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Critica alla democrazia

 Perché Socrate odiava la democrazia … e cosa possiamo fare per questo

by Scotty Hendricks
October 08, 2017
from BigThink Website

In tutto il mondo, persone di tutte le età hanno una ragione per essere preoccupate del governo democratico.

Mentre il mondo occidentale pone oggi un valore elevato sulla democrazia, questo non è sempre stato così. Alcune delle più grandi menti della storia della civiltà occidentale hanno avuto forti critiche sulla democrazia, critiche che sarebbe da idioti ignorare.

In Repubblica, Platone scrive che Socrate stava discutendo (molto più che in forma docente) sulla natura dello stato ideale.

Ad un certo punto chiede al suo compagno, Adeimantus,

che avrebbe preferito gestire un viaggio per mare, con un qualche passeggero casuale o un capitano ben addestrato, istruito ed esperto

Video Sottotitolato in lingua italiana

Ovviamente, dopo che il capitano è stato scelto per validi motivi di competenze, Socrate estende la metafora allo stato, chiedendo perché lasciare che qualcuno cerchi di gestire la nave dello stato.

Egli continua a proporre un regime totalitario come lo stato ideale, in cui i governanti sono stati tutti istruiti in decisioni per decenni prima di assumere il potere assoluto.
Le obiezioni di Socrate per il governo democratico possono essere trovate anche in altre opere.

Ha lodato la monarchia Spartana come ben gestita, e in vari dialoghi sulle virtù lamenta che, sono così poche le persone le hanno e ancora meno persone che siano in grado di capirlo.

È senza dubbio che non ha considerato abbastanza intelligente la generale popolazione per gestire le cose.

Questa non è l’unica critica inerente all’intelligenza della popolazione che vota nella culla della democrazia. Nelle parti successive della Repubblica, Platone suggerisce che la democrazia è una delle fasi successive al declino dello stato ideale. Una cosa così sbagliata e male gestita che la gente in ultima analisi grida per avere un dittatore per essere salvata.

Questa era una grande idea per Platone, la democrazia porterebbe ai tiranni.

Aristotele, da parte sua, ha elencato che la democrazia è come la versione fallita della regola da parte delle moltitudini.

La “timocrazia”, la regola della classe privilegiata o anche solo una forma più costituzionale del governo repubblicano che nella mente dei molti era il tipo ideale di regola. Avrebbe visto l’Atene come una città sempre in decomposizione, allontanandosi dalla sua originaria costituzione timocratica come stabilito da Solone.

L’idea che la democrazia sia fondamentalmente sbagliata è addirittura sponsorizzata nei successivi e più liberali pensatori.

Voltaire, che ha sostenuto tutte le libertà liberali del discorso e della religione, ha detto alla Grande Caterina di Russia che,

“Quasi niente di grande è mai stato fatto nel mondo tranne per il genio e la fermezza di un solo uomo che combatte i pregiudizi della moltitudine”.

La sua comprensione del liberalismo è stata quasi completamente separata dalla democrazia.

Se allora la democrazia era così deleteria, perché l’abbiamo ora? E perché ripetere l’errore?

Ora, è importante capire che la democrazia ad Atene era molto diversa da quella che abbiamo oggi. Atene era molto più vicino a una democrazia diretta che la maggior parte di noi sarebbe a suo agio.

Era anche molto limitata; solo il venti per cento della popolazione era mai stato affidato allo stesso tempo, tutti i maschi bianchi liberi all’età di 18 anni con genitori che erano anche cittadini.

Alcuni uffici avevano un requisito minimo di ricchezza.

Il quorum per l’Assemblea era di 6000 cittadini, in modo da aumentare la presenza degli schiavi con una corda tinta di rosso che avrebbe portato gente lì all’agorà e, chiunque catturato con tinture rosse sui loro vestiti veniva mutilato.

Molti posti nel governo sono stati tenuti da cittadini selezionati a caso per servire in essi.

Socrate stesso si trovò in questo modo una volta, e testimoniò di che cosa si trattava a una folla arrabbiata che mise illegalmente i generali a morte. Allora, naturalmente, una giuria decise con una sottile maggioranza di metterlo a morte su accuse deboli.
Platone ci dice che solo 30 voti, da una giuria di 500, lo hanno condannato a morte uccidendolo.

La morte di Socrate

Ma perché contano ancora le critiche se non abbiamo la Democrazia Ateniese?

Beh, il fatto che abbiamo un governo diverso da Atene non significa che non condividiamo problemi simili.

Socrate era preoccupato per i problemi posti da una popolazione non addestrata e facilmente capace di avere potere sullo stato. Un problema che continua a disturbare i pensatori come Richard Dawkins.

Negli Stati Uniti gli elettori possono essere poco meno informati di quello che votano.

Jimmy Kimmel ci mostra come le persone non sanno molto dell’Obamacare e che i risultati della mancanza di informazione si sono dimostrati negativamente per loro.

Questi fatti, combinati con il potere degli uffici nelle mani del pubblico votante, avrebbero fatto raggiungere a Socrate le porte dell’inferno.

Cosa possiamo fare?

“C’è un bene, una conoscenza e un male, ignoranza”.

Così ha parlato il Socrate antidemocratico …
L’istruzione è la “migliore” speranza di una democrazia. Una popolazione che comprende i tratti necessari in un leader, conosce la differenza tra un artista e un legittimo leader e sa quale sia il cammino da intraprendere che è la differenza tra un’efficace democrazia e l’incubo socratico.

Mentre nella nostra democrazia l’elettore tipico non ha bisogno di preoccuparsi di essere messo in una posizione di potere per via di una lotteria, hanno bisogno di capire abbastanza per selezionare la persona ‘giusta’ per metterla e porla al potere.

Per i Greci questo era un’istruzione in grammatica, logica e retorica, aritmetica, geometria, musica e astronomia. Tutte le cose vissute come vitali per partecipare alla vita pubblica e vivere la vita di un cittadino libero, avvenne solo più tardi la fondazione della nostra moderna educazione all’arte liberale.

Mentre l’idea che,

“l’argomento migliore contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio”,

… può ancora suonare vero, migliorando l’educazione dell’elettore medio si indebolisce tale argomento.

“La democrazia è la forma peggiore di governo, eccetto tutte quelle altre forme”, ha affermato Winston Churchill, noto campione di ideali democratici.

Qualsiasi governo è solo buono come i suoi governanti …

In una democrazia, questo significa che la popolazione generale deve essere adeguatamente istruita per governarsi.

  • Le critiche della democrazia date dalla sua culla saranno riconosciute?
  • O finiremo come ad Atene?
  • Una democrazia in nome, ma in realtà governata dalla folla non erudita?

Fonte: http://www.bibliotecapleyades.net/

Traduzione e adattamento: Nin.Gish.Zid.Da

Una pressione collettiva sul pensiero – la rinuncia consensuale alla democrazia

A DIFESA DEL MANDATO IMPERATIVO. E DUNQUE DEL POPULISMO. 

di Maurizio Blondet

Il vincolo di mandato per i parlamentari è una delle  istanze del Movimento 5 Stelle: e come tutte  quelle che escono da quel movimento, accolta con strida scandalizzate e indignazione artefatta  mediatiche e partitiche: “Non è democrazia”, eccetera.  Ovviamente,  invece,  è una  pretesa per lo meno comprensibile in Italia, dove oltre  un terzo dei parlamentari  ha cambiato casacca in meno di due anni.   Ma in realtà è molto di più: è un  potente segnale di vitalità democratica.

Mi ci ha fatto pensare il saggio del filosofo politico  Alain de Benoist, “Populismo”  (Arianna Editrice), un libro capitale che consiglio a tutti i grillini pensanti (Grillo incluso), come ai salviniani (compreso Salvini).

Vi ho letto che per Carl Schmitt, “un popolo ha tanto meno bisogno di essere rappresentato  quanto più è politicamente presente a se stesso”. Se Schmitt vi sembra sospetto perché “di destra”, ecco Simone Weil (quella vera, morta battezzata):  nel 1943,   in nome della Resistenza antifascista, scrive il “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, proprio per salvare la democrazia.  Per lei   “L’unico fine di ogni partito è la  propria crescita illimitata”, è “un’organizzazione costruita per esercitare una pressione collettiva sul pensiero”: noi vediamo la durata illimitata dei partiti, decisi a sopravvivere in eterno alla   fine della  loro utilità politica.

Molti pensatori  rivoluzionari sono stati contrari alla delega: a cominciare da Rousseau, per cui “un popolo non può che perdere la propria sovranità sin dal momento in cui se ne priva a vantaggio di rappresentanti”, passando per Proudhon,  per arrivare al  marxista Costanzo Preve, che nota  sarcastico: “Il metodo democratico consiste proprio nella rinuncia consensuale alla democrazia come contenuto”.

Il filosofo Jacques Rancière, un allievo di Althusser,  sancisce: la democrazia “rappresentativa” non è un espediente necessariamente inventato per adattare la democrazia alla crescita delle popolazioni, ai tempi moderni; no,  “E’ a pieno titolo una forma di oligarchia.  L’evidenza che assimila  la democrazia alla forma di governo rappresentativo è recente. La “democrazia rappresentativa” oggi può sembrare un pleonasmo, ma inizialmente è  stato un ossimoro”. Ossia: all’origine, un termine (democrazia) era il contrario dell’altro (rappresentativa).

Molti di voi, lo so, faticano a capire. Questo perché le oligarchie vi hanno cambiato di soppiatto il concetto. E’ stato operato uno   di senso e de-potenziamento fatale della “democrazia”. Nel senso originario, indica il popolo che prende ed  esercita il potere – contro un  tiranno, un re, una oligarchia. 

Dunque “Essa designava la potenza  collettiva, la capacità di autogoverno”; mentre adesso invece “rinvia solo alle libertà personali-  non è più la sovranità del popolo, ma la sovranità dell’individuo”.   Una sovranità degli individui spinto fino “alla possibilità ultima di mettere in scacco, se necessario, la potenza collettiva”.

Così Marcel Gauchet, post-marxista, “uno dei più importanti studiosi del politico” direttore della rivista Le Débat.  Il  fatto è che “una versione liberista-liberale della democrazia ha soppiantato  la  sua versione classica”.  Attenzione, perché il punto è cruciale:  è l’ideologia del libero mercato che vi ha condizionato a credere  che la “libertà” sia la vostra libertà individuale,  di  attuare vostri desideri  privati.  Dato che siete  anzitutto “un calcolatore razionale  alla ricerca di massimizzare il vostro interesse privato”,  senza alcuna preoccupazione per il bene comune.  Il mercato infatti ha  bisogno di individui così, consumatori  da soddisfare.  

Vi dice:  voi come individui siete sovrani  fino al punto di imporre i vostri desideri e piaceri alla volontà collettiva.  

“Di qui a poco a poco – conclude Gauchet – la promozione del diritto democratico  provoca l’inabilitazione politica della democrazia”.  

Infatti, dice De Benoist, “l’individuo atomizzato  quale lo concepisce la teoria liberale non può essere in primo luogo un cittadino, un soggetto democratico, perché per definizione estraneo all’appartenenza   che fonda il voler-vivere-in-comune”.

E il governo? Poco male, vi dice la sirena liberal-liberista: delegatelo ai “vostri rappresentanti”, i quali sono competenti,  e si avvalgono dei “tecnici”; i quali lo delegano alla “Unione Europea”, la  quale lo delega alla banca centrale, al Fondo Monetario, a Goldman Sachs e Wall Street, a esperti più  competenti di voi –   voi godetevi le libertà individuali che la  democrazia di mercato vi  ha regalato. Perché il vostro egoismo è “naturale”, così come il “mercato” è lo stato di natura – a cui non c’è alternativa.  Non c’è alternativa al mercato, quindi cosa volete  “governare”? 

Ci abbiamo creduto. Fino ad oggi, quando “il popolo ha la sensazione che la sua situazione sociale continui a deteriorarsi, che  l’epoca  del pieno impiego sia definitivamente passata  e  che l’avvenire sarà ancora peggiore. Ha la sensazione che i valori cui aderisce siano derisi o disprezzati [legge Cirinnà, gender nelle scuole].  Ha la sensazione che  il  suo stile di vita sia minacciato dalla presenza, sul suolo nazionale, di una popolazione dai costumi differenti che percepisce come  estranea, se non ostile. Ha la sensazione che l’Unione Europea sia diventata un progetto antisociale che contribuisce ad aggravare l’insicurezza economica e culturale”.  

Ma non sono affatto sensazioni, come sapete. Le  conquiste della “omogenitorialità”, i clandestini  da accogliere senza limiti, il gender nelle scuole, lo ius soli,  le “normative d’Europa”, i  “diritti delle minoranze”, la globalizzazione,  sono tutti i risultati di   una spoliticizzazione  “che è avvertita dalla maggior parte del popolo come un’insopportabile aggressione perché mira a togliergli la capacità di decidere, ossia la  sua sovranità”. 

Il risultato è “una impotenza sociale collettiva  senza precedenti storici”(Costanzo Preve). Un  totalitarismo della dissoluzione. Gestito dalla sinistra progressiva:  quei “sostenitori della trasgressione morale e culturale permanente che fanno direttamente il gioco della finanza mondiale, perché il capitalismo può estendere la sua influenza unicamente smembrando non solo le strutture di vita comunitarie tradizionali, ma anche il legame sociale, i valori condivisi,i modi di vita specifica, le culture popolari.  Il capitalismo può trasformare il pianeta in un vasto mercato, che è il suo scopo,  solo se questo pianeta è stato previamente atomizzato”: 

“Senza le nuove piste incessantemente aperte dal liberalismo culturale, il mercato non potrebbe impadronirsi continuamente di tutte le attività umane, comprese quelle più intime”:  così Jean-Claude Michéa,  pensatore socialista senza complessi, in “Perché ho rotto con la sinistra”.  

E’ in questa situazione che sono  sorti, in Europa ed Usa, movimenti populisti. Perché “la condizione di emersione di una mobilitazione populista è  una crisi  di legittimità  politica che tocca  l’insieme del sistema di rappresentanza” (P.  A. Taguieff). Quella patologia gravissima,terminale della democrazia rappresentativa  in cui “destra” e “sinistra” partitiche colludono, in cui Renzi agisce come Berlusconi e Berlusconi vuole adottare Renzi,  perché  hanno lo stesso programma, servire il Mercato Mondiale  da cui non si può uscire. “Lo Stato collusivo dominato dalla casta  oligarchico-tecnocratica verso il quale siamo avviati ormai da trent’anni” (Jacques Sapir). 

Naturalmente, quando  sorge il populismo,  le elites strillano  che non è  legale, che  è “demagogico”, dunque mette in pericolo la democrazia, che è  sovranista e le sovranità non esistono più, che vuole le frontiere ormai abolite, dunque che è passatista;  il popolo che vota i populisti viene  spiegato che è   (come gli inglesi che votarono il Brexit)  quello  poco istruito (strano,  quando gli operai votavano PCI,  nessuno diceva che lo facevano perché poco istruiti) nostalgico, etnicista, che rifiuta gli immigrati e i  diversi,  – anche  fascistoide  (sempre  per le élite s ciò che non piace loro  puzza di fascismo).

Balle, propaganda demagogica , perché nessuno supera in demagogia le oligarchie (basta vedere le loro tv):  non facciamoci condizionare da questi sbarramenti colpevolizzanti e demonizzanti.

“I movimenti populisti”, scrive  Paul Picone,”appaiono generalmente in congiunture storiche speciali, quando il processo democratico è talmente degenerato da esigere una vera reazione democratica –  Il populismo è in generale una reazione contro il deficit di democrazia ed è sempre molto  più democratico di qualunque sistema fondato sulla democrazia rappresentativa”. 

Insomma:  il populismo   sarà confuso, commetterà molti errori,  prenderà cantonate, perché vi aderisce gente che è stata disastrata e  atomizzata dalla Forma Capitale, che è  una forma “totale”  ,  nel senso che ci ha tutti antropologicamente minorati, disumanizzati, resi schiavi del  suo politicamente corretto  e delle sue “trasgressioni” e della sua propaganda seduttiva – però  è una reazione sana all’esproprio di democrazia, è un segno di vitalità,  di salute, di un sangue che riprende a scorrere nelle vene  collettive, il segno della volontà di riaffermare il primato del politico sull’economico.

E’, con tutti i suoi difetti, l’albeggiare del concetto di Libertà “politica”, contrario a quelle “libertà” del Mercato,   la libertà dell’individuo atomizzato, senza appartenenze né patria, nomade sradicato da ogni condizione storica e sociale: quasi che “l’uomo si costituisca liberamente a partire dal niente”. No, “la risposta è che la libertà come l’autonomia va concepita in termini di attaccamento e di legami, non di lacerazione e sradicamento,  di responsabilità verso l’altro piuttosto che di trasgressione a tutto ciò che unisce i membri di una società a un fondamento storico-sociale comune”. 

La democrazia in senso forte, dove il “demos” rigetta le oligarchie e  la loro governance che svolgono  per conto di poteri “che uccidono i popoli”,  e prova a governare in proprio. Da cui il mandato imperativo,  il guinzaglio corto ai politici.  E’ un inizio.

Fonte:  http://www.maurizioblondet.it/

La demagogia e il marketing della politica attuale

Come Platone predisse l’avvento di Trump

Platone nella “Repubblica”
descrive come la democrazia
degenera in tirannia,
è molto simile
a quanto è successo con Trump

Alfred North Whitehead aveva scritto che tutta la storia della filosofia è solo una nota a piè di pagina dei dialoghi di Platone, tale è il potere del filosofo ateniese, e nella sua opera risiede l’anima della civiltà occidentale.

Nel libro La Repubblica si trovano alcuni passaggi che potrebbero servirci da monito per quanto può arrivare da Trump o che avrebbero dovuto esserci utili per impedirlo al momento giusto.

Platone dice che la tirannia è un pericolo latente nella democrazia. 

Nel video della BBC che segue, il blogger Andrew Sullivan spiega un passaggio della Repubblica in cui si discute sull’evoluzione nel tempo dei diversi sistemi politici e su come si trasformano l’uno nell’altro.

Socrate dice:

“la tirannia arriva probabilmente solo a partire da un regime democratico”.

Socrate dice che la democrazia porta la libertà e l’uguaglianza al massimo, ma quando la libertà diventa troppa si può produrre una degenerazione e una perdita di identità.

Si odia ogni diseguaglianza e i ricchi e le élite s sono odiate e guardate con sospetto poiché rappresentano l’ingiustizia. Quando la democrazia arriva a questo punto, un tiranno può approfittare del momento esaltarsi.

Generalmente, il tiranno fa parte del l’élite ma è in una sintonia particolare con il momento, eccedendo con il cibo, il sesso e con i piaceri volubili e capricciosi.

Raggiunge il potere prendendo il controllo di una moltitudine obbediente, attaccando i suoi colleghi ricchi dichiarandoli corrotti. E’ un traditore della sua classe…

E’ solo offrendo ai cittadini auto-indulgenti una specie di sollievo dalle interminabili elezioni della democrazia e dalle insicurezze…

“troppa libertà sembra produrre solo molta schiavitù”.

Si offre come la risposta personalizzata a tutti i problemi, per rimpiazzare le élites e governare solo in favore delle masse.

Tutto molto simile all’avvento di Trump nella presunta ‘grande democrazia’ degli Stati Uniti, che ha consentito, per l’ignoranza delle masse e la corruzione del sistema, il suo trionfo, è inquietante.

Nella Repubblica, Platone parla anche del suo sistema prediletto che si basa sui re filosofi, governanti che hanno una capacità superiore e siano atti a manovrare la barca dello Stato.

Tutto questo si può illustrare in questo modo:

Abbiamo un capitano di una nave che per disabilità, non può comandare la sua nave.

Allora i marinai si perdono in discussioni e risse per decidere chi dovrebbe diventare capitano. Il problema è che i marinai non si intendono di navigazione e utilizzano le abilità che hanno, per la maggior parte insignificanti per il compito in questione, per fare in modo che il padrone della barca li scelga come capitano.

Realizzando ogni tipo di pantomima, di dimostrazioni di forza bruta e altre sofisticherie come la demagogia e il marketing della politica attuale, i marinai fanno pensare al padrone che alcuni hanno quello che ci vuole per guidare la nave.

Così, in questo regno delle apparenze, dice Socrate, l’uomo che conosce veramente la navigazione è chiamato semplicemente “osservatore delle stelle”.

Questo accadeva ai filosofi di Atene.

Il padrone della nave sarebbe il popolo che si lascia facilmente portare dalle apparenze e non è capace di vedere il vero carattere e la capacità “di guidare” di un candidato perché non ha seguito i dettami di una vita filosofica.

Paradossalmente oggi la visione platonica non gode di stima perché contiene il pericolo di arrivare alla tirannia e al dispotismo.

La chiave, però, è che il re filosofo, essendo cresciuto nella vita filosofica, è un uomo che necessariamente conosce il bene, è un uomo buono.

Questo è un qualcosa che, senza dubbio, è molto difficile da trovare nella politica dei giorni nostri…

Fonte: http://www.bibliotecapleyades.net/

Inimica Vis – I nemici si trattano da nemici, e si combattono

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L’IMPOSSIBILE TRINITÀ

L’impossibile trinità della globalizzazione. Democrazia sovranità e globalizzazione economica sono reciprocamente incompatibili. Lo sapevamo in molti e adesso ci arrivano con il consueto ritardo alcuni economisti di Roberto Pecchioli

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L’impossibile trinità della globalizzazione

Democrazia, sovranità e globalizzazione economica sono reciprocamente incompatibili. Lo sapevamo in molti, e da tempo. Adesso ci arrivano, con il consueto ritardo, anche alcuni economisti di primo piano. Uno di loro è il turco, ebreo sefardita con cattedra ad Harvard, Dani Rodrik.  Il professorone passa per un rivoluzionario, nel mondo accademico dell’economia e della finanza, per avere enunciato un principio, anzi un trilemma dell’impossibilità che il senso comune aveva elaborato da tempo.

Non si possono avere tutti insieme, teorizza Rodrik, tre “benefici”: l’integrazione economica globale, un sistema politico in cui il popolo conti e decida e la sovranità nazionale. Forme diverse di combinazione possono funzionare per due dei tre elementi del trilemma, ma tertium non datur. La prima reazione, dinanzi alle idee di Rodrik , è di fastidio. Come tutta la corporazione degli economisti, sta bene attento a non uscire dal filone vincente, mainstream; per lui, la globalizzazione economica è comunque un bene ed ha portato grandi vantaggi a tutto il mondo. Ci permettiamo di dissentire, in ottima e numerosa, pur se non accademicamente corretta compagnia.

Ma veniamo alla polpa, a quello che nel discorso di Dani Rodrik è invece coraggioso ed interessante. Innanzitutto, l’onesta ammissione di essersi sbagliato, caso raro tra i membri della sua professione. Come gli scienziati della natura, fisici, biologi, chimici, che nel loro campo, peraltro, conseguono risultati tangibili, gli economisti sono usi a discutere da pari a pari con Dio, anzi ad istruire il Padreterno con i loro istogrammi fallimentari , i modelli matematici  e le teorizzazioni nel chiuso di una stanza . I risultati sono sotto gli occhi di tutti, a meno di non far parte dell’1 per cento dei super ricchi e del 10 per cento dei privilegiati loro maggiordomi nei vari settori.

Rodrik, al contrario, afferma di avere sottovalutato l’Unione Europea, che, riconosce, è fallita proprio nel tentativo di combinare l’iper globalizzazione (il mercato unico continentale) con un ordinamento  democratico, dunque fondato sul potere dei popoli.  Ricade anch’egli, peraltro, nella sindrome di onnipotenza, asserendo che l’UE  intendeva creare “un demos ed un ordinamento politico”. Premesso che il demos, il popolo, non si crea, semmai lo si può distruggere, e che non esiste un popolo europeo, ma una civiltà plurale del nostro piccolo continente, l’ordinamento europoide si è dimostrato dittatoriale, nemico della volontà popolare non meno che della partecipazione. La sovranità, ce l’ha sottratta senza chiedere permesso alcuno e – motivo della sua crescente impopolarità – senza offrire in cambio né maggiore ricchezza, né, tanto meno, sicurezza. Quanto ad un progetto alto e generale per cui lavorare ed eventualmente sacrificarsi, morire per Maastricht – titolo autentico di un  libro di Enricostaisereno Letta – non è l’aspirazione di nessuno. E’, piuttosto, incubo quotidiano per milioni di persone.

Creare un popolo, poi, non è davvero cosa per economisti, specialisti di quella scienza triste, come la chiamò Thomas Carlyle, cui è arduo attribuire lo statuto stesso di scienza, a meno di non prendere per oro colato l’ipotesi di Popper – un liberale a ventiquattro carati – sul criterio di falsificabilità. La sincera ammissione di uno del gruppo- Rodrik è un cattedratico di quelli che contano-  sul fatto che volessero/vogliano creare un popolo europeo e sottometterlo ad un unico ordinamento è di quelle che pesano, ma dimostra anche l’indifferenza, se non l’ostilità manifesta di questi signori a due punti del trilemma. Non hanno alcuna simpatia per la democrazia, intesa come partecipazione del popolo al proprio destino ( Moeller Van den Bruck) né tanto meno per la sovranità dei popoli e delle nazioni.

Diciamola tutta: odiano i popoli e lavorano per abolirli, ecco perché il trilemma è in realtà un semplice dilemma: o globalizzazione, o sovranità, qualunque sia l’ordinamento politico concreto con cui ogni popolo esercita il proprio diritto su se stesso. Del resto, agli economisti, e soprattutto ai loro mandanti e padroni, un elemento costitutivo della sovranità giuridica proprio non va giù, ed è il territorio. Abbattono le frontiere, con l’aiuto determinante della tecnica e della tecnologia informatica, non possono che lavorare per fiaccare i popoli e l’istintivo desiderio di ciascuno di comandare nella propria casa e godere dei frutti del lavoro svolto.

Nella costruzione teorica di Rodrik si ravvisa un’autocritica che non va oltre un tremulo riformismo. Come una volta la Chiesa faceva due passi avanti ed uno indietro, per prudenza e per assorbire le spinte e controspinte del tempo, il professore di Harvard e Princeton rimprovera alla globalizzazione non di esistere o di fare il male che fa, ma di essere semplicemente troppo veloce.  Anche per lui gli Stati nazione sono un problema, forse devono scomparire, ma con calma, senza fretta, sciogliersi lentamente in una sorta di non meglio definito federalismo globale. Essi infatti, insiste, generano rischio sovrano, ed il malfunzionamento del sistema finanziario globale è legato proprio ai “costi di transazione”, così li definisce, indotti dai diversi ordinamenti e dalla fastidiosa sovranità pretesa da nazioni, governi e popolazioni. Insomma, una critica onesta e sicuramente animata da buone intenzioni, ma profondamente interna al sistema.

Tocca accontentarsi, però, se il quotidiano di Confindustria e Bibbia liberista dello Stivale, Il Sole-24 Ore, ha attaccato i libri di Rodrik, in particolare La globalizzazione intelligente, chiedendosi con il sarcasmo e la superiorità insolente di chi tutto sa e conosce gli arcana imperii, se la ricetta da lui prescritta dopo la diagnosi del trilemma sia il semplice ritorno agli Stati nazionali. Rodrik, invero, si limita a constatare che sussiste il diritto per gli Stati di proteggere i loro sistemi sociali ( noi aggiungiamo anche tutti gli altri fattori  della comunità nazionale) , ma tanto basta ai più allineati – embedded, incorporati, integrati, è il termine inglese inventato per definirli – per scandalizzarsi ed affidare una piccata replica ad una gentile economista ultraliberista come Rosa Maria Lastra. L’illustre cattedratica è docente a Londra, associata al comitato scientifico della London School of Economics (wow !), consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e della Federal Reserve americana.  Insomma, una il cui curriculum vitae fa scorrere brividi di terrore lungo la schiena.

Questo è il virgolettato attribuito alla nuova lady di ferro del liberismo duro e puro: “La dicotomia tra mercati internazionali e leggi nazionali può essere meglio affrontata proprio attraverso l’internazionalizzazione delle regole e delle istituzioni che governano i mercati mondiali. La risposta è quella di più leggi internazionali e meno nazionali. Il Fondo Monetario Internazionale, istituzione al centro del sistema monetario e finanziario internazionale (e che paga assai profumatamente la dolce signora, N.d R.) è nella migliore posizione per diventare uno sceriffo globale della stabilità”.

Sceriffo globale della stabilità, dice proprio così, e dobbiamo ringraziare la studiosa – Lastra è un cognome che evoca il cimitero – per la sincerità. Si scrive globalizzazione, si legge Nuovo Ordine Mondiale, governo mondiale, più Trattati Transatlantici (TTIP), più delocalizzazioni produttive, meno diritti sociali, una lastra di marmo cala sui popoli e sulle persone che vivono e vestono panni. Altro che democrazia o trilemmi impossibili.

Invero, già negli anni Sessanta del Novecento, due economisti che lavoravano separatamente, Robert Mundell e Marcus Fleming, elaborarono un primo trilemma, chiamato trinità impossibile o trio inconciliabile, rispetto alla possibilità della costruzione di un sistema finanziario “stabile”, magica parola che sembra possedere effetti erotici se a pronunciarla sono economisti o finanzieri embedded.  I due dimostrarono che, dati tre obiettivi, un tasso fisso di cambio, l’indipendenza nazionale in materia monetaria e la mobilità dei capitali, un’autonoma  economia  aperta  non può conseguire che due soli traguardi, rinunciando al terzo.  Vivevamo, all’epoca, nel pieno del sistema di cambi (semi) fissi di Bretton Woods, vigeva il gold standard, ovvero la teorica convertibilità in oro del dollaro dominante, e le banche centrali di molti Stati tra cui il nostro erano ancora controllate dal potere pubblico.  I padroni globali, quelli che perseguono con tenacia il governo mondiale, hanno fatto tesoro della lezione dei due studiosi di mezzo secolo fa.

Il sistema è ora completamente saltato, la politica monetaria è saldamente e per legge in mano ai banchieri privati, quella economica è di pertinenza dei mercati dominati da poche decine di grandi attori globali e   fondi giganteschi come Vanguard, Black Rock, il fondo sovrano del Qatar. Le leggi degli Stati valgono pochissimo e vengono continuamente bypassate dal sistema finanziario degli investimenti, che, dicono, vota tutti i giorni. Il grande padrone, il leviatano universale è il falso principio del debito “sovrano” degli Stati. Ecco che cosa è rimasto di sovrano, a tutti noi, il debito !

Karl Polanyi, nel fondamentale trattato La Grande Trasformazione, scrisse in piena Seconda Guerra Mondiale, era il 1944, che nessun sistema poteva reggersi sull’idea esclusiva di un mercato autoregolato. La prima globalizzazione, quella degli anni successivi al primo conflitto, la guerra civile europea che innescò il secolo americano, aveva stravolto in profondità le vite di milioni di persone, e la ricchezza enorme creata per pochi scatenò drammi terribili, degrado umano, miseria diffusa, fine della coesione sociale. Per la prima volta nella storia, il mercato era diventato il fondamento dei rapporti economico sociali. Esito, la moltiplicazione di quella società degli abissi, l’universo di dannati che all’inizio del Novecento indagò personalmente uno scrittore come Jack London, anticipando le ricerche sul campo che fecero poi la fortuna dei fondatori di una nuova scienza, l’antropologia culturale.

Lo sbocco finale fu una guerra tremenda, la seconda, le cui ferite ed i cui esiti ancora gravano sulle spalle di miliardi di esseri umani.   Durante il primo conflitto mondiale, Georges Clémenceau, primo ministro francese, pronunciò una celebre frase, diventata aforisma: La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari.  Aveva ragione, ma al termine di quella che Benedetto XV chiamò nel 1917 (l’ anno di Caporetto) inutile strage, fu tra i protagonisti di quel folle trattato di Versailles che,  umiliando la Germania, gettò la basi per il secondo, successivo conflitto.

La vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati, nondimeno, è bene troppo prezioso per consentire che sia in mano a soggetti fittizi come i mercati, dietro i quali non si nasconde neanche più la peggiore genìa dell’umanità: i banchieri e gli usurai globali, quelli che promuovono guerre, alimentano conflitti, diffondono odio e povertà per i loro fini, che sono ormai chiari e riguardano il dominio globale sulle nostre vite e sul creato.

Ringraziamo Rodrik e i sempre meno rari uomini del sistema che mettono in guardia dalle degenerazioni della globalizzazione economica e finanziaria, c’è bisogno anche di loro, ma non sussiste alcun trilemma. Con la globalizzazione, crolla qualunque forma di democrazia, diretta, rappresentativa, partecipativa, nazionale, popolare e qualunque altro aggettivo possiamo inventare, e muore ogni sovranità dei popoli, delle nazioni e degli Stati. La posta in gioco è quella. O a favore, o contro la globalizzazione. A parte il gatto di Schroedinger, vivo e morto nello stesso momento, non vi è una terza possibilità tra la vita e la morte.

I popoli hanno riflessi di vita. Non possiamo affidare noi stessi, vita e natura, al tornaconto di una oligarchia profondamente antiumana, l’“inimica vis”, una forza brutale e nemica, come scrisse della massoneria Papa Leone XIII già nel 1892, l’anno dopo la Rerum Novarum, la grande enciclica che definì la dottrina sociale cattolica. I nemici si trattano da nemici, e si combattono.

Del resto, l’impossibile trinità della globalizzazione è così evidentemente contro tutti e contro ciascuno che il vero sbigottimento è dover gridare nel deserto, o quasi, per avvertire del pericolo. Ma questo è il tempo previsto da Gilbert Keith Chesterton in cui fuochi devono essere attizzati per dimostrare che due e due fanno quattro, e spade devono essere sguainate per dimostrare che l’erba è verde in estate.

di Roberto Pecchioli

Fonte diretta: http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10410:limpossibile-trinita&catid=40:economia&Itemid=57

«L’Italia politica di questo tipo è finita….»

Serve una rivoluzione: non pagare le tasse, non votare più

Renzi è spacciato, perché ormai è solo. E’ completamente isolato, perché nessuno si fida più di lui: «Persino tra gangster, lo sgarro è un’infrazione grave. E Renzi non ha mai mantenuto la parola data. Lo stesso Napolitano, suo garante internazionale, non se l’è sentita di fargli da garante massonico: in massoneria, Renzi non lo fanno entrare. E il suo isolamento è ormai percepito da tutti». Questo, politicamente, fa di lui un “morto che cammina”, comunque vada il referendum: «Anche se dovesse vincere, cosa improbabile, resterà solo. E se sei isolato, dove vai?».

Così l’avvocato Gianfranco Carpeoro, autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, in diretta streaming con Fabio Frabetti di “Border Nights” a una settimana dal voto che rischia di rivelarsi un referendum su Renzi, anziché sul futuro dell’Italia, in ogni caso vincolata ai diktat di Bruxelles. Per Carpeoro, non cambierà niente: «L’unico modo per non accettare cosa dice l’Europa è prendere una posizione eversiva e rivoluzionaria». Ovvero: «Non pagare più le tasse per un anno, non andare più a votare in massa, mettendo questi politici nudi di fronte alle loro responsabilità».

Carpeoro esprime un giudizio nettissimo: il referendum è solo «lo strumento per fare fuori Renzi, anche se questo non è nemmeno onestamente dichiarato». Ma un sostituto già pronto «ancora non c’è, nemmeno il grillino Di Maio». E che c’entra, tutto questo, con l’avvenire del paese? «Nulla. Gli italiani si riempiono la bocca della Costituzione, della democrazia.

Ma, se vai a vedere la sostanza, in Italia già da anni non c’è democrazia». Si dice che se vincesse il Sì saremmo costretti a subire la “dittatura” dell’Ue? «Ma perché, negli ultimi dieci anni cosa è successo, col vecchio sistema?». L’Italia bicamerale ha sottoscritto al 100% tutte le volontà dell’Unione Europea. Per questo, Carpeoro scommette che il voto del 4 dicembre non cambierà assolutamente niente: al limite, accelererà la fine politica di Renzi – irrilevante, per la comunità nazionale, vista l’assenza di vere alternative politiche.
L’unico piano-B davvero democratico? Una scelta «eversiva e rivoluzionaria», di ribellione sistemica. «E le posizioni eversive e rivoluzionarie non c’entrano nulla con le leggi. Quando uno deve fare eversione e rivoluzione, non si può preoccupare di che legge elettorale ha, o di com’è fatta la Costituzione – tanto, comunque, uno Stato che fa una rivoluzione, la Costituzione poi se la cambia».
Certo, «le rivoluzioni possono essere violente o meno, delicate o dalle tinte forti – e io sono contro la violenza», sottolinea Carpeoro. Ma, aggiunge, «penso che gli italiani possano dare uno scossone forte a questo sistema solo con atti realmente rivoluzionari», come appunto il boicottaggio fiscale dimostrativo e l’astensionismo di massa dichiarato. «Io sono su questa posizione, una posizione che metta gravemente in discussione l’equilibrio, il futuro e le capacità dell’Italia. Evitiamo i pannicelli caldi, il dire “resta la vecchia Costituzione, o arriva quella nuova”: cosa vuoi che cambi?».
Non è stata certo la Costituzione vigente a mettere l’Italia al riparo dal massacro sociale dell’austerity indotta dall’Ue e dall’Eurozona. Dunque, perché insistere su temi come «il bicameralismo perfetto o imperfetto, la nomina dei senatori?». Una presa di posizione estremamente esplicita: «Basta, non voglio essere coinvolto in questa pantomima che serve solo per capire chi si siede sulla sedia più bella», conclude Carpeoro. «L’Italia politica di questo tipo è finita. Poi magari la gente ne prenderà atto tra dieci anni, ma è già finita adesso».
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CHI NON HA SAPUTO OPPORSI

“Una suocera inascoltata che dà consigli non richiesti”

La relazione del primo incontro inaugurale a Treviso dell’Istituto Studi delle Venezie con il costituzionalista prof.Luca Antonini che ha esaurientemente spiegato i punti della riforma costituzionale oggetto del prossimo referendum del 4 dicembre

 L’INCONTRO: “UN PAESE AL BIVIO:  CAPIRE LA RIFORMA COSTITUZIONALE”

Il prof. Luca Antonini spiega la riforma costituzionale oggetto del Referendum del 4 dicembre 2016

Primo incontro inaugurale a Treviso dell’Istituto Studi delle Venezie con il costituzionalista prof. Luca Antonini che ha esaurientemente spiegato i punti “controversi” della riforma costituzionale oggetto del prossimo referendum del 4 dicembre

Il presidente dell’Istituto apre i lavori a Treviso con il prof. Luca Antonini e il dott. Vittorio Zanini

Si è svolto nei giorni scorsi a Treviso, il primo incontro inaugurale dell’Istituto Studi delle Venezie, avente come relatore il prof. Luca Antonini noto costituzionalista con cattedra presso l’ateneo di Padova e già membro della commissione di saggi nel governo Letta. Il presidente Giampiero Sammartini ha fatto gli onori di casa presentando il gruppo promotore dell’istituto, che vede tra gli altri Vittorio Zanini, Loreta Baggio, Antonio Serena e Paride Orfei; illustrando la mission culturale dell’iniziativa ed anticipando alcuni eventi che saranno organizzati nei prossimi mesi, passando poi la parola all’illustre ospite.

L’intervento del prof. Luca Antonini
Sintesi a cura di Andrea Cometti
 
 

La nostra Costituzione ci ha permesso fino al 2004 di essere la 6^ potenza mondiale e la constatazione della necessità di abolire il bicameralismo perfetto, non deve trarre in inganno sulle conseguenze che tale riforma porterà ai cittadini italiani in termini di libertà e democrazia: Chesterton ammoniva che dietro ogni verità, c’è il rischio di una “Verità impazzita” e il secolo scorso con il nazismo e il comunismo “staliniano” l’umanità ne ha avuto degli esempi tristemente concreti. Il rischio con il referendum proposto dal duo Renzi-Boschi del 4 dicembre è drammaticamente lo stesso!

Incominciando un’analisi dettagliata della riforma e una cronistoria della stessa in relazione, al ruolo del nuovo Senato, il prof. Antonini condivide in pieno la metafora espressa dal collega prof. Michele Ainis, che lo ha definito in maniera azzeccata: “Una suocera inascoltata che dà consigli non richiesti”. Non tutti ricordano che già il governo Letta aveva pronta la riforma, espressione di un gruppo autorevole di saggi in prevalenza giuristi e costituzionalisti (di cui Antonini faceva parte), che contava sull’appoggio di buone maggioranze parlamentari, ma l’arrivo di Matteo Renzi, nei modi che sappiamo soprattutto nei confronti di Enrico Letta ne determinò la fine prematura.

Matteo Renzi, che mai è stato eletto dal popolo in elezioni politiche nazionali democratiche, ha fatto riscrivere in peggio e senza qualità la proposta di riforma (ad esempio l’art. 70 che passa da “nove” parole a molte pagine). Si può notare che nessun vero costituzionalista si attribuisce il nuovo testo per il semplice motivo, che è stato scritto su commissione dai “funzionari ministeriali” per il ministro Boschi, che come preparazione giuridica vale come un mediocre praticante avvocato. Rispetto l’aria che si respirava nella commissione Letta, con i 40 migliori saggi d’Italia, aria in cui traspariva tutto il peso anche di cultura giuridica dei “Costituenti”, il rischio è quello, mutuando una battuta del console di Serbia Loreta Baggio, presente in sala: “Di fare confusione tra una Chiesa e una Cattedrale”.

Entrando nel dettaglio, si nota subito un “incrocio perverso” con legge elettorale e un premio di maggioranza al 55% al secondo turno, che significherebbe: ”far governare il paese da un partito che a mala pena riesce a raggiungere il 20% dei consensi”. Il contrappeso del Senato, inesistente perché annullato da un ruolo, appunto, di “Suocera non richiesta” è aggravato dal fatto che il 55% dei deputati risulterà sempre maggioritario nelle sedute comuni (elezione del Presidente della Repubblica, dei membri del CSM e componenti della Corte Costituzionale, tanto per gradire). E non ci sarebbe nemmeno il paventato vantaggio in termini di tempi più ristretti, perché di fatto si allungherebbero oltre quelli odierni dei decreti legge convertiti a colpi di maggioranza.

Per quanto riguarda le 20 regioni d’Italia, la riforma accentra materie delicatissime, come la sanità, con nefaste conseguenze per le eccellenze regionali, tra le migliori del mondo, causando di fatto un appiattimento sui sistemi meno efficienti e più costosi delle regioni del sud d’Italia; (e non il contrario) inoltre la riforma incredibilmente non tocca minimamente le regioni a statuto speciale allargando la forbice già anacronistica tra le stesse e quelle a statuto ordinario.

In conclusione, secondo il prof. Luca Antonini questa riforma costituzionale, oggetto del referendum del 4 dicembre (che cambia in un sol colpo un terzo delle norme in Costituzione, di fatto stravolgendola), se vincesse il “Si” ci sarebbe un rischio concreto di “deriva antidemocratica” che metterebbe a lungo in mano a chi l’ha concepita, un potere straordinario destinato a durare 30-40 anni prima di poter essere nuovamente cambiata.

Allegata la relazione della serata e l’intervento del prof. 

Luca Antonini in formato Pdf

Luca Antonini è professore ordinario dell’Università di Padova, facoltà di Giurisprudenza, dove oltre agli insegnamenti di Diritto costituzionale, Diritto costituzionale tributario, Diritto dell’economia, Giustizia costituzionale, ha sviluppato negli anni un’intensa attività di ricerca che lo ha portato a diventare uno dei principali consulenti del Governo e del Parlamento sui temi delle riforme istituzionali, del sistema fiscale, dell’innovazione amministrativa, dei costi e fabbisogni standard. Ha contribuito alle principali riforme attuate nell’ultimo decennio. Segue inoltre diverse Regioni, Enti locali e altri Enti sia riguardo al contenzioso che ai progetti di sviluppo istituzionale.

In redazione il 02 Ottobre 2016

La “sintassi” dei valori dominanti

L’insidioso dualismo

I valori dominanti di una cultura tendono a sostenere e a perpetuare ciò che viene premiato da tale cultura e in una società dove è successo e, lo status si misura con la ricchezza materiale e non in contributo sociale, è facile capire perché lo status del mondo è quello che è. 

Si tratta di una distorsione del sistema di valori completamente snaturati dove la priorità della salute personale, sociale è diventata secondaria rispetto all’idea disastrosa di ricchezza artificiale e di crescita illimitata. 

E’ come un virus, questo disturbo permea ogni aspetto del governo, dei media, del divertimento e persino del mondo accademico e insiti nella sua struttura, ci sono dei meccanismi di protezione da tutto ciò che potrebbe interferire. 

I seguaci della religione del mercato monetario, i guardiani autoproclamati dello status quo, sono costantemente alla ricerca di modi per evitare ogni forma di pensiero che potrebbe interferire con il loro credo; il più comune è quello delle dualità proiettate. 

Se non sei un repubblicano, devi essere un democratico, se no sei un cristiano, sarai un satanista e, se pensi che la società possa essere molto migliorata, migliorata fino a considerare di prendersi cura di tutti, sei soltanto un utopista. 

Il dualismo più insidioso è: se non sei per il libero mercato devi essere contro la libertà stessa. 

Ogni volta che senti la parola libertà, ingerenza di governo dette da qualche parte, vogliono dire che ciò blocca la massimizzazione della rendita finanziaria per i detentori del denaro, tutto qua, e ci butterano dentro in un: abbiamo bisogno di più beni per la gente o questa è libertà contro tirannia e così via, ogni volta che la senti puoi decifrarla così e penso che troverai una correlazione uno a uno, ogni volta che la usano. 

Questa in un certo senso potremo chiamarla sintassi, una sintassi che governa comprensioni e valori e, se li governa oltre la loro stessa consapevolezza, così potranno dire: oh, ma io intendevo quello, ma di fatto è ciò che intendono. E’ come parlare secondo grammatica, hanno regole grammaticali senza rendersi conto quali siano. 

E così, come quella che chiamo sintassi dei valori dominanti al di sotto del fenomeno, quindi ogni volta che dicono ingerenza di governo, mancanza di libertà, progresso o sviluppo, tu puoi decodificarle per farle tornare quel significato. 

Ovviamente quando senti la parola libertà, di solito, è insieme alla parola democrazia, è curioso di come oggi le persone sembrino credere di avere realmente un’importante influenza sull’operato dei loro governi, dimenticando che per sua natura il nostro sistema mette tutto in vendita; l’unico voto che conta è quello monetario e non importa quanto gli attivisti protestino su etica e responsabilità. Sul sistema mercato ogni politica, ogni legislazione che consenta ogni governo, è in vendita. 

Ci sono stati salvataggi delle banche da ventimila-miliardi di dollari a partire dal 2007, è una quantità di denaro che avrebbe potuto convertire l’infrastruttura energetica globale a metodi interamente rinnovabili, è andata invece a istituzioni che non fanno niente per aiutare la società, istituzioni che potrebbero essere eliminate domani senza conseguenze. 

Eppure, la cieca convinzione che la politica e i politici, insistano per il benessere comune ancora perdura. Il fatto è che la politica è un affare non diverso dagli altri nel sistema di mercato e questi perseguono innanzitutto il loro interesse.

Spezzone di video trascritto da 2:13:14 a 2:19:37

Tratto da: [FILM COMPLETO] CENSURATO DA TUTTE LE TV ITALIANE!