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La quasi estinzione in contrapposizione alla totale estinzione

 

 

Lo studio suggerisce che (come si potrebbe pensare) le persone non sono infastidite dall’estinzione umana

Di John Vibes / Teoria della verità

Un recente studio di Oxford pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha scoperto che le persone non sono affatto infastidite dalla possibilità dell’estinzione umana. Nello studio, 2.500 persone negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono state intervistate sui loro sentimenti riguardo alla possibilità di un’apocalisse.

Agli intervistati è stato chiesto di classificare quanto pensavano fossero potenziali scenari per il giorno del giudizio. In un test molto semplice, sono stati dati tre scenari, uno in cui l’intera specie umana è stata spazzata via da una catastrofe globale, un’altra in cui solo l’80% delle specie è stata spazzata via, e un’altra in cui non accade nulla e la vita continua normalmente.

Come previsto, la scelta più popolare è stata quella di continuare la vita come se nulla fosse successo, ma le altre risposte hanno sorpreso i ricercatori. Le persone che hanno partecipato al sondaggio sembravano avere più paura di vivere in un mondo in cui l’80% delle specie erano state spazzate via rispetto all’idea che l’umanità si fosse completamente estinta.

I ricercatori hanno scritto che ” Quando è stato chiesto nel modo più semplice e non qualificato, i partecipanti non trovano l’estinzione umana unicamente cattiva”.

Stranamente, quando le domande sono state leggermente modificate per valutare le opinioni delle persone sull’estinzione degli animali, gli intervistati hanno concordato in modo schiacciante che una perdita totale di una specie animale era peggiore di una riduzione dell’80%.

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I ricercatori hanno avuto diverse teorie sul perché le persone si sentissero in questo modo e non hanno trovato alcuna spiegazione per i loro risultati, ma sembra che gli intervistati abbiano risposto alle domande in base a come avrebbero vissuto la situazione come umani. È molto facile per la maggior parte degli umani considerare le morti degli animali come una statistica e dare la risposta fredda e calcolata che il 20% delle zebre nel mondo che sopravvivono a un’estinzione è meglio per il pianeta e per la biodiversità che osservare l’intera specie morire.

Tuttavia, quando si considera questa stessa domanda per la nostra stessa specie, la questione diventa molto più complicata ed emotiva. Di fronte alla questione dell’estinzione umana, la maggior parte delle persone vuole che sia rapida e indolore se accadrà, vogliono una sofferenza minima. Se accadesse qualcosa in cui l’80% della popolazione umana veniva improvvisamente spazzata via, ci sono buone probabilità che comporterebbe molta sofferenza per coloro che sono morti e anche per quelli che sono rimasti indietro.

“Concludiamo che un motivo importante per cui le persone non trovano l’estinzione in modo univoco negativo è che si concentrano sulla morte e sulla sofferenza immediate che le catastrofi causano per i compagni umani, piuttosto che sulle conseguenze a lungo termine ” , afferma l’abstract dello studio.

Tuttavia, ci sono stati alcuni casi in cui gli intervistati del sondaggio hanno optato per la quasi estinzione in contrapposizione alla totale estinzione, ed è stato allora che hanno detto che le persone rimaste avrebbero creato un mondo “migliore di oggi in ogni modo immaginabile”.

CREDITO IMMAGINE: Razvan Ionut Dragomirescu

Fonte: https://truththeory.com/

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Ombre e misteri della banca delle sementi del pianeta

Agribusiness: Svalbard Global Seed Vault, ombre e misteri della banca delle sementi del pianeta 

Autore Bizzocchi Andrea

Nel libro di prossima pubblicazione Dietro le Quinte – Rivelazioni sul governo invisibile che controlla il pianeta (Bizzocchi, Pamio, Perucchietti, Uno editori, in uscita a novembre), tra i numerosi argomenti trattati, abbiamo affrontato lo Svalbard Global Seed Vault (letteralmente tradotto, “Deposito globale di semi delle Svalbard”), un argomento non strettamente di attualità dal momento che il succitato deposito è stato inaugurato già nel febbraio 2008, ma attuale come non mai alla luce degli ultimi accadimenti climatici estremi e alle possibili conseguenti implicazioni presenti e soprattutto future.

| Di che cosa si tratta |

Lo Svalbard Global Seed Vault è una sorta di cassetta di sicurezza delle sementi di tutto il mondo. Non propriamente una banca dei semi, ma una sorta doppia copia, di duplicato onnicomprensivo delle collezioni conservate nelle innumerevoli banche sparse per il pianeta.
Detto superdeposito si trova nella sconosciuta isola di Spitsbergen, che appartiene all’arcipelago delle isole Svalbard, a circa un migliaio di chilometri dal Polo Nord. La superbanca è stata attrezzata in una grotta scavata nel permafrost e l’obiettivo dichiarato è appunto la conservazione delle circa 4 milioni di diverse sementi (un vero e proprio patrimonio) che l’uomo ha sviluppato negli ultimi 10.000 anni della sua storia, ovvero dalla nascita dell’agricoltura.
Quale sarebbe la finalità ultima di tale mastodontica impresa? Le motivazioni sono molteplici ma, almeno ufficialmente, tutte riconducibili alla conservazione della biodiversità agricola a favore delle generazioni future in caso di eventuali catastrofi nucleari, scontri tra meteoriti, ma anche cambiamento climatico con le sue inondazioni, grandinate eccezionali e così via. Questo è quanto si premurano di farci sapere. Le intenzioni dunque, come sempre del resto, sono all’apparenza lodevolissime.
Il deposito è ultraprotetto: portoni a prova di bomba, rilevatori di movimento, pareti di cemento armato e via andando. Tutto questo, unitamente a condizioni climatiche controllate, dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) garantire la conservazione attiva dei semi per centinaia e financo migliaia di anni (questo a seconda del tipo di cultivar ovviamente).
Lo Svalbard Global Seed Vault non è l’unica banca delle sementi al mondo, tutt’altro. Quelle di importanza rilevante sono all’incirca poco più di un migliaio. In linea di massima ogni Paese ne annovera una o più, alcune appartenente ad agenzie filogovernative mentre altre sono private. E fin qui, all’apparenza, tutto fila.
L’iniziativa del Global Seed Vault delle Svalbard è ufficialmente del governo norvegese che ne avrebbe (anche qui il condizionale è d’obbligo) finanziato la costruzione, ma appena si comincia a investigare si scopre che in realtà tra i principali promotori (con robusti contributi in denaro ovviamente) troviamo la Fondazione Rockefeller (onnipresente quando c’è da far del bene), seguita da   Monsanto Company[1] DuPont Pioneer [2] e quindi Syngenta[3] (le tre aziende che controllano oltre il 90%del mercato mondiale dell’agribusiness) nonché, tralasciandone altri della stessa risma, Mr. Bill Gates attraverso la sua fondazione caritatevole Bill & Melinda Gates Foundation.

| La Rivoluzione Verde e gli OGM |

 

Come chi si occupa di queste tematiche sa benissimo, la “fissa” del controllo dell’agricoltura da parte dei Rockfeller è di lunghissima data. La Rockfeller Foundation fu infatti la longa manus dietro la cosiddetta Rivoluzione Verde e finanziò sin dagli anni ‘70 i primi pioneristici studi di «rivoluzione agricola genetica». Lo sviluppo genetico (mappatura del gene, sequenza del genoma umano) è da sempre uno degli obiettivi dei Rockfeller (e dei loro sodali) come strumento primario per controllare le popolazioni. La genetica prese sviluppo nei laboratori nazisti sotto forma di ricerca per la purezza razziale (allora si chiamava eugenetica) e anche allora tra i principali finanziatori c’erano i Rockfeller. Con la conclusione della guerra la Rockefeller Foundation si adoperò per portare segretamente molti di questi scienziati in Usa per proseguire le loro ricerche. Questo tanto per inquadrare la questione.
Come illustrato splendidamente nel case study “The Green Revolution: Rockefeller Foundation, 1943” ad opera di Scott Kohler per il Center for Strategic Philanthropy and Civil Society della Duke University (North Carolina), l’avvio della Rivoluzione Verde partì dal Messico nei primi anni ‘40 per poi diffondersi in Colombia (1950) quindi in tutto il Sud America e in Asia (in particolare nel subcontinente indiano). Un certo Henry Kissinger (Nobel per la Pace Nobel nel 1973) sentenziò all’epoca:

«Chi controlla il petrolio controlla i Pesi, chi controlla il cibo controlla le popolazioni».

I Rockfeller, oltre al petrolio (Standard Oil) e al cibo, controllavano anche Kissinger.
Dalla progettazione alla messa in atto, la Rivoluzione Verde contemplò uno sforzo notevole. Scrive il ricercatore e autore americano William Engdahl nel suo illuminante libro Seeds of destruction[4]:

«la Fondazione Rockefeller, l’Agriculture Development Council di John D. Rockefeller III e la Fondazione Ford avevano unito le proprie forze per fondare, a Los Baños (nelle Filippine) l’IRRI (International Rice Research Institute)»,

un centro di ricerca agricolturale specializzato sul riso che divenne poi conosciuto per il suo decisivo contributo e sostegno al movimento della Rivoluzione Verde.
Del grande puzzle della Rivoluzione Verde, assieme all’IRRI, facevano parte anche il messicano CIMMYT (Centro Internacional de Mejoramiento de Maíz y Trigo, in inglese International Maize and Wheat Improvement Center, anche qui con il contributo della Rockfeller Foundation) e l’IITA (International Institute of Tropical Agriculture, fondato nel 1967 in Nigeria, sempre con soldi Rockefeller). Nel breve volgere di pochi decenni l’intero pianeta venne conquistato dal cosiddetto agribusinness promosso dalla Rivoluzione Verde (cioè dai Rockfeller).
Occorre capire che questo è lo schema di dominio attraverso il quale si muovono le power élite. Nel nostro caso specifico la Rockfeller Foundation si adoperò per creare un network mondiale di ricerca al fine dichiarato di ridurre la fame nel mondo. E lo schema è proprio questo: prima si crea il problema (la fame nel mondo) poi si propone la soluzione (la Rivoluzione Verde).
All’uopo si creano quindi istituzioni no profit (da loro finanziate) che prendono a collaborare tra loro promuovendo una strada comune. Vengono poi coinvolti altri soggetti (ad esempio la Fao, la Banca Mondiale, l’UNDP, United Nations Development Program) e così via.
Nel maggio 1971 ad esempio venne fondato il CGIAR (Consultative Group for International Agricultural Research), i cui obiettivi e modus operandi vennero messi a punto durante una serie di incontri privati tenutisi a Villa Serbelloni (di proprietà, e di chi altri, della Fondazione Rockfeller) il cui compito precipuo era coordinare lo sforzo per ridurre la povertà e assicurare il cibo nei Paesi in via di sviluppo attraverso 15 non-profit affiliate, le più importanti delle quali erano le succitate IRRI, CIMMYT e IITA.
Tutti questi gruppi si occupavano soprattutto di fare ricerca (la loro ricerca) e formazione (la loro formazione) educando scienziati e ricercatori sui metodi salvifici della Rivoluzione Verde (che è la loro rivoluzione). I risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’Africa, tanto per fare un esempio, negli anni ‘60 del secolo scorso era ancora al 98% alimentarmente autosufficiente (addirittura lo era al 100% agli inizi del ‘900) mentre ora è ridotta alla fame e alla miseria più estrema.
Giusto per far capire al lettore come tutto, letteralmente tutto è parte dello stesso disegno, ecco che Norman Borlaug, l’agro-scienziato acclamato padre della Rivoluzione Verde, viene insignito nel 1970 del Nobel per la Pace. Borlaug, possiamo immaginarlo, lavorava per Rockfeller.
In breve, nel giro di pochi decenni la Fondazione Rockfeller (e i suoi accoliti) fu capace di plasmare l’intera agricoltura mondiale piegandola ai propri desiderata. Ma credere che Rockfeller o chi per lui, spenda soldi e si adoperi per il benessere delle povere popolazioni del terzo mondo (che povere non erano e lo sono diventate solo dopo essere state inserite nel meccanismo della Rivoluzione Verde e del denaro) significa essere, nella migliore delle ipotesi, terribilmente ingenui.
La Rivoluzione Verde ottenne infatti risultati ben precisi che, guarda un po’, coincidevano esattamente con i veri obiettivi dei suoi promotori. Con la Rivoluzione Verde vennero infatti diffusi semi ibridi dalle rese molto alte ma con due caratteristiche peculiari. La prima è che questi semi non si riproducono e la seconda che dipendono, per la loro crescita e protezione, da massicce iniezioni di fertilizzanti chimici, pesticidi, anticrittogamici, ecc. Il tutto, ca va sans dire, rigidamente brevettato. In breve, il contadino viene a dipendere dalle multinazionali per l’acquisto dei semi, per quello di fertilizzanti, pesticidi, fungicidi, anticrittogamici, ecc., per le royalties sui semi brevettati e così via. Dipendenza, in altre parole, da Monsanto, Sygenta, Dupont e dagli altri grandi gruppi soliti noti.
Ora, se in un mondo che pure funziona al rovescio due più due fa sempre quattro, si capisce facilmente che l’obiettivo di fondo di tutto questo è sottrarre ai contadini la produzione agricola libera, indipendente e autosufficiente, per sostituirla con quella di poche grandi, ipertrofiche megamultinazionali che controllano l’intera filiera a livello mondiale e che sono, attraverso un gioco di scatole cinesi, in mano ai soliti noti (con Rockfeller in testa).
| Ma torniamo allo Svalbard Global Seed Vault |
Forse a questo punto possiamo cominciare a intuire perché è stata costruita l’Arca di Noè delle sementi alle Svalbard. Le banche di sementi, secondo la FAO, sono circa 1.400 e si trovano per la maggior parte negli Stati Uniti. Ma non basta, le più grandi sono usate e possedute proprio da Monsanto, Syngenta, Dow Chemical, DuPont, che ne ricavano i corredi genetici da modificare.
Perché dunque c’era necessità di un’Arca di Noè agricola alle Svalbard, con tanto di porte corazzate e allarmi anti-intrusione, scavata nella roccia?
Perché questi personaggi creano una superbanca del genere? Quale futuro si aspettano? Cosa sanno che noi non sappiamo?
E se invece di un’Arca salvifica si trattasse di un vero e proprio furto ai danni delle “normali” aziende agricole e dei piccoli contadini ancora preponderanti in molti paesi del Terzo Mondo e non solo?
O forse ancora, tutto questo potrebbe avere a che fare con un clima impazzito (per loro volere e non per un climate change “naturale” così come si vuol far passare il cambiamento climatico in atto) fino ad arrivare a terremoti, uragani, alluvioni grandinate eccezionali che distruggono i raccolti, siccità, desertificazione avanzante e così via?
O forse una malattia sconosciuta che appare all’improvviso?
Tutto questo è certamente plausibile ma in realtà ci sono anche altri particolari interessanti che unitamente a ciò che abbiamo detto fino ad ora ci svelano in maniera sempre più chiara le finalità di tutto questo.
| Eugenetica e denatalizzazione |
L’eugenetica e la denatilizzazione sono una fissa dei Rockfeller sin dall’inizio del secolo scorso. Orbene, nel 2001 l’azienda di ingegneria genetica EPICYTE PHARMACEUTICALS INC. con sede a San Diego in California, annuncia di aver elaborato un tipo di mais geneticamente modificato contenente uno spermicida. In altre parole questo particolare tipo di mais funziona, anche, da sterilizzatore. In altre parole ancora, i maschi che se ne nutrono diventano sterili. Ma ciò che è forse maggiormente interessante è che le ricerche per arrivare a questo mais geneticamente modificato sono state sostenute da fondi dell’USDA (United States Department of Agricolture, il ministero che condivide con Monsanto i brevetti dei semi Terminator). È quello che si scriveva poc’anzi: alla fine tutti questi soggetti fanno parte dello stesso schema.
Un altro esempio ancora: negli anni ‘90, l ‘Organizzazione Mondiale della Sanità (che sarebbe il Dipartimento dell’ONU addetto alla salute!) lancia una campagna di vaccinazione contro il tetano rivolta esclusivamente alle donne di e in età compresa fra i 15 e i 45 anni. Forse che il tetano colpisce solamente le donne e non gli uomini? Colpisce solamente le donne comprese in questa fascia di età e non quelle più giovani e più vecchie? Forse che al di fuori dei confini di Filippine, Messico e Nicaragua non c’è pericolo di tagliarsi e ferirsi?
Se uniamo queste notizie alla fissa che i Rockfeller hanno per la denatalizzazione (a partire, per ovvi motivi, dalle razze considerate “inferiori”) ecco allora che i conti cominciano a tornare. Il dubbio venne infatti a suo tempo anche al Comité Pro Vida, una associazione cattolica messicana. Il Comité fece analizzare il vaccino in questione verificando ciò che si poteva peraltro intuire, ovvero che questo conteneva gonadotropina corionica umana, ovvero un ormone umano naturale il quale, attivato dal germe attenuato del tetano contenuto nel vaccino, stimolava speciali anticorpi che rendevano incapaci le donne di portare a termine la gravidanza. Insomma, dietro la copertura del vaccino antitetano si celava un agente abortivo. A questo punto l’associazione approfondì gli studi su detto vaccino e scoprì che esso era frutto di studi  ventennali finanziati dalla Rockefeller Foundation, dal Population Council (una delle solite ONG no profit messe su dalla Famiglia), dal CGIAR (di cui abbiamo detto prima), dal National Institute of Health (governo USA) e, sorpresa, anche dalla Norvegia, il paese in cui si trova oggi il Global Seed Vault oggetto di questo articolo, che aveva contribuito agli studi di ricerca sul vaccino antitetanico-abortivo con ben 41 milioni di dollari.
Forse, alla fine di tutto, quando arriverà la Catastrofe (e a noi comuni mortali, non è dato sapere né il come né il quando), le sementi naturali dovranno essere controllate dal gruppo dell’agribusiness  e da nessun altro?
A pensar male si fa peccato ma ci si prende… sempre. Almeno quando ci sono di mezzo i Rockfeller.
Link di riferimento e note:
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=9852:rockefeller-si-fa-larca-di-noe-cosa-ci-nasconde&catid=83:free&Itemid=100021
https://www.voltairenet.org/article162545.html
hhttps://cspcs.sanford.duke.edu/sites/default/files/descriptive/green_revolution.pdf
[1] Mega azienda di biotecnologie agrarie nota per la produzione del glifosato e del famigerato agente orange durante la guerra del Vietnam. Monsanto è il maggior produttore mondiale di sementi convenzionali, produce sementi transgeniche e risulta esserne il maggior detentore di brevetti al mondo. È stata acquisita nel giugno 2018 dalla casa farmaceutica tedesca Bayer per un importo pari a 63 miliardi di dollari. Una volta completata la fusione il marchio Monsanto sarà cancellato (operazione di green washing).
[2] È il più grande produttore statunitense di semi ibridi per l’agricoltura e il secondo al mondo di semi OGM dopo Monsanto. Produce e rivende inoltre semi ibridi di mais in oltre 70 paesi.
[3] Syngenta AG produce sementi e prodotti chimici per l’agricoltura. Nata nel novembre 2000 dalla fusione di Novartis Agribusiness e Zeneca Agrochemicals è stata poi rilevata nel 2017 da ChemChina per 43 miliardi di euro. Risulta essere il terzo rivenditore al mondo di semi e prodotti biotecnologici, dietro a Monsanto e DuPont Pioneer.
[4]   Articolo originale “Doomsday Seed Vault in the Arctic” by F. William Engdahl. https://www.voltairenet.org/article162545.html

Terribili avvertimenti sul futuro del nostro pianeta

La sesta estinzione di massa è in atto: gli esseri umani provocano ‘l’annichilamento biologico’ della fauna selvatica 

By Ivan

Gli scienziati ci hanno dato dei terribili avvertimenti sul futuro del nostro pianeta dicendo che la sesta estinzione di massa della Terra è già in corso e che gli esseri umani stanno causando un “annichilamento biologico” della fauna selvatica.

Sembra che le cose non siano brillanti per il futuro del nostro pianeta. Gli scienziati affermano che gli esseri umani hanno avviato la sesta estinzione di massa sulla Terra e che la fauna selvatica dovrà affrontare un’ulteriore iniziazione – il che significa che migliaia di specie sono a rischio di scomparire per sempre – se non cambieremo nei prossimi vent’anni, per contrastare i potenti assalti fatti sulla biodiversità”.

I ricercatori dicono che i fattori più noti di questo evento apocalittico sono l’avidità umana e la sovrappopolazione che hanno portato alla distruzione del nostro pianeta, poiché gli esseri umani non sono riusciti a proteggerlo, con conseguente d’impatto negativo quasi irreversibile sugli ecosistemi di tutto il pianeta terracqueo.

L’avvertimento è stato presentato nel diario dell’Accademia Nazionale delle Scienze Nazionali e il suo avvertimento dovrebbe essere preso in considerazione più che mai.

“Negli ultimi decenni, la perdita di habitat, lo sfruttamento eccessivo, gli organismi invasivi, l’inquinamento, la tossicodipendenza e, più tardi, la perturbazione del clima, nonché le interazioni tra questi fattori hanno portato alla catastrofica diminuzione dei numeri e delle dimensioni delle popolazioni di entrambe le Specie vertebrate comune e rare”, questo è quanto è stato scritto dagli scienziati nella relazione.

Il rapporto indica che il tasso nascosto della popolazione delle specie diminuisce significativamente “il sesto episodio di estinzione di massa si è protratto oltre rispetto a quello che si è verificato nei millenni passati”.

Come ha fatto notare la CBC News, i leoni hanno occupato storicamente circa 2.000 spazi aperti di 10.000 chilometri quadrati in diversi continenti, ma ora occupano poco più di 600 spazi aperti nell’Africa subsahariana e in India. Nel sud e sud-est asiatico, tutti i mammiferi corpulenti di grandi dimensioni hanno perso più dell’80% del loro territorio geografico.

La relazione è stata presentata da esperti delle università di Stanford e Mexico City che hanno scoperto che l’attuale tasso di estinzione dei vertebrati è pari a due specie all’anno.

Inoltre, gli scienziati affermano che le stime – che sono al di là delle preoccupazioni – sono molto probabilmente conservative poiché esistono diverse specie di mammiferi in pericolo anche se erano a livelli relativamente sicuri alla fine del millennio.

I rapporti Atlantici suggeriscono che dagli anni ’80 la popolazione delle giraffe è scesa fino al 40% da almeno 152.000 animali a soli 98.000 nel 2015. Nell’ultimo decennio, i numeri di elefanti della savana sono diminuiti del 30% e l’80% degli elefanti della foresta furono macellati in un parco nazionale che era una delle loro ultime fortificazioni. Gli ultimo ghepardi sono ridotti a 7.000 individui, e gli ultimi orangutan sono solo 5.000.

Il rapporto indica che “il 50% del numero di individui animali che hanno condiviso la Terra con noi sono già estinti, come lo sono altri miliardi di popolazioni”,così scrivono Ceballos ei suoi colleghi.

“Mentre la biosfera sta attraversando in massa l’estinzione delle specie, è anche devastata da un’ondata molto più seria e rapida di declini e di estinzioni della popolazione. I ricercatori, ci dicono che stiamo sostanzialmente uccidendo la fauna selvatica perché stiamo distruggendo il loro habitat, inquinando e cambiando il clima. Tuttavia, ciò che forse è il fattore più importante secondo i ricercatori è la “sovrappopolazione umana e la loro crescita continua”.

Inoltre aggiungono nella relazione, che si basava su un’analisi di circa 28.000 mammiferi, rettili e anfibi, “L’annientamento biologico risultante ovviamente avrà anche gravi conseguenze ecologiche, economiche e sociali” e che “l’umanità pagherà infine un prezzo molto elevato Per la decimazione dell’unico insieme di vita che conosciamo nell’universo”.

E ancora, tuttavia, “Il forte focus tra gli scienziati sulle estinzioni delle specie, trasmette un’impressione comune che il biota della Terra non sia drammaticamente minacciato o sta appena entrando lentamente in un episodio di perdita di biodiversità che non deve generare preoccupazione profonda”.

“Quindi, ci potrebbe essere tempo sufficiente per affrontare il decadimento della biodiversità in seguito, o sviluppare tecnologie per la “de extinction” – la possibilità che quest’ultima sia una mini interpretazione è particolarmente pericolosa”.

Gli esperti hanno concluso che oggi “le estinzioni della popolazione sono nell’ordine di grandezza più frequenti che delle estinzioni delle altre specie. L’estinzione delle popolazioni, tuttavia, è un preludio alle estinzioni delle specie, per cui il sesto episodio di estinzione di massa è andato più avanti rispetto al passato. La perdita massiccia delle popolazioni sta già danneggiando gli ecosistemi dei servizi forniti alla civiltà. Considerando questo aggressivo attacco alle fondamenta della civiltà umana, non bisogna mai dimenticare che la capacità della Terra di sostenere la vita, compresa la vita umana, è stata modellata dalla vita stessa”.

Fonte: PNAS

https://www.ancient-code.com/

Traduzione e adattamento: NinGish.Zid.Da