conosciuta) che da presidente della Camera (dove si è caduta in sindrome anti-berlusconiana, facendosi manipolare da Violante e intortare da Scalfaro e contribuire a provocare la prima crisi di governo anti-Cav, e perdendo la poltrona), ha poi deciso, a quarant’anni, che la sua vocazione era di farsi strada come soubrette televisiva, con le sue gambette ahimè stortignaccole…una fallita in tutti i campi che ha provato, proposta come sindachessa del più difficile comune d’Italia, che richiederebbe le competenze di un amministratore fallimentare, di un superpoliziotto, di un santo guerriero e di un martire, tutte insieme.

Ma probabilmente Salvini ha voluto fare una cosa umoristica, mica ci crede.

E allora vogliamo parlare della Meloni? Quella che davanti a un milione di persone radunatesi per la difesa della famiglia cristiana – una folla che mai ha potuto sognare di vedere ai suoi comizietti – ha annunciato giuliva d’essere incinta di un rapporto extra-matrimoniale, aspettandosi l’applauso? Essa possiede un vero sesto senso per gli umori della folla, ne sente il polso, ecco un vero leader. C’è stato un momento in cui ha proposto come sindaco di Roma Rita Dalla Chiesa, figlia del generale omonimo, oggi presentatrice televisiva: e il bello che la Meloni ha proposto la Rita non solo senza avvertire gli alleati, ma senza nemmeno avvertire la Rita: la quale, assediata dai media, è caduta dalle nubi, s’é persino dichiarata inadatta al compito (il che le fa già onore, in confronto con la Meloncina, di tutto capace). 

Poi s’è capito che la grande politica della Destra aveva sparato il suo nome a casaccio, strumentalizzandolo nelle liti interne del centro-destra. Così la Destra, che ha la maggioranza a Roma, finirà per dare il Comune ai Cinque Stelle o ai Marchini, il “palazzinaro critico”: l’uomo giusto al posto giusto. Quando il meno peggio è effettivamente quello proposto da Berlusconi, Bertolaso, metà poliziotto e metà soccorritore.

Il che è tutto dire. Che cosa suggerisce tutto ciò? Perché vi ho raccontato queste cose della “destra”, che già sapete? Perché dimostrano che non ha – non è – una classe dirigente. Che i voti potenziali della “maggioranza del Paese” siano in mano alla Meloni evoca il detto napoletano, di quella cosa “in mano ai lattanti”. Salvini mi è simpatico, ma non sa alzarsi oltre la felpa del capetto locale. Questa classe politica non ha riserve di personalità indiscusse da proporre. Non hanno che presentatrici televisive e soubrettes fallite da mettere ai posti che contano. Sono la prova vivente del fatto che gli italiani non si sanno auto-governare. Non hanno classe dirigente capace di atti coerenti e coraggiosi, di un progetto politico che non sia dettato da fuori, da Bruxelles. Da Washington, da Berlino. Il coraggio non ce lo si può dare. Ma non si può fare a meno del coraggio, nelle grandi crisi.

Volete credere che questi siano capaci dell’atto di audacia di uscire dall’euro, tornare alla moneta nazionale come suggerisce King, tenere il timone nella tempesta monetaria che seguirà, contrastando i nemici interni e le urla dei servi dei poteri esteri? Ci vedete la Meloni? Salvini? Non solo non hanno le competenze, non il coraggio; non hanno la legittimità e il polso per un simile cambio di politica.

E allora non vi lamentate di Renzi. Ascoltate le favole che vi canta mentre state distesi nella bara, sempre più freddi nella deflazione che è il gelo: ripresa, deficit cala, tasse scendono, lavoro! Impressionante il mio successo!

LINK

Note:

  1. Sulla classe insegnante, si veda il saggio di Giovanni Solimine, “Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia”. L’Italia sembra non rendersene conto: tutte le statistiche ci ricordano il basso livello di competenze degli studenti e della popolazione adulta, lo scarso numero di laureati e diplomati che il nostrono invecchiato e gracile sistema produttivo non è capace di assorbire, la debole partecipazione dei nostri concittadini alla vita culturale. Un paese povero di risorse materiali e in ritardo dovrebbe investire in formazione più degli altri paesi. Invece continua a non avere una politica della conoscenza, fondamentale per la costruzione del nostro futuro: gli investimenti in istruzione e ricerca ci costerebbero meno di quanto ci costa l’ignoranza. Questo è il paradosso di un’Italia senza sapere. http://www.ibs.it/code/9788858111857/solimine-giovanni/senza-sapere-costo.html