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“miriadi di amebe inservibili”

Il Parlamento lo sa, cosa manca ai nostri giovani.

 di Maurizio Blondet

E’ ora di legalizzare le droghe” (L’Espresso). “Legalizzare la cannabis, così può indebolire mafie e terrorismo” (Repubblica). “Legalizzare le droghe leggere è un atto di amore per il Paese”: e questo è Roberto Saviano. E’ la stessa compagnia di giro che ha appena consacrate le nozze fra invertiti, uteri in affitto già compresi; nemmeno un attimo di sosta per godersi il trionfo, ed eccoli a battere la grancassa per la marijuana libera; col già visto entusiastico consenso dei politici illustratisi l’altra volta, le varie Cirrinà, media progressisti e società civile già arruolati. Ci riempiranno i dibattiti televisivi per tutto l’anno, con esponenti della società civile fantasticamente pro, libertari liberisti contro i “moralisti oscurantisti” (che non ci sono più), Manconi e Boldrini a favore…Scalfari parlerà con El Papa e scoprirà che “Francesco” è aperto – dopotutto lo spinello è un atto d’amore per il Paese, il giubileo della Misericordia non chiuderà mai più.

Si replica. Niente di nuovo. Devono farlo, è “un megatrend”, ossia le centrali globali fanno fretta; del resto i nostri parlamentari sono, pare, grandi consumatori di coca – volete che si induriscano sullo spinello?

Le centrali globali hanno fretta. Di cosa precisamente? Mi sembra ovvio: di eliminarci. Tutti, o come popoli, identità e culture.

Generazione scarsa e perduta

Salari a confronto

Seguite il ragionamento: non è difficile. Noi italiani non facciamo quasi più figli. Già il numero dei morti supera quello dei nati, siamo a – 161 mila l’anno, le stesse mortalità del tempo di guerra, del 1943. Gli italiani sotto i 15 anni sono sempre meno (13,7%) i vecchi sopra il 64 sempre di più, sono il 22 per cento. I primi calano, gli altri aumentano.

Tasso di fecondità italiano
E non basta. Non solo facciamo sempre meno figli; quei pochi, sono disoccupati. La disoccupazione giovanile in Italia tocca il 40%. Gente che non lavora, non produce; gente che non paga tasse né contributi, anzi campa a carico della famiglia, spesso della pensione del nonno; una gioventù invecchiata senza impegno, che sta perdendo quelle poche competenze che ha imparato a scuola, che non ne acquista di nuove nel posto di lavoro che non ha, né troverà..


Si (stra)parla di “generazione perduta”, e d è vero – ma senza che i governi (e la burocrazia avida e parassitaria e incompetente) abbiano mosso un dito per risolvere un così disperato problema, un così angoscioso spreco di risorse umane, e il pericolo sociale, morale, di una generazione di senza futuro che non ha davanti se non il degrado e una piccola criminalità – tipicamente lo spaccio.
Disoccupazione giovanile. Germania 7%, Italia 38.


Esistono politiche formative e di inclusione; altri Stati le applicano; il nostro no.

Lo Stato non ha fatto niente per affrontare la più grave depressione economica in corso ormai da quasi dieci anni, peggiore di quella del 1929-39; e voi vi siete lasciati raccontare, italiani, che avrebbero provveduto “i mercati” a risolvere il problema, che non occorreva più alcun intervento pubblico in economia. Quel che ha fatto lo Stato, i partiti, i ministri, gli alti burocrati e i media, è stato di “annunciare la ripresa” che sarebbe venuta da sé: ecco, l’anno il FMI o la BCE prevedono un aumento del Pil; ecco, tutti gli altri paesi sono già “usciti dalla recessione”; guardate, gli Stati Uniti sono in ripresa, la marea della crescita che sale, farà salire anche la vostra barchetta. Per dici anni hanno chiamato “ripresa” quello che era un affondare nella depressione, un avvitarsi su sé stessa della crisi del capitalismo terminale.

Un non-governo totalitario. In Italia, si son fatti pagare da voi stipendi giganteschi come se governassero – invece non hanno governato nulla, né economia né altro. Ci pensavano “i mercati”, ci pensava l’Europa, loro hanno intascato e vi hanno raccontato: ecco, c’è la ripresina – ci sarà. Il Fondo Monetario ha fatto le proiezioni. La Fed lo assicura. Migliorano le statistiche. La Borsa sale a New York. .


Da dieci anni ve la raccontano: verrà la ripresa

Euro-strangolati (L’Italia è in fondo a destra)

Eran tutte balle. Non hanno fatto nulla, nemmeno saprebbero cosa fare, avendo demandato ogni competenza e responsabilità alla Europa e ai “mercati”. 

Avete creduto al Progresso come vi veniva raccontato dai progressisti.

Avete creduto a Mario Monti – progressista perché lo assicurava Bersani, il PD – avete accettato come un toccasana le sue ricette di austerità che hanno stroncato quel poco di economia che vi restava. Credete a Mario Draghi. Credete all’euro: rifiutandovi di accettare che la disoccupazione mostruosa, intollerabile, della vostra scarsa gioventù, è proprio causata dall’euro – l’euro che vi ha fatto perdere il 25 per cento delle imprese industriali, delle quote di mercato dei prodotti italiani, che sono andati alla Germania (guardate la disoccupazione giovanile in Germania: 7%). Non è un “fatto naturale”, la crisi economica: è un effetto della deflazione imposta dalla moneta unica a gestione estera: non potendo svalutare la moneta, dovete svalutare il lavoro. I salari.

A chi ve lo diceva, non avete creduto. Adesso i salari per i giovani – i pochi giovani che hanno lavoro – tendono a scendere verso le paghe dei minjob tedeschi: 480 euro al mese. Oppure occupazione coi voucher, un mese sì e due no. Perché di quei (pochi) vostri figli che lavorano, il 30% sono pure precari. Senza contare il 33 per cento delle donne che non portano alcun reddito, “stanno a casa”.

Per la classe dei 30 enni, reddito calante
Già, perché ci sono da considerare “gli inattivi”, quelli che non hanno un lavoro e nemmeno lo cercano: è fra le percentuali più alte del mondo sviluppato (sviluppato?), un quasi il 36% della popolazione teoricamente occupabile, 14 e passa milioni. Sono percentuali da Terzo Mondo: vi siete affidati volontariamente a un progressismo che vi ha fatto scender per livelli di educazione, di qualità del lavoro, di efficienza scientifica o amministrativa, per sistema legale e scolastico, di qualità umana, di cultura e di intelligenza, a livelli più o meno sudamericani.

Ma volevate di più: volevate l’estinzione. L’estinzione come popolo, come entità culturale e storica. Altrimenti non si spiega come mai avete voluto, votato, acconsentito per referendum, a tutto ciò che vi distrugge la natalità, divorzio, aborti, l’insegnamento che il”genere” è una questione di scelta individuale, gay pride e propaganda degli invertiti – tutto ciò che avete accettato come “liberazione”.

E adesso vi daranno lo spinello libero,e ve lo faranno passare come progressista., la liberazione dall’ultimo tabù.

E’ quello di cui la comunità nazionale ha bisogno? Quello che serve alla nostra scarsa gioventù senza lavoro e sterile, che non vi darà nipoti? Eppure lo accetterete, come avete accettato aborto, gender, lgbt, tutte le proposte d i morte che vi hanno impartito dicendo che vi ”liberavano”.

Non negatelo, è inutile: volevate morire. Se no, vi sareste ribellati, non avreste votato quelli c che avete votato.

Ebbene, ora si sta realizzando a ritmo accelerato. Come le fasi finali di ogni avvitamento, il collasso sarà velocissimo.

Nascite giù, morti su
Fate il calcolo: già voi (noi) abbiamo fatto meno figli, avevamo già uno dei più bassi indici di natalità. La metà dei vostri figli, disoccupati al 40%, non genererà; né i pochi che lavorano, con salari microscopici, non genereranno molto meglio. Una generazione italiana sarà sostanzialmente sterile.

E se poi qualche percentuale residuale ancora fosse in grado di generare piccoli italiani, che cosa farà per loro lo Stato? Assegni familiari? Niente. Salario integrativo per le madri? Men che meno. Però – godete di tanto progresso – vi ha dato di sposarvi se siete invertiti. E invece di risolvere la crisi economica, ridurre la spesa pubblica parassitaria, operare politiche di formazione e ammodernare la giustizia e la burocrazia: invece di governare l’immigrazione di massa più demenzialmente incontrollata di folle non assimilabili, che fa? Vi dà la marijuana. In libera vendita. Legale. Il che aumenterà enormemente il consumo.


Vi volete estinguere
 

E avrà bellissimi effetti collaterali: ridurrà il quoziente d’intelligenza della rimanente scarsa gioventù (che già non brilla  per facoltà mentali,  non esercitandolo che su Facebook; l’assenza di lavoro, di responsabilità  e di doveri rende stupidi e ignoranti),  distruggerà  il carattere e la volontà (se  ne resta un pochino),  farà  passare a droghe più seducenti – insomma vi trasformerà come i cinesi furono  trasformati dai  britannici con la guerra dell’Oppio: in miriadi di amebe, inservibili  consumatori di oppiacei.  Dimenticavo: lo spinello libero vi renderà ancora più sterili.  Accelererà la vostra sparizione dalla famiglia del genere umano.

Non hanno fatto nulla per creare lavoro, nessuna politica industriale né monetaria, nessun NewDeal – ma in compenso avete le nozze gay. L’utero in affitto. E adesso, la marijuana acquistabile in tabaccheria. Non sarebbe stato progressista occuparsi della gioventù inoccupata e in occupabile? Della burocrazia spoliatrice e inadempiente che aggrava la nostra economia con le sue rapine? Del  fisco e della UE? Dell’euro forte che vi strangola’ Ma non erano capaci.  Sono capaci di  lasciarvi spinellare. Così morite più presto.

Persino Galli Della Loggia  scrive  “…è stata in gran parte l’opera di élite  superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e politica, succube delle mode, le quali hanno creato così un vuoto sociale e culturale enorme”.

Il  fatto  è che  in  quel vuoto culturale enorme, collettivamente, vi ci siete trovati bene. Vi siete accomodati: non più vita esigente morale e intellettuale,   non più “cose difficili” da fare e da studiare. Il “progresso”, per voi,   è stato  il rigetto   di ogni disciplina. La “democrazia”, un rifiuto di ogni gerarchia legittima. Vi siete liberati dal Cristianesimo e dai suoi “tabù”, specie sessuali.    

Di fatto e in piena (falsa) coscienza, avete rifiutato di farvi guidare da Cristo – per farvi guidare da quell’Altro. Eh sì, perché non sono Emma Bonino o la Cirinnà, non Saviano né Scalfari, non sono le centrali globaliste, non sono  i radicalchic quelli da cui vi siete lasciati guidare, ma dal loro comandante. Quello che non caso è stato chiamato Padre di Menzogna e Omicida fin dall’inizio. 

Infatti state estinguendovi. Non posso nemmeno immaginare che nel – diciamo – 2050,   ci sia ancora qualcosa di simile a un “popolo italiano”, abitante fra le sue cattedrali e le sue rovine romane, fra i templi greci; un popolo italiano col “suo” Dante e il “suo” Ariosto o Manzoni, col suo Duccio e il Caravaggio.

Lo sapete benissimo già vi stanno sostituendo. Alcune vostre discendenti, figlie o nipotine di voi giovani “liberate” e tatuate, sexy e femministe progressiste, vestiranno il chador e saranno terze o quarte mogli di qualche marocchino o nigeriano  – e abiteranno fra il Barocco romano e il romanico lombardo come il fellah abitano sotto le piramidi: certo, in più, con lo smartphone importato da Cina e Corea, che nessuno qui sa fabbricare.

…Perché la noia vi divora

Devo aggiungere un avvertimento perché sospetto che a voi, nel profondo, nemmeno dispiace morire; non morire individualmente, ma estinguervi come popolo, non dover durare più con la vostra lingua e la vostra storia. Il modo stesso in cui trattate i vostri giovani dimostra che del loro destino non vi interessa, della vostra discendenza ve ne infischiate: morti voi, morti tutti.

Lo negherete? Ma si vede benissimo: dai vostri ‘stare su Facebook mentre siete con gli altri in carne ed ossa, dai vostri videogiochi sul telefonino; si vede dalla pornografia che consumate sempre su smartphone; dai selfie che vi fate; si vede dai vostri divertimenti, dalle vostre discoteche, dal vostro ammassarvi in qualunque evento pop, ossia che “diverta” e non impegni; dalla vostra passione per il gratta e vinci, dal Pokemon Go.

Cosa si vede? Che siete divorati dalla noia. Che il tempo non vi passa mai, perché non avete più nulla da fare. perché a forza di essere “liberi” siete svuotati. Né scopo né senso. So perché la noia vi divora: perché siete ignoranti. Un educatore spiegò: insegnare è dare un significato alle cose. E appunto, per voi le cose, gli eventi, non hanno significato – sono dei nulla, noiosi nulla da cui ci si deve solo “distrarre”.

Già adesso dunque aspettate, giocherellando l morte, l’estinzione collettiva. Basta che avvenga senza sofferenza. E’ la sola cosa che vi fa’ paura, soffrire; ma il progresso vi dà già la sedazione, l’eutanasia sotto droghe che tolgono coscienza e dolore. Il suicidio assistito, la grande conquista del progresso quando la vita non ha scopo. I governanti che nulla hanno fatto per farvi vivere, vi daranno i mezzi legali per morire.

Tutti al passatempo
Ebbene, non v’illudete. Il collasso di una collettività un tempo civile, non sarà indolore. Non sto pensando alla popolazione islamica (i nuovi italiani) che vi sgozzerà, e spadroneggerà su di voi – che non avrete figli capaci di difendervi con le armi. O sì, anche a quella, ma sospetto che la vostra reazione sarà sottomissione,vi adatterete. Dopotutto, vi siete già sottomessi a quell’inverosimile totalitarismo del mal-governo fra Roma, Bruxelles e Francoforte, senza una reazione, passivamente. Vi sottometterete all’IS con altrettanta passività. Sgozzano i preti in chiesa? Ma voi in chiesa non ci andate, nessun pericolo.-

No. Sto pensando ad un fenomeno che vi sarà sfuggito, uno degli esiti del totale non-governo dell’economia, dei bisogni vitali collettivi, e dell’abbandono di ogni cosa ai “mercati”: il crollo dei prezzi del grano. Il prezzo dei grani è caduto di oltre il 42 per cento: effetto della deflazione mondiale (che viene tradotta con sovrapproduzione), il crollo sta rovinando gli agricoltori, e si subisce senza governarla la concorrenza dei grani esteri.

Ho sentito perfino dire questo, da economisti liberisti-pop: ebbene, è ovvio, anche il petrolio è calato del 70 per cento…E’ una analogia che è utile solo a mostrare la necessità che i prezzi delle materie prime vadano ‘governati’, non abbandonati al mercato. Ricordo sempre che un tal Enrico Mattei fece coi paesi produttori accordi decennali, con prezzi fissati che salvassero i paesi produttori da ribassi abissali e consentissero loro di contare su introiti prevedibili per lo sviluppo, e a noi consumatori la possibilità di scongiurare le selvagge altalene e i picchi al rialzo: non si abbandonavano le materie prime ai “mercati”.

Un giorno, i prezzi ora bassissimi –che sembrano così convenienti – saliranno. La produzione sarà infatti diminuita al punto da rendere scarso ciò che adesso è troppo abbondante sui mercati; e allora saranno i rincari. Siccome avremo comunque bisogno di petrolio, lo pagheremo – quanto? Da 45 a 100, a 120. Come abbiamo già pagato. E i grani, altrettanto: raddoppieranno, triplicheranno.

Ma c’è una differenza fra grani e petrolio. Questo, appena rincara si estrae dai pozzi temporaneamente chiusi perché non competitivi. Il grano va’ coltivato, e si deve aspettare che cresca. Mancherà per un anno. Avrete fame, avremo fame e non i soldi per sfamarci.

Avrete la droga. Se potrete pagarvela. Godetevi l’ultima trovata del progressismo.

http://www.maurizioblondet.it/parlamento-lo-sa-cosa-manca-ai-nostri-giovani/

La “scelta” della Russia

La rivoluzione Agricola della Russia
che può cambiare il mondo 

La Russia sta dando un’enorme colpo di mano all’industria agricola statunitense che cerca il predominio del commercio mondiale degli alimenti.

In un recente discorso, il presidente Vladimir Putin ha annunciato che l’obiettivo nazionale della Russia è quello di diventare autosufficiente in materia di alimento per l’anno 2020.

E ciò che risalta di più:

Putin pretende di convertire la Russia nel maggior esportatore mondiale di alimenti organici non transgenici dell’industria dell’alimentazione.

In occidente si ha l’immagine superficiale di una Russia che è dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas come l’Arabia Saudita o il Qatar.

Eppure passa inosservata la significativa trasformazione che oggi è in atto nell’agricoltura russa e l’enorme impatto che questo può avere in tutto il mondo.

 
Oggi, dopo meno di un anno e mezzo dopo la decisione di proibire le principali importazioni agricole dalla Unione Europea verso la Russia, come rappresaglia per le sanzioni imposte dalla UE contro la Russia, la produzione agricola interna della stessa sta sperimentando una rinascita notevole e in alcuni casi anche una nascita.

In termini di dollari, le esportazioni russe dei prodotti agricoli, sono superiori a quelle delle armi ed equivalgono a un terzo dei benefici derivanti dall’esportazione di gas. E’ da prendere molto in considerazione.

Il presidente Putin ha detto ai membri riuniti in Parlamento nel suo discorso sullo stato della nazione russa tenuto nel mese di dicembre, che:

“Il nostro settore dell’agricoltura è un esempio positivo.

Da un decennio importiamo quasi la metà dei nostri prodotti alimentari e dipendiamo in maniera critica dalle importazioni. Adesso però la Russia è entrato nel gruppo degli esportatori.

L’anno scorso le esportazioni della Russia sono salite a quasi 20.000 milioni di dollari.

Questo corrisponde a un quarto in più delle nostre entrate derivanti dalla vendita di armi e a circa un terzo delle entrate derivanti dalle esportazioni di gas. La nostra agricoltura ha fatto un balzo in un periodo breve ma produttivo.

Molti ringraziamenti ai nostri residenti delle zone rurali.

Credo si debba stabilire un obiettivo nazionale, fornire appieno il nostro mercato interno con alimenti prodotti nel paese per l’anno 2020.

Siamo capaci di alimentarci da soli e questo è importante, inoltre abbiamo tutte le risorse idriche.

La Russia può trasformarsi in uno dei maggiori produttori mondiali di alimenti di qualità, sani e puliti, ecologicamente parlando, alimenti che alcune industrie occidentali hanno smesso di produrre da molto tempo nonostante la domanda mondiale di questi prodotti continui a crescere“.

Come misura addizionale, il presidente Putin ha chiesto alla Duma di promulgare misure per iniziare a usare milioni di ettari di terra coltivabile che fino ad ora sono rimaste inattive:

“E’ necessario utilizzare milioni di ettari di terra coltivabile che aspettano.”

Appartengono ai grandi proprietari terrieri, molti dei quali non sono interessati all’agricoltura. Per quanti anni ne abbiamo parlato? Eppure le cose non sono cambiate.

Suggerisco di requisire le terre agricole di quei proprietari che le utilizzano male e di venderle all’asta a coloro che possono e vogliono coltivare la terra“.

LA GRANDE SVOLTA DELL’AGRICOLTURA RUSSA

Nella prima presidenza di Vladimir Putin, la Russia dell’anno 2000 iniziò a trasformare la sua produzione agricola.

Durante i disastrosi anni di Yeltsin nella decade 1990, la Russia importò gran parte degli alimenti di cui aveva bisogno, in parte dovuto al credere erroneamente che tutto era “Made in America” o che proveniva dall’Occidente era migliore.

La Russia importò prodotti insipidi che provenivano dagli allevamenti di pollame seriali degli Stati Uniti invece di promuovere i propri polli allevati a terra e con alimentazione naturale di qualità migliore.

Il paese importò anche insipidi pomodori colorati artificialmente che provenivano dalla Spagna e dall’Olanda, invece dei deliziosi e succulenti pomodori organici del proprio raccolto.

Chi ha provato tutti e due saprà che non c’è paragone.

Il cibo organico russo supera i prodotti agricoli industriali occidentali, adulterati in maniera disonesta e etichettati erroneamente come “alimento”.

Quello che i Russi non hanno compreso dell’era di Yeltsin è stato che la qualità degli alimenti occidentali è diminuita drasticamente con l’introduzione “dell’agricoltura di affari” nordamericani e delle sue fabbriche di alimenti condotta nella decade degli anni ’70.

La UE ha fatto lo stesso con la sua imitazione dei metodi industriali degli Stati Uniti anche se non arrivò agli estremi raggiunti dai Nordamericani.

Inoltre, l’uso intensivo dei fertilizzanti chimici, erbicidi, pesticidi, antibiotici che passano dagli animali al terreno coltivato hanno portato ad un esaurimento drammatico dei microorganismi essenziali in sempre più suoli agricoli dell’America e dell’Unione Europea.

E sfortunatamente lo stesso sta accadendo in Cina secondo quanto riportano gli agronomi ben informati.

Negli Stati Uniti, alla fine del 2015, il Congresso abrogò una legge per l’etichettatura della carne utilizzata da molti anni, la legge Country-of-Origin Labeling (COOL), che obbligava i rivenditori a indicare esplicitamente il paese di origine di tutte le carni rosse.

Ormai non è più richiesto che i pacchi di carne di vitello e di maiale abbiano l’etichetta su cui si indicano la provenienza dell’animale.

L’industria agraria americana ha fatto pressione affinché il cambiamento permettesse l’importazione di carne dalla dubbia qualità proveniente da paesi in via di sviluppo dove i controlli sulla salute e sicurezza e i costi sono minimi.

In molti stati degli Stati Uniti, dove l’industria agricola dispone di grandi allevamenti, le cosiddette “Leggi Bavaglio” proibiscono ai giornalisti anche di fotografare queste istallazioni agricole industriali, spesso grandi produttrici de latticini , di uccelli e maiali.

Se tutto ciò che succede in queste grandi istallazioni agricole fosse reso pubblico, il pubblico in generale si renderebbe conto di quello che fa nel mettere quella carne sulla sua tavola e grandi masse di gente diventerebbero vegetariani.

DA INDUBBIO IMPORTATORE A ESPORTATORE


Durante l’era sovietica, specialmente dopo il 1972, quando cattivi raccolti sovietici provocavano la scarsità di alimenti, l’URSS utilizzò i suoi petroldollari per divenire un grande importatore dagli Stati Uniti di frumento e grano.

Compagnie del cartello del grano degli Stati Uniti come Cargill e Continental Grain, lavorarono con il Segretario di Stato Henry Kissinger per negoziare con la Russia prezzi di vendita astronomici di questi prodotti agricoli e il fatto fu denominato “il gran furto del grano“.

I contribuenti statunitensi furono derubati anche dei sussidi per i produttori americani di grano.

Cargill ha ricevuto succulenti benefici da queste operazioni.

Dal 2000, la Russia insieme all’Ucraina, e in misura ridotta al Kazakistan, non dipendono dalle importazioni di cereali e sono divenuti nuovamente giganti mondiali per l’esportazione di grano e in particolar modo di frumento come lo erano stati prima della Rivoluzione Russa del 1917.

Anche prima della crisi delle sanzioni degli USA del 2011-2013, la Russia esportava una media di 23 milioni di tonnellate metriche (mmt) di grano all’anno.

Insieme, Russia, Ucraina e Kazakistan vendevano 57 milioni di tonnellate metriche all’estero.

In quel periodo, i tre paesi, come un’unica regione, fornivano il 19% del totale delle esportazioni mondiali di cereali e il 21% delle esportazioni di frumento spiazzando gli Stati Uniti dal posto di più grande esportatore di frumento del mondo.

Adesso, con l’Ucraina diventata di fatto uno Stato fallito dovuto all’intervento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e dell’Amministrazione Obama nel febbraio 2014, che promossero il colpo di stato a Kiev, l’agricoltura russa ha un’importanza strategica mondiale in termini di alimenti e gran organico di alta qualità.

La proibizione russa del 2014 di importare prodotti alimentari della UE è stato un importante punto di svolta se si osserva a ritroso trasformando quella che era stata “una crisi in un’opportunità” come dice un antico proverbio cinese.

Dal totale di importazioni agricole e alimentari russe pari a 39 milioni di dollari che si producevano nel 2013, 23,5 milioni corrispondevano alla categoria di prodotti inerenti la proibizione, il 61% di tutte le importazioni di alimenti in Russia.

La decisione recente di proibire anche l’importazione di prodotti turchi, come sanzione per l’abbattimento da parte della Turchia di un aereo russo nello spazio aereo siriano, si somma anche al totale di importazioni agricole e alimentari proibite.

La proibizione dell’importazione di alimenti dalla Turchia è entrata in vigore il 1 gennaio 2016.

Mentre molti economisti occidentali avevano segnalato il grande impatto sull’inflazione iniziale che sarebbe scaturito con la proibizione dell’anno passato, un fattore che portò la Banca Centrale Russa a mantenere i tassi si interessi elevati in maniera estremamente pericolosa per un periodo di tempo troppo lungo, la realtà è che la proibizione ha obbligato la Russia a realizzare una svolta drammatica verso l’autosufficienza agricola.

Mano a mano che gli alimenti d’importazione scomparivano dagli scaffali dei supermercati in tutta la Russia, anche l’inflazione iniziale dei prezzi degli alimenti del 2015 scompariva.

La recente caduta del rublo, nel bel mezzo della caduta globale dei prezzi del petrolio ridurrà ancora di più il consumo russo di alimenti d’importazione provenienti dalla UE, questo favorirà il consumo degli alimenti “prodotti” in Russia.


Quindi, invece di essere un disastro come il New York Times e altri media occidentali proclamano allegramente, la caduta più recente del rublo si trasformerà in un beneficio per l’economia agricola russa e anche per l’economia globale.

Questo aumenterà in buona parte gli obiettivi dell’autosufficienza dell’industria agricola e dell’alimentazione russa. Le restrizioni per l’importazione di alimenti in Russia sono poco probabili in un prossimo futuro, anche se la UE abbandonerà le sanzioni contro la Russia.

C’è troppo in gioco adesso per l’economia nazionale russa, immersa nello sviluppo di un’agricoltura organica di alta qualità senza prodotti Geneticamente Modificati.

La decisione poi della Russia di un’autosufficienza alimentare per il 2020, la proibizione del settembre 2015 nei confronti di tutte le coltivazioni transgeniche è stata un’altra delle decisioni prese dal Presidente Putin che ha permesso di trasformare l’avversità in una virtù.  

LA BELLA TERRA NERA RUSSA

La Russia ha anche un vantaggio naturale straordinario per trasformarsi oggi nel produttore più importante del mondo e anche nel maggior esportatore di alimenti organici e non OGM di alta qualità.

Viste le restrizioni economiche della Guerra Fredda, a quel tempo si stabilì che i prodotti dell’industria chimica si dedicassero principalmente alle necessità della difesa nazionale, il che fece sì che gran parte del suolo fertile della Russia fosse sottoposto a decadi di distruzione provocata dai fertilizzanti chimici o dalle fumigazioni di erbicidi come è successo in gran parte dell’occidente.

Allora questo si trasforma in una benedizione mascherata giacché gli agricoltori della UE e dell’America del Nord lottano contro gli effetti distruttori che i prodotti chimici hanno causato ai terreni e che hanno distrutto in gran parte i microorganismi essenziali all’agricoltura.

Creare terreni agricoli ricchi richiede anni e quegli stessi terreni possono essere distrutti in un momento.

Laddove il clima è umido e caldo, ci vogliono migliaia di anni per formare pochi centimetri di terreno fertile. Nei climi freddi e secchi si ha bisogno di più tempo.

La Russia comprende una delle due zone di terreno al mondo conosciuta come “zone Chernozem”. Si estende dal sud della Russia alla Siberia attraverso gli Oblasts di Kursk, Lipetsk, Tambov e Voronezh.

Chernozem, che è la parola russa per dire terra nera, è composta da terreni neri con un’alta percentuale di humus, acido fosforico, fosforo e ammonio.

Chernozem è un suolo molto fertile con un alto rendimento agricolo.

La zona Chernozem di Russia si estende dal sud della siberia e della Russia fino al nord est dell’Ucraina fino ai Balcani lungo il Danubio.

RISULTATI INIZIALI MOLTO POSITIVI

I risultati iniziali di questa nuova politica di autosufficienza dell’agricoltura russa sono in generale abbastanza positivi.

Da quando entrò in vigore nell’agosto del 2014 la proibizione di importare alimenti dalla UE, la produzione di carne di manzo e di patate è aumentata

  • di un 25% di carne di maiale 
  • di un 18% di formaggio e di ricotta 
  • di un 15% di carne di pollo e di carne di animali da cortile 
  • di un 11% di burro di un 6%

La raccolta di verdure in Russia nel 2015 ha raggiunto anche un record con una crescita della produzione globale del 3%.

Le assurde sanzioni americane e la guerra economica contro la Russia stanno producendo il contrario di quello che i globalisti pretendevano ottenere.

Infatti sta obbligando la Russia a eludere gli accordi dell’agroindustria imposti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Cargill redasse l’accordo con la OMC in materia di Agricoltura.

Le sanzioni stanno obbligando la Russia ad abbandonare il libero flusso di scambio di prodotti alimentari occidentali.

Ha obbligato la Russia a cercare di raggiungere un’autosufficienza nazionale per uno dei beni economici più strategici, se non il più strategico, il campo dell’alimentazione e inoltre di una produzione alimentare sana e di qualità.

La Russia ha deciso saggiamente che ha la priorità sui “diritti del libero commercio” di giganti come Cargill, ADM o Monsanto. La rivoluzione dell’agricoltura russa rappresenta un esempio per il resto del mondo. Si basa sulla ricerca della qualità sulla quantità.

Ed è di fatto che il nutrimento di qualità è molto più di quando rendano per ettaro dalle coltivazioni.

*****

Nota del Robot Pescador

Articoli come questo dovrebbero far pensare tutti i cittadini europei sull’indegno ruolo dei loro governanti, che direttamente stanno tradendo il proprio popolo.

Abbiamo un’Unione Europea disposta a gettarsi nelle braccia degli USA mediante mostruosi trattati come il TTIP (e il TPP), che comporteranno una serie di grandi danneggiamenti al continente europeo (e al resto del mondo) poiché saranno sottoposti a un’inondazione di prodotti alimentari tossici nord americani.

Rendiamoci conto che il TTIP eliminerà le restrizioni che ha la UE per gli organismi modificati geneticamente, i pesticidi e la carne di manzo trattata con ormoni.

Per tutti coloro che non hanno chiare le gravi conseguenze che questo può avere, cercate di dare un’occhiata allo stato di salute di un medio Nordamericano.

E’ chiaro che almeno per l’esperto agricolo e alimentare e quindi per il campo della salute, agli Europei converrebbe molto di più essere amici della Russia piuttosto che degli Americani… LINK

di F. William Engdahl
21 aprile 2016
dal Sito Web NEO
traduzione di Nicoletta Marino
Versione originale in inglese
Versione in spagnolo

Nin.Gish.Zid.Da

La schiatta dei Plantageneti

L’aristocrazia nera che si nasconde dietro ai presidenti Usa

L’aristocrazia nera, ovvero: storia occulta dell’élite che da secoli controlla la guerra, il culto, la cultura e l’economia. E’ il tema dell’ultima indagine di Riccardo Tristano Tuis, saggista e musicista. Punto di partenza: quali sono le origini della cosiddetta aristocrazia nera? Che cosa si nasconde dietro ai simboli, l’araldica e le gesta di certi casati nobiliari? Che rapporto hanno con il potere?

«Nel corso dei secoli – scrive Tuis – i simboli e le religioni si sono trasformati in diábolos, strumenti d’inganno per separare anziché essere impiegati nella loro funzione naturale di unità (symbolon)», all’insegna del “divide et impera”, che «è stata da sempre la regina delle strategie finalizzata al mantenimento del potere dell’aristocrazia nera sul territorio».

Poche famiglie, da sempre, controllano la nostra vita. «Le radici della sanguinaria storia dell’aristocrazia nera, che nel tempo prende le sembianze delle famiglie di banchieri europei legate alla Chiesa e ad alcune specifiche casate reali eurasiatiche, vanno cercate al di fuori dell’Europa, in popoli noti come Kazari, Sarmati e Sadducei che a un certo punto conversero all’interno di un gruppo noto come Ashkenaziti, mascherandosi come ebrei ortodossi o paladini della Cristianità, raggiungendo le più alte cariche in tutta Europa».

Queste famiglie – scrive Uno Editori – iniziarono a spartirsi gli Stati europei, dando così vita a faide interne come quella dei guelfi e dei ghibellini e a uno scontro diretto con tutti i loro oppositori, fino a giungere all’attuale costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale con il suo occulto controllo globale attraverso una rete di organi sovranazionali, congregazioni religiose, corporazioni economiche e di comunicazione di massa». 

L’autore mostra inoltre alcuni dei più intimi segreti di questa oscura élite, smascherando l’intricata rete che lega le religioni con i movimenti spirituali e le società segrete con la politica e i servizi segreti. L’opera presenta come chiave di lettura il cosiddetto “cripto-simbolismo” – ossia lo studio del simbolo nei suoi diversi livelli di significato e la sua applicazione occulta nella società – e di come sia stato praticato da una élite originariamente proveniente dai “Popoli del mare” che colonizzarono le aree in cui si fondarono la civiltà fenicia, del Mar Nero, della Valle dell’Indo, nonché quelle sumera, cinese, egizia e mesoamericana, per poi diversificarsi nei ceppi sarmato-sadduceo che diedero i natali all’élite sacerdotale del Tempio della Palestina e dei cavalieri nomadi degli Urali, da cui ebbero a loro volta origine le casate europee.

Riccardo Tristano Tuis

«Questa élite ha rappresentato la casta sacerdotale, guerriera e mercantile del tessuto sociale ove si infiltrava e ha sempre detenuto il potere religioso, militare e finanziario e dunque politico fin dai tempi della Sumeria e dell’antico Egitto», continua l’editore. 

«Solo negli ultimi secoli il suo potere si è esteso al punto che, per proteggersi, si è dovuta celare sotto falsi nomi e mansioni, senza così esporsi all’attenzione delle masse, tranne nel caso dei reali inglesi che sono pubblicamente a capo dello Stato e della Chiesa anglicana, caso che si ripresenta anche in Norvegia e Andorra». L’aristocrazia nera, infatti, «fa di tutto per mantenere nascoste le sue oscure origini e le sue trame per manipolare la storia: troppo spesso i tiranni o dittatori che muoiono ghigliottinati, fucilati o per mano della folla sono in realtà solo dei burattini, teleguidati dai veri governanti che si nascondono dietro di loro».

Attraverso il Sacro Romano Impero, sostiene Tuis, questa élite occulta conquistò l’Europa e alcune aree limitrofe, poi con le Repubbliche marinare si espanse nel Mediterraneo ed esplorò nuove aree di colonizzazione, infine con l’Impero britannico raggiunse tutti e cinque i continenti che, attualmente, sono per la maggior parte posti sotto il protettorato militare degli Stati Uniti d’America.

«Se gli Stati Uniti sono divenuti il braccio armato dell’aristocrazia nera, restano al momento ancora Roma e Londra le due capitali del loro potere». Spiegazione: «Roma è la caput mundi del culto in tutte le sue diversificazioni, mentre Londra è la stanza dei bottoni in cui si controlla il mondo attraverso l’ingegneria sociale, l’alta finanza e il signoraggio bancario».

Quella dei grandi banchieri internazionali, che stampano moneta privata e la vendono agli Stati, «è la secolare truffa che ha permesso ad alcune specifiche famiglie di acquisire i mercati, i monopoli, le Repubbliche e monarchie infiltrandosi nelle casate europee al punto da sostituirsi a buona parte di esse». L’autore mostra come le famiglie di banchieri europei, legate alla Chiesa e ad alcune specifiche casate reali, non siano realmente europee ma provengano invece da alcune popolazioni asiatiche.

«Tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America provengono dalla schiatta dei Plantageneti, nello specifico da Re Giovanni d’Inghilterra». E la casata dei Plantageneti «è in realtà una ramificazione guelfa di quella che è stata la potente e stratificata casata europea, l’aristocrazia nera per eccellenza: i Welfen».

(Il libro: Riccardo Tristano Tuis, “L’aristocrazia nera. La storia occulta dell’élite che da secoli controlla la guerra, il culto, la cultura e l’economia”, Uno Editori, 350 pagine, euro 16,70).

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L’ideologia della crescita

Oggi, si celebra “La Giornata della Terra” e in occasione dell’inizio della conferenza al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York, dove 165 paesi si sono riuniti sull’accordo di Parigi lo scorso dicembre inerenti al riscaldamento globale, vale la pena fare alcune considerazioni, anche che se pur utopistiche.

Non so cosa i partecipanti metteranno in atto (oltre al rimanere sotto i due gradi per frenare il global warming) per evitare conseguenze catastrofiche. Il leitmotiv è sempre quello: La CO2, dimenticando completamente (se non incentivarla) la sfrenata crescita economica ormai non più comprensibile in un mondo finito, “con un ecosistema già fortemente compromesso”.

L’eclatante menzogna della crescita
come panacea di tutti i mali della società.

Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del “creare più lavoro facendo crescere l’economia” come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l’impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.

E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l’economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l’umanità?

Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell’economia possa continuare in modo indefinito.

I principali indicatori ambientali, uno su tutti l’Ecological Footprint, ci dicono chiaramente che abbiamo superato di gran lunga i limiti che sanciscono la sostenibilità.

Assistiamo quotidianamente ai primi segnali di un collasso dell’ecosistema che però, al motto di “più crescita per tutti”, stiamo follemente ignorando.

Pensiamo di essere delle divinità onnipotenti che operano in uno spazio infinito, ma in realtà siamo simili a dei batteri insignificanti intrappolati in una capsula di Petri intenti a consumare il nutrimento di cui disponiamo più velocemente di quanto quest’ultimo riesca a rigenerarsi.

Potremmo continuare a fingere che non esistano limiti dovuti alla finitezza del pianeta sul quale viviamo, ma prima o poi pagheremo a caro prezzo le conseguenze delle nostre illusioni.

Che cosa dovrebbe fare un’economia sana che agisce in un mondo finito?

Inizialmente dovrebbe crescere, per poi tendere asintoticamente verso il limite imposto dalla finitezza del pianeta, esattamente quel limite che sancisce la sostenibilità.

A quel punto si potrebbe agire sull’efficienza, ad esempio concentrandosi sull’incremento della qualità e non della quantità.

Ma si dà il caso che noi abbiamo già superato tale limite, quindi un qualche tipo di decrescita economica è inevitabile.

Sta a noi scegliere se continuare a correre sempre più veloci per scontrarci contro un muro o rallentare per deviare dalla rotta di collisione, salvando l’umanità da un tremendo impatto.

Non tutte le strategie per decrescere sono uguali: si può decrescere in modo stupido provocando gravi ripercussioni sociali, o lo si può fare con intelligenza migliorando le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

La decrescita infatti non è necessariamente una cosa negativa, come politici ed economisti al servizio del capitale intendono farci credere.

O meglio, non è un male per gli esseri umani in generale, ma lo è senza alcuna ombra di dubbio per tutti coloro che intendono realizzare profitti. Cerchiamo di capire perché.

Che cosa accadrebbe all’economia se non ci fossero più guerre, se gli oggetti durassero a lungo e gli esseri umani smettessero di fumare e non si ammalassero più di cancro?

Miliardi e miliardi di dollari di profitto svanirebbero, il PIL collasserebbe e di certo l’economia crollerebbe sotto il peso delle sue contraddizioni. Un’eclatante crisi occupazione causerebbe ancor più eclatanti problemi sociali.

Ma eliminare le guerre, diminuire le malattie e produrre oggetti durevoli, riducendo anche l’inquinamento ambientale, sarebbe un male o un bene per gli esseri umani?

Bisogna intenderci sui fini delle nostre azioni: vogliamo continuare a far crescere l’economia per salvarla dalle sue contraddizioni, o vogliamo salvare l’umanità dalle contraddizioni dell’odierna economia?

La drastica diminuzione del PIL lascerebbe gran parte delle persone disoccupate… vediamo quindi come si potrebbe risolvere la crisi occupazione senza alcuna necessità di far cresce l’economia.

Il lettore imbevuto dell’ideologia crescitista probabilmente resterà sconcertato scoprendo che esistono almeno tre soluzioni praticabili.

Numero uno: si può ridurre l’orario di lavoro, in modo tale che tutti tornino a lavorare, così come sostenuto in quel famoso motto che andava tanto di moda negli anni ’70.

Numero due: si può istituire un reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, in modo tale che tutti abbiano la certezza di poter vivere in modo più che dignitoso, anche senza lavorare.

Numero tre: si possono togliere i mezzi di produzione dalle grinfie dei capitalisti, iniziando ad impiegarli per produrre beni e servizi necessari e di elevata qualità in modo quanto più possibile automatizzato, al fine di distribuirli a tutti, senza pretendere alcun prezzo, guardando alle vere esigenze dei membri della società e non al profitto.

Cerchiamo di analizzare brevemente pregi e difetti di queste soluzioni così “alternative” rispetto al pensiero dominante.

La proposta di ridurre l’orario è senz’altro attuabile ed ha il grande merito di diminuire il tempo dedicato al lavoro che oggi è paradossalmente totalizzante.

Perché dico “paradossalmente”? Perché ciò accade nell’epoca in cui la tecnologia può sostituire grandemente l’uomo nel lavoro, in modo decisamente efficiente e soprattutto automatizzato.

Se le automazioni ed i sistemi informatici possono lavorare al posto degli esseri umani, per quale assurdo motivo continuiamo a lavorare al posto loro?

Ad ogni essere umano dotato di un quoziente d’intelligenza di poco superiore a quello di uno scimpanzé, sembrerebbe ragionevole sfruttare questa grande opportunità… e invece no!

Solo per fare un esempio tra i più eclatanti: nei supermercati non ci sono casse automatiche ma commesse che sprecano la loro vita davanti a calcolatrici semi-automatiche.

In generale, c’è una forte inerzia che c’impedisce di sostituire i lavoratori umani con delle automazioni, perché altrimenti diminuirebbe l’occupazione.

Ma ancora più paradossale, è che il sistema riesca a convincere i lavoratori di dover essere addirittura grati per l’“opportunità” che gli viene concessa, vale a dire l’opportunità di essere schiavi di un lavoro inutile che non è più necessario, perché potrebbe essere svolto da qualche apparato tecnologico.

Simili dinamiche, a mio avviso, rappresentano una follia sociale e devono assolutamente essere eliminate.

Se una macchina è in grado di svolgere un lavoro al posto degli esseri umani, quella macchina deve svolgere quel lavoro.

È compito del sistema economico fare in modo che l’automatizzazione del lavoro rappresenti una dinamica auspicabile, e che quindi possa avvenire senza generare alcun problema sociale.

Diminuendo l’orario di lavoro, si potrebbe ripristinare la piena occupazione a prescindere dal quantitativo di lavoro sottratto all’umanità dalle automazioni; e così si potrebbero arginare le criticità dovute al fenomeno noto come “disoccupazione tecnologica”.

La diminuzione d’orario, però, implicherebbe anche una diminuzione dello stipendio, che, almeno in prima battuta, potrebbe essere facilmente eliminata integrando i salari.

Come? Redistribuendo la ricchezza esistente.

E non mi si venga a dire che “non si può fare”, perché in un mondo dove l’1% della popolazione ha accumulato una ricchezza complessiva pari a quella del restante 99% (fonte Oxfam 2016), redistribuire la ricchezza non solo è possibile ma è doveroso.

Possiamo ora prendere in considerazione la soluzione numero due.

Il reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, ha il grande pregio di eliminare l’obbligo del lavoro, pur garantendo a tutti di vivere. Il che, a mio avviso, rappresenta un enorme progresso dal punto di vista sociale.

Tutti gli individui dovrebbero avere la certezza di poter vivere dignitosamente solo ed esclusivamente per il fatto di essere umani, ed il lavoro non dovrebbe essere una costrizione, come invece accade oggi per i più, ma una libera, matura e volontaria espressione dell’essere di ogni individuo.

Con il reddito d’esistenza entrambi gli obiettivi sarebbero immediatamente raggiunti.

Nel futuro le macchine prenderanno sempre di più il posto degli uomini nel mondo del lavoro e ad un certo punto si dovrà accettare l’idea di svincolare il reddito ricevuto dal lavoro effettuato.

Un simile passo, prima o poi, dovrà essere attuato, perché entro qualche decennio il costo delle automazioni scenderà notevolmente, e il lavoro umano potrebbe diminuire a tal punto da non essere più necessario (o quasi).

La concessione di un reddito d’esistenza consentirebbe di eliminare ogni sorta di criticità dovuta all’eccessiva povertà, come ad esempio fame, furti, impossibilità di accedere alle cure mediche e così via; inoltre, i processi produttivi potrebbero essere automatizzati, senza più alcun problema dovuto alla creazione di disoccupazione.

Si può davvero dare un reddito a tutti senza nessun obbligo di lavorare?

Certo che si può fare, o meglio, si sarebbe potuto fare agevolmente se i “lungimiranti” politici non avessero ceduto la sovranità monetaria a banche centrali private ed indipendenti (come nel caso della BCE).

Così come gestito oggi, il denaro è il più grande mezzo di dominio dell’umanità. Ma se il popolo riuscisse a impadronirsi della gestione della moneta, potrebbe compiere un primo grande passo verso la libertà, eliminando debiti immaginari e concedendo un reddito d’esistenza degno di questo nome a tutti gli esseri umani.

Il secondo e assai più importante passo da compiere consiste nel liberare il pensiero dalle logiche del profitto, ponendo al primo posto tra i nostri fini il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

A quel punto si potrebbe perfino pensare di pianificare l’economia avvalendoci di una rete di calcolatori ed eliminando l’uso del denaro. Arriviamo così alla terza soluzione.

Ci sono beni che non devono avere un prezzo come l’aria o l’acqua, ad esempio, e perché no, anche del buon cibo, un’istruzione elevata, trasporti, cure mediche, un’abitazione e qualche capo di vestiario di qualità.

Alla luce dell’odierna conoscenza scientifico-tecnologica, che cosa c’impedisce di fornire gratuitamente a tutti gli esseri umani un insieme essenziale di beni e servizi, se non una mera questione di volontà?

Di certo non mancano i mezzi e le risorse per farlo, è solo che il nostro agire non guarda a quel fine, così come non guarda all’efficienza, ma pensa solo al profitto.

Ormai siamo abituati all’idea che i mezzi di produzione debbano essere di proprietà privata, e che i loro possessori abbiano il diritto di impiegarli a proprio vantaggio, inseguendo il profitto e sfruttando in modo indiscriminato risorse e altri esseri umani.

Ma se ci fermassimo a riflettere, scopriremmo immediatamente che non c’è niente di più sbagliato di una simile organizzazione sociale.

In nome della proprietà privata e della competizione finalizzati al profitto personale, abbiamo costruito la più distopica delle società, nella quale non ci si preoccupa degli altri ma si pensa a come sottometterli per sfruttali; non si guarda alla sostenibilità ambientale ma a quanto utile in più si può ricavare consumando il petrolio piuttosto che l’energia derivante dalle fonti rinnovabili; la malattia non è un male da eliminare ma una condizione profittevole da ricercare… e così via di assurdità in assurdità.

Le risorse dovrebbero essere comuni, così come i mezzi necessari per trasformarle, ed il fine non dovrebbe essere il profitto ma l’interesse generale.

L’economia non dovrebbe basarsi sul libero mercato ma dovrebbe essere scientificamente pianificata al fine di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi, con la massima efficienza ed in modo sostenibile.

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell’umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Capisco che tutto ciò richieda un’evoluzione della coscienza che è ancora di là da venire, ma non per questo una simile soluzione si può escludere dal dominio delle umane possibilità.

Un eclatante punto di criticità risiede nell’attuale paradigma economico capitalistico che deve essere superato.

Ma se vogliamo seriamente risolvere le problematiche non possiamo soltanto limitarci a cambiare l’economia, dobbiamo elevare anche il nostro livello di pensiero, con una nuova concezione socio-economico-culturale.

La diminuzione d’orario a stipendio invariato e/o la concessione di un reddito d’esistenza, sono dei passi necessari per risolvere le odierne problematiche che devono assolutamente essere attuati.

Ma purtroppo funzioneranno solo nel breve termine; nel lungo termine infatti perderanno la loro efficacia, perché non intervengono alla radice dei problemi, eliminando le vere cause delle criticità.

Il loro limite consiste nel restituire ossigeno al sistema capitalistico, mantenendo in essere le sue logiche.

Ad esempio, l’idea di produrre per realizzare profitto resterebbe in essere, con tutte le distorsioni che ne derivano, come un iper-consumo inutile e dannoso.

L’umanità sarebbe un po’ più libera dal lavoro, ma ci sarebbe comunque sfruttamento da parte dell’uomo sull’uomo. E ci sarebbe ancora divario sociale, pur essendo attenuato in qualche misura.

Con la nuova disponibilità di reddito, e la spinta dovuta all’inseguimento del profitto, i consumi tornerebbero a crescere, e con essi l’impatto ambientale.

È chiaro quindi che come minimo si debba ripensare l’approccio alla produzione (e al consumo), svincolandolo dall’idea del profitto e orientandolo all’efficienza e all’utilità.

Ma il sistema capitalistico basato sulla moneta debito non può fare a meno di crescere, perché se non cresce è intrinsecamente condannato a fallire.

Quindi, se s’intende spezzare questo circolo vizioso basato sulla ricerca della crescita per la crescita, è altresì necessario ripensare i fondamenti dell’economia.

I problemi dell’odierna società non possono essere risolti continuando a preservare le logiche del sistema capitalistico, perché da esse sono generate.

Dobbiamo comprendere che il problema non consiste nel lavoro che non c’è, o in quello che mancherà a causa del crescente impiego della tecnologia, ma nella più totale incapacità dell’attuale sistema economico di impiegare le automazioni e i sistemi informatici basati sull’intelligenza artificiale a vantaggio di tutti.

Non si tratta di creare più lavoro in modo da ottenere la piena occupazione, ma di diminuire il lavoro umano delegandolo alle automazioni, per quanto possibile, facendo in modo che gli esseri umani possano comunque usufruire dei beni e dei servizi realizzati e forniti dal sistema.

Non è una questione di far crescere l’economia ma d’iniziare a guardare all’efficienza per assicurare la sostenibilità.

Non ci servono più beni di scarsa qualità per realizzare un maggior numero di vendite, ma meno beni di alta qualità costruiti per durare a lungo, in quantità tali per fare in modo che tutti possano disporne.

Non dobbiamo aumentare i profitti, ma la libertà, l’uguaglianza e la felicità.

Se daremo ancora una volta ascolto agli ideologi della crescita, alimenteremo le disgrazie dei molti per il vantaggio dei pochi.

Mediante un iper-lavoro ed un iper-consumo inutili condanneremo i lavoratori ad una vita da schiavi e comprometteremo ulteriormente l’ecosistema del pianeta sul quale viviamo.
L’unica cosa che dovrebbe crescere non è l’economia, ma la nostra umanità.

Mirco Mariucci

http://utopiarazionale.blogspot.it/2016/04/leclatante-menzogna-della-crescita-come.html

“PURITANI”

Un salto nel passato per comprendere il presente

Puritani e la fondazione degli Stati Uniti d’America
Tratto da “Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America”

di Kleeves

Quanti conoscono la vera storia della nascita degli Stati Uniti d’America?
Non mi riferisco alla propaganda ufficiale, in cui il galeone Myflower salpato il 6 settembre 1620 dall’Inghilterra, con a bordo 100 o 101 o 102 (a seconda delle versioni) Pilgrim Fathers, Padri Pellegrini, sarebbe giunto nel Nuovo Continente dopo due mesi di navigazione. Intendo la vera storia, sconosciuta agli stessi americani, che aiuta a comprendere il passato e il presente dell’impero coloniale americano, dedito a liberalizzare i mercati del mondo, ad arraffare e conquistare risorse di altri paesi, invadere Stati sovrani per esportare la democrazia.
E’ necessario fare un salto nel passato partendo dal Medioevo.

Il  Medioevo europeo
I romani vedevano la società in termini di collettivo; ognuno di loro si sentiva una parte del tutto. Di qui l’organizzazione statale che si diede, altamente collettivista, burocratizzata, militarizzata. Al vertice dell’organizzazione non stava un Parlamento, ma un uomo solo. Le decisioni prese dai Parlamenti sono il frutto di compromessi e mediazioni fra interessi diversi.

L’Impero Romano scoraggiò l’iniziativa privata, perché tutto era regolato dallo Stato! In particolare l’Impero annullò quasi del tutto i traffici commerciali privati, sia per terra che per mare e la figura del commerciante era sempre mal tollerata anche nella Roma repubblicana, divenne sempre più rara in tutto l’impero, sino a scomparire pressoché totalmente.
Il modo di interpretare i rapporti umani in termine di collettivo fu una delle chiavi del clamoroso successo romano: la creazione dell’unico impero mondiale della Storia.

L’altra chiave fu il loro ateismo di fondo, a dispetto della loro complicata impalcatura religiosa. Ciò non impedì ai romani di adottare la religione cristiana, anche se non in toto.

Questa religione si basa sull’intera Bibbia, che contiene due parti, il Vecchio e il Nuovo Testamento, le quali espongono una teoretica che si presta a fare da ideologia razionalizzata-giustificata rispettivamente per una visione individualistica (Vecchio Testamento) è una collettivistica (Nuovo Testamento) della vita e dei rapporti umani.

Non piacevano invece, ai romani le scritture ebraiche, fra le altre cose, la concezione di popolo eletto urtava contro la loro percezione di unità del genere umano, il loro universalismo.

Così per farsi accettare dall’Impero, la religione cristiana, pur mantenendolo nominalmente nel proprio corpo dottrinario, all’atto pratico abbandonò ogni riferimento al Vecchio Testamento e divenne la religione cattolica nella parte occidentale dell’Impero e, più tardi, la religione greco-ortodossa in quella orientale.

Caduto nel 476 l’Impero d’Occidente, iniziò per l’Europa il periodo cosiddetto del Medioevo: un periodo di totale continuità culturale con il passato. Non c’era più un’autorità politica centrale, sostituita parzialmente dalla Chiesa di Roma, ma dal punto di vista della vita di tutti i giorni le cose cambiarono ben poco.
La logica feudale del tempo si adattava abbastanza alla loro concezione: la terra era di Dio, e quindi di tutti; per esigenze pratiche la Chiesa, rappresentante di Dio, ne affidava l’amministrazione ai nobili, che sopraintendevano quindi all’attività di tutti gli altri,che erano considerati uguali, tutti – chi più chi meno – “servi della gleba”.

Emblematica è la teoria medioevale del giusto prezzo, che era il massimo prezzo cui poteva essere venduta una merce, calcolato in base ai contenuti di materie prime, lavorazione e qualità finale.
I traffici privati, così, continuavano ai soliti livelli minimi del tempo dell’Impero, mentre invece quelli interregionali e internazionali, allora gestiti dall’autorità centrale, erano cessati o divenuti sporadici.

Con le Crociate inizia la fine del Medioevo. Le Crociate furono otto, la prima nel 1096 e l’ultima nel 1270. Esse ebbero l’effetto di portare gli europei a un contatto da secoli mai così profondo con il mondo arabo, le sue merci, la sua superiore cultura e le sue superiori cognizioni scientifico-tecnologiche, iniziando così una catena di eventi che avrebbe cambiato il volto non solo dell’Europa, ma del mondo intero. Iniziarono i primi commerci privati, via mare e via terra, per portare in Europa le novità dell’Oriente. Sorsero i primi magazzini, aziende di import-export, e con queste, naturalmente, i primi commercianti e imprenditori.
Attraverso gli arabi arrivarono in Europa alcune invenzioni cinesi di grande portata: la polvere da sparo, le lenti ottiche e i caratteri da stampa mobili, usati in Cina circa dall’anno 700.

Nei due secoli successivi si svilupparono le conseguenze di quelle premesse: i commerci crebbero in modo esponenziale, soprattutto nelle zone dell’Europa settentrionale, le meno influenzate dalla mentalità romana. Aumentò di molto la circolazione del danaro, e di tutti quegli strumenti atti ad agevolarla, come lettere di credito, cambiali, transazioni bancarie. Per l’anno 1500 in Inghilterra il secolare sistema del baratto era stato completamente sostituito dall’uso del danaro; anche paghe e salari erano corrisposti in danaro. Aumentarono di conseguenza i commercianti e gli imprenditori, attorno ai quali si formò una categoria di personaggi collaterali – avvocati, ragionieri, notai, architetti, ecc. Stava nascendo la borghesia.

Lo sviluppo dei commerci creò una forte domanda di ordine, sicurezza dei trasporti, uniformità di leggi e regolamenti.
La scoperta del cannone, un’arma costosa, stava però rafforzando le monarchie. Il perfezionamento dei caratteri da stampa terminato da Gutenberg verso il 1450 permise la diffusione di molti libri in latino.

Grazie all’effetto combinato dello sviluppo dei commerci, del rafforzamento delle monarchie e dell’imporsi di lingue locali le varie ex province dell’impero cominciarono a sentirsi delle entità autonome da ogni punto di vista, economico, politico, culturale e cominciarono a originare gli Stati nazionali europei, i primi dei quali furono le monarchie di Portogallo, Spagna, Francia e Inghilterra.

La Riforma Protestante
Fece la comparsa una nuova mentalità in seno all’Occidente, una mentalità che sul piano economico si esprime col capitalismo.
Lo sviluppo del commercio privato, e delle attività a esso correlate, aveva solo creato tanti commercianti e imprenditori vari; in altre parole, tante persone dedite all’accumulo di ricchezza tramite attività private.

Non era mai stato creato un sistema capitalistico. L’avidità di per sé non crea il capitalismo crea tante persone che, quando le condizioni esterne sono adatte, accumulano potere di acquisto, cessando tale attività quando le condizioni esterne non sono più favorevoli. Un sistema capitalistico si ha invece quando tali condizioni favorevoli sono sistematicamente ricercate, e su di esse è basato il funzionamento della società. L’avidità è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la vita di un sistema capitalistico. Per questo occorre che l’avidità sia giustificata. 

Tale giustificazione fu offerta dalla Riforma Protestante.

Viene da chiedersi se nell’Europa del tempo ci sarebbe stata la Riforma Protestante se contemporaneamente Gutenberg non avesse introdotto i suoi caratteri da stampa mobili, che permettevano di stampare libri a una velocità sino allora impensabile.
Gutenberg cominciò a stampare il primo libro nel 1450 e per l’anno 1500 si calcola che in Europa fossero già in circolazione dai 15 ai 20 milioni di libri. Erano quasi tutti bibbie, compreso il primo, la famosa edizione di Gutenberg finita nel 1455.

Il Vecchio Testamento, quello scheletro nell’armadio che la Chiesa Cattolica si era silenziosamente portato dietro per tanti secoli, era stato scoperto; la mina vagante aveva urtato l’Europa. Iniziava così la Riforma Protestante.
La Riforma Protestante nasce infatti dalla constatazione che tutta l’organizzazione gerarchica e gran parte dei dogmi, dei sacramenti, delle credenze e consuetudini che la Chiesa di Roma aveva trovato nel Nuovo Testamento, nel Vecchio Testamento non trovano riscontro alcuno, anzi in genere sono chiaramente contraddetti.

Con l’avvento della stampa tutte quelle critiche alla Chiesa di Roma ebbero grande risonanza e addirittura si moltiplicarono. Lo scisma che portò alla nascita della religione protestante iniziò con le obiezioni del tedesco Martin Luther (1483-1546), per gli italiani Martin Lutero, che nel 1517 affisse le sue 95 tesi sul portone del duomo di Wittemberg, seguito rapidamente da molti altri teorici, fra i quali particolarmente importanti l’avvocato francese Jean Chauvin (1509-1564), Giovanni Calvino per gli italiani.

La religione protestante si impose rapidamente e in modo uniforme in tutta l’Europa settentrionale a eccezione dell’Irlanda, e a macchia di leopardo nell’Europa centrale; non ebbe invece alcun successo nell’Europa meridionale, in particolare in Portogallo, Spagna e Italia. In Gran Bretagna le cose andarono un po’ diversamente.

Nominalmente entrò nel panorama protestante nel 1534, quando il re Enrico VIII, sottraendola al papa, rivendicò per sé la suprema autorità sulla Chiesa Cattolica inglese, che da allora si chiamò Chiesa Anglicana.
La Riforma protestante fu dunque uno scisma in seno alla religione cattolica dovuto al fatto che una vasta parte dei fedeli, diciamo così, di quest’ultima si accorse che il suo insegnamento non corrispondeva esattamente con la Bibbia.
Mentre il Nuovo Testamento è un corpo dottrinario che implica una visione collettivista della vita e dei rapporti umani, il Vecchio Testamento ne implica una individualista.

Come vuole il Dio del Vecchio Testamento che si comportino gli uomini per essere approvati? Egli non dice “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma dà una serie di dettagliate prescrizioni – i comandamenti, che in totale sono 613, dei quali i primi in ordine di tempo sono i Dieci Comandamenti – osservate le quali c’è sicuramente l’approvazione. In questi comandamenti non c’è alcun accenno alla fratellanza di tutti gli uomini, alla loro uguaglianza, al rispetto cui ognuno ha diritto.

Non c’è alcuna condanna dell’egoismo materiale e dell’ingordigia; nessuna condanna dell’accumulazione individuale di ricchezza o di proprietà privata; dello sfruttamento di uomini da parte di altri uomini, sino al punto che la schiavitù è presa come un dato di fatto.

Si può essere malvagi di animo, ma se si riesce a rispettare la forma dei precetti, magari con astuzie e cavilli, l’approvazione non mancherà (specialisti in questo erano quei Farisei coi quali ebbe a scontrarsi Gesù).
Lo “Stato” non esiste; il “bene comune” non esiste.

Contrariamente a quanto insegnato e fatto da Gesù, la ricchezza materiale non è condannata nel Vecchio Testamento, anzi, essa è addirittura considerata come il segno tangibile del favore divino.
Tutto quanto detto sopra fu condensato da Giovanni Calvino in pochi concetti: Non si ha l’obbligo di fare bene agli altri; ognuno deve pensare a sé stesso; l’unico obbligo è quello di seguire alla lettera i Comandamenti; la salvezza avviene per via di predestinazione divina, e la ricchezza materiale è il segno terreno della medesima.

In poche parole, lo scopo della vita è di cercare di diventare ricchi!
Si chiede solo il rispetto formale dei Comandamenti. Fatta la legge trovato l’inganno, e nel rispetto formale dei Comandamenti si può compiere qualunque ingiustizia sostanziale nei riguardi del prossimo.

Infine nel Vecchio Testamento c’è il concetto di popolo eletto, che per definizione è contraddistinto dalla prosperità materiale.
Era questa la nuova interpretazione della vita cercata dai nuovi ricchi dell’Europa del Quattro-Cinquecento. L’avidità di beni materiali aveva trovato una giustificazione, l’ideologia protestante.

La contemporaneità, in pratica, della comparsa nell’Europa del primo Cinquecento del Capitalismo e del Protestantesimo, e il fatto che queste due prassi abbiano la stessa giustificazione ideologica non è certo sfuggito a storici e sociologi, il solo dubbio essendo a quale dei due fenomeni attribuire la parte della causa e a quale quella dell’effetto.

Nell’Europa del Cinquecento i Protestanti, dove arrivarono, spinsero sempre per l’eliminazione della monarchia e in subordine, se ciò non era possibile, per affiancarle almeno un Parlamento, che tramite i requisiti minimi patrimoniali sempre richiesti agli elettori era sempre espressione della borghesia molto agiata.

Il Vecchio e Nuovo Testamento riflettono due modi assolutamente antitetici di vedere la vita. In effetti sono due religioni diverse.
Martin Lutero e i suoi seguaci, dai quali derivarono principalmente la Chiesa Luterana, Battista e la Metodista, cercarono di conciliare il più possibile i due Testamenti. Giovanni Calvino e i suoi seguaci, dai quali ebbero origine una miriade di denominazioni diverse nella forma ma non nella sostanza, fra le quali le più importanti sono la Chiesa Presbiteriana e la Chiesa Riformata, trascurarono nei fatti anche se non nelle parole ogni concetto espresso da Gesù.

Vecchio e Nuovo Testamento non sono logicamente conciliabili e quindi il luteranesimo risulta un corpo dottrinario un po’ confuso, incerto, che dal punto di vista culturale lascia ancora dei disagi esistenziali; il calvinismo invece è una dottrina altamente coerente, logica. Questa differenza spiega il tipo di diffusione che ebbe il Protestantesimo nel Cinquecento. Il luteranesimo, nelle sue varie denominazioni, si diffuse a macchia d’olio su aree vaste dove ogni tanto c’erano zone o città commercialmente sviluppate: esso andava bene ai commercianti e ai ricchi in genere ma non urtava eccessivamente la massa nullatenente ex medioevale. Esso prese piede nella Germania settentrionale, nella penisola scandinava e sulle coste baltiche.

Il calvinismo invece si diffuse in modo molto selettivo, in aree piuttosto ristrette (almeno inizialmente) dove i commerci erano molto sviluppati. Esso attecchì in alcuni centri della Germania settentrionale, della Francia, della Polonia e della Svezia. Le aree di maggior successo furono invece la Svizzera, l’Olanda e la Gran Bretagna, specie in Galles e Scozia. In Inghilterra i calvinisti erano frazionati in varie denominazioni: c’erano i Presbiteriani,i Riformati, i Separatisti e i Puritani. Questi ultimi, inizialmente chiamati i Precisi (Precisians), si distinguevano per l’implacabile interpretazione letterale del Vecchio Testamento e per la sorprendente totale omissione del Nuovo. Essi, tutti commercianti e arricchiti vari, erano l’ala destra del calvinismo europeo.

Con l’arrivo dei Protestanti iniziò in Europa un periodo di sommovimenti e guerre civili che durò sin quasi al Settecento.

I Protestanti volevano o abolire le monarchie o almeno affiancare loro dei Parlamenti eletti dai ricchi. Le diatribe sui dogmi, sulla Trinità, sulla libertà di culto, sull’autorità del Papa e così via erano solo una scusa per provocare, per tirare la corda, e per prepararsi al confronto, anche armato. Le lotte del periodo vedevano sempre da una parte i Protestanti e dall’altra una monarchia, la Chiesa Cattolica.

Durante questo periodo di guerre civili alcune delle frange più estreme del Protestantesimo europeo, che erano tutte calviniste, abbandonarono a varie riprese l’Europa, un po’ perché minacciate dai vincitori del momento e un po’ perché allettate dalla fama di opulenza ormai consolidata delle nuove terre scoperte da Colombo in poi. Alcuni Puritani inglesi prima si trasferirono in Olanda, fra i Presbiteriani olandesi e quindi, avendo trovato anche là degli ostacoli insormontabili, a partire dal 1620 emigrarono nell’America settentrionale, dove furono seguiti da ben più alti numeri di Puritani partiti direttamente dall’Inghilterra.

La colonizzazione dell’America
L’impulso a intraprendere le esplorazioni che avrebbero portato alla scoperta dell’America venne dalla caduta dell’Impero Romano d’Oriente avvenuta nel 1453.

In seguito a questa si interruppero le usuali e vecchie vie di comunicazione che portavano in Europa le merci dell’Estremo Oriente, di quelle “Indie” o “Isole delle spezie” che erano principalmente la Cina, il “Catai” di Marco Polo. In particolare l’Impero Ottomano bloccò entrambe le vie di terra usate per quei traffici: la Via delle steppe dei nomadi, che tagliava l’Asia a metà seguendo più o meno sempre lo stesso parallelo e che arrivava alla penisola di Crimea, ormai nelle mani dei turchi; e la Via della seta, che correva quasi parallela alla precedente, ma più a sud, arrivando in Libano, anch’esso occupato dai turchi.

C’erano anche diverse rotte marinare, che però arrivavano tutte nel Mar Rosso, con un ultimo trasporto via terra sino ad Alessandria d’Egitto. Anche l’Egitto, come tutto il nord Africa del resto, era stato fagocitato dall’Impero Ottomano.
I mercanti di Genova e Venezia avevano così il monopolio di questo traffico di spezie e merci varie che diventava sempre più scarso. Era dunque necessario trovare delle rotte alternative per l’Estremo Oriente. La rotta doveva essere via mare.

Cominciò il Portogallo, con l’idea di raggiungere l’Oriente navigando costantemente verso oriente, circumnavigando cioè l’Africa.
Re Ferdinando di Spagna invece finanziò il tentativo della rotta verso Occidente che era venuto a proporre Cristoforo Colombo un cartografo della concorrenza.

Il 12 ottobre 1492, l’esploratore genovese sbarcò su un’isola dei Caraibi chiamata dagli autoctoni Ganahani e che lui ribattezzò San Salvador, quindi, prima di tornare indietro, toccò Cuba e Hispaniola.

Il Nuovo Continente aveva ormai una importanza commerciale strategica!
La spinta a trovarvi un passaggio che immettesse nel Pacifico, e quindi alle Indie, portò così anche Francia, Inghilterra e Olanda a familiarizzare con le Americhe.

In questi frangenti, verso l’anno 1600, i francesi che stavano esplorando il Canada orientale per cercare un passaggio verso il Pacifico fecero una scoperta di eccezionale importanza: la zona a nord-est dei Grandi Laghi era ricchissima di castori e di animali da pelliccia in genere. La scoperta era importantissima perché le pellicce erano la merce di scambio più ambita dai cinesi, le cui merci a loro volta – il tè e le stoffe – erano le più ricercate dagli europei fra le “spezie” e le “meraviglie” dell’Oriente.

Gran Bretagna, Francia e Olanda cercavano tutte e tre di procurarsi le pellicce nella zona a nord-est dei Grandi Laghi per poi scambiarle in Cina con tè e stoffe.
Iniziava la colonizzazione dell’America.

Per tutto il Cinquecento gli inglesi cercarono di inserirsi nello scacchiere americano, sempre per il passaggio a nord-ovest.

Nel periodo di regno di Elisabetta I (1558-1603) l’Inghilterra era diventata una ragguardevole potenza marinara, e voleva a tutti i costi impossessarsi almeno di una parte delle enormi ricchezze che vedeva affluire nei forzieri dell’Escoriai di Filippo II. Pirati inglesi cominciarono così ad attaccare i galeoni spagnoli che tornavano dalle Americhe. Elisabetta negò ripetutamente, e per iscritto, al re Filippo che la Corona inglese avesse a che fare con quei pirati. In realtà era proprio lei a organizzare le spedizioni!

La regina aveva infatti deciso di cercare di creare dei possedimenti in America settentrionale principalmente per due motivi: sul fronte interno era riuscita a sedare i disordini seguìti alla Riforma Protestante (i gruppi protestanti continuavano a rimanere una minaccia per la Corona) e considerato ciò che volevano probabilmente sarebbero stati i primi a inseguire la ricchezza coloniale; per la politica estera l’eventuale passaggio a nord-ovest poteva solo essere trovato con una ricerca sistematica, che necessitava di una presenza in loco.

Per fare questo, le società mercantili inglesi interessate alle merci dell’Oriente vennero divise dalla Corona in due gruppi: erano entrambi diretti alle “Indie” ma uno cercava di passare da occidente e l’altro da oriente. Il primo gruppo era capitanato dalla London Company e dalla Massachusetts Bay Company, il secondo dalla East India Company.

Il primo gruppo doveva formare colonie sulla costa nord orientale americana, tagliando la strada agli spagnoli; dall’altra parte doveva reperire le importantissime pellicce nella zona dei Grandi Laghi contrastando il più possibile francesi e olandesi. Le pellicce sarebbero state utilizzate dalla East India Company. La East India Company infatti avrebbe subito commerciato con la Cina seguendo la rotta della circumnavigazione dell’Africa e cercando di farsi largo nella numerosa concorrenza di spagnoli, portoghesi, francesi e olandesi.
Un ideale e necessario punto di appoggio per aggredire il mercato cinese era l’attuale India.

La Gran Bretagna, per la presenza dei suoi numerosi calvinisti, aveva cominciato a sentire l’influenza della nuova mentalità: l’economia cominciava a prendere la forma di una libera economia di mercato.
La Corona gradualmente cessò di cercare di dirigere tutti gli aspetti della vita dei cittadini, a cominciare da quello economico; abbandonò la tradizionale preoccupazione medioevale che ognuno avesse di che mangiare e si limitò  a presiedere all’attivismo dei singoli, e il suo ruolo nell’economia generale divenne quello di agevolare il più possibile gli affari di quei singoli che volevano farli, e che facendoli aumentavano il gettito fiscale. La Royal Navy divenne il braccio armato della sua borghesia mercantile: stava nascendo l’Impero Inglese, un impero commerciale dettato dalla volontà di far arricchire le proprie borghesie anche alle spese di altri popoli.

La colonizzazione inglese dell’America avvenne secondo questa filosofia!

Fa parte della retorica di Stato americana che i colonizzatori inglesi fossero persone in cerca di libertà religiosa o politica, o persone in disperate condizioni economiche. Ciò fu vero per una minoranza esigua, che non ebbe mai alcuna influenza nell’andamento delle cose coloniali. La caratteristica comune della maggioranza dei colonizzatori era il livello economico alto del quale godevano in patria. In effetti il costo pro capite del viaggio, che ognuno doveva sostenere di tasca propria, era molto alto.
Erano in genere commercianti, ai quali erano aggregati artigiani, mezzadri di vasti poderi, professionisti vari.

I pochi emigranti inglesi dell’epoca realmente poveri, non potevano pagare il biglietto e venivano imbarcati con la qualifica di Indentured Servant (“servo a tempo”), in base a un contratto nel quale l’individuo si impegnava a lavorare nella colonia alle dipendenze della società organizzatrice per un periodo di sette anni.

I primi colonizzatori comunque non furono troppo rappresentativi del quadro, ora esposto: erano un gruppo di 107 uomini, trasportati su tre vascelli dal capitano John Smith, sbarcati nell’attuale Virginia, dove nel 1607 fondarono la città di Jamestown, pensarono di seguire le orme degli spagnoli e cercarono l’oro, che non c’era. Essi furono aiutati da Pocahontas (1595-1617), la figlia di un capo indiano che sposò un colono garantendo la pace dopo iniziali dissapori.  Per coltivarlo essi per primi importarono schiavi neri.
Nello stesso anno giungeva dall’Inghilterra anche un carico di donne, e la colonia della Virginia (così chiamata in onore di Elisabetta I, la Virgin Queen) cominciava a nascere a tutti gli effetti.

Arrivano i Pellegrini
Nel 1620 arrivò l’avanguardia dei veri fondatori della civilizzazione americana.
Essi, e non gli inglesi di Jamestown che pure furono i primi, sono chiamati dall’iconografia ufficiale americana i Padri Fondatori (Founding Fathers). I nuovi coloni si autodefinivano i Pellegrini (Pylgrims). Destinati dalla London Company alla Virginia e imbarcati sul veliero Mayflower, a causa di una tempesta approdarono nell’attuale Massachusetts, dove la società concesse loro di restare in attesa di definire la posizione con la Corona.

Il quarto giovedì di novembre del 1621 organizzarono una cerimonia di ringraziamento a Dio, dopodiché pranzarono con carne di tacchino; tale giorno è rimasto una festa nazionale statunitense, il Thanksgiving Day (giorno del ringraziamento). In numero di 100 ο 101 ο 102 a seconda delle versioni, appartenevano tutti alla Chiesa Presbiteriana inglese come i Puritani, ma erano chiamati Separatisti.
A dispetto dell’iconografia questo gruppo non ebbe alcuna rilevanza nel fissare le caratteristiche della colonizzazione: erano già pochi, e oltretutto durante il primo inverno la metà circa di loro morì di freddo e fame prima che gli indiani potessero aiutarli.

Arrivano i Puritani
Con l’arrivo, nel 1630, di 2.000 Puritani, seguiti entro il 1640 da altri 18.000, inizia la vera colonizzazione degli Stati Uniti.
I Puritani fondarono la Massachusetts Bay Colony, utilizzando il nome della compagnia con la quale avevano stipulato il contratto di colonizzazione, ossia la Massachusetts Bay Company di Londra, società nella quale molti di loro avevano una compartecipazione azionaria.
Nessuno si era imbarcato come indentured servant. Nello stesso 1630 fondarono la città portuale di Boston. Nei seguenti decenni diedero luogo alle colonie del cosiddetto New England puritano.

La forma di governo adottata nelle colonie era simile a quella inglese di allora.
Al posto del re o della regina c’era un governatore con ampi poteri, quindi un Parlamento bicamerale in cui la Camera Alta, corrispondente alla Camera dei Lord d’Inghilterra, era eletta dal governatore e la Camera Bassa era eletta dal “popolo”.

Questo solo sulla carta; in realtà solo i ricchi potevano votare.

Per poter sia votare sia ricoprire cariche pubbliche occorreva innanzitutto essere maggiorenni, maschi e bianchi; generalmente nel New England occorreva anche essere degli anziani della Chiesa Congregazionalista, così come i Puritani chiamarono, in America, la loro confessione.

I requisiti minimi patrimoniali erano dappertutto molto alti (Massachusetts e Connecticut bisognava avere un’attività che rendesse 40 sterline all’anno, oppure beni immobili valutati almeno la stessa cifra; in Rhode Island 40 sterline e che rendesse almeno la stessa cifra ogni anno; in New Jersey almeno 40 ettari di terreno, più un’attività o dei beni immobili valutati almeno 50 sterline; in Virginia minimo 20 ettari di terreno, più una casa in città; Georgia e nella Carolina del Nord minimo 20 ettari di terreno; nella Carolina del Sud almeno 40 ettari di terreno e una casa in città, ecc.).

Da questo livello di requisiti, traspare quanto si fossero divaricate, fin da subito, le economie dei due “blocchi” coloniali: il New England si dirigeva verso il commercio e le colonie del sud verso il latifondo agricolo.

I Puritani
I Puritani del New England furono in schiacciante superiorità numerica sino alla Guerra di Indipendenza, e mantennero una maggioranza fino al 1880 circa.
Traevano ogni ispirazione dal Vecchio Testamento, o almeno erano convinti di farlo.

L’idea fondamentale era che la ricchezza materiale, e il benessere materiale, compreso quello fisiologico, rappresentava un segno di elezione divina.
Un individuo era eletto se Dio lo predestinava alla virtù di osservare i Comandamenti. Non c’era obbligo alla solidarietà reciproca né a compiere opere di bene. Il rispetto richiesto per i Comandamenti era letterale, cioè formale. La figura di Gesù era totalmente ignorata, benché certamente si definissero “cristiani”.

I Puritani, come tutti gli altri Protestanti, operarono una certa mirata selezione anche nell’ambito del Vecchio Testamento, a ulteriore dimostrazione del principio utilitaristico alla base di tutta l’operazione. Questo si può vedere nella schiavitù, proprietà privata, capitalismo, nell’obliterazione dei debiti, ecc. Accolsero dalle Sacre Scritture quello che più faceva comodo.
Un concetto molto importante per i Puritani, che si rivelò gravido di conseguenze inaspettate, fu quello di popolo eletto.
Al popolo eletto Dio destina una patria opulenta, e i Puritani certamente si diressero in America pensando che fosse la loro Terra Promessa. Gli indiani erano destinati alla distruzione per loro mano così come lo erano stati i cananei per Giosuè e i Giudici. Non solo, ma quando i Puritani scorgeranno un po’ più in là una terra ricca o in qualche modo appetibile penseranno sempre di averne diritto, un diritto che giustificherà anche i mezzi più cruenti, stermini compresi. Naturalmente il rispetto dei Comandamenti era limitato all’ambito del popolo eletto.

I Puritani e la politica
Nelle colonie i residenti avevano un’ampia possibilità di autogoverno.
I governatori badavano a che fossero salvi i principi della legislazione inglese, soprattutto nella forma, e cercavano di intervenire il meno possibile; il loro stipendio era poi fissato dai coloni.
I Puritani poterono così organizzarsi come volevano, tranne che per l’eliminazione della monarchia, che riuscirono a realizzare solo con la Guerra di Indipendenza.

In campo religioso essi non riconobbero più la gerarchia della Chiesa d’Inghilterra, e bandirono tutte le manifestazioni esteriori di culto introdotte arbitrariamente dalla Chiesa Cattolica: i vestimenti rituali, il segno della croce, particolarmente nel battesimo, la genuflessione durante la Comunione, l’uso della fede nel matrimonio, l’osservanza delle festività per i Santi, compresa la celebrazione del Natale.

L’organizzazione politica era basata su due concetti fondamentali: l’uomo singolo che doveva essere assolutamente libero di poter fare la sua fortuna materiale, vincolato solo dai Comandamenti; e la comunità che doveva solo sorvegliare a che i medesimi fossero appunto rispettati.
I Puritani non operavano nessuna distinzione fra autorità politica e religiosa; ogni congregazione era quindi una piccola teocrazia. L’autorità era esercitata da una sorta di consiglio dei saggi o degli anziani, che ricalcava il concetto del Presbiterio di Calvino.

Le colonie inglesi del Nuovo Mondo erano quindi delle oligarchie basate sul danaro; quelle del New England e di alcune del Sud erano anche teocratiche.
I Puritani rappresentavano l’antitesi della democrazia.
Essi non credevano affatto che gli uomini fossero tutti uguali, e tantomeno che avessero tutti gli stessi diritti. Alcuni in effetti potevano anche essere ridotti in schiavitù.

L’accesso a tale oligarchia non poteva essere negato a chi, diventato ricco, dimostrava di essere per definizione uno di loro. Di qui deriva un altro aspetto della loro apparente democraticità, oltre che del loro repubblicanesimo: l’abolizione del concetto di élite per via ereditaria e l’introduzione del concetto di elite aperta, appunto “democratica”.

In pratica, alla nobiltà per diritto divino, indimostrabile, di stampo medioevale i Puritani sostituirono la nobiltà per diritto divino dimostrabile, appunto attraverso la ricchezza materiale. Gli americani attuali accettano di buon grado che i loro dirigenti politici e alti funzionari dello Stato siano quasi tutti uomini estremamente ricchi, e la giustificazione risiede implicitamente in quel ragionamento puritano.

I Puritani e l’economia
I Puritani naturalmente diedero vita ad un sistema capitalista puro. Tale sistema è ancora il sistema, non solo economico, ma sociale in senso lato degli attuali Stati Uniti, dove tutto o quasi è privato o gestito da privati, come ad esempio molte carceri.

Per i Puritani tutto si poteva comprare col danaro, e tutto doveva essere venduto per danaro; sempre nel rispetto formale dei Comandamenti.
Così nel New England c’erano pure gli schiavi: neri comprati dai mercanti di schiavi calvinisti olandesi ma anche indiani e indiane catturati sul luogo e tenuti come domestici o stallieri. Però la schiavitù non ebbe mai nel New England una diffusione paragonabile a quella del Sud: la sua economia era basata sul commercio e la sua agricoltura era floridissima ma suddivisa in tante piccole aziende a conduzione familiare, dove la produzione era diversificata e la mano d’opera richiesta piuttosto specializzata. Nei porti di Boston e New York invece c’erano molti schiavi.

Le tasse saranno sempre la questione primaria nelle colonie: i Puritani non accettavano il principio di affidare al governo la gestione del gettito fiscale; c’erano rischi di una politica di redistribuzione dei redditi.

I Puritani e la morale
La morale dei Puritani consisteva nel rispetto formale dei Comandamenti, che permetteva loro ogni iniquità nella sostanza. In più tale legge valeva solo nell’ambito del popolo eletto dei Puritani: gli altri, in particolare i selvaggi indiani, potevano essere derubati, catturati come schiavi, anche uccisi.
Per esempio i rapporti sessuali con le donne indiane non costituivano reato, neanche da parte di Puritani sposati.

Le donne erano ritenute le “sorelle di Eva tentatrice”, il mezzo preferito dal Maligno per tentare la virtù degli uomini e distoglierli dal loro patto con Dio. Non potevano mostrare in pubblico più della faccia e delle mani, e ciò valeva anche per le bambine di ogni età.

Anche il divorzio, da sempre in uso presso gli americani, era ammesso dai Puritani, che lo praticavano con ancora maggiore frequenza vista la seria proibizione dell’adulterio. I reati sessuali erano puniti con straordinario rigore. Per l’adulterio e l’omosessualità era comminata la pena di morte. L’adulterio si verificava anche nel caso in cui la donna fosse solo fidanzata.

Ogni comunità aveva i suoi watchmen (“sorveglianti”), dipendenti comunali il cui compito era di controllare il comportamento delle persone e di riferire al pastore della chiesa. Erano dei delatori, che origliavano dietro gli angoli e spiavano dalle finestre. Scapoli e zitelle erano naturalmente i più controllati.
I Puritani collegavano la salute fisica con l’intervento divino, e i disordini mentali con quello del Diavolo.

I Puritani e la cultura
Alla scuola i Puritani dedicarono subito una attenzione che precorreva i tempi.
C’erano due necessità, i Comandamenti e gli affari: per seguire i primi occorreva conoscere la Bibbia, e quindi saper leggere, mentre per i secondi oltre a ciò occorreva saper fare i conti. Ogni township quindi aveva almeno una scuola e un maestro, pagati dalla municipalità, e ce n’erano altri nelle città. Il livello di alfabetismo fra i Puritani era senz’altro il più alto delle colonie americane.

Nel 1640 c’erano già nel New England circa 300 pastori diplomati in loco. L’Harvard College, divenuto gradualmente una università, è il più antico college degli Stati Uniti. Sempre come seminari nacquero nel 1701 l’università di Yale, nel 1764 l’università di Brown nel Rhode Island e nel 1769 l’università di Darthmouth nel New Hampshire.

Tali istituzioni garantirono ai Puritani una superiorità culturale schiacciante nell’ambito coloniale sino alla Guerra di Indipendenza.
Il poema più letto dagli americani di tutti i tempi è The Day of Doom (Il Giudizio Universale) pubblicato nel 1662 in Massachusetts dal puritano Michael Wiggleworth, nel quale la teologia calvinista è messa in versi settenari.
Le caratteristiche culturali e psicologiche dei Puritani si sono conservate negli americani: anche per loro tutto deve mirare al raggiungimento della ricchezza.
L’editoria quindi ha un carattere essenzialmente pratico, con prodotti che nei vari generi hanno raggiunto col tempo livelli di eccellenza (i manuali americani sono punti di riferimento nei vari settori). Gli autori di talento, più che indagare la realtà, cioè la verità, mirano a confezionare opere di successo presso il vasto pubblico. Così si sono specializzati nella fiction, nelle opere di evasione, dove di nuovo eccellono di gran lunga su tutti per la capacità di presentare storie e situazioni assurde in modo verosimile. Hollywood riassume tale attitudine tipicamente americana.

L’Indipendenza
Per quanto riguarda l’economia, quella del New England assunse rapidamente dimensioni gigantesche.
La pirateria era praticata in grande stile in tutte le colonie, con l’approvazione dei governatori quando aveva per oggetto mercantili non inglesi.
Ma più di ciò fu la qualità dell’immigrazione puritana a determinarne il successo economico. In varie ondate a partire dal 1630 questa portò in America non un insieme casuale di spiantati, ma una società completa, forse piccola ma organizzata in ogni sua parte. I soci della London Company selezionavano accuratamente i componenti dei viaggi.
Gli altri inglesi che si sistemarono nelle colonie del Sud non erano niente di paragonabile.

Diedero in tal modo origine a colonie ricche ma poco articolate dal punto di vista economico e sociale. La loro unica risorsa era la schiavitù: il 75% delle famiglie possedeva uno o più schiavi.

La guerra d’Indipendenza
I Puritani erano andati in America con uno scopo ben preciso: avere la possibilità di arricchirsi senza costrizione alcuna. Per questo volevano autogovernarsi Il loro obiettivo era dunque, fin dall’inizio, di liberarsi della Corona inglese e dei suoi governatori.
I Puritani del New England si rendevano conto di non potersi ribellare alla madrepatria da soli, senza la collaborazione delle altre colonie, anzi magari con la loro opposizione.

Essi quindi si dedicarono con estrema energia ai loro affari commerciali ma ogni volta, quando se ne presentava l’occasione, non dimenticavano, tramite i loro Parlamenti e la loro propaganda, di attaccare la Corona o i suoi governatori. L’obiettivo era sempre di dimostrare alle altre colonie quanto nociva fosse la presenza della Corona anche per le loro possibilità di arricchimento: avevano già molto, ma avrebbero potuto avere di più.

Tale polemica, presente sin dall’inizio del 1630, andò aumentando mano a mano che l’incremento di popolazione e l’indebolimento sul continente nordamericano di francesi e spagnoli rendevano sempre meno necessaria la protezione dell’esercito di Sua Maestà.

I principali argomenti politici dei Puritani furono gli indiani, la schiavitù negra, i territori dell’Ovest e naturalmente le tasse.

La Corona perseguiva una politica di accomodamento con gli indiani. Questi erano utili come alleati nelle guerre combattute contro i francesi per spodestarli dai Grandi Laghi.

I Puritani invece sostenevano che era meglio sterminare gli indiani, come del resto avevano subito iniziato a fare.
I Puritani si erano accorti presto che alla loro economia gli schiavi neri non servivano; anzi erano di intralcio. Sapevano che erano fondamentali per i latifondisti del Sud e assunsero questo atteggiamento: da una parte li appoggiarono concretamente nel chiedere alla Corona il permesso di tenere gli schiavi nelle colonie americane, dall’altra mantennero nel New England una fronda anti-schiavitù, dando spazio nei giornali e al Parlamento ai pochi sinceri antischiavisti che c’erano.

Dal 1689 al 1763 Francia e Gran Bretagna si combatterono pressoché ininterrottamente. Materia del contendere era il controllo del Mercato dell’Oriente.

Le tasse erano sempre troppe e sempre ingiustificate per i Puritani. Esse servivano alla Corona per coprire le spese di amministrazione delle colonie, per la loro difesa, e per finanziare le guerre.

Nelle colonie del Sud la maggioranza dei bianchi si interessava poco di politica, ma semmai non vedeva altro che svantaggi dall’indipendenza. Nel New England solo i grandi mercanti, finanzieri e imprenditori avrebbero tratto tangibili e immediati vantaggi dall’indipendenza, che avrebbe significato il loro stesso autogoverno.

La svolta avvenne al termine della Guerra dei Sette Anni, (1756-1763). Questa guerra vedeva opposti Gran Bretagna e Prussia e dall’altra Francia, Spagna, Austria e Russia. Si trattava della resa dei conti finale per stabilire il controllo di buona parte del Mercato dell’Oriente.

La Gran Bretagna vinse la guerra  e le condizioni della pace furono fissate dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1763, che stabiliva anche le sorti dei possedimenti nordamericani degli sconfitti.

L’esito della guerra, pur così favorevole, sarebbe però costato alla Gran Bretagna le sue 13 colonie americane. Esso forniva infatti un tremendo impulso alla causa puritana dell’indipendenza.

Nell’America settentrionale non c’era più la temuta Francia, e potenza della Spagna già da tempo era in declino, per cui la presenza dell’esercito inglese non era più necessaria.
Il fatto che ora la Gran Bretagna, dopo aver liberato il nord America dai francesi, bloccasse tuttavia l’espansione ad Ovest alle sue colonie americane (con la scusa di riservare territori agli indiani) i grandi mercanti Puritani, volve adire che la Corona intendeva lasciare il Mercato dell’Oriente alla East India Company, bloccando per sempre la strada verso il Pacifico alle colonie americane.
Fu questo in ultima analisi il vero grande motivo della Guerra di Indipendenza americana: il Mercato dell’Oriente.

Infine le tasse: la Gran Bretagna doveva recuperare le spese sostenute nella guerra in America.

Nel 1764 furono introdotti il Sugar Act e il Currency Act, nel 1765 lo Stamp Act e il Quartering Act, nel 1767 il Townshend Act.
I Parlamenti del New England furono in prima fila nell’esprimere le proteste delle colonie, e la loro abilità consisté nell’indurre il governo inglese a spostare gradualmente la tassazione verso beni di largo consumo, che colpivano la classe povera e media…
La causa dei Puritani cominciava a prendere piede anche negli strati bassi della popolazione.
I grandi mercanti del Massachusetts decisero di spingere sull’acceleratore e incaricarono i loro media (giornalisti, intellettuali, preti dal pulpito) di mantenere viva la polemica con la madrepatria. In tale clima cominciarono a crearsi degli incidenti…

Nel maggio del 1773 alcuni mercantili della East India Company che trasportavano tè furono respinti nei porti di Boston, New York e Philadelphia. Nell’ottobre un altro mercantile veniva incendiato ad Annapolis. Infine il 16 dicembre del 1773 ci fu l’episodio del Boston Tea Party, un gruppo di uomini travestiti da indiani rovesciò in acqua il carico di tè di una nave alla banchina.
Il re Giorgio III era furioso col Massachusetts e ordinò la chiusura del porto di Boston sino a che il danno non fosse stato ripagato, quindi tolse al Massachusetts molti poteri di autogoverno.
Il Massachusetts convocò allora tutti i Parlamenti coloniali per una riunione che si tenne a Philadelphia dal 5 settembre al 26 ottobre del 1774. Fu il cosiddetto Primo Congresso Continentale.
Le colonie si riunirono ancora a Philadelphia durante il Secondo Congresso Continentale. 

Dopo mesi di discussioni, la minoranza indipendentista, i cui leader erano i grossi mercanti puritani John Adams, Samuel Adams e John Hancock, e i grossi piantatori del Sud, James Madison, Alexander Hamilton, Thomas Jefferson e George Washington, riuscì a convincere l’assemblea a decidere per la separazione definitiva dall’Inghilterra.

Alla fine i Puritani erano riusciti nel loro intento: il 4 luglio 1776 veniva così enunciata la Dichiarazione di Indipendenza, anche se più di un terzo della popolazione coloniale era contraria.
Il reale motivo della ribellione era il Mercato dell’Oriente. Per quello era necessario avere a disposizione le pellicce del Canada.
La Gran Bretagna avrebbe vincere la guerra ma ciò che realmente le premeva in America era solo la zona dei Grandi Laghi e bloccare per quanto possibile l’espansione verso il Pacifico ai Puritani.
La Gran Bretagna riconosceva l’indipendenza delle 13 colonie, e inoltre metteva a loro disposizione l’Ohio Territory, però manteneva la proprietà del Canada, chiamato da allora British North America (B.N.A.), disegnandone i confini a sud in modo da comprendere la zona a nord-est dei Grandi Laghi, la zona delle pellicce.

La Dichiarazione d’Indipendenza
I firmatari della Dichiarazione offrono l’esatto quadro dell’élite rivoluzionaria americana: 10 ricchissimi mercanti del New England; 11 grandi latifondisti negrieri del Sud; 12 avvocati; 13 giudici; 4 medici; e quindi un fattore agricolo, un editore-scrittore, un pastore protestante, un politico, un militare e un fabbro.
Il loro intento era quello sempiterno dei Puritani: non importa quanto ricchi, bisognava avere la libertà di poter tentare di arricchirsi di più.

Allo scopo la monarchia inglese non andava più bene. Occorreva l’autogoverno degli imprenditori ricchi; occorreva instaurare un’oligarchia mercantile. E questo dice la Dichiarazione di Indipendenza americana. Quel “popolo” al quale essa attribuisce il diritto di autogoverno non è altro che il corpo elettorale che già eleggeva i Parlamenti coloniali, che per via dei requisiti di ricchezza minima richiesti per il voto era la parte più ricca della popolazione, il 15-25% del totale a seconda della colonia.

Il loro leader era Thomas Jefferson, che come George Mason, era un ricchissimo latifondista della Virginia che impiegava migliaia di schiavi.

La Dichiarazione di Indipendenza americana, e la retorica di Stato che l’ha sempre avvolta, ha ingannato molte persone.

Lo slogan del caso fu il Principio dell’Autodeterminazione dei Popoli. Ma era appunto uno slogan per coprire le mire al Mercato dell’Oriente. Infatti gli americani mai riconobbero quel principio a nessun altro, quando non conveniente sul piano economico.
Vincendo la guerra per l’indipendenza le 13 colonie erano diventate 13 Stati indipendenti. Lo erano sia nei riguardi dell’Inghilterra che l’una nei riguardi dell’altra.

L’economia del New England era di tipo fortemente mercantile, quella del Sud agricola in modo estensivo. Nel Nord predominavano i Puritani, nel Sud c’era un’ampia maggioranza di ex membri della Chiesa d’Inghilterra.
Con una procedura iniziata nel 1777 fra le varie legislature e conclusa nel 1781 i 13 Stati si riunivano ufficialmente in una federazione, chiamata sempre gli Stati Uniti d’America e regolata dagli Articles of Confederation and Perpetual Union.
Gli Stati, così, erano sempre in lite fra loro, generalmente per ragioni di commercio.

Così nel 1787 i 13 Stati si accordarono per modificare tale statuto e il risultato fu una solenne Costituzione redatta a Philadelphia da 55 delegati riuniti in assemblea con la presidenza di George Washington.
Ogni tanto nel tempo vennero fatte delle modifiche, delle puntualizzazioni o degli aggiornamenti, chiamate Emendamenti.

Tali Emendamenti entrano a far parte integrante della Costituzione: i primi dieci, approvati in blocco nel 1791, sono chiamati il Bill of Rights.
La Costituzione degli Stati Uniti non è la Costituzione di uno Stato, ma di una federazione di Stati, ognuno dei quali ha una sua propria Costituzione.
Anche oggi ognuno dei 50 Stati della federazione ha una sua Costituzione.
Al momento dell’adozione della Costituzione federale tali Stati erano tutti delle oligarchie basate sulla ricchezza, funzionanti con un sistema politico repubblicano e un sistema economico liberista. Tutti nelle loro Costituzioni prevedevano requisiti minimi di ricchezza per poter votare, che erano all’incirca quelli già visti.

La Costituzione federale non fa altro che cristallizzare tale sistema negli Stati, impedirgli che nel futuro possa evolvere in quel senso che oggi viene chiamato “democratico” (la parola “democrazia” non è mai citata nella Costituzione, né lo era stata nella Dichiarazione di Indipendenza). 

Molte sono le agevolazioni per la classe mercantile messe al sicuro nella Costituzione: la proibizione di porre tasse sulle merci esportate (Art. I, Sez. 9, par. c) ; la proibizione per uno Stato di diminuire il valore dei debiti contratti (Art. I, Sez. 10, par. a) ; la proibizione di porre barriere tariffarie a merci provenienti da altri Stati (Art. I, Sez. 10, par. b); il divieto di porre tasse federali sul reddito, ma solo pro capite (Art. I, Sez. 9, par. d). Benjamin Franklin, che era anche uno scrittore e inventore, approfittò per far riconoscere (Art. I, Sez. 8, par. h) i diritti d’autore e di brevetto.

La proibizione di porre tasse federali sui redditi ha resistito per 126 anni, e cioè sino al 1913, quando già da decenni si erano formati colossali monopoli posseduti da una sola persona fisica (i vari Carnegie, Colgate, Rockfeller, Vanderbilt, Schiff, Morgan ecc., per gran parte della loro vita non pagarono mai un dollaro di tassa sul reddito).
Ancora oggigiorno alcuni Stati non prevedono tasse statali sui redditi ma solo excise taxes, tasse indirette sul venduto (una specie di IVA; sono però basse, mediamente del 7%).

Gli Stati Uniti erano diventati così una spaventosa plutocrazia: l’economia era dominata da alcuni privati, titolari degli enormi monopoli formatisi negli anni a cavallo del secolo in tutti i settori (acciaio, petrolio, alimentazione, farmaceutica, ecc.) tranne che in quello delle Poste, riservato dalla Costituzione al governo federale.

Secondo Charles Austin Beard (1874-1948), il più grande storico americano di tutti i tempi: «Il movimento per la Costituzione degli Stati Uniti fu originato e realizzato principalmente da quattro gruppi di interessi corporati che erano stati danneggiati dagli Articoli della Confederazione: denaro, titoli pubblici, manifatture, commercio ed armatoria navale.
La Costituzione del 1787 – che alle multinazionali diede il via – è un documento antidemocratico prodotto da qualche decina di portatori di grandi interessi corporati e di già multinazionali.

La Guerra di Secessione
si stava già profilando in quel periodo il grande contrasto intestino che avrebbe portato alla Guerra di Secessione: quello fra il grande capitale liquido del Nord-Est puritano e il grande latifondismo negriero del Sud.
L’Emendamento più importante è il X, di grande valenza politica. Il sistema politico americano non si regge sulla Costituzione del 1787, ma sui poteri che quella silenziosamente lascia alle legislature degli Stati.
Ottenuta l’indipendenza, il Mercato dell’Oriente fu dunque subito il grande obiettivo della politica estera americana; occorreva raggiungere la costa del Pacifico.

L’Ovest costituiva un’occasione di per sé: dal punto di vista economico (enormi estensioni a disposizione degli americani) da quello politico (le nuove colonizzazioni sarebbero servite come valvola di sfogo per le masse di disoccupati e diseredati).
All’Ovest, dunque. Il primo passo fu l’apertura dell’Ohio Territory alla, colonizzazione.

La Guerra di Secessione non era stata provocata dal problema dello schiavismo che scandalizzava il Nord puritano: i motivi erano economici, seppur intrecciati con lo schiavismo.
Dal 1840 al 1860 giunsero nel New England 4 milioni di immigrati (Gran Bretagna e Irlanda), nel Sud invece la rivoluzione industriale non arrivò, non ne aveva bisogno, era il regno del latifondismo schiavista.

Il vero problema era che Nord e Sud avevano due economie completamente diverse: il capitalismo del laissez faire al Nord, ed il latifondismo agrario del Sud, per di più basato sulla schiavitù. I due tipi di economia non potevano coesistere!

Un problema non secondario era l’immigrazione, invocata dal Nord ma avversata dal Sud. Comportava costi federali che non gli competevano e il Sud temeva una immigrazione secondaria dal Nord, che avrebbe portato masse di mano d’opera non necessaria con conseguenti probabili contraccolpi sociali interni.

Il problema fra Nord e Sud era davvero lo schiavismo del Sud, alla fin fine, ma non per ragioni morali: bensì per le ragioni economiche che implicava I politici e i capitalisti del Nord non scatenarono la campagna antischiavista allo scopo preciso di provocare una guerra civile, essi semplicemente volevano esercitare una pressione sul Sud per convincerlo ad allinearsi alla loro politica economica federale.

Il Sud credette che il Nord facesse sul serio con lo schiavismo, che non fosse solo una questione di tariffe, e prese l’iniziativa di secedere dall’Unione.
Fu la guerra più sanguinosa in assoluto per gli Stati Uniti, con il suo milione di morti, metà dei quali civili (nella Seconda Guerra Mondiale i morti saranno 407.316, quasi tutti militari).

Dopo le prime vittorie sudiste, caratterizzate dalle loro cavallerie, la dovizia di uomini e mezzi del Nord ebbe alla fine la meglio.
Durante la guerra su iniziativa del Segretario al Tesoro Salmon P. Chase, poi fondatore della Chase Manhattan Bank ed eminente membro della Chiesa Episcopale, si iniziò a stampare sulla moneta la frase In God We Trust.
Il mondo del Sud fu dunque distrutto nel 1865.

L’esito della Guerra Civile del 1861-1865 accentuò la colonizzazione culturale puritana, soprattutto al Sud dove, finita la guerra, si precipitarono orde di commercianti e imprenditori provenienti dal New England.
I Puritani così cambiavano nome:  diventavano gli americani.

Indiani e neri
Ottenuta l’indipendenza, le 13 ex colonie americane avevano subito affrontato il problema indiano. Era chiaro che gli indiani dovevano scomparire.
Il Congresso scelse una tattica strisciante e attendista: non bisognava lasciare capire agli indiani le intenzioni finali; le tribù andavano messe le une contro le altre sfruttando le loro ataviche rivalità; i loro mezzi di sussistenza andavano erosi lentamente ma costantemente; le tribù dovevano essere illuse di poter contrattare la loro sorte con trattati che in realtà non si aveva alcuna intenzione di rispettare.

Gli indiani erano costantemente provocati: i coloni sterminavano la selvaggina, avvelenavano le sorgenti nascondendo sul fondo carogne di animali, assoldavano individui senza scrupoli perché uccidessero gli indiani.
Finita la Guerra Civile il generale Sherman fu nominato capo delle operazioni militari all’Ovest e la sua prima decisione fu di affamare gli indiani delle pianure sterminando i bisonti. Egli invitò «tutti i cacciatori dell’America del Nord e di Gran Bretagna» a cacciare il bisonte. I bisonti furono in effetti sterminati: ancora nel 1850 erano calcolati sugli 80 milioni e ne rimasero 541 nel 1889, ridotti a due soli esemplari dello zoo di Chicago nel 1911.
Così si estinsero gli indiani americani: nel 1630 erano almeno 5 milioni e al censimento generale dell’anno 1900 se ne calcolarono 250 mila.

Nel periodo della tratta degli schiavi, compreso fra il 1600 circa e il 1860, scomparvero dall’Africa fino a 50 milioni di persone
Il periodo di schiavitù dichiarata, durato nel Sud fino al 1865, fu tremendo: lavori forzati, punizioni con la frusta, morìe, selezioni della razza, smembramenti dei gruppi familiari, padroni che in caso di bisogno faceva strappar loro i denti, assai ricercati per le dentiere

Il fondamentalismo americano
Le Chiese protestanti americane si possono raggruppare in una cinquantina di correnti: Avventisti, Battisti, Luterani, Metodisti, Pentecostali, Presbiteriani, Riformati. Altre Chiese protestanti americane, portando così il numero delle congregazioni indipendenti a circa 140.
I membri attivi delle confessioni protestanti sono 80 milioni, dei quali 70 bianchi.
I Mormoni sono 4 milioni; i Testimoni di Geova sono 700 mila; i membri dell’Esercito della Salvezza 430 mila; gli aderenti a Worldwide Church of God alcune migliaia.

Il maggior raggruppamento protestante è rappresentato dai Battisti, 26 milioni di membri in 90 mila chiese; i Metodisti, 13 milioni e 52 mila chiese; i Luterani, 9,5 milioni di e 19 mila chiese; i Pentecostali, 3,5 milioni di membri e 25.500 chiese; i Presbiteriani, 3,4 milioni di membri con 14 mila chiese; i Riformati, 600 mila membri in 5 con 1660 chiese.

Il numero totale delle chiese protestanti è di 275 mila.
Sono detti Fundamentalists gli americani protestanti che credono nell’interpretazione letterale della Bibbia, cioè del Vecchio Testamento. Sono attualmente circa 20 milioni e sono trasversali a tutte le congregazioni.

Il sistema oligarchico
Gli Stati Uniti non sono uno Stato: sono una federazione di Stati. Tutti gli Stati membri sono oligarchie basate sulla ricchezza,
Il nocciolo duro dell’elettorato, quello che dirige le sorti del paese, è il 25-30% che vota alle elezioni locali: esso vota anche a tutte le altre elezioni e ne determina l’esito. É costituito in grande maggioranza dai cosiddetti W.A.S.P.
Esistono sulla carta una ventina di partiti negli Stati Uniti, all’atto pratico ci sono solo due partiti, il Repubblicano e il Democratico.
Il duopolio non si può rompere. Infatti i partiti repubblicano e democratico esprimono l’establishment oligarchico americano in modo necessario e sufficiente.

Questo accade dal 1787.

Il partito repubblicano è il partito del capitale statico, o soddisfatto è votato da persone abbastanza soddisfatte e sicure della propria situazione materiale. Si tratta in genere di piccoli e medi imprenditori di tutti i settori, di artigiani costruttori e riparatori, di professionisti, negozianti, agricoltori e allevatori, dipendenti fidati di vecchie e solide aziende manifatturiere di dimensioni piccole e medie, con mercato locale o al massimo nazionale. Esso raccoglie inoltre la maggioranza dei pensionati.
Il partito democratico è invece il partito del capitale dinamico, insoddisfatto, fluttuante.

Sono favorevoli al partito democratico generalmente i titolari di redditi altissimi e quelli dei più bassi. Da una parte abbiamo le grandi società per azioni americane (multinazionali) e dall’altra la moltitudine degli operai e dei salariati vari, fra i quali certamente la maggioranza dei dipendenti pubblici.
In effetti tutti i conflitti più gravi nei quali gli Stati Uniti si sono impegnati hanno avuto inizio con presidenti democratici. Il Lincoln della Guerra Civile, il Wilson della Prima Guerra Mondiale, il Roosevelt della Seconda, il Truman della Guerra di Corea e i Kennedy e Johnson della Guerra del Vietnam erano democratici.

Il politica estera
Gli Stati Uniti sono sempre stati il paese più “interventista” dello scenario internazionale.

Prima Guerra Mondiale
All’epoca era presidente Woodrow Wilson, un Presbiteriano, l’“uomo di Wall Street” e cioè del grande capitale. a Wilson faceva comodo pronunciarsi a favore della neutralità; così fece e fu rieletto nel 1916 con lo slogan “He kept us out of war” (“ci ha tenuto fuori dalla guerra”). Le cose cambiarono nel 1917 in conseguenza dell’improvvisa debolezza mostrata dalla Russia, che stava entrando nelle doglie della rivoluzione.

Gli americani amano dire che entrarono in guerra perché un sommergibile tedesco aveva affondato il piroscafo inglese Lusitania, provocando la morte di 1.198 persone. C’era una guerra e ogni nazione affondava le navi dirette verso l’avversario. Prima della partenza del Lusitania il consolato tedesco a New York aveva fatto pubblicare annunci sui giornali avvisando del rischio. Nelle stive della nave veniva trasportato materiale bellico per la Gran Bretagna: infatti il Lusitania era in realtà una nave da guerra ausiliaria della Royal Navy.

C’è invece la quasi certezza che il governo americano fosse alla ricerca di episodi del genere per giustificare un’ipotetica necessità dell’entrata in guerra nei confronti di una opinione pubblica molto intimorita dall’idea di una guerra in Europa contro gli europei. Il motivo della partecipazione americana alla Prima Guerra Mondiale fu soltanto la preoccupazione che venisse pregiudicata la Balance of Power in Europa continentale, con la conseguente fine del sogno americano per il Mercato dell’Oriente.

Seconda Guerra Mondiale
Per gli americani le cose cominciarono a mettersi male a partire dalla fine degli anni Venti. Il Giappone si era industrializzato con una velocità e un successo sorprendenti e già dalla fine dell’Ottocento aveva cominciato a reclamare per sé lo status di potenza dominante nella regione sia dal punto di vista militare sia, naturalmente, commerciale. Nel 1931 il Giappone occupò la Manciuria, regione chiave della e nel 1937 iniziò l’invasione del resto della Cina. Questa era una minaccia mortale alle secolari mire americane sul Mercato dell’Oriente.

Contemporaneamente all’attacco giapponese alla Cina, in Europa cominciava a ripresentarsi con la Germania di Hitler il solito pericolo: la formazione di un Super-Blocco europeo continentale fortissimo dal punto di vista sia commerciale sia militare. In un primo momento, visto il profondo anticomunismo dei nazionalsocialisti, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia cercarono di dirigere la Germania solo verso la Russia, uno scontro che secondo loro si sarebbe risolto con un nulla di fatto. Era questo, come tutti sanno, il senso degli Accordi di Monaco del 1938. Ma il piano non riuscì e poco dopo in Europa scoppiò la guerra.

Che fare? Intervenire subito su tutti e due i fronti, contro Germania e Italia da una parte e contro il Giappone dall’altra. Franklin Delano Roosevelt lo capì subito, e si adoperò per far entrare il paese in guerra. Non era così facile perché il presidente americano aveva due ostacoli, l’opinione pubblica e una parte del Congresso.

Il senatore Harry Truman: «Se vediamo che la Germania sta vincendo la guerra, allora dovremmo aiutare la Russia; e se la Russia sta vincendo, dovremmo aiutare la Germania, e così fare in modo che si ammazzino fra loro il più possibile»82.

Poco dopo Roosevelt scelse Truman come vicepresidente!

Gli Stati Uniti dovevano intervenire in Europa come in Asia, sperare che vincesse la parte cui si erano legati e cercare di controllare le condizioni di pace affinché in Europa permanesse la situazione precedente, e in Asia il Mercato dell’Oriente venisse lasciato loro. L’unica soluzione era l’entrata in guerra al fianco di Gran Bretagna e Francia, e purtroppo anche della Russia.

Così, mentre si dichiarava neutrale, Roosevelt si adoperava per provocare i belligeranti della parte scelta come avversa. L’11 marzo del 1941, diciotto mesi dopo l’inizio della guerra in Europa, riuscì a far approvare il Lend-Lease Act, che destinava agli avversari di Germania e Italia aiuti per 7 miliardi di dollari (per il Piano Marshall di dieci anni dopo saranno stanziati 12 miliardi di dollari, neanche il doppio e in moneta già inflazionata dalla guerra).

Nel 1940 gli Stati Uniti avevano vietato l’esportazione in Giappone di kerosene per aviazione, petrolio e rottami di ferro; fu questo ad indurre il Giappone alla firma del trattato di mutua difesa con Germania e Italia. Nel 1941, inoltre, in seguito all’occupazione giapponese dell’Indocina, gli Stati Uniti congelarono i beni giapponesi nel loro territorio e bloccarono tutto l’interscambio commerciale. I giapponesi non volevano una guerra con gli Stati Uniti perché abbisognavano delle loro merci, così il 20 novembre 1941 si dichiararono disposti a lasciare l’Indocina e altre posizioni nel Pacifico, e ad abrogare il trattato con Germania e Italia.

L’attacco di Pearl Harbor non fu affatto una sorpresa per Roosevelt. Alle ore 8 di quella domenica l’ufficio OP/20/G di Washington era già a conoscenza dell’attacco programmato a Pearl Harbor per le ore 13.
Inutilmente: il generale Marshall autorizzò l’invio di un messaggio di avvertimento alla base di Pearl Harbor solo alle ore 13 esatte, quando cominciavano a cadere le prime bombe. Furono affondate almeno una ventina di navi (fra cui otto corazzate) e morirono 2.300 uomini, mentre altri settecento circa rimasero feriti.

Gli Stati Uniti entravano finalmente in guerra.

Gli Stati Uniti sono un paese che, in poco più di duecento anni di storia ufficiale, ha compiuto un uguale numero di guerre e interventi armati all’estero, un fenomeno mai documentato prima nella Storia.
Ha provocato centinaia di milioni di morti.

Gli indiani furono sterminati (circa cinque milioni); i neri furono non solo schiavizzati, ma trattati come animali. In conseguenza dello schiavismo americano furono sterminati in Africa circa 40 milioni di individui.
Con i bombardamenti di civili durante la Seconda Guerra Mondiale uccisero tre milioni di persone, in Europa e Giappone. Provocarono poi la morte di un milione di prigionieri di guerra tedeschi, su un totale di tre milioni. Sempre con i bombardamenti sterminarono quattro milioni di persone in Corea e probabilmente sei milioni di persone in Vietnam, Laos e Cambogia.
Il totale di queste vittime, come si è detto in precedenza, è da valutare intorno ai 30 milioni.

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 Ebrei e fondazione dell’economia coloniale americana

 Tratto da “Gli ebrei e la vita economica” di Werner Sombart*, vol. I, 1911

Gli ebrei hanno preso parte molto attiva alla fondazione di tutte le colonie.
Questo è normalissimo, dato che il Nuovo Mondo offriva loro maggiori prospettive di felicità che non la vecchia e tetra Europa.
Si trovano impegnati in tutti i tipi di operazioni nei possedimenti olandesi dell’Oriente. Una parte considerevole del capitale azionario della Compagnia Olandese delle Indie Orientali era in mano agli ebrei e li ritroviamo anche fra i direttori della Compagnia delle Indie Orientali.

Da un capo all’altro l’America si rivela un paese ebraico.

Risultano coinvolti in maniera straordinaria intima nella scoperta dell’America: si direbbe che il Nuovo Mondo sia stato scoperto unicamente in loro onore, con la loro assistenza, che i Colombo siano stati semplicemente gli incaricati d’affari di Israele.

Il denaro ebraico rese possibile le prime due spedizioni di Colombo. Il primo grazie alle sovvenzioni fornite dal consigliere reale Luois de Santangel, il vero protettore della spedizione di Colombo.
Molti ebrei sono imbarcati sulla nave di Colombo e il primo europeo i cui piedi toccano il suolo americano è un ebreo: Luis de Torres.
Ma lo stesso Colombo (il cui vero nome sarebbe Cristobal Colon) è stato di recente rivendicato dagli ebrei come uno di loro”.

Non appena le porte del Nuovo Mondo si dischiusero agli europei, gli ebrei vi si precipitarono in massa. Non a caso, la scoperta dell’America ebbe luogo lo stesso anno in cui gli ebrei vennero espulsi dalla Spagna!
I primi mercanti sono ebrei e i primi stabilimenti industriali nelle colonie americane sono stati fondati da loro.

Nella prima metà del XVII secolo tutte le grandi piantagioni di zucchero sono nella mani di ebrei e difficilmente possiamo avere idea dell’enorme importanza che allora assumeva l’industria e il commercio dello zucchero.

Il presidente Roosevelt parlando dei servigi resi dagli ebrei agli Stati Uniti: “Gli ebrei hanno concorso ad edificare il paese” e l’ex presidente Grover Cleveland affermava: “Tra le nazionalità di cui si compone il popolo americano poche ve ne sono – ammesso che ve ne siano – che abbiamo esercitato maggiore influenza, diretta o indiretta, sulla formazione dell’americanismo moderno”.[1]

Gli ebrei assistono allo svegliarsi dello spirito capitalistico sulle rive dell’Oceano Atlantico, nelle foreste e nelle steppe del Nuovo Continente. Il 1655 viene considerato l’anno del loro arrivo: una nave carica di ebrei provenienti dal Brasile giunge nella baia di Hudson e chiedono di essere ammessi alla Compagnia Olandese delle Indie Occidentali.

Durante il XVII e XVII secolo il “commercio ebraico era la fonte che permetteva all’economia nazionale delle colonie americane di vivere. Dato che l’Inghilterra obbligava le sue colonie ad acquistare nella madrepatria i prodotti manufatti , la bilancia commerciale delle colonie si chiudeva sempre in negativo. Se non avessero ricevuto dall’estero un afflusso continuo di metallo prezioso, vi sarebbe stato il deperimento dell’economia. Era appunto il commercio ebraico a far affluire dall’America Centra e del Sud alle colonie inglesi del Nord.

Durante l’intera fase di formazione degli Stati Uniti l’immigrazione degli ebrei è stata intensa e ininterrotta.

L’influenza dell’alta finanza giudaico-olandese supera i confini del paese, poiché durante il XVII e il XVIII secolo l’Olanda rimane il serbatoio che alimenta le casse di tutti i sovrani europei a corto di denaro.

* Werner Sombart (1863-1941) economista e sociologo tedesco, docente all’Università di Berlino che all’epoca era una delle più prestigiose del mondo

[1]The 250 anniversary of the Settlement of the Jew in the USA”, 1905, p.18

Fonte

Quello che sui libri di scuola non troverai mai! (parte prima

Quello che sui libri di scuola non troverai mai! (parte seconda)

Quello che sui libri di scuola non troverai mai! (parte terza ultima)

Quello che sui libri di scuola non troverai mai! (VIDEO)

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Il grande drago

Ironia della sorte, il Papa ci mette in guardia da una possibile “distruzione senza precedenti” del “cambiamento climatico”

di Sauberer-Himmel (Il cielo pulito)

Quale sarebbe il grande palcoscenico sulla globalizzazione del clima senza la figura del Papa? Il cosiddetto capo della Chiesa cattolica ci avverte di una distruzione “senza precedenti”, se per prima cosa non rallentiamo rapidamente i cambiamenti climatici. Senza dubbio le parole del Papa ci hanno sorpreso. Le associazioni di categoria e gruppi di pressione come i lobbisti avevano tentato di influenzare le parole del Papa, cercando di placare l’economia

Come si può credere a questo teatro?

In primo luogo, non abbiamo assolutamente nessun “cambiamento climatico provocato dalla CO2” (molto probabilmente c’è uno spostamento dei poli). Inoltre, non è possibile che si verifichi un immediato impatto sul clima globale. In secondo luogo, sentendo il Papa nel parlare di globalizzazione, ha usato ora più che mai le questioni ambientali globali per imporre e ingannare l’umanità.

Il papato rappresenta la più antica monarchia del mondo e, naturalmente, non è un “Santo Padre”, ma l’eccellenza dell’anticristo. Il papato è il – progetto Gesuitico oggi chiamato Massoneria, che ha usurpato e organizzato militarmente il mondo. Così, il papato non è l’evidente autore dell’anticristiana massoneria, la massoneria è stata posta sotto gli auspici protestanti, questo deve essere un cardinale cattolico che serve i Massoni al fine di poter raggiungere questo ufficio e, in Vaticano ci sono diverse logge massoniche. 

Pertanto, l’Anticristo è seduto sul papato di Roma, che – come già detto – è la più antica monarchia del mondo. Il Vaticano viene servito anche dalle altre monarchie che sono subordinate come quelle dell’Inghilterra, Paesi Bassi, Spagna, Francia, ecc., e sindacati potenti come i Cavalieri di Malta, (Cavalieri di Malta), di cui fan parte, per esempio, la CIA, l’FBI, così come numerosi altri noti e meno noti organizzazioni, associazioni, think tank, fondazioni, ecc., e – si dovrebbe quasi pensare – che sono emersi anche molti movimenti protestanti.

Il papato quindi, non  governa solo il cattolicesimo, e i suoi studenti gesuiti ma anche il Protestantesimo. Ma non solo: la biografia di un cosiddetto “grande iniziato”, vale a dire il signor Charles W. Leadbeater (massone del 33° grado), ha promosso la fusione del cristianesimo con il buddismo, fondendo di fatto tutte le religioni del mondo ad uno degli “iniziati” guidato dal cuore:

“Non mi sembra presuntuoso affermare che questo processo sembra avvenire nello spirito del maestro. Ci sono in tutte le tradizioni all’interno del nucleo religioso, una essenza spirituale la cui realizzazione è costituita da grandi illuminanti iniziati che vegliano sulla terra.”

(Peter Michel, “Charles W. Leadbeater – Con gli occhi della mente – la biografia di un Grande Iniziato” Aquamarine Verlag, 1a edizione, p 158)

E questi “addetti ai lavori”, che di solito sono soprannominati cavalieri, servono la monarchia più antica del mondo, il papato. Ecco perché ci sono anche immagini in cui la Regina inglese può essere vista con il mantello di un cavaliere. E i Cavalieri non sono fini a se stessi. Sono …

Per saperne di più sul papato, le corone e ordini cavallereschi come i Cavalieri di Malta, si può vedere ad esempio questa lezione del Prof. Dr. Walter Veith:

Il Prof. Dr. Walter Veith può dimostrare in questa rappresentazione sulla base della Genealogia Mormonica che quasi tutti i presidenti degli Stati Uniti sono in realtà i principi dei reali europei. E chi sono queste famiglie reali? Il papato, il cosiddetto “grande drago”, che utilizza il drago come simbolo per il suo stemma.

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La Stella Rossa

nwo188_01_smallIl nuovo Ordine Mondiale è “Comunismo”

di Henry Makow, Ph. D  15 Marzo 2013  dal Sito Web HenryMakow traduzione di Nicoletta Marino  Versione in spagnolo  Versione in inglese

Il comunismo è un monopolio su tutte le cose, incluso il pensiero, imposto dallo “Stato”. Lo “stato” è un insieme di banchieri centrali ebrei Illuminati, che sono i padroni del suo debito. Tutto ciò che incrementa il potere dello “stato” è comunista. Il governo mondiale porterà tutto questo al livello seguente. “La guerra non ha già una funzione rivoluzionaria? La guerra? La Comune (1870). Da allora tutte  le guerre sono state un passo gigantesco verso il comunismo.”

La maggioranza delle persone crede che il comunismo è un’ideologia che si dedica a difendere i lavoratori e i poveri. Questa è stata solo una gran trovata con cui sono state manipolate milioni di persone.

Nascosto dietro quest’artificio, il “comunismo” ha come obiettivo concentrare tutta la ricchezza e il potere nelle mani del cartello bancario centrale (i Rothschild e i loro alleati) mascherandolo come potere statale.

Il ‘cartello’ (organizzazione criminale) bancario centrale è il monopolio ultimo.

Ha un monopolio quasi globale sul credito dei governi. Il suo obiettivo è trasformarlo in un monopolio su tutto quanto è politico, culturale, economico e spirituale.

Governo mondiale = monopolio Rothschild = comunismo.

Una qualsiasi ideologia che permette di concentrare ancora di più la ricchezza e il potere nelle mani dello “stato” è comunismo camuffato.

Queste ideologie – socialismo, liberalismo, fascismo, neo-conservatorismo, sionismo e femminismo- sono fronti del comunismo organizzato e sono dotati di fondi dal cartello bancario centrale.

Tutti i fatti attuali sono stati diretti dai banchieri centrali con il fine di incrementare il potere dei governi.

(da sinistra: Rakowski e Trotsky)

 La Sinfonia Rossa

Dopo i Protocolli dei Saggi di Sion, ‘La Sinfonia Rossa‘ costituisce la più grande rivelazione della vera situazione in cui si trova il mondo.

La Sinfonia Rossa è una domanda che la polizia segreta stalinista ((NKVD)) fece a Christian Rakovsky. Christian Rakovsky era una persona che aveva informazioni privilegiate e legata all’ebreo e agente dei Rothschild, Leon Trotsky.

Il testo si trova disponibili quì o nel Fourth Reich of the Rich, di Des Griffin. Io ho presentato ai miei lettori questo documento esplosivo di cinquanta pagine nel 2003.

Questo documento rivela e spiega il vero significato della Rivoluzione del comunismo, della framassoneria e della guerra. L’intenzione era di tenerlo nascosto al pubblico, ma il suo traduttore, il dottor J. Landowsky, fece una copia senza il loro consenso.

L’esperimento umano è minacciato dagli interessi privati che hanno usurpato dappertutto la funzione della creazione del denaro.

La storia moderna riflette il processo graduale mediante il quale trasferiscono a loro stessi tutta la ricchezza e il potere distruggendo la civiltà occidentale, creando uno stato di polizia a livello mondiale.

Nel 1938, Rakowsky disse che tutto il mondo si trovava sotto il controllo dei banchieri ebrei sabatei (Illuminati, massoni) e dei suoi alleati.

Nella sua autobiografia, My Life, León Trotsky scrisse:

“Christian G. Rakovsky… ha svolto un ruolo attivo nei lavori interni di quattro partiti socialisti, quello bulgaro, russo, francese e rumeno, fino ad arrivare a essere finalmente uno dei capi della federazione Sovietica, fondatore della Internazionale Comunista, Presidente del Soviet Ucraino dei Commissari del Popolo e rappresentate diplomatico sovietico in Inghilterra e Francia…

Rakovsky, il cui vero nome era Chaim Rakover, fu condannato a morte quando ci fu la purga della fazione trotskista del partito.

Cercò di salvarsi dando a Stalin un messaggio degli Illuminati.

“Durante il processo, Rakovsky raccontò a chi lo interrogava che i banchieri avevano creato uno stato comunista come fosse ‘una macchina di potere totale’ senza precedenti nella storia.

In passato c’era sempre stato, per molti fattori, spazio per la libertà individuale si rende conto lei che coloro che già dirigono in parte le nazioni e i governi del mondo hanno la pretesa di dominarle in assoluto?

Pensi che questa è l’unica cosa che ancora non hanno raggiunto”.

Una forza nociva paralizza la nostra vita nazionale.

Rakovsky la identifica:

“Immaginate se può un piccolo numero di persone con un potere illimitato basato sul possesso della vera ricchezza e si renderà conto che sono i dittatori assoluti del mercato dei valori e dell’economia…

Se avete sufficiente immaginazione… vi renderete conto della loro influenza anarchica, morale e sociale, cioè della loro influenza rivoluzionaria… Capito?”

“…Hanno creato il credito economico con l’idea de farlo diventare quasi infinito… E’ un’astrazione, un modo di pensare, una cifra, un credito, una fede…”
(245-246)

Naturalmente hanno bisogno di proteggere il loro monopolio sul credito mediante la creazione di un “governo mondiale”.

E’ quindi impossibile che i paesi possano emettere il proprio credito monetario o rifiutare i loro debiti.

MARXISMO

Il movimento rivoluzionario che definisce la storia moderna, fu un mezzo per rendere istituzionale il potere dei banchieri distruggendo il vecchio ordine. Il marxismo,

“invece di essere un sistema filosofico, economico e politico è una cospirazione per la rivoluzione.”

Rakovsky si burla del “marxismo elementare, popolare e demagogico” che si usa per blandire gli intellettuali e le masse. (238) I Rothschild si misero d’accordo con Marx affinché ingannasse le masse.

Rakovsky dice che Marx,

“ride in faccia all’umanità.” (Griffin, 240).

Naturalmente Marx non ha mai menzionato i Rothschild.

Per quanto riguarda la Massoneria:

“Tutte le organizzazioni massoni cercano di creare tutti i requisiti necessari per  il trionfo della rivoluzione comunista; questo è il fine ovvio della Massoneria” così dice Rakovsky, massone lui stesso di grado elevato.”

Il fine delle rivoluzioni è solo definire di nuovo la realtà secondo gli interessi dei banchieri. Questo implica la promozione della verità soggettiva di fronte alla verità oggettiva.

Se Lenin “sente che qualcosa è reale” allora è reale.

“Secondo lui, ogni realtà, ogni verità era relativa alla luce dell’unica e assoluta realtà: la rivoluzione.

Questo è cabalistico.

Gli Ebrei creano la realtà perché credono che sono i veicoli della volontà di Dio. (In altre parole, l’umanità ha ceduto a una frode massiccia). Detto con altre parole: il bianco è nero e alto è basso.

In Unione Sovietica le cose funzionavano così e adesso in Occidente la verità e la giustizia stanno per essere sostituite dal dettato politico.

“La correzione politica”, termine bolscevico, è adesso di uso comune.

Per esempio, adesso, l’omosessualità che gli psichiatri hanno sempre trattato come un disordine dello sviluppo, si trasformò in una “scelta del modo di vivere” nel 1973 per dettato politico. Adesso le scuole pubbliche incitano i bambini eterosessuali a “sperimentare la loro sessualità”.

Questo non è sano e anti-naturale, si stratta in verità di “satanismo” e la rivoluzione cerca di invertire l’ordine salutare inerente.

Rakovsky si meraviglia che,

le banche su cui contavano i grassi usurai per commerciare con il loro denaro si siano trasformati adesso in templi che si mantengono magnificamente ad ogni angolo delle grandi città contemporanee con le loro arcate pagane, dove vanno le masse… per depositare sistematicamente tutto ciò che posseggono davanti al dio denaro…

Dice che la stella a cinque punte sovietica rappresenta i cinque fratelli Rothschild con le loro banche che possiedono cumuli colossali di ricchezze, le più grandi e impossibili da immaginare.”

Non è strano che Marx non menzioni mai questo fatto?, domanda Rakovsky.

Non è strano che durante le rivoluzioni, le masse non attaccano mai i banchieri, le loro mansioni e le loro banche?

La guerra è il mezzo con cui i banchieri centrali portano avanti il loro piano. Rakovsky dice che Trotsky stava dietro l’assassinio dell’Arciduca Fernando (che innescò la IGM).

Ci ricorda la frase che usò la madre dei cinque fratelli Rothschild:

“Se i miei figli lo vogliono, non ci sarà guerra.”

Questo significa che erano loro gli arbitri, i padroni della pace e della guerra, non lo erano certo gli imperatori.

Siete capaci di visualizzare questo fatto di importanza cosmica? La guerra non ha dunque una funzione rivoluzionaria? La Guerra? La Comune. Da quel momento tutte le guerre sono state un passo gigantesco verso il Comunismo.

Dopo l’assassinio di Walter Rathenau (membro degli Illuminati e Ministro degli Esteri di Weimar), gli Illuminati concedono solo posizioni politiche o finanziarie a intermediari, dice Rakovsky.

“Ovviamente a persone che sono di fiducia e leali, quelli che possono garantire su se stessi in mille modi: di conseguenza si può affermare che questi banchieri e politici sono solo uomini di paglia… anche se occupano posti molto importanti e si fanno apparire come autori dei piani che portano avanti”.

Vedi Barack Obama

Nel 1938 Rakovsky ha sottolineato tre ragioni per l’apparire della Seconda Guerra Mondiale. La prima è che Hitler iniziò a stampare denaro proprio.

“questa è una cosa molto seria, molto più di tutti gli altri fattori esterni e crudeli del Nazionalsocialismo.”

In secondo luogo:

“il nazionalismo sviluppato appieno in Europa Occidentale è un ostacolo per il marxismo… la necessità stessa della distruzione del nazionalismo val bene una guerra in Europa.” 

Finalmente, il comunismo non può trionfare se non si sopprime “il cristianesimo ancora vivo”.

Egli si riferisce alla “rivoluzione permanente” che nasce con l’arrivo di Cristo e alla Riforma come “sua prima vittoria parziale” perché separò la cristianità. Questo ci suggerisce chela “cospirazione” contiene anche un fattore razziale o religioso.

In realtà il cristianesimo è l’unico nostro autentico nemico, più di tutti i fenomeni politici ed economici degli stati borghesi. Il cristianesimo che controlla l’individuo, è capace di annullare la proiezione rivoluzionaria dello stato neutrale sovietico o ateo.

Attualmente i banchieri centrali stanno promuovendo la Terza Guerra Mondiale come nel libro “Lo shock delle Civiltà”.

Sostituite islam con cristianesimo, e avrete i cristiani contro di loro.

 CONCLUSIONE

Il Nuovo Ordine Mondiale crea una falsa realtà che rappresenta la nostra schiavitù mentale.

Legioni di commentatori, professori e politici hanno l’incarico di sono incaricati di far sì che i loro precetti siano adempiuti. Questi sono gli argentur (agenti) riportati con grande orgoglio nei Protocolli dei Saggi di Sion.

La società è totalmente invertita. Il governo, l’educazione, l’intrattenimento e i notiziari sono in mano al cartello bancario centrale. Il settore privato si esprime dallo stesso libro di partiture di materie come la “diversità”.

Lo stesso si applica ai think tanks, alle fondazioni, alle ONGs, alle associazioni professionali e agli organismi di carità. Le agenzie di intelligence sono al servizio dei banchieri centrali (l’articolo ‘How the Fed Bought the Economics Profession‘ è il modello di tutte le professioni).

Il risultato è che la società si trova senza difesa per controllare il suo vero problema:

la concentrazione del potere nelle mani dei banchieri centrali che credono nella Cabala.

Ce lo impediscono scusa “dell’antisemitismo” quando la maggior parte degli Ebrei sono estranei all’ambito di cui parliamo.

Non mancano i lacchè, frequentemente massoni e ebrei massoni, ansiosi di condividere le spoglie della frode dei banchieri. Questo è quel che si definisce oggi “successo”.

L’umanità è condannata fino a che questi banchieri controllano la società.

Il rimedio qual è?

  • Nazionalizzare le banche centrali
  • Ripudiare i debiti creati dal nulla
  • Disfarsi dei manifesti, specialmente di Hollywood e dei media
  • Istituire una campagna finanziaria rigorosamente pubblica

Abbiamo inoltre bisogno di una rinascita spirituale, di un ritorno alla religione ‘vera‘ o perlomeno di una affermazione di Dio e di un ordine morale.

Mentre la gente, però, pensi ai propri interessi in termini dello status quo, i nostri problemi continueranno ad essere sistematici e non scompariranno.

Dal Sito: http://henrymakow.com/

Visto su: http://www.bibliotecapleyades.net/ 

 

http://ningizhzidda.blogspot.it/