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Sarà il cibo che mangiamo a determinare se l’umanità sopravvivrà

La Monsanto cerca di nascondere alimenti geneticamente modificati (OGM) con il termine fortificato (biofortify)

di Heather Callaghan 11 gennaio 2018 dal sito Web di NaturalBlaze

Le colture geneticamente modificate ei loro pesticidi ti fanno pensare al termine “biofortifatto”? È probabile che il termine biofortito ti faccia pensare alle vitamine nei cereali per bambini.

Le grandi corporazioni non sono estranee alla propaganda e alle pubbliche relazioni.

Sapevi che gran parte delle nostre colture non biologiche sono coltivate con fango di liquami umani? No? Questo perché la pratica si chiama “biosolidi” per tenerti al buio.

Probabilmente siete a conoscenza dei travestimenti subdoli che si sono tentati di nascondere (tipo “zucchero di mais”, chiunque?) Come dolcificanti come l’aspartame e lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio?

Non ci sono prese di potere fuori dalla portata di Monsanto – stanno ora tentando lo schema di propaganda più ridicolo di tutti.

Stanno tentando di manipolare le definizioni del Codex Alimentarius che consentirebbe agli OGM di rientrare nella classificazione degli alimenti “biofortifatti”.

Il Codex è una raccolta di linee guida, codici e altre raccomandazioni relative agli alimenti, alla produzione di alimenti e alla sicurezza alimentare, create nell’ambito dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

Se stai pensando che questo sia arbitrario e ti stai chiedendo perché il nostro Paese dovrebbe prestare attenzione a tali linee guida, stai andando nella giusta direzione …

Verso la fine degli anni ’90, i consumatori temevano che le loro vitamine e integratori passassero alla prescrizione solo sotto le linee guida del Codex.

Secondo la National Health Federation (L’NHF è l’unico difensore della salute naturale che ottiene un posto al Codex, a proposito!):

Tutto iniziò innocentemente diverse riunioni del comitato di Codex Nutrition quando un’organizzazione internazionale non governativa (INGO) nominò l’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari (IFPRI – sponsorizzato da Harvest Plus) se uno dei suoi contatti nazionali presentasse un nuovo lavoro proposto al Codex (solo i paesi membri possono introdurre nuovi lavori al Codex, non agli INGO.)

Il metodo Harvest Plus ‘di aumentare il contenuto di vitamine e minerali delle colture alimentari di base consiste nel tradizionale metodo convenzionale di incrocio e non nell’ingegneria genetica.

Harvest Plus, ad esempio, aumenterà il contenuto di vitamine o ferro delle patate dolci in modo che le popolazioni malnutrite nei paesi in via di sviluppo riceveranno una nutrizione migliore.

Il nuovo lavoro del Codex Alimentarius Commission’s Codex Committee on Nutrition and Foods for Special Dietary Uses (CCNFSDU) è stato semplice:

Creare una definizione per la biofortificazione.

Tale definizione potrebbe quindi essere utilizzata in modo uniforme in tutto il mondo per applicarsi a quegli alimenti convenzionalmente fortificati con livelli più elevati di nutrienti e tutti sarebbero sulla stessa pagina ogni volta che veniva usato il termine “biofortifatto”.

Infatti, la National Health Federation (NHF) è stata una delle prime sostenitrici del Codex di questa definizione. 

Avvelenato nell’utero

L’incontro CCNFSDU di quest’anno – ospitato dal Ministero tedesco della Sanità a Berlino, Germania, la prima settimana completa nel dicembre 2017 – è stato oggetto di un vivace dibattito non solo su come definire la Biofortificazione, ma anche sul fatto che la stessa parola “Biofortificazione” debba essere usata o meno.

Tuttavia, questo non fu l’inizio del dibattito. Il NHF aveva due delegati lì.

Alla riunione del CCNFSD 2016, la presidente Pia Noble (sposata con un ex dirigente della Bayer) aveva avviato la discussione sulla definizione della biofortificazione dandole un’opinione personale errata secondo cui la definizione dovrebbe essere la più ampia possibile e che la tecnologia ricombinante dovrebbe essere inclusa.

La sua dichiarazione, tuttavia, contraddiceva direttamente l’ammissione dell’Australia alla riunione del 2015 secondo cui se il Comitato dovesse fare riferimento al documento originale del 2012 sulla portata della Biofortificazione, vedremmo che la biofortificazione si riferisce solo all’allevamento convenzionale e quindi dovremmo escludere chiaramente le tecniche GM.

Alla riunione CCNFSDU dello scorso anno, tuttavia, l’Australia ha taciuto sulla questione.

In altre parole, il mandato originario per la creazione della definizione di Biofortificazione era che doveva essere definito come un processo attraverso il quale la qualità nutrizionale delle colture alimentari è migliorata attraverso l’allevamento convenzionale con l’obiettivo di rendere i nutrienti biodisponibili dopo la digestione.

Non sorprendentemente, però, abbastanza presto, i seguaci della Monsanto hanno avuto le loro mani sporche sulla definizione attraverso l’influenza di delegati del Codex e la presidente, e la definizione ha cominciato a trasformarsi in una che avrebbe incluso alimenti geneticamente modificati “biofortifatti”.

Quindi, al Codex è in corso una battaglia per stabilire se gli alimenti GM saranno inclusi nella definizione di Biofortificazione.

Sono sicuro che la Monsanto sarebbe entusiasta di poter commercializzare i suoi prodotti sintetici con un nome che inizia con la parola “Bio”.

A partire dal 2017, la definizione di “biofortificazione” – compresi gli OGM – nell’ambito del Codex si è trasformata in:

 … il processo mediante il quale eventuali sostanze nutritive o sostanze correlate di tutti i potenziali organismi di origine (ad esempio animali, piante, funghi, lieviti, batteri) di / e alimenti sono aumentati di un livello misurabile [e / o] diventano più biodisponibili per gli scopi previsti.

Il processo si applica a qualsiasi metodo di produzione [ed esclude la fortificazione convenzionale]. “[Note a piè di pagina]

Non solo il termine “biofortifatto” per gli alimenti OGM confonde qui negli Stati Uniti, ma nei paesi europei il prefisso, bio, è usato per indicare “organico”.

NHF ha opposto il termine biofortito che rientra in queste parti vaghe della definizione:

  1. “tutti i potenziali organismi di origineorganica”
  2. ‘il processo si applica a qualsiasi metodo di produzione’
  3. Nota 4 (“Il metodo di produzione dovrebbe essere determinato dall’autorità nazionale / regionale”)

Il dottor Noble si è ritirato, quindi spero che le sue tattiche “astute e pesanti” di dettare l’incontro per ottenere il termine biofortificazione da applicare agli OGM le abbia lasciate.

Secondo NHF

Il tentativo di Monsanto è stato riconosciuto da molti delegati per quello che è stato e denunciato durante l’incontro.

La lotta, tuttavia, porterà alla riunione del prossimo anno che si terrà a Berlino nel novembre 2018. E quell’incontro sarà presieduto dalla nuova presidente della commissione, la signora Marie-Luise Trebes.

Come sempre, Big Biotech tornerà per riprovarci.

Per essere al corrente del retroscena e persino del dramma che è avvenuto in questi incontri, vai alla Federazione Nazionale della Salute!

Fonte:  http://www.bibliotecapleyades.net/

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Nuova Ecologia umanità al bivio

Sarà il cibo che mangiamo, come lo coltiviamo e lo distribuiamo a determinare la nostra sopravvivenza o la nostra estinzione.

Ragionando sullo stato attuale dell’agricoltura e dell’allevamento nel mondo, nei prossimi decenni si assisterà a due possibili scenari. Il primo porta a un vicolo cieco: in questo possibile finale c’è un pianeta morto, i pesticidi e le monocolture sono diffusi ovunque, gli agricoltori in grande difficoltà e i bambini muoiono di fame perché si è data priorità alle colture ogm che hanno soppiantato quelle locali. Le persone muoiono a causa di malattie croniche che si diffondono con i pesticidi e per le sostanze vuote dal punto di vista nutritivo ma tossiche che vengone spacciate per alimenti.

Il clima peggiora e le condizioni per la vita umana sulla Terra sono al limite della sopravvivenza. L’altro finale porta invece in una direzione opposta: il ringiovanimento del pianeta attraverso la cura della biodiversità, del suolo, dell’acqua; il rinnovamento delle aziende agricole e dei Parchi nazionali, il cibo è sano e fresco e le persone hanno consapevolezza di quello che mangiano, che salute e cibo sono strettamente connessi. Il primo scenario è quello industriale, che ha preso piede grazie a quello che chiamo il “Cartello dei veleni”, nato durante la seconda guerra mondiale per produrre sostanze chimiche in grado di uccidere le persone.

Quelle stesse sostanze sono state usate per l’agricoltura chimica ma ci è stato detto che non sarebbe stato possibile avere raccolti buoni senza veleni che li proteggessero. Negli anni ‘90 ci è stato detto che saremmo morti di fame se non fossero stati introdotti gli ogm, semi migliori che avrebbero eliminato qualsiasi limite ambientale e si sarebbe potuto coltivare anche nelle aree desertiche.

Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i fertilizzanti hanno ridotto la produttività del suolo, riducendo la quantità di produzione alimentare, contribuendo alla desertificazione e al cambiamento climatico. Le colture Bt della Monsanto avrebbero dovuto essere immuni dai parassiti, ma la natura si adatta e così ha creato nuovi parassiti in grado di danneggiare anche le colture gm. E così si è creato un pesticida ancora più tossico. Si è iniziato a parlare di agricoltura “digitale”, basata sull’intelligenza artificiale, e di “agricoltura senza agricoltori”.

Con questa prospettiva, i nostri agricoltori non hanno più voce in capitolo: è per questo che la loro protesta in India non è stata minimamente presa in considerazione dal governo. La sopravvalutazione della biotecnologia combinata con l’intelligenza artificiale fa passare l’idea che il cibo gm sarà indispensabile perché più sicuro da coltivare e più resistente di quello biologico, ma il vero scopo è quello di arrivare ai brevetti sui semi.

Nel 2013 Monsanto ha acquisito la Climate corporation, la più grande società per i dati climatici del mondo, e nel 2014 la più grande società di dati sul suolo, la Solum inc. Ma i dati non sono vera conoscenza, perché la cultura agricola è strettamente legata all’intelligenza dei semi e alla risposta del suolo.

Proseguendo su questa strada si va verso un futuro che ignora le piante, la nostra salute, gli organismi viventi, la nostra cultura. Ma noi possiamo seminare i semi di un altro futuro. In tutto il mondo i piccoli agricoltori stanno già implementando l’agricoltura biologica, conservando e sviluppando i loro suoli, i loro semi, praticando l’agroecologia.

Stanno alimentando le loro comunità con cibo sano e nutriente. Stanno seminando i semi della democrazia alimentare: un sistema alimentare nelle mani degli agricoltori e dei consumatori, privo di controllo aziendale, veleni, e plastica.

Non possiamo affrontare il cambiamento climatico senza riconoscere il ruolo centrale del sistema alimentare industriale e globalizzato, che contribuisce al 40% alle emissioni di gas serra attraverso la deforestazione, le materie plastiche, il trasporto a lunga distanza e i rifiuti alimentari. Non possiamo risolvere il global warming senza un’agricoltura ecologica di piccola scala, basata sulla biodiversità, sui semi e sui suoli viventi, sui sistemi alimentari locali, con poche miglia di cibo e senza imballaggi in plastica.

Sarà il cibo che mangiamo, come lo coltiviamo e lo distribuiamo a determinare se l’umanità sopravvivrà o se invece si spingerà verso l’estinzione.

Autore: Vandana Shiva

http://lanuovaecologia.it/umanita-al-bivio/}

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Le carestie non vengono col caldo…

Qualcuno può pensare che il caldo sia associato alla siccità, e che quindi un clima più caldo sia associato a problemi all’agricoltura (vedi deserto del Sahara).

In realtà, come possiamo vedere dalla fascia equatoriale, la zona più calda del pianeta, vediamo come sia costituita da vegetazione rigogliosa e fittissima. Piove più o meno quasi tutti i giorni, l’umidità è elevatissima e le temperature massime sono sempre intorno a 30 C°.

Ad esempio, nell’era dei dinosauri, si stima che la temperatura media del pianeta fosse di 6-8 C° più elevata di adesso, con la foresta pluviale che ricopriva gran parte del pianeta. Sia le zone ghiacciate che desertiche erano quasi del tutto assenti. Il deserto del Sahara era molto più ristretto di adesso, ed in molte aree dove adesso c’è solo sabbia, vi era una vegetazione lussureggiante. 

Più caldo significa più umidità nell’aria; mancando l’aria fredda diminuiscono i contrasti con l’aria calda e si assiste ad una netta diminuzione degli eventi meteo estremi. A temperature più alte segue un aumento di CO2 nell’atmosfera, molecola essenziale per lo svolgimento della fotosintesi clorofilliana nelle piante. Le flora gode. Ad un clima più freddo, corrispondono una diminuzione dell’umidità, abbondano gli eventi meteo estremi, i livelli di CO2 crollano.

I deserti si espandono, così come i ghiacci; le aree destinate all’agricoltura si riducono parecchio. Dopo questa parentesi introduttiva, vediamo come reagiscono le colture alle variazioni di temperatura, visto il severo raffreddamento climatico ormai imminente. Facciamo degli esempi pratici e reali, parlando dei terribili inverni del 1406/7 e 1708/1709.

Cominciò la notte dell’Epifania del 1709 con un forte vento di tramontana che causò un improvviso calo della temperatura. A Venezia i canali della laguna si ghiacciarono nel giro di poche ore, i fiumi (Po, Mincio, Ticino, Adige) divennero strade su cui si passava con i carri. Seguirono sessanta giorni di temperatura glaciale, costantemente sottozero in gran parte d’Europa, dalla Russia al Portogallo, con minime spesso intorno ai -30° e oltre.

Nelle campagne gli alberi si spaccavano letteralmente per il freddo e le coltivazioni di maggior pregio come viti, ulivi, peri, peschi, meli e noci furono gravemente danneggiate, risultando praticamente annientate in molte zone. Ad esempio in Francia meridionale, in Toscana e lungo le pendici dei laghi pedemontani le coltivazioni di ulivo, vite e agrumi furono totalmente distrutte. ­ A febbraio iniziò a farsi sentire la carestia, grazie anche ai trasporti, i quali rimanevano paralizzati per il gelo che non accennava a diminuire. I prezzi dei generi alimentari schizzarono alle stelle e cominciò un periodo di elevatissima mortalità.

A Reggio Emilia nella piazza comunale, si trovarono molti lupi morti congelati, mentre in Puglia a morire per il freddo e per gli stenti della fame furono migliaia di pecore, la cui perdita inferse un duro colpo alla pastorizia, motore trainante dell’economia locale in quel tempo. Piovevano dal cielo uccelli congelati, in uno scenario apocalittico, da film dell’orrore. Le fonti raccontano addirittura di uomini trovati morti congelati nei propri letti. Letteralmente si moriva di freddo. Le malattie bronco-polmonari dovute al gelo si trasformavano in epidemie e si avvertivano forti anche gli stenti della fame. Fu di quasi due milioni di morti il prezzp che dovette pagare l’Europa ai rigori del terribile inverno. 

Invece, nel 1407/08 dai documenti dell’epoca si sa che il gelo iniziò in Francia il 10 novembre (ad oggi sarebbe il 23 novembre, in quanto all’epoca era in uso il calendario giuliano), e un documento del parlamento francese riferisce che il giorno di San Martino vi era un “freddo insopportabile” e che lo scrivano, nonostante tenesse l’inchiostro vicino al fuoco per non farlo gelare, esso gelava “di tre parole in tre parole”. Durò fino a tutto gennaio; dopo una pausa mite, riprese a metà febbraio e finì definitivamente solo ad inizio aprile. Anche nel resto dell’Europa il gelo fu eccezionale: il Tamigi rimase completamente gelato per la durata record di 14 settimane da dicembre a marzo, i ghiacci polari raggiunsero addirittura la Scozia, isolando completamente l’Islanda; la neve a Firenze rimase al suolo per 45 giorni consecutivi, si seccarono gli ulivi, le viti e gli altri alberi da frutto. Anche in Francia la maggior parte delle vigne e degli alberi da frutto furono distrutti.

Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Bisogna anzitutto tener conto che ogni grado di temperatura in meno sposta di circa 150 km verso sud la linea delle coltivazioni; di conseguenza rischia di diventare quasi impossibile la coltivazione del frumento e della vite su buona parte d’ Europa. Germania e Francia saranno le più colpite sotto quest’aspetto , in quanto al momento risultano le maggiori produttrici di vino e cereali nel Vecchio Continente (basti pensare al famoso Champagne). Entro dieci-quindici anni Russia e Canada diventeranno importatori netti di cereali (oggi sono rispettivamente al quarto e settimo posto nel mondo per la produzione cerealicola). In paesi come Spagna e Italia molte colture tipicamente mediterranee scompariranno. Saranno tempi grami per chi si guadagna da vivere con grano, pomodori, sorgo, carciofi, kiwi, arance, vino, olive e tutte le piante sensibili al freddo e all’eccesso di precipitazioni.

Bisogna ricordare che la nostra società, nonostante l’avanzamento tecnologico, è più vulnerabile che nei tempi passati. Infatti la moderna industria agricola si basa su sistemi di monocolture, incentrando la produzione su piante arboree fragili al clima estremo, come il frumento e la vite appunto. Durante la piccola era glaciale del settecento, la maggior parte della popolazione era autosufficiente e tutti avevano un “pezzo di terra”; nonostante ciò si registrarono grossi disagi e carestie. Pensate cosa accadrebbe oggi se la produzione agricola si arrestasse… le città rimarrebbero prive dei generi alimentari con conseguenti disordini sociali.

Il modo migliore per preservarci da questi problemi futuri è quello di tornare ad essere autosufficienti, ossia ritornando alla terra, e soprattutto incentivando fin da ora la produzione agricola in serre riscaldate. Bisogna aumentare la produzione di piante maggiormente resistenti al clima estremo, come le leguminose (sono famose le lenticchie, quelle di Castelluccio di Norcia, coltivate a 1500 metri d’altezza) e colture come il grano saraceno.

Per quanto riguarda l’allevamento, le difficoltà principali deriveranno dalla mancanza di pascoli, in quanto si prospetta che la neve ed il ghiaccio ricopriranno il terreno per molti mesi l’anno; verrà a mancare anche il foraggio; di conseguenza molto bestiame perirà. In futuro si ricorderà con nostalgia l’optimum climatico del 1880-2017. Il pensiero va poi ai black-out elettrici, alla difficoltà nell’approvvigionamento di gas naturale dall’Est europeo e dal mare del Nord se si ghiacciasse, per non parlare degli enormi danni economici conseguenti il blocco del trasporto merci per il gelo di strade, porti e aeroporti ecc. ecc.

In conclusione, chi su facebook si lamenta del clima mite di questi giorni, voglio dire che basterebbero 15 giorni (non servono tre mesi continuati) con temperature costantemente sottozero (giornate di ghiaccio) su buona parte d’Italia per creare notevoli danni al settore agroalimentare, nonché all’economia generale, già di per se a pezzi.

Finché abbiamo inverni miti godiamoceli, in quanto con il minimo solare in atto, che sarà molto lungo e continuerà ad approfondirsi, insieme ad un picco gravitazionale luni-solare a partire dal prossimo anno, la situazione rischia di precipitare rapidamente. Se iniziasse ad eruttare violentemente anche un solo vulcano islandese domani (si fa per dire) la prossima primavera-estate per gli stati che si affacciano sull’Atlantico (Canada, East Coast Usa, Gran Bretagna, Francia, Scandinavia, Germania), potrebbe diventare una continuazione dell’inverno… non voglio vedere arrivare il prezzo del pane a 10 euro al kg, o vedere triplicare il costo della carne e del formaggio. Quindi per favore, non attiriamo disgrazie, e ringraziamo il Cielo finché dura questo clima mite invece di lamentarci. 

Alessio

Fonte: https://www.attivitasolare.com/

Siamo nuovamente alla fine di un’epoca

Quadro del ‘300 che raffigura i malati di peste bubbonica in cura presso un istituto ecclesiastico

Raffreddamenti climatici ed epidemie: uno sguardo al futuro

Pubblicato da Alessio  

Tutte le pandemie peggiori sono scaturite a seguito di pesanti stravolgimenti climatici e geologici; per chi volesse avere degli esempi concreti rimando all’articolo “Raffreddamenti climatici ed epidemie: uno sguardo al passato”. Tenendo conto che un nuovo raffreddamento è ormai imminente, cerchiamo di capire quali saranno i rischi dal punto di vista della salute umana. Oltre al freddo intenso, agli eventi meteo estremi, ai terremoti, in questi periodi l’alto bombardamento di raggi cosmici, dovuto alla bassissima attività solare, causa un forte aumento della concentrazione di ioni positivi in atmosfera. Lo scienziato Fred Soyka sostiene che questo fa sì che i batteri diventino altamente virulenti e invasivi. A livello generale si avrà una riacutizzazione di malattie pericolose (già “esplose” in passato) come tifo, colera, tubercolosi; nuovi picchi di malaria e malattie tropicali (Febbre Gialla, Ebola, Dengue, Zyka). Non scordiamoci ad esempio, che la tristemente famosa Peste Nera, nelle sue varianti bubbonica e polmonare, fa ancora registrare più di un migliaio di casi l’anno, (seppur in zone circoscritte del pianeta), rimanendo potenzialmente mortale se non curata per tempo. Come le altre malattie, anche la Peste Nera potrebbe manifestare una nuova fase di espansione.

Tuttavia, il pericolo più grande e ben peggiore per il nostro prossimo futuro, proviene dai super batteri. Gli epidemiologi lo temevano da tempo: il fattore MCR, un meccanismo genetico che protegge i batteri anche dagli antibiotici più potenti, è stato trovato negli Stati Uniti per la prima volta. Anzi due volte: in un campione prelevato da un maiale macellato e, quel che è ancora più preoccupante, nel corpo di un essere umano. In un rapporto pubblicato sul sito della rivista Antimicrobial Agents and Chemotherapy un gruppo di ricercatori del Dipartimento americano della Difesa riporta il caso di una donna di 49 anni che nell’aprile 2016, in Pennsylvania, si è rivolta a una clinica che lavora per l’Esercito americano lamentando quella che sembrava un’infezione all’apparato urinario. Dalle analisi è risultato che la donna era infetta da un ceppo di Escherichia Coli dotato di resistenza a un ampio spettro di farmaci. Gli studiosi hanno scoperto che il batterio in questione è portatore di 15 geni diversi che gli conferiscono resistenza agli antibiotici, raggruppati su due “elementi mobili” che possono spostarsi facilmente da un batterio all’altro. 

“È estremamente preoccupante: potrebbe trattarsi di un evento sentinella“, ha dichiarato Beth Bell, direttrice del Centro per le malattie infettive emergenti, uno dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), il più importante centro di ricerca sulle patologie degli USA, che ha avviato un’inchiesta sul caso assieme ai ricercatori del Dipartimento e alle autorità sanitarie dello Stato. “C’è molto da indagare per capire se e quali altre persone possono essere state esposte all’infezione e rivelarsi portatrici del batterio resistente.” 

Il meccanismo MCR è noto solo dal novembre 2015, quando un gruppo di ricercatori cinesi e britannici ha annunciato di averlo riscontrato su persone, animali e carne in diverse aree della Cina. Da allora è stato trovato in altri 20 paesi del mondo. Il motivo di tanto allarme è che rende il batterio resistente alla colistina, l’antibiotico usato come ultima risorsa contro una vasta famiglia di batteri, i quali hanno già sviluppato resistenza a tutti gli altri farmaci. Finora la colistina ha funzionato perché si tratta di un antibiotico molto vecchio, poco prescritto ai pazienti umani per via dei suoi pesanti effetti collaterali: ecco perché i batteri non hanno avuto modo di adattarsi. Nel frattempo però, proprio per la sua estrema efficacia, la colistina ha cominciato a essere usata in agricoltura per prevenire le infezioni degli animali. Quando si è capito che il farmaco poteva tornare di nuovo utile per la salute umana, era ormai troppo tardi: la resistenza alla colistina si era già sviluppata tra gli animali e sta migrando verso gli esseri umani. 

“Siamo a un passo dal momento in cui infezioni batteriche finora considerate di routine potrebbero diventare incurabili“, dice Steven Roach del Food Animal Concerns Trust, un’organizzazione no-profit.

Inoltre, al Consiglio per la Sicurezza Europea tenutosi a Monaco di Baviera nel novembre 2016, Bill Gates ha ammonito come un’epidemia da super-batteri potrebbe esplodere molto presto, con una pericolosità tale da riuscire a provocare 30 milioni di decessi nel Mondo in meno di un anno. Un ulteriore dato allarmante riguardo i super batteri è che i normali antibatterici di uso quotidiano, potrebbero non essere in grado di sterilizzare questi organismi, e quindi permanere su bicchieri, pavimenti, mani, ecc… Di conseguenza, la malattia diverrebbe molto contagiosa. Dovesse scoppiare una tal epidemia, bisognerebbe fare le scorte di varecchina, in quanto andrebbe utilizzata, seppur diluita, anche per lavarsi le mani. O comunque se non la varecchina, utilizzare disinfettanti potenti e con alta percentuale di principio attivo. 

La domanda che uno si fa è: quando potrebbe cominciare tale pandemia? 

Di sicuro prima o poi, che sia tra 1, 10, 100 anni uscirà fuori; il super-batterio avente il meccanismo MCR già c’è ed è in circolazione. Manca la causa scatenante. Causa che probabilmente sarà lo sconquasso geo-climatico in arrivo; una volta iniziato in maniera netta, aspettiamoci di pari passo l’esplodere di un’epidemia da super-batteri. Purtroppo questa è una previsione molto plausibile e se così sarà, bisognerà prendere tutti i provvedimenti necessari: lavarsi spesso le mani con la varecchina, disinfettare sempre tutto dopo ogni utilizzo (indumenti, piatti, bicchieri, pentole), evitare luoghi affollati, tenere a distanza persone malate di cui non si conosce la causa ecc.. 

Facendo dei confronti temporali, l’epidemia di peste nera arrivò in Europa (Costantinopoli) nel 1347, 14 anni dopo la sua nascita in Cina, e impiegò circa 1 anno a diffondersi in tutto il Vecchio Continente. Bisogna ricordare come al tempo i trasporti non solo erano molto più lenti di oggi, ma le persone viaggiavano molto meno, quasi per nulla. Per un abitante di Roma era già tanto, nell’arco della sua vita, esser riuscito a vedere il mare del litorale romano. Purtroppo viviamo in un mondo globalizzato ed interconnesso, grazie ai trasporti sempre più rapidi. Di conseguenza, una simile malattia oggi come oggi ci metterebbe pochissimo a fare il giro del Mondo.

Concludendo, statisticamente così come il clima segue dei cicli, anche le pandemie sembrano seguirli. Il clima freddo, le carestie, le epidemie e le guerre/rivolte associate, ciclicamente determinano il crollo di civiltà. Ad esempio, quanto accadde nel 1300 minò pesantemente la solidità della società feudale; così, nel ‘400 ci fu l’avvento dell’Umanesimo, nel ‘500 il Rinascimento e con la scoperta dell’America, ci fu una prima rivalutazione del ruolo dell’uomo nella società e nell’Universo. Poco dopo il minimo di Maunder, si ebbe la Rivoluzione Francese, cosa che sancì definitivamente la fine della società feudale, segnando il passaggio di potere dalla monarchia per diritto divino a quello dell’oligarchia massonico-finanziaria. (per chi volesse approfondire, invito a leggere “Il Misogallo” di Vittorio Alfieri). Cosa simile, ma più rapida ed irruenta, si ebbe nel V e nel VI secolo d.C., quando tra le cause principali della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ci fu ancora una volta un serio raffreddamento climatico, con conseguente carestia e sviluppo di una pandemia di Peste (la fase peggiore si ebbe a seguito dell’eruzione del Llopango) Il gelo e la mancanza di terreni coltivabili, spinsero le popolazioni nord-europee a spostarsi verso sud e ad invadere i territori dell’Impero Romano. 

Oggi siamo nuovamente alla fine di un’epoca…

Alessio  

Fonte: https://www.attivitasolare.com/