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3,8 miliardi di anni fa

La saliva di Tiamat

IL SEME DELLA VITA

Di tutti i misteri con cui si confronta l’Umanità alla ricerca della conoscenza, il più grande è, senza dubbio, il mistero chiamato “Vita”.

La teoria evoluzionistica spiega come si è evoluta la vita sulla terra, dalle prime forme unicellulari fino all’Homo sapiens. Ma non spiega come ebbe inizio. Oltre alla domanda”siamo soli nell’universo?”

Secondo i Sumeri la vita venne introdotta nel sistema solare da Nibiru che donò <<il seme della Vita>> alla Terra nel corso della Battaglia celeste con Tiamat.

Da tempo la scienza moderna è giunta alle stesse conclusioni. Per immaginare la nascita della vita primitiva gli scienziati dovevano determinare o, almeno, ipotizzare le condizioni sulla terra primordiale.

Aveva acqua? Aveva un’atmosfera? E c’erano già i mattoni della vita: combinazioni molecolari di idrogeno, carbone, ossigeno, nitrogeno, zolfo e fosforo? L’aria secca era composta al 79% di nitrogeno (N2), al 20% di ossigeno (02) e all’1% di argo (Ar), più tracce di altri elementi (oltre all’aria secca, l’atmosfera contiene vapor acqueo).

Questo non riflette la relativa abbondanza di elementi nell’universo, dove l’idrogeno (87%) e l’elio (12%) compongono il 99% di tutti gli elementi. Perciò, fra le altre ragioni, si ritiene che l’attuale atmosfera terrestre non sia quella originaria del pianeta.

Sia l’idrogeno che l’elio sono estremamente volatili e la loro ridotta presenza nell’atmosfera, nonché la scarsità di gas “nobili”, come il neon, l’argo, il cripton e lo xeno (in relazione alla loro abbondanza nel cosmo), ha suggerito agli scienziati che la terra abbia vissuto un “episodio termico” più di 3,8 miliardi di anni fa – un evento con il quale noi tutti abbiamo una certa familiarità. 

In linea di massima gli scienziati ritengono che l’atmosfera si ricostituì inizialmente con i gas fuoriusciti dalle convulsioni vulcaniche della terra ferita. Quando le nubi formatesi a seguito di queste eruzioni offuscarono la terra, formando una sorta di scudo, e l’atmosfera iniziò a raffreddarsi, il vapore acqueo si condensò e ricadde sulla Terra sotto forma di piogge torrenziali.

L’ossidazione di rocce e di minerali fornì la prima riserva di grandi quantità di ossigeno sulla Terra; la vita vegetale poi apportò all’atmosfera altro ossigeno e anidride carbonica (CO2) e, grazie all’aiuto di bacteri, ebbe così inizio il ciclo di nitrogeno.

E’ interessante notare che anche in questa circostanza i testi antichi resistono magnificamente allo scrutinio della scienza contemporanea.

La quinta tavoletta dell’Enuma Elish, pur se molto danneggiata, paragona a saliva la lava che sgorgava da Riamat e fa risalire l’attività vulcanica a un periodo antecedente alla fomazione stessa di atmosfera, oceani e continenti. La <<saliva>> dice il testo, <<giaceva in strati>> man mano che fuoriusciva.

Vengono descritte le fasi <<di freddo>> e <<dell’assemblaggio delle nubi di acqua>>; quindi si sollevavano le <<fondamenta>> della Terra e si riunirono gli oceani – proprio come affermano i versetti della genesi. Fu solo a seguito di questi eventi che la vita fece la propria comparsa sulla terra: erba verde sui continenti e vita animale nelle acque.

Ma le cellule viventi, anche le più semplici, non sono composte di singoli elementi chimici, bensì da molecole complesse di diversi composti organici. Come si sono formate? poiché molti di questi composti sono stati trovati anche in altri punti del sistema solare, si è pensato che si siano composti naturalmente, con il trascorrere del tempo, molto tempo. 

Nel 1953 due scienziati dell’Università di Chicago, Harold Uery e Stanley Miller, eseguirono quello che venne definito <<un esperimento sbalorditivo>>. In un recipiente a pressione mescolarono semplici molecole organiche di metano, ammoniaca, idrogeno e vapor acqueo, dissolvendo poi la mistura in acqua per simulare il brodo primordiale e sottoposero la mistura a scintille elettriche, così da riprodurre i fulmini primordiali.

L’esperimento produsse diversi aminoacidi e idrossidi-acidi, i mattoni delle proteine, essenziali per costituire la materia vivente. Altri ricercatori, in seguito, hanno sottoposto misture simili a luce ultravioletta, a radiazioni ionizzanti, o al calore, per simulare l’effetto dei raggi del Sole, e hanno ripetuto l’esperimento anche nell’atmosfera primitiva e sul brodo primordiale, ottenendo gli stessi risultati.

Ma una cosa era dimostrare che la natura stessa era in grado, in certe condizioni, di creare i mattoni della vita, anche complessi composti organici; un’altra era soffiare la vita in questi composti, che restavano inerti nelle camere di compressione. Per “vita” si intende la capacità di assorbire nutrienti (di qualsiasi natura) e di replicarsi, non solo di “esistere”.

Anche la narrazione biblica della creazione riconosce che, quando l’essere più complesso sulla Terra, l’uomo, venne plasmato con l’argilla, fu comunque necessario l’intervento divino per “soffiargli lo spirito di vita”. Senza di quello sarebbe stato inanimato, infatti, non era ancora “vivente”.

Negli anni Settanta e Ottanta la biochimica ha svelato molti dei segreti della vita. Sono state esplorate le parti più recondite delle cellule, è stato scoperto il codice genetico che governa la replicazione, e sono state sintetizzate molte delle complesse componenti degli esseri unicellulari o le singole cellule di organismi più evoluti.

Seguendo la ricerca Stanley Miller, Università della California, san Diego, commentò che <<abbiamo imparato a fare composti organici da elementi inorganici; il passo successivo è imparare come essi si organizzano in una cellula replicante>>.

Il brodo primordiale presuppone la presenza, nell’oceano, di una moltitudine di queste prime molecole organiche che cozzano l’una contro l’altra sulla scia di onde, correnti o cambi di temperatura e, infine, attraendosi, dando così forma ai gruppi dei quali si sono sviluppati, infine, i polimeri, molecole disposte a catena che compongono la materia vivente.

Ma cos’è che ha dato a queste cellule la memoria genetica per sapere, non solo come combinarsi, ma anche come replicare e far crescere, infine, dei corpi? La necessità di coinvolgere il codice genetico nella transizione della materia organica inanimata a una animata ha condotto all’ipotesi della vita dall’argilla

Il lancio di questa teoria è attribuito all’annuncio, compiuto nell’aprile del 1985, da ricercatori dell’Ames Research Center, un centro della NASA a Montainview, California. In realtà, però, l’idea che l’argilla sulle spiagge di mari antichi avesse giocato un ruolo importante nell’origine della Vita sulla terra venne divulgata nel corso della Pacific Conference on Chemistry nell’ottobre del 1977.

James A. Lowless, che dirigeva un’equipe di ricercatori all’Ames, illustrò di esperimeti nei quali, semplici aminoacidi (i mattoni chimici delle proteine) e nucleoridi (i mattoni chimici dei geni), iniziarono a formarsi in catene, non appena furono depositati su argille che contenevano tracce di metalli, come zinco o nickel, e dove poi si seccarono.

I ricercatori fecero una scoperta interessante: tracce di nickel restavano solo sui venti tipi di aminoacidi comuni a tutta la materia vivente sulla terra, mentre le tracce di zinco aiutavano a legare i nucleotidi, il che dava un composto analogo”all’enzima cruciale” (chiamato DNA polimerasi) che tiene insieme i pezzi di materiale genetico in tutte le cellule viventi.

Nel 1985 gli scienziati dell’Amer Research Center hanno riferito di notevoli progressi compiuti nella comprensione del ruolo dell’argilla nei processi che avevano portato la vita sulla Terra. Scoprirono infatti che l’argilla ha due proprietà essenziali: la capacità di immagazzinare e di trasformare l’energia.

Nelle condizioni primordiali questa energia avrebbe potuto provenire, fra lew altre possibili fonti, dal decadimento radioattivo. Usando l’energia immagazzinata, l’argilla avrebbe potuto fungere da laboratorio chimico dove le materie prime organiche venivano trasformate in molecole più complesse.

Prima parte del capitolo settimo “IL SEME DELLA VITA” dal libro “L’Altra Genesi” 

Seguirà prossimamente la seconda parte

Nin.Gish.Zid.Da 

 

Tiamat: La Roccia della Genesi

Si ritiene che le rocce della Luna abbiano circa 4,25 miliardi di anni; particelle di suolo hanno fornito una datazione ancora più antica: 4,6 miliardi di anni. La Luna, come concordano tutti i circa 1500 scienziati che hanno studiato le rocce e i campioni di suolo, è nata nello stesso periodo in cui si è formato il Sistema Solare.

Ma poi, circa 4 miliardi di anni fa, si è verificato un evento catastrofico. Nel suo articolo Cratering in the Solar System, pubblicato nelle pagine dello “Scientific American” (gennaio 1977), William Hartman ha riportato che “diversi analisti delle missioni Apollo hanno scoperto che l’età di molti campioni di rocce lunari non va oltre i 4 miliardi di anni; esistono ben poche rocce di età più antica”.

Le rocce e i campioni di suolo, che contenevano il vetro formatosi a seguito di impatti violenti, hanno 3,9 miliardi di anni. “Sappiamo che un cataclisma di grande portata, un intenso bombardamento, ha distrutto le rocce più anriche e la superficie dei pianeti”, ha affermato Gerald J. Wasserburg della Caltech, alla vigilia dell’ultima missione Apollo.

Restava allora la domanda: cosa è successo fra la nascita della Luna, (circa 4,6 miliardi di anni fa) e i 4 miliardi di anni fa, data della catastrofe? Ecco dunque che la roccia scoperta dall’astronauta David Scott e ribattezzata “Roccia della Genesi” non risaliva al periodo di formazione della Luna. Bensì al periodo della catastrofe che la colpì circa 600 milioni di anni dopo. Il nome resta comunque appropriato.

Infatti la narrazione della Genesi non è quella della nascita del Sistema Solare, bensì della Battaglia Celeste di Nibiru/Marduk con Tiamat (la Terra dei primordi), avvenuta proprio 4 miliardi di anni fa.

Non soddisfatti dalle diverse teorie sull’origine della Luna, alcuni hanno cercato di selezionare le migliori in base a determinati criteri. Una “Tavola della Verità”, preparata da Michael J. Drake del Lunar and Planetary Laboratory dell’University of Arizona, metteva in pole position la teoria della formazione contemporanea.

I risultati delle analisi di Johpn A. Wood soddisfacevano tutti i criteri tranne quello del momento angolare e della fusione della Luna, ma in linea di massima restava la migliore. Il consenso attualmente è ancora focalizzato sulle teorie della formazione contemporanea, pur se alcuni elementi sono stati presi a prestito dalle teorie del gigantesco impatto e della fusione.

Stando alle teorie presentate alla conferenza del 1984 da A.P. Boss del Canergie Institute e da S.J. Peale dell’Università della California, la Luna viene realmente considerata come “figlia” della terra, costituita della stessa materia primordiale; tuttavia la nube primordiale entro la quale si verificò la formazione contemporanea fui soggetta a bombardamenti da parte di planetisimali che, disintegrarono la Luna in formazione e, in altri casi, aggiunsero nuova materia alla massa (vedi immagine sotto)

Proto Luna
Il risultato sarebbe stato una Luna di dimensioni ancora maggiori che avrebbe attratto e inglobato altri corpi celesti più piccoli che si stavano formando all’interno dell’anello intorno alla terra: una Luna simile, seppur diversa dal nostro pianeta.
 
Dopo essere passata da una teoria all’altra, la scienza ora accetta quale teoria per l’origine della Luna lo stesso processo che ha dato ai pianeti esterni i sistemi a più satelliti. Resta ancora da spiegare come mai, una Terra troppo piccola, si è ritrovata con una Luna troppo grande. Per trovare la risposta, dobbiamo ritornare alla cosmogonia sumera. Il primo aiuto che si offre è l’affermazione che la Luna non è nata come satellite della Terra, bensì di Tiamat, un pianeta di dimensioni maggiori.
 
Poi – millenni prima che la civiltà occidentale scoprisse i satelliti che ruotano intorno a Giove, Saturno, Urano e Nettuno – i Sumeri già attribuivano a Tiamat una schiera di satelliti, “undici in tutto”. Collocavano Tiamat proprio dietro Marte, il che farebbe di lei un pianeta esterno, che acquisì la “schiera celeste” degli altri pianeti esterni.
 
Quando paragoniamo le più recenti teorie con la cosmogonia sumera, scopriamo non solo che gli scienziati contemporanei sono giunti alle stesse conclusioni che facevano parte delle conoscenze scientifiche sumere, ma che hanno persino usato una terminologia molto simile.
 
Proprio come hanno affermato le ultime teorie, la cosmogonia sumera descrive un Sistema Solare giovane e instabile, dove planetesimali e forze gravitazionali emergenti disturbano l’equilibrio planetario e, a volte, fanno crescere a dismisura i satelliti.
 

Ne Il Pianeta degli dèi Zecharia Sitchin ha descritto così le condizioni celesti: “Terminata la grande rappresentazione della nascita dei pianeti, gli autori della creazione alzano il sipario sul secondo atto, quello che mette in scena i tumulti celesti. La nuova famiglia di pianeti era tutt’altro che tranquilla: ognuno gravitava verso l’altro e tutti convergevano verso Tiamat, disturbando e mettendo in pericolo i corpi primordiali”. Nelle parole poetiche dell’Enuma Elish leggiamo:

I divini fratelli si coalizzavano;
disturbavano Tiamat andando avanti e indietro.
Turbavano il “ventre” di Tiamat
coi loro strani movimenti nelle dimore del cielo.
Apsu non riusciva a frenare mil loro clamore;
Tiamat era ammutolita dal loro comportamento.
Essi compivano atti detestabili
e si comportavano in maniera odiosa.

“Siamo qui in presenza di evidenti riferimenti a orbite erratiche”, così aveva scritto ZS ne Il Pianeta degli dèi. I nuovi pianeti “andavano avanti e indietro”; si avvicinavano troppo l’uno all’altro (“si coalizzarono”); interferivano con l’orbita di Tiamat e si accostavano troppo al suo “ventre”; i loro modi erano “odiosi”; la loro spinta gravitazionale era “arrogante”, eccessiva, non teneva in considerazione le orbite degli altri.

Avendo abbandonato le prime idee di un sistema solare che si stava raffreddando lentamente e che gradualmente si condensava dalla nube primordiale, l’attenzione degli studiosi si focalizzò nella direzione opposta.

“Dal momento in cui computer più sofisticati consentono di simulare il comportamento dei pianeti per un periodo di tempo prolungato” scrisse Richard A. Kerr sulle pagine di “Science” (Research News, 14 aprile 1989), “ovunque emerge il caos”. E citò gli studi di Gerald J. Sussman e Jack Wisdom del Massachusetts Institute Technology che erano riusciti ad andare a ritroso nel tempo, scoprendo che “molte orbite fra Urano e Nettuno erano diventate caotiche e che anche il comportamento orbitale di Plutone era caotico e imprevedibile”. J. Laskar del Bureau des Longitudes di Parigi scoprì il caos in tutto il sistema solare “ma in particolare fra i pianeti interni incluso la terra”.

George Wetherill, aggiornando i suoi calcoli della collisione multipla di circa 500 pianetesimali (“Science”, 17 maggio 1985), descrisse il processo nella zona dei pianeti terrestri come l’accrezione di numerosi “fratelli e sorelle” entrati in collisione per formare “pianeti temporanei”. Il processo di accrezione (“schiantarsi l’uno contro l’altro, spezzarsi e catturare materia dagli altri, fino quando alcuni sono cresciuti fino al pinto di diventare pianeti rocciosi), fu “una vera e propria battaglia regale” che durò per i primi 100 milioni di anni del sistema solare.

Le parole dell’eminente studioso sono straordinariamente simili a quelle dell’Enuma Elish. Parla di “molti fratelli e sorelle” che vagano, che entrano in collisione, che disturbano le orbite degli altri, mettendone a repentaglio la stessa esistenza. I tempi antichi parlano di “fratelli divini” che”disturbano”, “infastidivano” e “andavano avanti e indietro” nei cieli, proprio nella zona in cui si trovava Tiamat, vicino al suo “ventre”. Wetherill usò l’espressione “battaglia regale” per descrivere il conflitto tra “fratelli e sorelle”.

La narrativa sumera usa la stessa parola “battaglia” per descrivere ciò che avvenne e ha immortalato gli eventi della Genesi nella Battaglia Celeste.

Ancora oggi suscitano perplessità le dimensioni sproporzionate della Luna rispetto alla Terra, ma, a dire il vero, le nutrivano anche gli autori dell’Enuma Elish. (epica della creazione sumera). Dettero voce agli altri pianeti che, preoccupati, osservavano le dimensioni crescenti e la massa di Kingu.

Essa esaltò Kingu, 

il primogenito fra i suoi dèi

in mezzo a loro lo rese grande,

l’alto comando della battaglia

mise nelle sue mani, 

così da imbracciare le armi per lo scontro,

così da essere il capo della battaglia,

la battaglia per la supremazia lei affidò nelle sue mani.

Lo aveva fatto entrare nella sua schiera.

E così gli disse: “Per te ho compiuto un sortilegio”.

“Ti ho fatto grande nell’assemblea degli dèi.

Invero tu sei il Supremo. 

Secondo questa cosmogonia, a causa delle perturbazioni e delle condizioni caotiche presenti nel sistema solare, una delle undici lune di Tiamat crebbe fono a raggiungere dimensioni insolite. Purtroppo dai testi antichi non è chiaro quali conseguenze ebbe la creazione di questa luna così grande; i versi enigmatici, dove alcune delle parole sono state fatte oggetto di diverse interpretazioni e traduzioni, sembrano dire che “esaltando” Kingu, “fece placare il fuoco” (secondo E.A. Speiser) o “acquietare il dio del fuoco” (secondo A. Heidel) e umiliare “l’arma del potere ce è così potente nel suo movimento” – un probabile riferimento alla spinta gravitazionale che perturbava.

Qualunque sia stato l’effetto calmante di Kingu su Tiamat e sulla sua schiera, risultò comunque deleterio per gli altri pianeti; fu particolarmente destabilizzante l’azione di elevare Kingu allo stato di pianeta. Era stato dunque questo peccato di Tiamat  a mandare su tutte le furie gli altri pianeti, tanto da invocare Nibiru/Marduk affinché mettesse fine a Tiamat e al suo consorte presuntuoso?

Nella Battaglia Celeste che seguì, Tiamat venne divisa in due: una metà venne ridotta in frammenti (braccialetto martellato – fascia degli asteroidi?), l’altra metà, accompagnata da Kingu, venne scagliata in un’altra orbita (oltre Marte dove prima dimorava) e, sarebbe diventata la terra con la sua Luna. La sequenza degli eventi si conforma ai punti salienti delle varie teorie moderne su origine, evoluzione e destino finale della Luna.

Anche se restano enigmatiche la natura “dell’arma del potere che è così potente nel suo movimento” o quella del “dio del fuoco” che ha fatto crescere in maniera sproporzionata Kingu, resta comunque chiara la sorpresa per le insolite dimensioni della Luna (in proporzione a tiamat).

La descrizione è molto minuziosa. Ed è da sottolineare il fatto che non è la cosmogonia sumera a supportare la moderna scienza, bensì la scienza moderna a corroborare le conoscenze degli antichi.

Dalle mie letture:“L’altra Genesi”

http://ningizhzidda.blogspot.it