Archivi tag: disobbedienza civile

Negri-Indiani-italioti

Agli schiavi italioti. Con omaggio agli indiani. 

Maurizio Blondet  

Questi pensieri li dedico ai controllori di volo di Fiumicino, che hanno scioperato per vedere la partita Italia Svezia (110 voli cancellati); ai dipendenti dell’ATAC iscritti al sindacato Ugl che lunedì hanno scioperato dalle 20.30 alle 0.30 per vedere l’Italia contro il Belgio. Li dedico ai palermitani dell’Amat, l’azienda trasporti di Palermo, che hanno fatto lo stesso. 

Siete negri. Lo dimostrate col vostro comportamento: negri. Quei negri che Alexis de Tocqueville vide e descrisse nel suo grandissimo saggio “La democrazia in America”, scritto nel 1832
tocqueville 

Alexis De Tocqueville (1805-1859)

“Il Negro degli Stati Uniti ha perduto perfino il ricordo del suo paese; non capisce più la lingua che han parlato i suoi padri; ha abiurato la loro religione e scordato i loro costumi […]. Il Negro non ha famiglia; non sa vedere nella donna altra cosa che la compagna passeggera dei suoi piaceri; e quando nascono, i suoi figli sono suoi eguali”.  

Che ne dite, vi riconoscete? E’ somigliante il ritratto di voi italioti? Di voi negri? Ascoltate ancora: 

“Affondati in questo abisso di mali, il Negro sente appena la sua sciagura; la volenza l’ha posto nella condizione di schiavo, e l’abitudine al servire gli ha dato pensieri e un’ambizione di schiavo; egli ammira i suoi tiranni più che odiarli, e trova la sua gioia e il suo orgoglio nella servile imitazione di quelli che lo opprimono. La sua intelligenza s’è abbassata al livello della sua anima”.

Non ha bisogno, il Negro, di preoccuparsi del domani, di essere previdente o responsabile. “Egli comprende, fin dalle prime nozioni che riceve dall’esistenza, che è la proprietà di un altro, che ha interesse a vegliare sulla sua vita; si rende conto che la cura della propria sorte non gli è devoluta; quindi, l’uso stesso del pensiero gli pare un dono inutile della Provvidenza. Egli gode pacificamente di tutti i privilegi della sua bassezza”.

Che possiate essere cittadini, unirvi ai liberi e forti per riconquistare la sovranità sequestrata di poteri forti globali e dalle euro-oligarchie, è escluso:

“Se il Negro diventa libero, l’indipendenza gli appare una catena più pesante che la stessa schiavitù; perché nel corso della sua esistenza, ha appreso a sottomettersi a tutto, tranne che alla ragione; e quando la ragione diviene la sua sola guida, non sa riconoscere la sua voce”. 

Tocqueville vide la metamorfosi dello schiavo liberato, e vide quel che diventava: il consumista-tipo. 

“Mille bisogni nuovi lo assediano, e lui manca delle conoscenze e dell’energia necessaria per resistere loro. I bisogni sono dei padroni che bisogna combattere, e lui non ha imparato che a sottomettersi e ad obbedire. E’ arrivato dunque al colmo di questa miseria, che la servitù lo abbrutisce e la libertà lo fa perire (…) …Il Negro si piega ai gusti dei suoi oppressori, adotta le loro opinioni ed aspira, imitandoli, a confondersi con essi”.

Una figura che ben conosciamo, vero? Negri siamo un po’ tutti, nella società del consumo-divertimento, nel grande McWorld dell’americanismo planetario. Ma troppi sono più negri di altri. Quelli dell’America, furono resi schiavi con la forza; troppi oggi lo sono volentieri. 

Aggiungo a questo punto che non è mio merito il ritrovamento di tali folgoranti citazioni: è di un intellettuale francese, Nicolas Bonnal, che scrive su Dedefensa. Ringraziate lui. E ne avrete ancor più motivo, perché ha ripescato dal gran volume, quel che Tocqueville capì dei pellerossa, e del destino che li attendava – e che attende nel McWorld chi ha dignità.

Anzitutto, il ritratto dell’Indiano. E’ il contrario del Negro. Tocqueville, che ha conosciuto in Francia l’Ancien Régime, i tempi dell’aristocrazia, lo riconosce subito: “La caccia e la guerra gli sembrano le sole cure degne di un uomo. L’indiano, al fondo della miseria dei suoi boschi, nutre dunque le stesse idee, le stesse opinioni del nobile del Medio Evo nel suo castello”. Uno scandalo intollerabile, più grande democrazia e nella sola superpotenza rimasta. Ed ecco come viene normalizzata una simile nobiltà non omologabile:

“…indebolendo presso gli indiani dell’America del Nord il sentimento della patria, disperdendo le loro famiglie, oscurando le loro tradizioni, interrompendo la catena dei ricordi [cioè la trasmissione vivente della Tradizione, da padre a figlio, da saggio sciamano ad allievo], e cambiando tutte le loro abitudini, ed accrescendo oltre misura i loro bisogni”. In questo modo “La tirannia europea li ha resi più disordinati e meno civilizzati di quanto già erano”. 

Tocqueville vide già applicato il principio del libero commercio globale, con gli effetti dell’interdipendenza e dell’obbligo del superfluo.

“Gli europei hanno introdotto fra gli indiani le armi da fuoco, il ferro e l’acquavite; gli hanno insegnato a rimpiazzare coi nostri tessuti i vestimenti barbari di cui la semplicità indiana s’era fino ad allora contentata. Contraendo gusti nuovi, gli indiani non hanno appreso l’arte di soddisfarli, ed hanno dovuto ricorrere all’industria dei Bianchi”. 

Entrato nell’economia monetaria, il Pellerossa non ha soldi. Ma può guadagnarli? Certo! Egli dispone di quel che Adam Smith chiamò “il vantaggio competitivo”: è un bravissimo cacciatore, migliore di qualunque bianco. Porti dunque le pellicce dei castori, dei visoni e delle volpi – si vendono bene nella lontana Europa – e riceverà il compenso. Naturalmente, detratte le spese e il giusto profitto del Bianco, che conosce i “mercati” e fa all’Indiano il favore di portare le sue pelli sul mercato – e ignora che il margine di profitto che il capitalista si tiene è mille, diecimila volte quel che gli dà in cambio. Non sa, il guerriero, il nobile medievale nella foresta, che la “allocazione efficiente del capitale” consiste nella “riduzione della retribuzione del lavoro”.

Tocqueville poté vedere gli effetti di questo scambio:

“Da quel momento, la caccia non dovette servire solamente ai suoi bisogni, ma anche alle passioni frivole dell’Europa. Non cacciò più le bestie delle foreste per solo nutrirsi, ma al fine di procurarsi i soli oggetti di scambio che poteva darci. Mentre i bisogni degli indigeni si accrescevano così, le loro risorse non cessavano di decrescere”.

E come mai? La selvaggina diventa rara.

“Dal giorno in cui un insediamento europeo si forma nella vicinanza del territorio indiano, la selvaggina entra in allarme. Migliaia di selvaggi erranti nella foresta, senza dimora fissa, non la spaventavano; ma all’istante in cui il rumore continuo dell’industria europea si fa udire in qualche luogo, essa comincia a fuggire e a ritirarsi verso l’Ovest, dove il suo istinto sa che incontrerà dei deserti, ancora senza confini”.

Privato della sua risorsa e mezzo di scambio, all’indiano non resta che entrare nel lavoro salariato. “Dopo una vita agitata, piena di mali e di pericoli, ma allo stesso tempo densa di emozioni e di grandezza, bisogna sottomettersi a una esistenza monotona, oscura e degradata. Guadagnare con lavori penosi e in mezzo all’ignominia il pane che deve nutrirlo, questo è ai suoi occhi l’unico risultato della civiltà che gli si vanta. E anche questo risultato, non è sempre sicuro di ottenerlo”.

Perché non lavorano bene, sono dequalificati, il mercato non li richiede – e quindi non li paga. Occupano terreni che non sfruttano con l’efficienza che il capitalismo monetario richiede e conosce. Quindi? No, non si pensi che a Washington siano pronti a sterminarli, a qualche incivile atrocità. Scrive Tocqueville:

“La condotta degli americani degli Stati Uniti verso gli indigeni respira il più puro amore delle forme e della legalità. Purché gli indiani restino nello stato selvaggio, gli americani non si immischiano minimamente nei loro affari e li trattano da popoli indipendenti. Non si permettono di occupare le loro terre, senza averle debitamente acquisite per mezzo di un contratto; e se per caso una nazione indiana non può più vivere sul suo territorio, essi la prendono fraternamente per mano e la conducono essi stessi a morire fuori del paese dei loro padri”.

Spero si colga il sarcasmo di Tocqueville: profeta, egli vede già quella civiltà della moralità anglo, dell’intervento umanitario per espandere la democracy che ben conosciamo. Anche a lui viene da fare il confronto con gli spagnoli, cattolici, che hanno riempito il Sudamerica di cattedrali e seminai barocchi. “Gli spagnoli, anche con l’aiuto di mostruosità senza esempio e coprendosi di vergogna incancellabile, non sono riusciti a sterminare la razza indiana, e nemmeno a impedirle di condividere i loro diritti; gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto questo doppio risultato con meravigliosa facilità, tranquillamente, legalmente, filantropicamente, senza spargimento di sangue, senza violare uno solo dei grandi principi della morale agli occhi del mondo. Non si potrebbero distruggere gli uomini rispettando meglio le leggi dell’umanità”.

L’hanno fatto ai pellerossa. I filippini, ai giapponesi; l’hanno fatto a tutti noi, di un’altra Europa. L’hanno fatto agli iracheni, agli afghani; ai siriani, da ultimo. Adesso, vogliono farlo al popolo russo.

http://www.maurizioblondet.it/agli-schiavi-italioti-omaggio-agli-indiani/

“la cosiddetta era civile”

Dimenticare di essere liberi

Fonte

http://ningizhzidda.blogspot.it/

Ps: mi scuso per il maiuscolo, nell'anteprima è scritto in minuscolo ma nella pubblicazione è tutto in maiuscolo, deve essere un problema di formattazione, nulla è valso cancellare tutto e reinserirlo, unica soluzione era quello di riscriverlo da capo ...

“correlazione”

in

DAVID DeGRAW: 20 Giugno Manifestazione Mondiale Presso le Banche Centrali
L’attivista e scrittore David DeGraw, intervistato da Lee Camp, propone una massiva protesta mondiale presso tutte le banche centrali sottolineando che è lì che risiede il vero potere da combattere mentre la politica elettorale è solo uno show, uno scherzo, un intrattenimento e i politici non sono altro che burattini tirati dai fili della finanza.

Nel momento in cui queste banche centrali possono stampare trilioni di dollari dal nulla, la povertà diventa palesemente un crimine e ogni problema sociale non risolto dai politici per mancanza di fondi, appare per quello che è: una bugia colossale che inchioda la loro complicità al sistema bancario.

Quindi è ora di riportare l’attenzione verso i banchieri centrali, verso il sistema finanziario e quello della creazione della moneta, puntare l’indice contro questi squali spietati, piuttosto che perdere tempo ed energie ad eleggere il pupazzo che ci piace di più, o meglio, quello che ci fa meno schifo degli altri.

Una protesta simile sarebbe un forte messaggio ai poteri forti che griderebbe chiaro il fatto che abbiamo compreso il loro sporco gioco sulla nostra pelle.

Guardate il video e per maggiori informazioni vi rimando all’articolo di Salvo Mandarà che ha tradotto quello originale di David DeGraw, da lì potete avere tutte le info per la manifestazione e rimanere aggiornati.


 http://www.masonmassyjames.it/

 Jade Helm e i metodi stalinisti utilizzati per l’asservimento dell’America

Ogni rivoluzione di successo segue tre fasi:
(1) Conquistare i cuori e le menti della gente.
(2) Resistere all’autorità illegittima attraverso la disobbedienza civile.
(3) Tenersi in tutti i modi fuori dalla guerra.

L’America viene trascinata nella terza fase da parte delle forze di occupazione che hanno dirottato il nostro governo. Jade Helm ne è un esempio di come ha trascinato l’America nella terza fase prima che la gente abbia avuto la possibilità di costruire una coalizione di successo attraverso il completamento delle prime due fasi.

Questa è la strategia che Stalin ha impiegato per schiavizzare un intero popolo e, infatti la storia si sta ripetendo. 

Leggi QUI la versione originale delle tre fasi in lingua inglese postata sul sito: http://www.pakalertpress.com/

http://ningizhzidda.blogspot.it/