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Le sequoia della politica italiana

 

 Quelli di +Europa hanno già governato. Ecco come andò

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Il 2011 sembra ieri, ma se da un lato gli italiani hanno una memoria politica cortissima, dall’altro alle elezioni europee di domenica 26 maggio andranno a votare molti giovanissimi, che nel 2011 erano undicenni alle prese con gli insiemi di matematica ed i primi turbamenti ormonali. Dunque, meglio rinfrescare a tutti la memoria. I partiti europeisti che si presentano all’agone politico delle prossime europee fanno proposte, analisi e dichiarazioni come se fossero appena arrivati sulla scena. Invece, dietro il trucco nominalistico di sofistica memoria e l’italica abitudine al trasformismo non solo poggiano i loro culi nei parlamenti di tutta Europa da decenni, ma in Italia hanno proprio governato, e persino senza esserne eletti come maggioranza (!)

La formazione più europeista di tutte, +Europa, che per la prima volta si presenta alle elezioni europee, è rappresentata sui manifesti di propaganda da Emma Bonino, già Minstro per il Commercio Internazionale con Prodi e con Letta Ministro degli Esteri (…), è stata commissaria europea. Deputata all’europarlamento per 4 legislature, è stata nel parlamento italiano per ben 7 legislature. A Palazzo Chigi entrò a 28 anni ed oggi ne ha 71. In pratica stiamo parlando di una sequoia della politica italiana ed internazionale con più poltrone che denti. Roba da far impallidire Andreotti.

Il Segretario nazionale della neonata formazione +Europa è Benedetto Della Vedova. Anche per lui un curriculum politico lunghissimo che parte dai radicali (movimento cuore di +E) e passa per il Governo Monti, il g,Montioverno tecnico voluto da Bruxelles e che arrivò alla maggioranza in parlamento nel novembre del 2011 dopo aver rovesciato il governo precedente con la vetusta tecnica della Rivoluzione Parlamentare. Tecnica usata per la prima volta in Italia da Agostino De Pretis nel 1876 e che consiste nel condizionari i parlamentari a formare governi diversi da quelli indicati dai cittadini col voto.

Della Vedova, oggi leader con la Bonino di +Europa, fu sostenitore di Monti ed eletto nel 2013 tra le fila del suo partito, poi continuò la carriera come sottosegretario agli esteri nei governi europeisti di Renzi e Gentiloni.

Questi i nomi più noti della lista, ma che annovera tantissimi altri politicanti che hanno esercitato già la loro attività come decisori di cose pubbliche, da Pizzarotti a Taradash.

Ebbene, come andò l’italia negli anni di Mario Monti e Letta che governarono grazie all’appoggio ideologico +Europeista?

Secondo diversi media, con l’arrivo dell’austerità voluta dai tecnici, Monti in primis, in Italia aumentarono i suicidi economici. I dati non sembrano confermare questa convinzione, che sarebbe dunque in linea con quanto avveniva purtroppo anche negli anni precedenti. Ciò che è fuori discussione, invece, sono gli altri dati macroeconomici.

Il Prodotto Interno Lordo, cioè la ricchezza del paese, con Monti calò drasticamente fino a far parlare qualche economista di depressione stile 1929.

Se escludiamo il calo del 2008/2009 che riguardò tutte le economie avanzate dell’Occidente causa bolla americana, nel 2012, anno di governo europeista di Monti, mentre tutti i paesi risalivano la china, l’Italia fece un capitombolo a – 2,4 (reale – 2,8 secondo la fonte AMECO)

La produzione industriale risulta essere in calo da anni, e non è questo il momento di andare a vedere il perchè. Ma se il calo era stato contenuto, con una media di circa -1,8, è con Mario Monti ed Enrico Letta che arriva il disastro: -3,6 per cento di produzione industriale con Monti e -2,7 con Letta.

La tendenza all’aumento della disoccupazione risale all’ultimo governo Berlusconi, ma lo scettro spetta ancora una volta a Monti. E’ con lui che abbiamo il più grande (e grave) contributo alla disoccupazione italiana. Con il governo dell’austerità, infatti, la disoccupazione aumentò dell’1,3 in media all’anno e del 3,7 per il settore giovanile. Con Monti e Letta (da aprile 2012 a fine 2013) la disoccupazione giovanile raggiunse il picco della storia superando abbondantemente il 40 per cento. Tanto per fotografare meglio il dato sulla disoccupazione, basta osservare che oggi gli italiani disoccupati sono il 10,8 per cento, mentre con Monti sfioravano il 12. Tra i giovani era disoccupato il 40 per cento, mentre oggi lo è il 32.

“Già, ma Monti fu nominato per risolvere il problema dello spread”. Già mi sembra di sentire la solita solfa europeista sul terrore (immotivato) dello spread. Ma accettiamo la sfida e vediamolo nel dettaglio. Il rapporto deficit/pil prima del governo piùeuropeista era del 116%. Quando Monti si dimetterà, nel 2013, era al 131%. Lo spread tra i titoli di stato italiani btp ed i bund tedeschi aveva sfondato i 500 punti a novembre 2011 ed era stato il dato macroeconomico che aveva convinto i parlamentari italiani a rovesciare il governo politico ed a sostituirlo con quello tecnico di Monti. Monti governò circa un anno e mezzo e per tutti quei mesi lo spread oscillò tra 300 punti ed i 500 punti. Per molti mesi, anzi, per tutto l’inizio del mandato, lo spread “di Monti” sarà più verso quota 500 che 300, ma a luglio 2012 Draghi pronunciò un famoso discorso durante il quale sostenne che i titoli dei paesi in difficoltà sarebbero comunque stati acquistati, ed ecco che allora (e solo allora) lo spread cominciò un lento calo.

Persino l’inflazione non andò bene con quei governi, perchè ci furono tasse per i consumatori (aumento dell’Iva) e gabelle per i risparmiatori (bollo sui depositi).

Secondo molti analisti, e soprattutto secondo i numeri, che non hanno colore, i governi piùeuropeisti della prima metà del decennio sono stati di gran lunga i peggiori della storia Repubblicana. I danni che hanno fatto in termini occupazionali, di relazioni tra gli italiani, di produzione e di welfare li stiamo ancora pagando cari, a cinque anni di distanza. +Europa per entrare nel Parlamento Europeo dovrebbe superare la quota di sbarramento del 4 per cento. E non ce la farà perchè gli italiani sono smemorati si, ma non stupidi.

 

 

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Omissioni

Il movimento popolare per il clima. Nessuna menzione alla guerra

di Prof Michel Chossudovsky

Mentre milioni di persone in tutto il mondo protesteranno il 15 marzo sotto la bandiera del “riscaldamento globale”, le guerre di oggi tra cui Siria, Yemen, Iraq, Afghanistan, Venezuela non sono menzionate.

Né sono i pericoli di una terza guerra mondiale che minaccia il futuro dell’umanità.

Il riscaldamento globale oscura i pericoli della guerra nucleare. Secondo i media, il programma di Trump sulle armi nucleari da 1,2 miliardi di dollari “rende il mondo più sicuro”.

Mentre Lavoro e Giustizia fanno parte della campagna a fianco del clima, la questione della povertà e della disoccupazione mondiale risultante dall’imposizione di riforme neoliberali viene sviata. 

A metà marzo 2019: ci sono continue minacce militari contro Venezuela e Iran.

Una guerra sponsorizzata dagli Stati Uniti è prevista per il marzo 2019?

È una questione che dovrebbe essere oggetto di un movimento di protesta mondiale?

L’attacco cibernetico alla rete elettrica venezuelana che colpisce fino all’80% del paese costituisce di fatto un atto di guerra.

Il 10 marzo, Washington ha confermato l’intenzione di portare avanti il ​​cambio di regime in Venezuela. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti di appropriarsi di mezzo miliardo di dollari “per ripristinare l’economia della nazione venezuelana (sic) (e) aiutare Juan Guaido”. Di fatto, questa affermazione dovrebbe essere interpretata come una “dichiarazione di guerra”.

Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il segretario di Stato Mike Pompeo avevano precedentemente confermato la loro intenzione di dichiarare guerra all’Iran.

Sfortunatamente, questi piani di guerra sembrano essere stati oscurati da una campagna molto pubblicizzata contro il riscaldamento globale.

Mentre il clima, il lavoro e la giustizia sono menzionati, la parola “pace” viene casualmente omessa. 

Non è troppo tardi per rettificare: DIRE NO ALLA GUERRA il 15 marzo 

La nostra proposta è che il 15 marzo, questa campagna ambientale mondiale incarnerà insieme alle questioni del clima, un fermo impegno contro le guerre guidate dagli Stati Uniti e le politiche neoliberali che contribuiscono a impoverire le persone in tutto il mondo.

Inoltre, il Movimento del Popolo per il Clima dovrebbe prendere posizione contro il dispiegamento dell’apparato di polizia contro coloro che chiedono lavoro e giustizia incluso il movimento delle Maglie Gialle.

Inutile dire che dovrebbero essere affrontati anche gli impatti ambientali delle guerre guidate dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Mentre il cambiamento climatico è una preoccupazione legittima, perché questi movimenti di protesta si limitano al riscaldamento globale? La risposta è che molte delle principali organizzazioni coinvolte sono generosamente finanziate dalle fondazioni di Wall Street e dagli enti di beneficenza aziendali, compresi i Rockefeller, Tides, Soros, Et al.

La fonte originale di questo articolo è Global Research

Copyright © Prof Michel Chossudovsky, Global Research, 2019

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“miriadi di amebe inservibili”

Il Parlamento lo sa, cosa manca ai nostri giovani.

 di Maurizio Blondet

E’ ora di legalizzare le droghe” (L’Espresso). “Legalizzare la cannabis, così può indebolire mafie e terrorismo” (Repubblica). “Legalizzare le droghe leggere è un atto di amore per il Paese”: e questo è Roberto Saviano. E’ la stessa compagnia di giro che ha appena consacrate le nozze fra invertiti, uteri in affitto già compresi; nemmeno un attimo di sosta per godersi il trionfo, ed eccoli a battere la grancassa per la marijuana libera; col già visto entusiastico consenso dei politici illustratisi l’altra volta, le varie Cirrinà, media progressisti e società civile già arruolati. Ci riempiranno i dibattiti televisivi per tutto l’anno, con esponenti della società civile fantasticamente pro, libertari liberisti contro i “moralisti oscurantisti” (che non ci sono più), Manconi e Boldrini a favore…Scalfari parlerà con El Papa e scoprirà che “Francesco” è aperto – dopotutto lo spinello è un atto d’amore per il Paese, il giubileo della Misericordia non chiuderà mai più.

Si replica. Niente di nuovo. Devono farlo, è “un megatrend”, ossia le centrali globali fanno fretta; del resto i nostri parlamentari sono, pare, grandi consumatori di coca – volete che si induriscano sullo spinello?

Le centrali globali hanno fretta. Di cosa precisamente? Mi sembra ovvio: di eliminarci. Tutti, o come popoli, identità e culture.

Generazione scarsa e perduta

Salari a confronto

Seguite il ragionamento: non è difficile. Noi italiani non facciamo quasi più figli. Già il numero dei morti supera quello dei nati, siamo a – 161 mila l’anno, le stesse mortalità del tempo di guerra, del 1943. Gli italiani sotto i 15 anni sono sempre meno (13,7%) i vecchi sopra il 64 sempre di più, sono il 22 per cento. I primi calano, gli altri aumentano.

Tasso di fecondità italiano
E non basta. Non solo facciamo sempre meno figli; quei pochi, sono disoccupati. La disoccupazione giovanile in Italia tocca il 40%. Gente che non lavora, non produce; gente che non paga tasse né contributi, anzi campa a carico della famiglia, spesso della pensione del nonno; una gioventù invecchiata senza impegno, che sta perdendo quelle poche competenze che ha imparato a scuola, che non ne acquista di nuove nel posto di lavoro che non ha, né troverà..


Si (stra)parla di “generazione perduta”, e d è vero – ma senza che i governi (e la burocrazia avida e parassitaria e incompetente) abbiano mosso un dito per risolvere un così disperato problema, un così angoscioso spreco di risorse umane, e il pericolo sociale, morale, di una generazione di senza futuro che non ha davanti se non il degrado e una piccola criminalità – tipicamente lo spaccio.
Disoccupazione giovanile. Germania 7%, Italia 38.


Esistono politiche formative e di inclusione; altri Stati le applicano; il nostro no.

Lo Stato non ha fatto niente per affrontare la più grave depressione economica in corso ormai da quasi dieci anni, peggiore di quella del 1929-39; e voi vi siete lasciati raccontare, italiani, che avrebbero provveduto “i mercati” a risolvere il problema, che non occorreva più alcun intervento pubblico in economia. Quel che ha fatto lo Stato, i partiti, i ministri, gli alti burocrati e i media, è stato di “annunciare la ripresa” che sarebbe venuta da sé: ecco, l’anno il FMI o la BCE prevedono un aumento del Pil; ecco, tutti gli altri paesi sono già “usciti dalla recessione”; guardate, gli Stati Uniti sono in ripresa, la marea della crescita che sale, farà salire anche la vostra barchetta. Per dici anni hanno chiamato “ripresa” quello che era un affondare nella depressione, un avvitarsi su sé stessa della crisi del capitalismo terminale.

Un non-governo totalitario. In Italia, si son fatti pagare da voi stipendi giganteschi come se governassero – invece non hanno governato nulla, né economia né altro. Ci pensavano “i mercati”, ci pensava l’Europa, loro hanno intascato e vi hanno raccontato: ecco, c’è la ripresina – ci sarà. Il Fondo Monetario ha fatto le proiezioni. La Fed lo assicura. Migliorano le statistiche. La Borsa sale a New York. .


Da dieci anni ve la raccontano: verrà la ripresa

Euro-strangolati (L’Italia è in fondo a destra)

Eran tutte balle. Non hanno fatto nulla, nemmeno saprebbero cosa fare, avendo demandato ogni competenza e responsabilità alla Europa e ai “mercati”. 

Avete creduto al Progresso come vi veniva raccontato dai progressisti.

Avete creduto a Mario Monti – progressista perché lo assicurava Bersani, il PD – avete accettato come un toccasana le sue ricette di austerità che hanno stroncato quel poco di economia che vi restava. Credete a Mario Draghi. Credete all’euro: rifiutandovi di accettare che la disoccupazione mostruosa, intollerabile, della vostra scarsa gioventù, è proprio causata dall’euro – l’euro che vi ha fatto perdere il 25 per cento delle imprese industriali, delle quote di mercato dei prodotti italiani, che sono andati alla Germania (guardate la disoccupazione giovanile in Germania: 7%). Non è un “fatto naturale”, la crisi economica: è un effetto della deflazione imposta dalla moneta unica a gestione estera: non potendo svalutare la moneta, dovete svalutare il lavoro. I salari.

A chi ve lo diceva, non avete creduto. Adesso i salari per i giovani – i pochi giovani che hanno lavoro – tendono a scendere verso le paghe dei minjob tedeschi: 480 euro al mese. Oppure occupazione coi voucher, un mese sì e due no. Perché di quei (pochi) vostri figli che lavorano, il 30% sono pure precari. Senza contare il 33 per cento delle donne che non portano alcun reddito, “stanno a casa”.

Per la classe dei 30 enni, reddito calante
Già, perché ci sono da considerare “gli inattivi”, quelli che non hanno un lavoro e nemmeno lo cercano: è fra le percentuali più alte del mondo sviluppato (sviluppato?), un quasi il 36% della popolazione teoricamente occupabile, 14 e passa milioni. Sono percentuali da Terzo Mondo: vi siete affidati volontariamente a un progressismo che vi ha fatto scender per livelli di educazione, di qualità del lavoro, di efficienza scientifica o amministrativa, per sistema legale e scolastico, di qualità umana, di cultura e di intelligenza, a livelli più o meno sudamericani.

Ma volevate di più: volevate l’estinzione. L’estinzione come popolo, come entità culturale e storica. Altrimenti non si spiega come mai avete voluto, votato, acconsentito per referendum, a tutto ciò che vi distrugge la natalità, divorzio, aborti, l’insegnamento che il”genere” è una questione di scelta individuale, gay pride e propaganda degli invertiti – tutto ciò che avete accettato come “liberazione”.

E adesso vi daranno lo spinello libero,e ve lo faranno passare come progressista., la liberazione dall’ultimo tabù.

E’ quello di cui la comunità nazionale ha bisogno? Quello che serve alla nostra scarsa gioventù senza lavoro e sterile, che non vi darà nipoti? Eppure lo accetterete, come avete accettato aborto, gender, lgbt, tutte le proposte d i morte che vi hanno impartito dicendo che vi ”liberavano”.

Non negatelo, è inutile: volevate morire. Se no, vi sareste ribellati, non avreste votato quelli c che avete votato.

Ebbene, ora si sta realizzando a ritmo accelerato. Come le fasi finali di ogni avvitamento, il collasso sarà velocissimo.

Nascite giù, morti su
Fate il calcolo: già voi (noi) abbiamo fatto meno figli, avevamo già uno dei più bassi indici di natalità. La metà dei vostri figli, disoccupati al 40%, non genererà; né i pochi che lavorano, con salari microscopici, non genereranno molto meglio. Una generazione italiana sarà sostanzialmente sterile.

E se poi qualche percentuale residuale ancora fosse in grado di generare piccoli italiani, che cosa farà per loro lo Stato? Assegni familiari? Niente. Salario integrativo per le madri? Men che meno. Però – godete di tanto progresso – vi ha dato di sposarvi se siete invertiti. E invece di risolvere la crisi economica, ridurre la spesa pubblica parassitaria, operare politiche di formazione e ammodernare la giustizia e la burocrazia: invece di governare l’immigrazione di massa più demenzialmente incontrollata di folle non assimilabili, che fa? Vi dà la marijuana. In libera vendita. Legale. Il che aumenterà enormemente il consumo.


Vi volete estinguere
 

E avrà bellissimi effetti collaterali: ridurrà il quoziente d’intelligenza della rimanente scarsa gioventù (che già non brilla  per facoltà mentali,  non esercitandolo che su Facebook; l’assenza di lavoro, di responsabilità  e di doveri rende stupidi e ignoranti),  distruggerà  il carattere e la volontà (se  ne resta un pochino),  farà  passare a droghe più seducenti – insomma vi trasformerà come i cinesi furono  trasformati dai  britannici con la guerra dell’Oppio: in miriadi di amebe, inservibili  consumatori di oppiacei.  Dimenticavo: lo spinello libero vi renderà ancora più sterili.  Accelererà la vostra sparizione dalla famiglia del genere umano.

Non hanno fatto nulla per creare lavoro, nessuna politica industriale né monetaria, nessun NewDeal – ma in compenso avete le nozze gay. L’utero in affitto. E adesso, la marijuana acquistabile in tabaccheria. Non sarebbe stato progressista occuparsi della gioventù inoccupata e in occupabile? Della burocrazia spoliatrice e inadempiente che aggrava la nostra economia con le sue rapine? Del  fisco e della UE? Dell’euro forte che vi strangola’ Ma non erano capaci.  Sono capaci di  lasciarvi spinellare. Così morite più presto.

Persino Galli Della Loggia  scrive  “…è stata in gran parte l’opera di élite  superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e politica, succube delle mode, le quali hanno creato così un vuoto sociale e culturale enorme”.

Il  fatto  è che  in  quel vuoto culturale enorme, collettivamente, vi ci siete trovati bene. Vi siete accomodati: non più vita esigente morale e intellettuale,   non più “cose difficili” da fare e da studiare. Il “progresso”, per voi,   è stato  il rigetto   di ogni disciplina. La “democrazia”, un rifiuto di ogni gerarchia legittima. Vi siete liberati dal Cristianesimo e dai suoi “tabù”, specie sessuali.    

Di fatto e in piena (falsa) coscienza, avete rifiutato di farvi guidare da Cristo – per farvi guidare da quell’Altro. Eh sì, perché non sono Emma Bonino o la Cirinnà, non Saviano né Scalfari, non sono le centrali globaliste, non sono  i radicalchic quelli da cui vi siete lasciati guidare, ma dal loro comandante. Quello che non caso è stato chiamato Padre di Menzogna e Omicida fin dall’inizio. 

Infatti state estinguendovi. Non posso nemmeno immaginare che nel – diciamo – 2050,   ci sia ancora qualcosa di simile a un “popolo italiano”, abitante fra le sue cattedrali e le sue rovine romane, fra i templi greci; un popolo italiano col “suo” Dante e il “suo” Ariosto o Manzoni, col suo Duccio e il Caravaggio.

Lo sapete benissimo già vi stanno sostituendo. Alcune vostre discendenti, figlie o nipotine di voi giovani “liberate” e tatuate, sexy e femministe progressiste, vestiranno il chador e saranno terze o quarte mogli di qualche marocchino o nigeriano  – e abiteranno fra il Barocco romano e il romanico lombardo come il fellah abitano sotto le piramidi: certo, in più, con lo smartphone importato da Cina e Corea, che nessuno qui sa fabbricare.

…Perché la noia vi divora

Devo aggiungere un avvertimento perché sospetto che a voi, nel profondo, nemmeno dispiace morire; non morire individualmente, ma estinguervi come popolo, non dover durare più con la vostra lingua e la vostra storia. Il modo stesso in cui trattate i vostri giovani dimostra che del loro destino non vi interessa, della vostra discendenza ve ne infischiate: morti voi, morti tutti.

Lo negherete? Ma si vede benissimo: dai vostri ‘stare su Facebook mentre siete con gli altri in carne ed ossa, dai vostri videogiochi sul telefonino; si vede dalla pornografia che consumate sempre su smartphone; dai selfie che vi fate; si vede dai vostri divertimenti, dalle vostre discoteche, dal vostro ammassarvi in qualunque evento pop, ossia che “diverta” e non impegni; dalla vostra passione per il gratta e vinci, dal Pokemon Go.

Cosa si vede? Che siete divorati dalla noia. Che il tempo non vi passa mai, perché non avete più nulla da fare. perché a forza di essere “liberi” siete svuotati. Né scopo né senso. So perché la noia vi divora: perché siete ignoranti. Un educatore spiegò: insegnare è dare un significato alle cose. E appunto, per voi le cose, gli eventi, non hanno significato – sono dei nulla, noiosi nulla da cui ci si deve solo “distrarre”.

Già adesso dunque aspettate, giocherellando l morte, l’estinzione collettiva. Basta che avvenga senza sofferenza. E’ la sola cosa che vi fa’ paura, soffrire; ma il progresso vi dà già la sedazione, l’eutanasia sotto droghe che tolgono coscienza e dolore. Il suicidio assistito, la grande conquista del progresso quando la vita non ha scopo. I governanti che nulla hanno fatto per farvi vivere, vi daranno i mezzi legali per morire.

Tutti al passatempo
Ebbene, non v’illudete. Il collasso di una collettività un tempo civile, non sarà indolore. Non sto pensando alla popolazione islamica (i nuovi italiani) che vi sgozzerà, e spadroneggerà su di voi – che non avrete figli capaci di difendervi con le armi. O sì, anche a quella, ma sospetto che la vostra reazione sarà sottomissione,vi adatterete. Dopotutto, vi siete già sottomessi a quell’inverosimile totalitarismo del mal-governo fra Roma, Bruxelles e Francoforte, senza una reazione, passivamente. Vi sottometterete all’IS con altrettanta passività. Sgozzano i preti in chiesa? Ma voi in chiesa non ci andate, nessun pericolo.-

No. Sto pensando ad un fenomeno che vi sarà sfuggito, uno degli esiti del totale non-governo dell’economia, dei bisogni vitali collettivi, e dell’abbandono di ogni cosa ai “mercati”: il crollo dei prezzi del grano. Il prezzo dei grani è caduto di oltre il 42 per cento: effetto della deflazione mondiale (che viene tradotta con sovrapproduzione), il crollo sta rovinando gli agricoltori, e si subisce senza governarla la concorrenza dei grani esteri.

Ho sentito perfino dire questo, da economisti liberisti-pop: ebbene, è ovvio, anche il petrolio è calato del 70 per cento…E’ una analogia che è utile solo a mostrare la necessità che i prezzi delle materie prime vadano ‘governati’, non abbandonati al mercato. Ricordo sempre che un tal Enrico Mattei fece coi paesi produttori accordi decennali, con prezzi fissati che salvassero i paesi produttori da ribassi abissali e consentissero loro di contare su introiti prevedibili per lo sviluppo, e a noi consumatori la possibilità di scongiurare le selvagge altalene e i picchi al rialzo: non si abbandonavano le materie prime ai “mercati”.

Un giorno, i prezzi ora bassissimi –che sembrano così convenienti – saliranno. La produzione sarà infatti diminuita al punto da rendere scarso ciò che adesso è troppo abbondante sui mercati; e allora saranno i rincari. Siccome avremo comunque bisogno di petrolio, lo pagheremo – quanto? Da 45 a 100, a 120. Come abbiamo già pagato. E i grani, altrettanto: raddoppieranno, triplicheranno.

Ma c’è una differenza fra grani e petrolio. Questo, appena rincara si estrae dai pozzi temporaneamente chiusi perché non competitivi. Il grano va’ coltivato, e si deve aspettare che cresca. Mancherà per un anno. Avrete fame, avremo fame e non i soldi per sfamarci.

Avrete la droga. Se potrete pagarvela. Godetevi l’ultima trovata del progressismo.

http://www.maurizioblondet.it/parlamento-lo-sa-cosa-manca-ai-nostri-giovani/

Il crepuscolo della politica

Nessuno affronta davvero la crisi, così gli elettori non votano

Fino a ieri, la maggioranza votava per il meno peggio. Oggi, in assenza di vere alternative ai gestori della crisi, l’elettore medio non se la sente più di rassegnarsi all’impossibilità di soluzioni: quasi un cittadino su due, infatti, preferisce restare a casa piuttosto che accordare ancora una volta – a candidati deludenti – la solita mezza fiducia, concessa con estrema riluttanza. E’ il dato forse più sostanziale che emerge dalla tornata amministrativa del 5 giugno 2016, tra l’atteso successo dei 5 Stelle a Roma, il pareggio Sala-Parisi a Milano, la riconferma di De Magistris a Napoli, l’erosione del consenso di Fassino a Torino. La partita è gigantesca e si chiama crisi. Il primo orizzonte a oscurarsi è quello nazionale, precariamente presidiato da Matteo Renzi, ma in realtà lo spettacolo va in onda in mondovisione tra l’Europa del Brexit, il martirio a rate della Grecia, la guerra in Siria, i profughi, la devastazione economica indotta dal regime di austerity varato dall’Unione Europea attraverso l’Eurozona e le sue politiche volutamente recessive, a partire dalla prescrizione suicida del pareggio di bilancio. 
 

Nessuno, tra i principali candidati italiani delle amministrative, ha declinato in modo chiaro, a livello locale, l’opprimente quadro sovranazionale, da cui dipende anche la sofferenza quotidiana dei Comuni, a prescindere dal colore politico dei suoi amministratori di turno. Si preferisce affidarsi a storie più comode da raccontare, operazioni-trasparenza contro piccole cupole di potere, l’orgoglio degli sfidanti, la freschezza dei più giovani, l’entusiasmo degli esordienti contro il cinismo dei reggenti di lungo corso. Nulla, comunque, che abbia un’attinenza diretta e frontale col nocciolo del problema: e cioè la revoca – storica – di sovranità democratica, che condanna anche gli enti locali a fare i conti col poco che resta, tagliando servizi e spremendo i contribuenti a suon di imposte. Era il tema attorno a cui il “Movimento Roosevelt” creato da Gioele Magaldi aveva provato a lanciare, per Roma, la candidatura rivoluzionaria di un economista prestigioso ed “eretico” come il keynesiano Nino Galloni. Tesi: impossibile governare una città col vincolo del 3% sulla spesa, impossibile investire sul futuro e sul benessere collettivo se prima non si respingono al mittente tutti i diktat dell’Ue che, a cascata, dal governo centrale ricadono sui Comuni.

Lo scenario post-elettorale resta dunque intermedio e transitorio, anche a prescindere dai ballottaggi: neppure dagli “spareggi”, infatti, potrà scaturire un’opzione alternativa di politica economica. In generale, si osserva un lento declino del gruppo oggi al potere – rappresentato dal Pd – che sconta le inevitabili difficoltà di un governo allineato a Bruxelles, cioè a Berlino. Nella capitale, a sparigliare le carte è ovviamente l’eredità del caso-Marino, in una città che comunque aveva vissuto una sostanziale alternanza, da Veltroni ad Alemanno – così come Milano, passata dalla Moratti a Pisapia. Torino resta un caso diverso, forse più interessante, perché dall’avvento del gruppo post-Pci, guidato da Castellani e poi Chiamparino, l’ex città Fiat era sempre rimasta compatta attorno alla sua compagine di potere, fino ad accettare un candidato come Fassino, proveniente dalla preistoria della Prima Repubblica. Anche oggi Fassino arriva primo, ma – questa la novità – dovrà affrontare i rischi del ballottaggio. Non che la sfidante grillina intavoli un’alternativa strutturale, naturalmente: ancora una volta, il sistema euro-catastrofico non è in discussione. In compenso, si sgretola il fronte dei supremi guardiani di quel sistema, la ex sinistra cooptata dai super-poteri europei per far digerire agli italiani la grande crisi in programma, la fine dei diritti sociali, la disoccupazione come nuova normalità. Quel sistema sta franando, e lo dimostra la vastissima diserzione delle urne. Ma nessuna vera alternativa è ancora in campo. 

L’ideologia della crescita

Oggi, si celebra “La Giornata della Terra” e in occasione dell’inizio della conferenza al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York, dove 165 paesi si sono riuniti sull’accordo di Parigi lo scorso dicembre inerenti al riscaldamento globale, vale la pena fare alcune considerazioni, anche che se pur utopistiche.

Non so cosa i partecipanti metteranno in atto (oltre al rimanere sotto i due gradi per frenare il global warming) per evitare conseguenze catastrofiche. Il leitmotiv è sempre quello: La CO2, dimenticando completamente (se non incentivarla) la sfrenata crescita economica ormai non più comprensibile in un mondo finito, “con un ecosistema già fortemente compromesso”.

L’eclatante menzogna della crescita
come panacea di tutti i mali della società.

Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del “creare più lavoro facendo crescere l’economia” come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l’impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.

E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l’economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l’umanità?

Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell’economia possa continuare in modo indefinito.

I principali indicatori ambientali, uno su tutti l’Ecological Footprint, ci dicono chiaramente che abbiamo superato di gran lunga i limiti che sanciscono la sostenibilità.

Assistiamo quotidianamente ai primi segnali di un collasso dell’ecosistema che però, al motto di “più crescita per tutti”, stiamo follemente ignorando.

Pensiamo di essere delle divinità onnipotenti che operano in uno spazio infinito, ma in realtà siamo simili a dei batteri insignificanti intrappolati in una capsula di Petri intenti a consumare il nutrimento di cui disponiamo più velocemente di quanto quest’ultimo riesca a rigenerarsi.

Potremmo continuare a fingere che non esistano limiti dovuti alla finitezza del pianeta sul quale viviamo, ma prima o poi pagheremo a caro prezzo le conseguenze delle nostre illusioni.

Che cosa dovrebbe fare un’economia sana che agisce in un mondo finito?

Inizialmente dovrebbe crescere, per poi tendere asintoticamente verso il limite imposto dalla finitezza del pianeta, esattamente quel limite che sancisce la sostenibilità.

A quel punto si potrebbe agire sull’efficienza, ad esempio concentrandosi sull’incremento della qualità e non della quantità.

Ma si dà il caso che noi abbiamo già superato tale limite, quindi un qualche tipo di decrescita economica è inevitabile.

Sta a noi scegliere se continuare a correre sempre più veloci per scontrarci contro un muro o rallentare per deviare dalla rotta di collisione, salvando l’umanità da un tremendo impatto.

Non tutte le strategie per decrescere sono uguali: si può decrescere in modo stupido provocando gravi ripercussioni sociali, o lo si può fare con intelligenza migliorando le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

La decrescita infatti non è necessariamente una cosa negativa, come politici ed economisti al servizio del capitale intendono farci credere.

O meglio, non è un male per gli esseri umani in generale, ma lo è senza alcuna ombra di dubbio per tutti coloro che intendono realizzare profitti. Cerchiamo di capire perché.

Che cosa accadrebbe all’economia se non ci fossero più guerre, se gli oggetti durassero a lungo e gli esseri umani smettessero di fumare e non si ammalassero più di cancro?

Miliardi e miliardi di dollari di profitto svanirebbero, il PIL collasserebbe e di certo l’economia crollerebbe sotto il peso delle sue contraddizioni. Un’eclatante crisi occupazione causerebbe ancor più eclatanti problemi sociali.

Ma eliminare le guerre, diminuire le malattie e produrre oggetti durevoli, riducendo anche l’inquinamento ambientale, sarebbe un male o un bene per gli esseri umani?

Bisogna intenderci sui fini delle nostre azioni: vogliamo continuare a far crescere l’economia per salvarla dalle sue contraddizioni, o vogliamo salvare l’umanità dalle contraddizioni dell’odierna economia?

La drastica diminuzione del PIL lascerebbe gran parte delle persone disoccupate… vediamo quindi come si potrebbe risolvere la crisi occupazione senza alcuna necessità di far cresce l’economia.

Il lettore imbevuto dell’ideologia crescitista probabilmente resterà sconcertato scoprendo che esistono almeno tre soluzioni praticabili.

Numero uno: si può ridurre l’orario di lavoro, in modo tale che tutti tornino a lavorare, così come sostenuto in quel famoso motto che andava tanto di moda negli anni ’70.

Numero due: si può istituire un reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, in modo tale che tutti abbiano la certezza di poter vivere in modo più che dignitoso, anche senza lavorare.

Numero tre: si possono togliere i mezzi di produzione dalle grinfie dei capitalisti, iniziando ad impiegarli per produrre beni e servizi necessari e di elevata qualità in modo quanto più possibile automatizzato, al fine di distribuirli a tutti, senza pretendere alcun prezzo, guardando alle vere esigenze dei membri della società e non al profitto.

Cerchiamo di analizzare brevemente pregi e difetti di queste soluzioni così “alternative” rispetto al pensiero dominante.

La proposta di ridurre l’orario è senz’altro attuabile ed ha il grande merito di diminuire il tempo dedicato al lavoro che oggi è paradossalmente totalizzante.

Perché dico “paradossalmente”? Perché ciò accade nell’epoca in cui la tecnologia può sostituire grandemente l’uomo nel lavoro, in modo decisamente efficiente e soprattutto automatizzato.

Se le automazioni ed i sistemi informatici possono lavorare al posto degli esseri umani, per quale assurdo motivo continuiamo a lavorare al posto loro?

Ad ogni essere umano dotato di un quoziente d’intelligenza di poco superiore a quello di uno scimpanzé, sembrerebbe ragionevole sfruttare questa grande opportunità… e invece no!

Solo per fare un esempio tra i più eclatanti: nei supermercati non ci sono casse automatiche ma commesse che sprecano la loro vita davanti a calcolatrici semi-automatiche.

In generale, c’è una forte inerzia che c’impedisce di sostituire i lavoratori umani con delle automazioni, perché altrimenti diminuirebbe l’occupazione.

Ma ancora più paradossale, è che il sistema riesca a convincere i lavoratori di dover essere addirittura grati per l’“opportunità” che gli viene concessa, vale a dire l’opportunità di essere schiavi di un lavoro inutile che non è più necessario, perché potrebbe essere svolto da qualche apparato tecnologico.

Simili dinamiche, a mio avviso, rappresentano una follia sociale e devono assolutamente essere eliminate.

Se una macchina è in grado di svolgere un lavoro al posto degli esseri umani, quella macchina deve svolgere quel lavoro.

È compito del sistema economico fare in modo che l’automatizzazione del lavoro rappresenti una dinamica auspicabile, e che quindi possa avvenire senza generare alcun problema sociale.

Diminuendo l’orario di lavoro, si potrebbe ripristinare la piena occupazione a prescindere dal quantitativo di lavoro sottratto all’umanità dalle automazioni; e così si potrebbero arginare le criticità dovute al fenomeno noto come “disoccupazione tecnologica”.

La diminuzione d’orario, però, implicherebbe anche una diminuzione dello stipendio, che, almeno in prima battuta, potrebbe essere facilmente eliminata integrando i salari.

Come? Redistribuendo la ricchezza esistente.

E non mi si venga a dire che “non si può fare”, perché in un mondo dove l’1% della popolazione ha accumulato una ricchezza complessiva pari a quella del restante 99% (fonte Oxfam 2016), redistribuire la ricchezza non solo è possibile ma è doveroso.

Possiamo ora prendere in considerazione la soluzione numero due.

Il reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, ha il grande pregio di eliminare l’obbligo del lavoro, pur garantendo a tutti di vivere. Il che, a mio avviso, rappresenta un enorme progresso dal punto di vista sociale.

Tutti gli individui dovrebbero avere la certezza di poter vivere dignitosamente solo ed esclusivamente per il fatto di essere umani, ed il lavoro non dovrebbe essere una costrizione, come invece accade oggi per i più, ma una libera, matura e volontaria espressione dell’essere di ogni individuo.

Con il reddito d’esistenza entrambi gli obiettivi sarebbero immediatamente raggiunti.

Nel futuro le macchine prenderanno sempre di più il posto degli uomini nel mondo del lavoro e ad un certo punto si dovrà accettare l’idea di svincolare il reddito ricevuto dal lavoro effettuato.

Un simile passo, prima o poi, dovrà essere attuato, perché entro qualche decennio il costo delle automazioni scenderà notevolmente, e il lavoro umano potrebbe diminuire a tal punto da non essere più necessario (o quasi).

La concessione di un reddito d’esistenza consentirebbe di eliminare ogni sorta di criticità dovuta all’eccessiva povertà, come ad esempio fame, furti, impossibilità di accedere alle cure mediche e così via; inoltre, i processi produttivi potrebbero essere automatizzati, senza più alcun problema dovuto alla creazione di disoccupazione.

Si può davvero dare un reddito a tutti senza nessun obbligo di lavorare?

Certo che si può fare, o meglio, si sarebbe potuto fare agevolmente se i “lungimiranti” politici non avessero ceduto la sovranità monetaria a banche centrali private ed indipendenti (come nel caso della BCE).

Così come gestito oggi, il denaro è il più grande mezzo di dominio dell’umanità. Ma se il popolo riuscisse a impadronirsi della gestione della moneta, potrebbe compiere un primo grande passo verso la libertà, eliminando debiti immaginari e concedendo un reddito d’esistenza degno di questo nome a tutti gli esseri umani.

Il secondo e assai più importante passo da compiere consiste nel liberare il pensiero dalle logiche del profitto, ponendo al primo posto tra i nostri fini il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

A quel punto si potrebbe perfino pensare di pianificare l’economia avvalendoci di una rete di calcolatori ed eliminando l’uso del denaro. Arriviamo così alla terza soluzione.

Ci sono beni che non devono avere un prezzo come l’aria o l’acqua, ad esempio, e perché no, anche del buon cibo, un’istruzione elevata, trasporti, cure mediche, un’abitazione e qualche capo di vestiario di qualità.

Alla luce dell’odierna conoscenza scientifico-tecnologica, che cosa c’impedisce di fornire gratuitamente a tutti gli esseri umani un insieme essenziale di beni e servizi, se non una mera questione di volontà?

Di certo non mancano i mezzi e le risorse per farlo, è solo che il nostro agire non guarda a quel fine, così come non guarda all’efficienza, ma pensa solo al profitto.

Ormai siamo abituati all’idea che i mezzi di produzione debbano essere di proprietà privata, e che i loro possessori abbiano il diritto di impiegarli a proprio vantaggio, inseguendo il profitto e sfruttando in modo indiscriminato risorse e altri esseri umani.

Ma se ci fermassimo a riflettere, scopriremmo immediatamente che non c’è niente di più sbagliato di una simile organizzazione sociale.

In nome della proprietà privata e della competizione finalizzati al profitto personale, abbiamo costruito la più distopica delle società, nella quale non ci si preoccupa degli altri ma si pensa a come sottometterli per sfruttali; non si guarda alla sostenibilità ambientale ma a quanto utile in più si può ricavare consumando il petrolio piuttosto che l’energia derivante dalle fonti rinnovabili; la malattia non è un male da eliminare ma una condizione profittevole da ricercare… e così via di assurdità in assurdità.

Le risorse dovrebbero essere comuni, così come i mezzi necessari per trasformarle, ed il fine non dovrebbe essere il profitto ma l’interesse generale.

L’economia non dovrebbe basarsi sul libero mercato ma dovrebbe essere scientificamente pianificata al fine di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi, con la massima efficienza ed in modo sostenibile.

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell’umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Capisco che tutto ciò richieda un’evoluzione della coscienza che è ancora di là da venire, ma non per questo una simile soluzione si può escludere dal dominio delle umane possibilità.

Un eclatante punto di criticità risiede nell’attuale paradigma economico capitalistico che deve essere superato.

Ma se vogliamo seriamente risolvere le problematiche non possiamo soltanto limitarci a cambiare l’economia, dobbiamo elevare anche il nostro livello di pensiero, con una nuova concezione socio-economico-culturale.

La diminuzione d’orario a stipendio invariato e/o la concessione di un reddito d’esistenza, sono dei passi necessari per risolvere le odierne problematiche che devono assolutamente essere attuati.

Ma purtroppo funzioneranno solo nel breve termine; nel lungo termine infatti perderanno la loro efficacia, perché non intervengono alla radice dei problemi, eliminando le vere cause delle criticità.

Il loro limite consiste nel restituire ossigeno al sistema capitalistico, mantenendo in essere le sue logiche.

Ad esempio, l’idea di produrre per realizzare profitto resterebbe in essere, con tutte le distorsioni che ne derivano, come un iper-consumo inutile e dannoso.

L’umanità sarebbe un po’ più libera dal lavoro, ma ci sarebbe comunque sfruttamento da parte dell’uomo sull’uomo. E ci sarebbe ancora divario sociale, pur essendo attenuato in qualche misura.

Con la nuova disponibilità di reddito, e la spinta dovuta all’inseguimento del profitto, i consumi tornerebbero a crescere, e con essi l’impatto ambientale.

È chiaro quindi che come minimo si debba ripensare l’approccio alla produzione (e al consumo), svincolandolo dall’idea del profitto e orientandolo all’efficienza e all’utilità.

Ma il sistema capitalistico basato sulla moneta debito non può fare a meno di crescere, perché se non cresce è intrinsecamente condannato a fallire.

Quindi, se s’intende spezzare questo circolo vizioso basato sulla ricerca della crescita per la crescita, è altresì necessario ripensare i fondamenti dell’economia.

I problemi dell’odierna società non possono essere risolti continuando a preservare le logiche del sistema capitalistico, perché da esse sono generate.

Dobbiamo comprendere che il problema non consiste nel lavoro che non c’è, o in quello che mancherà a causa del crescente impiego della tecnologia, ma nella più totale incapacità dell’attuale sistema economico di impiegare le automazioni e i sistemi informatici basati sull’intelligenza artificiale a vantaggio di tutti.

Non si tratta di creare più lavoro in modo da ottenere la piena occupazione, ma di diminuire il lavoro umano delegandolo alle automazioni, per quanto possibile, facendo in modo che gli esseri umani possano comunque usufruire dei beni e dei servizi realizzati e forniti dal sistema.

Non è una questione di far crescere l’economia ma d’iniziare a guardare all’efficienza per assicurare la sostenibilità.

Non ci servono più beni di scarsa qualità per realizzare un maggior numero di vendite, ma meno beni di alta qualità costruiti per durare a lungo, in quantità tali per fare in modo che tutti possano disporne.

Non dobbiamo aumentare i profitti, ma la libertà, l’uguaglianza e la felicità.

Se daremo ancora una volta ascolto agli ideologi della crescita, alimenteremo le disgrazie dei molti per il vantaggio dei pochi.

Mediante un iper-lavoro ed un iper-consumo inutili condanneremo i lavoratori ad una vita da schiavi e comprometteremo ulteriormente l’ecosistema del pianeta sul quale viviamo.
L’unica cosa che dovrebbe crescere non è l’economia, ma la nostra umanità.

Mirco Mariucci

http://utopiarazionale.blogspot.it/2016/04/leclatante-menzogna-della-crescita-come.html