Crea sito

La “Fine dei Giorni”

IL PASSATO E’ IL NOSTRO FUTURO
(seconda parte)

Di interesse specifico in merito al problema della Fine dei Giorni e del ritorno è l’affermazione attribuita allo stesso Mosè, e rivolta a Dio: << Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato>> (Salmo 90,04). Questa affermazione ha dato origine all’ipotesi (che nacque subito dopo la distruzione del tempio a opera dei Romani) che si trattava di un modo per immaginare l’elusiva Fine dei Giorni messianica: se la Creazione, “l’Inizio”, stando alla Genesi impegnò Dio per sei giorni e un giorno divino dura mille anni, il risultato sono 6000 anni dall’Inizio alla Fine. La Fine di Giorni, perciò, è stata collocata nell’Anno Mundi 6.000.

Applicato al calendario di Nippur che iniziava nel 3760 a.C., significa che la Fine dei Giorni (6000 – 3760 = 2240) ci sarà nel 2240 d.C. Questa terza data per la Fine di Giorni può essere confortante o, al contrario, deludere, dipende dalle aspettative. La bellezza di questo calcolo è che è in perfetta armonia con il sistema sessagesimale sumero. Potrebbe anche dimostrarsi corretto in futuro, ma non credo: di nuovo ci troviamo di fronte a un calcolo lineare – mentre l’unità di tempo utilizzata per le profezie è ciclica.

Se nessuna delle date “moderne” funziona, allora dobbiamo riprendere in esame le vecchie “formule” – fare ciò che è stato detto in Isaia: <<guardare i segni a ritroso>>. Abbiamo allora due scelte cicliche: il Tempo Divino, il periodo orbitale di Nibiru, e il Tempo Celeste, la precessione zodiacale. Quale dei due?

Che gli Anunnaki vennero e se ne andarono durante una “finestra” allorché Nibiru arrivò al perigeo (il punto più vicino al sole e quindi anche più vicino alla terra e alla Luna) è talmente ovvio che alcuni dei lettori dei libri di ZS sottraevano semplicemente 3600 da 4000 (data approssimativa dell’ultima visita di Anu sulla terra), il che dava come risultato il 400 a.C.; oppure sottraevano il 3600 dal 3760 (quando ebbe inizio il calendario di Nippur) – come fecero i Maccabei – ottenendo il 160 a.C.

In realtà, come sa ora il lettore (dalle cronache scritte dei libri di ZS), Nibiru arrivò ben prima, nel 560 a.C., circa. Se consideriamo questa “digressione” bisogna tenere in mente che il SAR perfetto (3600) è sempre stato un periodo orbitale matematico, perché le orbite celesti – di pianeti, comete, asteroidi – divergono da un’orbita all’altra a causa dell’attrazione gravitazionale che esercitano i pianeti accanto ai quali passano.

Se prendiamo come esempio la ben nota cometa di Halley, il suo periodo orbitale di 75 anni in realtà fluttua tra i 74 e i 76 anni; quando è comparsa nel 1986, erano trascorsi 76 anni dal suo ultimo passaggio. Se riportiamo lo scarto della cometa di Halley ai 3600 anni di Nibiru, avremo una variante di circa 50 anni. E abbiamo un’altra ragione per chiederci perché mai Nibiru abbia avuto uno scarto così consistente dal SAR previsto: il Diluvio del 10900 a.C. circa.

Nei 120 SAR prima del Diluvio Nibiru orbitò senza causare questa catastrofe. Poi accade qualcosa di anomalo che portò Nibiru più vicino alla terra, il che, unito slittamento della calotta di ghiaccio che copriva l’Antartide, causò di fatto il Diluvio. In cosa consisteva quella anomalia? La risposta può trovarsi nei recessi del nostro Sistema Solare, laddove orbitano Urano e Nettuno – pianeti le cui numerose lune includono alcune che, inspiegabilmente, orbitano in direzione opposta (“retrograda”) – esattamente come Nibiru.

Uno dei grandi misteri del nostro Sistema Solare è il fatto che il pianeta Urano è letteralmente coricato sul fianco: il suo asse nord-sud si trova in posizione orizzontale difronte al Sole (anziché in posizione verticale). Gli scienziati della NASA sostengono che”qualcosa”, molto tempo fa, ha dato uno “spintone” a Urano, ma non provano nemmeno a ipotizzare cosa fu quel “qualcosa”.

Potrebbe essere quel “qualcosa” la misteriosa cicatrice “semi-rettangolare” di una delle Lune di Saturno? Questo solco inspiegabile si trova su Miranda (una delle lune di Saturno), quando nel 1986 il Voyager 2 la scoprì (vedi immagine a lato) – una luna che, sotto molti punti di vista, è diversa dalle altre lune di Urano. Una collisione celeste con Nibiru e con le sue lune avrebbe potuto causare queste anomalie?

Negli ultimi anni gli astronomi hanno appurato che i pianeti esterni più grandi non sono rimasti nella posizione in cui si erano formati, ma si sono spostati verso il margine esterno del Sistema Solare, allontanandosi dal Sole stesso. 

Gli studi sono giunti alla conclusione che questo allontanamento è stato più pronunciato nel caso di Urano e Nettuno (vedi figura a lato) e ciò può spiegare perché lì nulla è accaduto per molte orbite di Nibiru. Si può ipotizzare con una certa ragionevolezza che, durante l’orbita “del Diluvio”, Nibiru incontrò urano che si stava allontanando e che, una delle lune colpì Urano, facendolo coricare; potrebbe anche darsi che “l’arma” sia stata l’enigmatica luna Miranda – una luna di Nibiru – che dopo aver colpito Urano, è stata catturata dalla sua orbita. 

Questo evento avrebbe avuto delle conseguenze sull’orbita di Nibiru, rallentandola a circa 3450 anni terrestri, anziché i normali 3600 anni, causando, quindi, una ricomparsa postdiluviana con schema 7450, 4000 e 550 a.C.

Se ciò è quanto accadde realmente, spiegherebbe il “precoce” arrivo di Nibiru nel 556 a.C. e ci fa pensare che il suo prossimo arrivo sarà nel 2900 d.C. Manca ancora tempo, dunque, per coloro che associano gli eventi cataclismi-ci profetizzati al ritorno di Nibiru (per alcuni si tratta del “Pianeta X“).

Ma è comunque errata l’ipotesi che gli Anunnaki limitarono il proprio andirivieni a una singola breve “finestra” al perigeo del pianeta. Infatti hanno continuato a viaggiare anche in altri periodi. I testi antichi riportano numerosi viaggi degli dèi, senza alcuna indicazione relativa alla prossimità del pianeta.

Esiste anche una serie di storie di viaggi tra la Terra e Nibiru, compiuti da terrestri che omettono qualsiasi relazione relativa alla presenza di Nibiru nei cieli ( se ne parla, invece, quando Anu visitò la Terra nel 4000 a.C. circa). In un caso Adapa, figlio di Enki e di una donna Terrestre, al quale venne data la Sapienza, ma non l’immortalità, compì una breve visita su Nibiru, accompagnato dagli dèi Damuzi e Ningishzidda. Anche Enoch, emulando l’Enmeduranki sumero, compì due viaggi mentre era ancora sulla Terra.

Questo era possibile in almeno due modi, (come da figura sopra), uno per mezzo di una navicella spaziale che accelerava  nella fase di arrivo di Nibiru (dal punto A), che arrivava ben prima del perigeo; l’altro per mezzo di una navicella spaziale che decelera (al punto B) durante la fase di allontanamento di Nibiru, tornando verso il Sole (e, quindi verso la terra e Marte).

Una breve visita sulla Terra, come quella di Anu, poteva verificarsi, combinando “A” per l’arrivo e “B” per la partenza; una breve visita su Nibiru (come quella di Adapa) si poteva verificare usando la procedura inversa – lasciando la terra per intercettare Nibiru nel punto “A” e partendo da Nibiru nel punto “B” per il ritorno sulla Terra, e così via. Quindi il ritorno degli Anunnaki è possibile anche in un periodo diverso da quello del ritorno del pianeta e, in questo caso, abbiamo bisogno dell’altro tempo ciclico: quello zodiacale.

Zecharia Sitchin, nel suo libro “Gli Architetti del Tempo” lo ha chiamato tempo Celeste, che non avanza nella stessa direzione del Tempo Terrestre (il ciclo orbitale del nostro pianeta) e del Tempo Divino (l’orologio del Pianeta degli Anunnaki), al contrario, avanza in direzione opposta, in senso orario. Se l’atteso Ritorno sarà degli Anunnaki e non del loro pianeta, allora dobbiamo cercare la soluzione agli enigmi di uomini e dèi attraverso l’orologio che li ha uniti – lo zodiaco ciclico del Tempo Celeste.

Gli Anunnaki lo inventarono proprio per riconciliare i due cicli; la loro proporzione – 3600 per Nibiru, 2160 per un’era zodiacale – corrispondeva alla proporzione aurea  di 10 : 6. Come ipotizzava l’autore, risultava nel sistema sessagesimale sul quale si fondano astronomia e matematica dei Sumeri (6 x 10 x 6 x 10 ecc.)

Beroso riteneva  che le ere zodiacali fossero punti di svolta negli affari di uomini e dèi sostenendo che il mondo va periodicamente soggetto a catastrofi apocalittiche causate da acqua e da fuoco, la cui comparsa è determinata da fenomeni celesti. Come Manetone, suo omologo in Egitto, anche Beroso divideva storia e preistoria in fasi divine, semidivine e post-divine con un totale di 2.160.000 anni della “durata di questo mondo”. Questo – nemmeno a dirlo – è esattamente mille ere zodiacali: un millennio.

Gli studiosi che esaminano le antiche tavolette di argilla che trattano di matematica e astronomia restano sorpresi nello scoprire che le tavolette partivano dal numero 1296000 – sì, proprio 12.960.000. Sono giunti alla conclusione che questo numero si poteva collegare solo alle ere zodiacali di 2.160, i cui multipli danno 12.960 (se 2.160 x 6) o 129.600 (se 2.160 x60) o 1.296.000 (se moltiplicato per 600); e – meraviglia delle meraviglie – il numero con cui iniziano queste liste antiche, il 12.960.000, è un multiplo di 2.160, cioè 2.160 moltiplicato per 6.000-come i sei giorni divini della creazione.

All’inizio di ogni nuova era si verificava un evento di grande portata; l’Era del Toro segnalò il dono della civiltà al genere umano. L’Era dell’Ariete venne introdotta dall’olocausto nucleare e terminò con la partenza degli dèi. L’Era dei Pesci arrivò la distruzione del Tempio e con l’avvento della cristianità.

Non dovremo forse chiederci se la Fine dei Giorni delle profezie non sia in realtà la fine dell’era zodiacale?

L’espressione usta da Daniele <<tempo, tempi e la metà di un tempo>> era forse una terminologia che faceva riferimento alle ere zodiacali? La possibilità è stata vagliata da Sir Isaac Newron. Meglio noto per la sua formulazione delle leggi naturali che regolano i moti celesti, l’eminente studioso si interessava anche di religione, e scrisse trattati approfonditi sulla Bibbia e sulle profezie bibliche. Lui considerava i moti celesti come “la meccanica di Dio” e credeva fermamente che le scoperte scientifiche, iniziate con Galileo e Copernico e che lui portò avanti, erano destinate a essere fatte esattamente nel momento in cui ciò accadeva: non prima e non dopo. Questa convinzione gli fece prestare particolare attenzione alla “matematica di Daniele” – La Fine dei Giorni. 

Tratto dal Libro “Il Giorno degli Dei” p.305-306-307-308-309310-311

Leggi QUI la Prima parte

IL PASSATO E’ IL NOSTRO FUTURO

Sembra che le profezie non parlino di tempo lineare – anno uno, anno due, anno novecento ecc. – bensì di una ripetizione ciclica degli eventi, la credenza fondamentale che “le prime cose saranno le ultime”; ossia qualcosa che può accadere solo quando la storia e il tempo storico si muovono in circolo, dove il punto di inizio è il punto finale, e viceversa.

Inerente a questo ciclo della storia è il concetto di un Dio quale entità divina eterna, presente dall’Inizio, quando furono creati Cielo e terra, e che ci sarà anche alla Fine dei Giorni, quando il suo regno verrà rinnovato nel Suo monte sacro E’ espresso ripetutamente sin dalle prime parole della Bibbia fino a quelle degli ultimi profeti, ad esempio quando Dio annunciò tramite Isaia (41, 4; 44, 6; 48, 12):

Sono io, io solo, il primo e anche l’ultimo (…)
Io dal principio annuncio la fine
e, molto prima, quando non è stato ancora compiuto.
(Isaia 48, 12; 46, 10)

E altrettanto nell’Apocalisse del Nuovo testamento: 

Io sono l’Alfa e l’Omega.
l’Inizio e la Fine,
dice il Signore, Dio.
Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.
(Apocalisse 1, 8)

A dire il vero la base della profezia era la credenza che la Fine fosse ancorata all’Inizio, che il Futuro potesse essere previsto perché si conosceva il Passato (se non lo conosceva l’uomo, lo conosceva di certo Dio): <<Io dal principio annuncio la fine e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto>>. 

Il profeta Zaccaria (1, 4; 7, 7; 7, 12), prevedeva i progetti di Dio per il futuro – gli Ultimi Giorniin termini del passato, i Primi Giorni.

Questa credenza, che viene riaffermata nei Salmi, nei Proverbi e nel Libro di Giobbe, era considerata come un piano divino universale per tutta la Terra e per le sue nazioni.

Il profeta Isaia, vedendo riunite le nazioni della terra per comprendere cosa era in serbo per loro, le descriveva dilaniate da queste domande: <<Vengano avanti e ci annunzino ciò che dovrà accadere. Narrate quali furono le cose passate, sicché noi possiamo riflettervi. Oppure fateci udire le cose future, così che possiamo sapere quello che verrà dopo>> (41, 22).

Che questo fosse un principio universale si evidenzia da una collezione di profezie assire, allorché il dio Nabu disse al re assiro Esarhanddon: <<Il futuro sarà come il passato>>. Questo elemento delle profezie bibliche del Ritorno ci fornisce la risposta alla domanda QUANDO? 

 Una rotazione ciclica del tempo storico era stata trovata in Mesoamerica, quale unine di due calendari (vedi immagine a lato), creando un ciclo di 52 anni, in occasione dei quali – dopo un numero non specificato di giri – Quetzalcoatl (ossia Thoth Ningishzidda) aveva promesso di tornare. E questo ci introduce alla cosiddette profezie maya, secondo le quali la Fine dei Giorni sarà nel 2012 d.C.

La prospettiva che la data profetizzata e cruciale sia asta a quel tempo di molto interesse, e merita spiegazioni e analisi. La presunta data nasce dal fatto che in quell’anno (a seconda di come lo si calcola) l’unità di tempo chiamata Baktum completerà il suo tredicesimo giro. Poiché un Baktum dura 144.000 giorni, si tratta di una sorta di pietra miliare.

In questo scenario bisogna però evidenziare alcuni errori, o ipotesi fallaci. Il primo è che Baktum non fa parte dei due calendari ciclici che si uniscono a formare il ciclo di 52 anni (Haab e Rzolkin), bensì è parte integrante di un terzo calendario, molto più antico, chiamato del Conto Lungo. Venne introdotto dagli Olmechi – Africani giunti in Mesopotamia quando Thoth venne esiliato dall’Egitto; il conto dei giorni iniziò proprio da quell’evento, così che il Giorno Uno del Conto Lungo – secondo gli studiosi – coincideva con l’agosto 3113 a.C. I glifi in quel calendario rappresentano le seguenti sequenze di unità:

1 Kim                                 = 1 giorno

1 Uinal          = 1 Kim x 20  = 20 giorni 

1 Tun           = 1 Kim x 360 = 60 giorni

1 Ka-tun      = 1 tun x 20    = 7.200 giorni

1 Bak-tun  = 1 Katun x 20   = 144.000 giorni

1 Pictun    = 1 Bak-tun x 20 = 2.880.000 giorni   

Queste unità, ciascuna il multiplo della precedente, proseguiva oltre il Baktun, con glifi sempre più grandi. Ma poiché i monumenti maya non andavano mai oltre i 12 Baktun, i cui 1.728.000 giorni andavano già oltre l’esistenza dei Maya, il 13° Baktun sembra una vera e propria pietra miliare.

Inoltre la tradizione maya affermava che l’attuale “Sole” – o Era – sarebbe terminato con il 13° Baktun, quindi dividendo il suo numero in giorni (144.000 x 13 = 1.872.000) per 365,25 abbiamo come risultato 5.125 anni; se sottraiamo il 3113 a.C., otteniamo il 2012 d.C.

E’ stata una predizione eccitante ma decisamente inquietante. Tuttavia la correttezza di questa data è stata messa in dubbio, già un secolo fa da studiosi (del calibro di Frirz Buck, El Calendario Maya en la Cultura de Tiahuanacu) che hanno evidenziato che, come indica la lista sopracitata, il moltiplicatore (e dio conseguenza divisore) dovrebbe essere 360, numero matematicamente perfetto del calendario, e non 365,25.

In questo modo, i 1.872.000 giorni danno 5.200 anni – un risultato perfetto, perché rappresenta esattamente 100 “cicli” del numero magico di Thoth, il 52. Calcolato in questo modo, l’anno magico del Ritorno di Thoth sarebbe  il 2087 d.C. (5200-3113= 2087).

Possiamo aspettare anche questa data; l’unico difetto è che il Conto Lungo è un tempo lineare e non ciclico, necessario affinché i suoi giorni possano fluire nel quattordicesimo Baktun, nel quindicesimo e così via.

Tutto ciò, comunque, non elimina il significato di un millennio profetico. Poiché la fonte del “millennio” in quanto tempo escatologico ha le sue origini negli scritti ebraici apocrifi del II° secolo a.C. la ricerca del significato deve andare in quella direzione. Infatti il riferimento a “,mille” – un millennio – per definire un’era affonda le radici nell’Antico Testamento. Il Deuteronomio (7, 9) attribuiva alla durata dell’alleanza di Dio con Israele un periodo di “mille generazioni” – affermazione questa ribadita (I Cronache 16, 15) allorché Davide portò a Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza. I Salmi hanno applicato ripetutamente il numero “mille” a Yahweh, ai suoi miracoli, e persino al suo carro (Salmo 68, 17). 

Il proseguo di questo articolo parlerà di Tempo Celeste, Tempo Divino e precessione di Ere zodiacali

Tratto dal Libro: “Il Giorno degli Dei” p: 302-303-304-305

http://ningizhzidda.blogspot.it/

una “rispettabilità” fasulla contro l’anticristo

IL NAZISMO TECNOCRATICO, ANCHE IN AMERICA,  HA LE ORE CONTATE 

Le persone più avvezze, in ogni angolo dell’Occidente, hanno oramai colto come funzioni il “nazismo tecnocratico” oggi dominante. I membri dell’establishment, da Hillary Clinton a Rubio, da Hollande a Sarcozy, per finire a gente come Draghi, Merkel, Schaeuble e Schulz, fanno tutti parte dello stesso occulto circuito di potere – di fatto antiumano e sanguinario – complice e direttamente responsabile di tutti i morti causati dalle guerre infami dichiarate negli ultimi venti anni con la scusa del terrorismo islamico e dei tanti suicidi provocati volontariamente dalla ottusa applicazione di ricette macroeconomiche improntate all’applicazione strumentale dell’austerity.

Le condotte indegne di questa declinante classe dirigente globale, malvagia quanto quella guidata negli anni ’30 dal fuhrer Hitler, verranno precisamente e inconfutabilmente dipinte nel libro il “Nazismo tecnocratico” di prossima uscita. E’ incoraggiante sapere però come il popolo abbia oramai aperto gli occhi. Gli outsider crescono, nonostante il battage mediatico tenti di screditare e ridicolizzare di continuo tutti i candidati che non siano diretta emanazione del “nazismo tecnocratico”.

Questo fenomeno è palese non solo in Paesi piccoli e periferici come la Grecia e il Portogallo, ma anche all’interno di Paesi ricchi e forti dal punto di vista geopolitico come Francia e Stati Uniti d’America. Negli States in particolare la corsa per la conquista della presidenza sta diventando davvero entusiasmante. Trump e Sanders hanno monopolizzato l’attenzione popolare dettando l’agenda della priorità.

Temi come la disuguaglianza economica, la plutocrazia, il lavoro e la globalizzazione vengono ora affrontati in termini realistici, rendendo marginali le discussioni che orbitano intorno a “conquiste cosmetiche” prima sbandierate come chissà quale grande successo. A cosa è servito eleggere un presidente nero, considerato il numero di morti di colore causati dall’utilizzo allegro delle armi da parte della polizia a stelle e strisce sotto la presidenza Obama? Parimenti, a cosa servirebbe adesso eleggere il primo presidente donna, comunque destinata poi sicuramente a servire gli interessi dei pescicani di Wall Street?

I biglietti verdi non conoscono razza né sesso. Paradossalmente, poi, sono proprio le categorie più svantaggiate ad essere facile preda di una triste “sindrome di Stoccolma”. La corsa di Hillary Clinton – demoniaca figura al centro di tutte le peggiori nefandezze consumate negli ultimi tempi – sarebbe già arrivata al capolinea senza il sostegno della comunità afro-americana e di quella ispanica. Questa circostanza sfata un luogo comune.

Non sono le “categorie che soffrono” quelle che votano in favore di candidati “alternativi” rispetto agli schemi imposti del “nazismo tecnocratico”. Anzi, è vero il contrario. I candidati peggiori, seguendo l’esempio di Achille Lauro (armatore napoletano che regalava alla plebe una scarpa prima del voto e le seconda a urne chiuse), comprano il sostegno proprio dei più deboli.

Gli elettori liberi dal bisogno e quelli che intendono conservare ad ogni costo una libertà di azione, di pensiero e di giudizio rivolgono semmai il proprio sguardo verso Bernie Sanders o, al limite, verso Donald Trump. Già, Donald Trump. Quest’ultimo dipinto dalla stampa corrotta e controllata dai nazisti tecnocratici come una specie di anticristo, fumo negli occhi per tutti gli alti papaveri ammantati di una “rispettabilità” fasulla grazie alla prostituzione intellettuale di giornalisti e commentatori a contratto.

Quale colpa porta Trump? Quella di avere detto la verità sui falsi attentati dell’undici settembre? Quella di avere detto che la Merkel è una specie di idiota? Quelle di avere auspicato la fine delle ostilità con la Russia di Putin? Oppure va condannato perché si è dichiarato pronto ad ascoltare in Medio Oriente anche le ragioni dei palestinesi e non solo quelle dei potenti israeliani? Sono queste le colpe di Trump? Ebbene, amici cari, queste non sono colpe ma medaglie sul petto. Le colpe vere – imperdonabili agli occhi di Dio e degli uomini – gravano sulla testa del clan Bush, spregiudicato fino al punto da creare falsi mostri come Bin Laden e Al Baghdadi; e aleggiano pure su quelli come Obama e Clinton, che, pur sapendo, tacciono per pavidità, complicità o interesse.

Una nuova era sta per aprirsi, ma per chiudere definitivamente la vecchia l’oblio non basta. Una volta raggiunte le vette del potere, i rappresentanti del mondo nuovo organizzino una nuova Norimberga, in grado di chiudere i conti con un passato finalmente bollato per l’eternità con il marchio della più ignobile infamia. Solo sradicando in profondità il nazismo tecnocratico non correremo il rischio di vederlo subito riemergere sotto mentite spoglie.

Francesco Maria Toscano

Fonte link diretto: http://www.ilmoralista.it/2016/03/09/il-nazismo-tecnocratico-anche-in-america-ha-le-ore-contate/

Nota:
Interessanti commenti e riflessioni da leggere all’interno del “link diretto” originale postato sopra. 

Popoli Naturali

I Popoli naturali rispettano gli animali e li considerano una preziosa guida

I Popoli naturali e il rapporto con gli animali
 

“Erroneamente si pensa che tutti i Popoli nativi siano carnivori e cacciatori, e questo può sembrare in contraddizione con il rispetto che questi popoli danno alle altre specie. In realtà non è così. Quei popoli che si sono mantenuti più coerenti alle tradizioni non si cibano di animali.”

Anche se il pianeta sembra pervaso da una mentalità dilagante che permette qualsiasi abominio sulle altre specie, in realtà esistono culture basate su principi di rispetto per il pianeta e per tutte le forme di vita.

Siamo abituati da molto tempo a vedere come il rapporto intimo tra l’uomo e il mistero che anima l’esistenza e che dà significato alla stessa presenza umana passi attraverso le varie forme di religioni che sono presenti da secoli sul pianeta. Tuttavia esistono altre culture che non dipendono dalle credenze religiose introdotte dai vari profeti e dalle loro specifiche rivelazioni. Ci riferiamo ai Popoli naturali, culture che si sono rapportate all’esistenza senza intermediari, lasciando che ogni individuo potesse liberamente riferirsi al mistero che dà vita e senso all’esistenza. Questi Popoli sono stati combattuti per secoli dalle grandi religioni storiche, nei loro confronti sono state compiute violenze di ogni genere e sono stati privati della loro dignità spirituale per essere forzatamente convertiti al fine di negare la loro realtà esperienziale. Oggi i Popoli naturali vengono riscoperti dalla Storia e fanno parlare di loro.

I Popoli naturali, per il loro carattere emblematico, rappresentano un caso storico. Sono spesso definiti anche popoli indigeni, popolazioni tribali o popoli nativi del pianeta. I Popoli naturali sono quelle culture che non hanno riferimento etico e spirituale nelle grandi religioni comparse nella Storia e nelle culture da esse promanate. Popoli che vivono e propongono un loro specifico modo di vivere e di rapportarsi alla vita.

In definitiva, il concetto di Popoli naturali comprende tutte quelle etnie che hanno sviluppato una cultura spirituale al di fuori del contesto delle grandi religioni storiche. Per fare un esempio, possiamo citare le culture dei Nativi americani, degli indios del Centro e del Sud America, degli Aborigeni australiani, dei nativi dell’Oceania, dei Nativi africani e asiatici, ma anche delle popolazioni celtiche del nord Europa. In pratica, sono i nativi di tutti i continenti, quelle culture esistenti su tutto il pianeta che mantengono intatto il loro rapporto con la Natura senza intermediari dogmatico-religiosi.

I Popoli naturali basano la loro socialità su un principio naturale di aggregazione pacifica degli individui, creando così una sinergia che è la risultante di un obiettivo comune dei singoli: la sopravvivenza individuale attraverso la forza del contributo collettivo.

Le forme sociali dei Popoli naturali hanno una naturale continuità e si trasmettono nel tempo per uno spontaneo utilizzo dell’aggregazione sociale, non contemplando concetti come il nazionalismo, ma al contrario aprendosi all’universalità offerta dal pianeta e dall’universo che sta al di là di esso.

L’amore che i Popoli naturali nutrono per il pianeta fa sì che essi si sentano parte dell’universo e della Terra quale dimensione ambientale in cui gli individui sono nati e cresciuti. Un’esperienza di amore e di rispetto per Madre Terra, che essa merita quale emanazione del mistero che ha dato vita al tutto.

Basando la loro esperienza di vita su tali presupposti filosofici, i Popoli naturali concepiscono di conseguenza la società come un naturale supporto per i bisogni e l’esperienza dell’individuo. Uno strumento sinergico che distribuisce le proprie potenzialità a seconda dei bisogni individuali e con il contributo collettivo al mantenimento di tale strumento.

Sulla base di questa visione filosofica, i Popoli naturali non concepiscono la loro società come un fattore elitario dell’uomo, una identità chiusa su se stessa, ma bensì come uno strumento che apre il suo utilizzo, secondo possibilità specifiche, verso una partecipazione all’ambiente insieme con tutte le altre forme di vita del pianeta.
 

Un pow wow, incontro intertribale dei Nativi americani. Spesso le loro danze sono ispirate all’impersonificazione di animali totemici

I Popoli naturali integrano l’ambiente in cui si sviluppa la loro società assecondando i propri bisogni, ma mantenendo il rispetto per la natura in tutte le sue manifestazioni, senza alterare i ritmi specifici del luogo di insediamento, ma adattandosi ad essi per trarre maggiore benessere dalle risorse offerte naturalmente e senza rovinare alcun ecosistema che in definitiva produca disordine ambientale e si ritorca contro la loro stessa società.


Il rapporto con l’ambiente nel suo significato globale

I Popoli naturali esprimono il rispetto per la vita e per la natura vivendo nella prospettiva della realtà del Mistero che anima l’universo e che accomuna tutti nella stessa esperienza e nella medesima sostanza esistenziale.

Questi popoli vivono nella concezione di un universo di cui l’uomo è parte integrante, una qualità esperienziale in transito, impegnato in un processo di trasmutazione che non esclude necessariamente le altre forme di vita. Un processo che riguarda tutta l’esistenza e che si è manifestato anche in questo angolo di universo.

Per i Popoli naturali, la Terra è vista come un ecosistema in cui è comparso l’uomo a fianco di altre specie, e da cui l’uomo stesso trae l’esperienza della sua evoluzione verso il Mistero, quel grande Mistero da cui è stato tratto nel momento della sua nascita. La Terra è vista poeticamente come una entità, madre di tutte le forme di vita del pianeta, nella concezione di appartenenza ad una unica famiglia planetaria che comprende tutte le creature viventi.

Da questa concezione nasce la necessità di un rapporto armonico, solidale e di reciprocità con l’ambiente. Ogni individuo si trova così ad interagire con l’ambiente e dalle esigenze individuali nascono atteggiamenti partecipativi all’interno dell’ecosistema.

La visione universalistica dei Popoli naturali porta alla nascita del rispetto e dell’amore per la vita in ogni sua forma, porta a dare pari dignità ad ogni razza e ogni specie, al riconoscimento della coscienza e dei sentimenti agli animali, alla solidarietà e alla pariteticità tra tutte le forme viventi della Terra e, eventualmente, del cosmo.

Nasce il rispetto per l’ambiente quale parte integrante di un ecosistema a cui appartiene anche l’uomo, il quale non può trarre risorse a suo beneficio e a scapito delle altre forme viventi e degli equilibri ambientali, con il rischio di esserne rigettato o di finire per trovarsi in un ambiente depauperato e ostile.

Scaturisce l’esigenza di non sprecare le risorse e danneggiare l’ambiente in nome delle generazioni a venire, in quanto appartengono anch’esse ad una globalità che supera il concetto di spazio e tempo. Si evidenzia il rispetto per l’ambiente visto come l’esistenza vissuta nel suo aspetto più sacro, quale manifestazione dell’immanenza del Mistero.

Ritroviamo qui il concetto e il simbolismo di Madre Terra, caro ai Popoli naturali di tutto il pianeta, come riferimento metafisico: il Mistero che si concretizza in uno stato di esistenza manifesto e in una fonte di benessere e di risorse energetiche e terapeutiche.

La Natura, intesa come stato di esistenza e tramite con il Mistero, diventa addirittura un riferimento mistico interiore. Per comprendere questo concetto occorre rifarci alla simbologia della caverna buia: una caverna con una unica fonte di luce rappresentata dai raggi solari che ne illuminano una porzione e indicano l’uscita, dove tutti gli uomini e le altre specie vivono e in cui tutti sono eguali e con le stesse potenzialità, resi diversi solamente dalla percezione del Mistero che li salda alla natura della realtà illuminata dal sole verso cui andare.

Questo è ciò che, secondo i Popoli naturali, può unire gli uomini e gli animali in una comune spiritualità, perfettamente condivisibile, che li affratella e li rende partecipi dell’armonia e forse del significato dell’esistenza.

La questione animale

I Popoli naturali considerano le altre forme di vita come coabitanti di un medesimo ambiente, non disgiunte dagli umani per via della differenza delle forme, e con facoltà pressoché equiparabili a quelle umane.

Non avviene la stessa cosa nella società maggioritaria dove, per specifici motivi di origine religiosa, le altre forme viventi sono declassate a semplici funzionalità presenti nella natura e a completa disposizione dell’uomo per ogni suo capriccio o utilizzo.

Il pianeta è ricco di manifestazioni di altra vita oltre a quella dell’uomo. Vita che popola l’aria, i mari e le stesse terre su cui vive l’umanità. L’interazione della società maggioritaria con le altre forme di vita avviene soprattutto con quelli che vengono comunemente identificati come animali.

Il tamburo per i Nativi americani è lo strumento per mettersi in contatto con gli animali totemici, i loro spiriti guida

Ad essi è tolto ogni possibile attributo di intelligenza e di sentimento. Tanto che gli uomini della società maggioritaria li utilizzano come alimentazione ordinaria, fonte di proteine per il proprio sostentamento, favoriti da poche élite commerciali che prosperano sulle spalle di questi ignari esseri viventi. In questa prospettiva vengono aperti campi di allevamento e campi di macellazione strutturati in maniera efficiente e produttiva.

La società maggioritaria non si limita solamente alla sistematica macellazione degli animali preposti, ma li usa anche come schiavi nelle aree dove le fonti di energia sono limitate e in mano a specifici ed esclusivi centri di potere. In questo caso si assiste a quanto già accadeva tra gli stessi umani nelle società produttive del passato dove, al posto di un possibile sviluppo tecnologico, venivano utilizzati schiavi umani per l’esecuzione del lavoro. Così come, successivamente, incominciò l’utilizzo delle classi sociali deboli da parte di altre classi minoritarie in grado di esercitare il loro potere sugli altri.

In altri casi l’uccisione degli animali avviene anche per i vari orientamenti che sono propri della società maggioritaria e produttiva, come nel caso dell’uccisione rituale praticata dalle religioni o dell’uccisione elevata a sport per i bisogni psicologici della classe dei cacciatori.

La società maggioritaria tuttavia paga questa sua violenza con i risultati disastrosi della dieta carnivora sugli individui e con la conflittualità che si manifesta all’interno della società stessa.

L’affermazione della superiorità degli uomini sugli animali ha portato alla creazione delle categorie, dando origine ad un principio pericoloso e deleterio che ha avuto come conseguenza l’allontanamento dell’uomo dall’armonia con la natura. Principio che si è esteso alla stessa umanità creando supremazie razziali e sessiste. Da questa deviazione si sono generate inutili conflittualità e sofferenze e si è rallentato il progresso di tutta l’umanità, portandola a privarsi dell’esperienza di altre porzioni di cielo.

Ma questa visione degli animali non nasce per caso, né rappresenta una situazione di fatto. Il problema nasce da una precisa visione delle cose che condiziona l’atteggiamento degli uomini nel loro rapporto con la vita e induce ad accettare verità acquisite e non sperimentate

Una visione che condiziona l’uomo nelle sue scelte quotidiane e ipoteca persino la scienza, che da parte sua non basa le sue tesi partendo da una posizione di equidistanza verso il problema degli animali, bensì da posizioni religiose che inducono a studiare le altre specie per comprendere se siano o meno in grado di esprimere una loro intelligenza.

Questa visione giustifica che gli animali siano visti come automi, che possano essere schiavizzati e uccisi per essere mangiati oppure sacrificati ritualmente, e che questa barbarie sia addirittura considerata la normalità.

Erroneamente si pensa che tutti i Popoli nativi siano carnivori e cacciatori, e questo può sembrare in contraddizione con il rispetto che questi popoli danno alle altre specie. In realtà non è così. Quei popoli che si sono mantenuti più coerenti alle tradizioni non si cibano di animali. Ne abbiamo molti esempi: l’antichissimo popolo degli Hunza dell’Himalaya, una popolazione conosciuta per la sua longevità, tra i quali vi è una notevole presenza di ultracentenari con una prospettiva di vita che si aggirerebbe intorno ai 130 anni. Oppure il popolo dei Vilcabamba dell’Ecuador, anch’essi con un’aspettativa di vita di circa 130 anni. La loro dieta si basa su cereali e frutta coltivata da loro stessi senza l’utilizzo di sostanze chimiche. O ancora, i Guaranì dell’America del Sud, essenzialmente frugivori, gli indigeni del Monte Hagen nella Nuova Guinea i quali si alimentano con cibi vegetali crudi, gli Abcasi della Georgia e molti altri.

Per quanto riguarda i Nativi americani esiste lo stereotipo dell’indiano cacciatore di bufali, vestito con pelli decorate, elaborati copricapi di piume e mocassini di pelle, alloggiato in una tenda di pelle, padrone di cani e cavalli e disinteressato ai vegetali. Ma questo stile di vita si diffuse solo qualche secolo fa e non corrisponde alla maggior parte dei nativi americani di oggi o di ieri. In realtà, lo stile di vita legato ai bisonti è un risultato diretto dell’influenza europea. Nell’alimentazione degli Indiani Choctaw del Mississippi e dell’Oklahoma, i piatti principali erano vegetariani. Un manoscritto francese del diciottesimo secolo descrive le propensioni vegetariane dei Choctaw nell’edilizia e nell’alimentazione. Le abitazioni erano costruite non con delle pelli, ma con legno, fango, corteccia e canne. L’alimento principale, consumato quotidianamente in ciotole di terracotta, era una zuppa vegetariana a base di mais, zucca e fagioli. Il pane veniva fatto con mais e ghiande.

Altri piatti tipici erano mais tostato ed un porridge di mais. Gli antichi Choctaw erano, innanzi tutto, agricoltori. Anche i vestiti erano realizzati con vegetali, abiti con ricami artistici per le donne e pantaloni di cotone per gli uomini. Anche per quanto riguarda gli aborigeni australiani, le testimonianze delle tribù oggi ancora esistenti raccontano che i loro anziani vivevano di una dieta basata su cibi vegetali, come noci, semi, frutti e vegetali, e che ancora oggi essi trovano nel bush australiano tutti i nutrienti e le proteine necessarie al loro sostentamento.

Il nuovo libro di Rosalba Nattero e Giancarlo Barbadoro “Tutti Figli di Madre Terra” che tratta dell’ecospiritualità nel rapporto con le altre specie

 La spiritualità animale 
I Popoli naturali di qualsiasi continente, nonostante la lontananza geografica e le differenze culturali e di linguaggio, hanno in comune un principio fondamentale: la spiritualità basata sul contatto con la Natura. Una Natura vista non solo nel suo aspetto ecologico ma soprattutto come depositaria di un grande mistero cosmico. Questo concetto li porta a vedere la spiritualità in ogni manifestazione dell’universo e in ogni forma di vita. Pertanto il rispetto per la vita è di massima importanza per queste culture.


Secondo le antiche tradizioni dei Nativi di tutti i continenti, gli animali non sono ciò che sembrano. Al di là delle loro sembianze custodiscono dei segreti riferiti al rapporto con la dimensione invisibile del trascendente. Ogni animale può essere uno spirito-guida per chi vi si accosta, in grado di condurlo oltre la porta del visibile. Queste creature sono gli animali totemici che le antiche tradizioni dei Nativi di tutti i continenti, dai Nativi americani ai Celti, dagli Aborigeni australiani ai Nativi africani risalendo fino all’antico sciamanesimo druidico, hanno identificato come simboli archetipali che possono aprire i nostri orizzonti e suscitare intuizioni metafisiche. Esseri saggissimi da cui possiamo ricevere insegnamenti profondi, perché hanno un rapporto naturale e diretto con Madre Terra, e dai quali possiamo imparare a vivere in armonia con la Natura e con noi stessi. 

Secondo le antiche tradizioni sciamaniche, ognuno di noi ha un proprio animale totemico, o anche più di uno, a seconda dei periodi della propria vita o delle situazioni. Non necessariamente sono entità fisiche. Possono manifestarsi in sogno, o in una visione, oppure possiamo incontrarli in un bosco o in una situazione quotidiana in maniera apparentemente occasionale. A volte sono più vicini a noi di quanto pensiamo. Compagni discreti e silenziosi che accompagnano la nostra vita come dei protettori che all’occorrenza, anche se non ce ne accorgiamo, ci sono sempre.

Questa concezione degli animali, visti come custodi di una porta sull’Invisibile, fa riflettere anche sul senso della loro spiritualità.

Se l’esistenza manifesta la proprietà di una trasmutazione della sua qualità esperienziale, perché attribuire questa proprietà esclusivamente agli uomini?

Il preconcetto relega gli animali al rango di automi privi di sentimenti, e questo ci autorizza ad usarli come oggetti. Ma l’osservazione senza preconcetti mette in relazione l’uomo con gli animali e consente di scoprire un’esperienza che accomuna tutte le forme di vita.

Al di là dei pregiudizi sull’argomento si fanno scoperte interessanti e sconvolgenti: si può scoprire che gli animali hanno sentimenti, che al pari dell’uomo provano un valore di sofferenza consapevole. Si può scoprire che i cosiddetti “animali” sono esseri dotati di una autocoscienza e gestiscono consapevolmente la loro vita in relazione agli stessi interrogativi esistenziali che si pongono gli esseri umani.

Questo discorso porta lontano, perché induce a rendersi conto che non si può escludere a priori la possibilità che, così come accade tra gli umani, anche tra gli animali possano esistere individui in grado di sviluppare una loro spiritualità.

È inevitabile interrogarsi sul senso della spiritualità, allargata anche alle altre specie. È inevitabile provare un senso di fratellanza che si estende anche agli animali e che ci può unire all’intera esistenza.

FONTE

www.rosalbanattero.net
www.giancarlobarbadoro.net

Articolo correlato: https://ningishzidda.altervista.org/nativi-americani-una-storia-cancellata/

Sotto il segno dello scorpione

Trotsky come un massone 

Sotto il segno dello Scorpione – Ascesa e caduta dell’impero sovietico 30/08/2005 Un estratto dal libro di Juri Lina TrueDemocracy.net

Mr. Leiba Bronstein è diventato un massone nel 1897 e più tardi attraverso il suo amico Alexander Parvus un Illuminato di alto rango. Inoltre ha mantenuto i contatti con il B’nai B’rith, un ordine massonico ebraico, che in precedenza aveva aiutato i “rivoluzionari” ebrei in Russia.

 Jacob Schiff, presidente della società bancaria Kuhn, Loeb & Co. è stato al servizio dei Rothschild, ha curato i contatti tra il “movimento rivoluzionario in Russia” e il B’nai B’rith. (Gerald B. Winrod, “Adam Weishaupt – Un Diavolo Umano”. P 47.)

 Leiba Bronstein ha iniziato a studiare seriamente la massoneria e la storia delle società segrete nel 1898, e continuò gli studi nel corso dei due anni trascorsi in carcere a Odessa. Ha preso appunti scrivendo più di 1000 pagine. “Internationaler Freimaurer-Lexikon” (Vienna / Monaco di Baviera, 1932, p. 204) ammette a malincuore che Leiba Bronstein-Trotsky è arrivato al bolscevismo attraverso questo studio della massoneria.

Trotsky, come Commissario del popolo per gli affari militari, ha introdotto il pentagramma – la stella a cinque punte – come simbolo dell’Armata Rossa. I cabalisti avevano assunto questo simbolo della magia nera dalle streghe nell’antica Caldea. Trotsky, con l’aiuto di Alessandro Parvus, è giunto alla conclusione che il vero scopo della massoneria è stato quello di eliminare gli Stati nazionali e le loro culture per introdurre uno stato mondiale Giudaico.

Questo è anche stato affermato nel “Il Segreto dell’iniziazione al 33° grado”: “La Massoneria non è più e ne meno di una rivoluzione messa in atto, una continua cospirazione.” Bronstein è diventato un internazionalista convinto che, attraverso Parvus, ha appreso che il popolo ebraico è solo un messia collettivo per raggiungere il dominio su tutti i popoli attraverso la miscelazione delle altre razze e l’eliminazione dei confini nazionali.

Lo scopo principale era quello di creare una repubblica internazionale, dove gli ebrei sarebbero stati l’elemento dominante, dal momento che nessun altro sarebbe stato in grado di comprendere e controllare le masse. Leiba Bronstein è diventato un membro della loggia massonica francese Art et Travail (Arte e Lavoro), a cui apparteneva anche Lenin, ma in aggiunta si è unito al B’nai B’rith, questo secondo il politologo Karl Steinhauser (“EG – Die Super-UdSSR von morgen” / “UE – la Super Unione Sovietica di domani”, Vienna, 1992, pag 162)..

Leon Trotsky è diventato un membro dell’ordine massonico ebraico B’nai B’rith a New York, nel mese di gennaio 1917. (Yuri Begunov, forze segrete nella storia della Russia, San Pietroburgo, 1995, pp. 138-139). Egli era già membro della Massoneria Misraim-Memphis.

 Winston Churchill, nel 1920 ha confermato che Trotsky è stato anche un Illuminato. (Illustrazione dell’Herald domenica 8 febbraio 1920) Trotsky, alla fine ha raggiunto una posizione molto alta all’interno della Massoneria, dal momento che apparteneva alla Shriner Lodge, dove solo i massoni del 32° grado e superiori erano ammessi a partecipare. Tra questi, ci sono altri politici importanti che sono stati ammessi tra i quali Franklin Delano Roosevelt, Alexander Kerensky, Béla Kun. (Professor Johan von Leers, Il potere dietro il Presidente, Stoccolma, 1941, p. 148.) 

In questo libro, a pagina 447 vengono presentati altri scioccanti nuovi fatti circa gli sconvolgimenti sanguinosi in Russia nel 1917. L’autore rivela (dietro le quinte) la presenza di forze massoniche scure (sia Lenin che Trotsky erano massoni Illuminati di alto rango e, obbedivano al Consiglio massonico internazionale).

L’autore persegue la storia dell’ideologia comunista degli Illuminati del 18° secolo, a Moses Hess e ai suoi discepoli Karl Marx e Friedrich Engels. Il movimento degli Illuminati è stato fondato il 1° maggio del 1776 a Ingolstadt, Baviera. Il libro descrive il ruolo degli Illuminati nella “Rivoluzione” francese. Passando poi ad esaminare le cosiddette rivoluzioni russe nel 1917. Jüri Lina mostra come gli eventi in Russia tra il 1917 e il 1991 interessassero ancora il destino del mondo.

 L’autore cerca di rispondere a domande come:

* Come è nata l’idea dell’origine comunista e come si è sviluppata?
* Perché potenti ambienti finanziari internazionali hanno finanziato i “rivoluzionari russi” nel marzo e novembre 1917?
* Qual era lo scopo della distruzione sociale che ne è seguita e in che modo sono nate queste servili forze che stanno dietro ai comunisti?

“Sotto il segno dello Scorpione” cambierà la percezione del lettore sulla realtà. Dopo la caduta del potere sovietico il 24 agosto 1991, gli archivi ufficiali hanno cominciato a rivelare i loro segreti agli stupiti storici russi. C’è un flusso di scioccanti e costanti nuove informazioni, ma solo un filo per il momento ha raggiunto l’Europa occidentale e l’America.

Soprattutto, ci manca un quadro complessivo. E’ questa l’immagine che Lina Jüri cerca di dare a noi nel suo libro, che si basa in gran parte sul rilasciato materiale russo.

L’autore spiega anche perché l’Unione Sovietica è stata soppressa ed è attualmente in fase di ricreazione sotto un altro nome – l’Unione europea. 

(Sotto il segno dello Scorpione, Stoccolma, 2002. Il libro è illustrato.) 

http://vaticproject.blogspot.it/2016/02/trotsky-as-freemason-under-sign-of.html
http://truedemocracy.net/td2_3/99_ads.html

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da

Almanacco di febbraio 2016

Piazza vetra 1956

Quella che si estingue è la mia generazione.
Tante scuse.

Un salto nel passato dell’autore che racconta l’Italia dopo il secondo conflitto mondiale e della responsabilità dei “baby boomer” che hanno ereditato l’Italia dai loro genitori, così ce la racconta Maurizio Blondet che vive nella città dove sono nato io solo 6 anni dopo. In quel tempo abitavo in via Disciplini adiacente piazza Missori e, piazza Vetra era ancora bombardata, piena di macerie, case distrutte dai bombardamenti (vedi immagine sopra). La sua storia non è diversa dalla mia, anche se in quel periodo avevo solo 6 anni, era l’anno 1956: 

Di Maurizio Blondet 22 febbraio 2016

Io – la mia generazione, i baby-boomer – l’abbiamo ereditata, questa società, e come eredi viziati, non siamo stati capaci di mantenerla. Ci siamo lasciti sedurre dalla “rivoluzione culturale”; abbiamo creduto alla “Liberazione sessuale” e alle gioie del “consumismo” e dell’edonismo egoista l’egoismo standard voluto dalla società dei consumi. Abbiamo votato con entusiasmo il divorzio, e poi l’aborto legale: 250 mila bambini in meno l’anno, e dopo quarant’anni, abbiamo il coraggio di stupirci perché ci mancano cinque o se milioni di italiani giovani, e dobbiamo importare giovani dal Nordafrica, come lavoratori di una società in decadenza, che non suscita nei nuovi arrivati nessun orgoglio e nessun desiderio di appartenenza: sfruttati, pagati in nero, certo non ci difenderanno nella guerra prossima ventura. Non sono”I nostri” figli. Non gli abbiamo consegnato alcun mandato.”

L’articolo inizia con la scomparsa di Ida Magli, di seguito la storia: “Non ce l’ho fatta mamma”  

Ida Magli

Ida Magli è scomparsa. Non avrà nemmeno lontanamente gli onori funerari che il Sistema ha tributato ad Umberto Eco. E’ logico: è stata la prima a gridare, inascoltata, che l’Europa burocratica era diventata la prigione dei popoli e stava distruggendo la cultura e la civiltà europee. Leggi QUI l’articolo completo.

___________________________________

Alcune riflessioni su Umberto Eco appena scomparso:

Umberto Eco: erudito e noioso, stimatissimo solo in Italia

 Umberto EcoTroppo difficile e raffinato, inaccessibile alla massa, a quel volgo profano che, da Orazio in poi, ogni intellettuale d’élite che si rispetti si vanta di odiare e tenere accuratamente a distanza? No, solo troppo noioso. Irrimediabilmente noioso. Talmente noioso da risultare illeggibile, “Il cimitero di Praga”. Raramente, però, compaiono sulla stampa italiana aggettivi così semplici e diretti come “noioso” e “illeggibile” quando un romanzo porta la firma di Umberto Eco; per trovarli bisogna sfogliare le rassegne stampa internazionali. Nel lontano 1995, per citare un esempio che risale a 16 anni fa, in pochi hanno avuto il coraggio di tradurre “boring” con il suo sinonimo italiano, paralizzati da una sorta di timore reverenziale: nelle recensioni italiane a “L’isola del giorno prima” vennero sistematicamente ignorati i commenti poco entusiasti della stampa inglese, e taciute del tutto le spietate e circostanziate diagnosi di “Sunday Telegraph” e “Independent”. Continua QUI

Morto Eco, chi ci salverà da Internet? 

Inclassificabile Eco: è l’aggettivo che più fa onore al genio indiscusso del grande semiologo. La sua morte lascia un vuoto profondo nella cultura italiana e non. Nel suo ultimo discusso intervento, il professore ha messo in guardia contro gli imbecilli di internet: contro il rischio di parlare senza pensare. 

Ironico, poliedrico, curioso di tutto, raffinato semiologo ma anche romanziere di successo, autore multitasking. Insomma: inclassificabile. In un mondo in cui la cultura da un lato si chiude in casellari predefiniti, sempre più specialistici, dall’altro si apre all’orizzonte generalista pressoché sconfinato di internet, “inclassificabile” è l’aggettivo che più fa onore al genio indiscusso di Umberto Eco, che ha attraversato tutta la storia di questi anni senza mai farsi travolgere dall’onda delle correnti alla moda. Imprevedibile Eco: lui che con il “Gruppo 63” decretò la morte del romanzo, è stato lo scrittore di romanzi divenuti best seller. Continua QUI

___________________________________ 

 La neolingua: dal “1984” al….2016
Federico Catani – tratto da “Notizie ProVita”, febbraio 2016

“1984” di George Orwell  è un romanzo angosciante e tristemente profetico. La storia si svolge in un futuro prossimo: l‘autore scriveva nel 1948 e l’ha intitolato “1984”, appunto. Londra è la capitale dell‘Oceania, un macrostato retto da un regime totalitario al cui vertice c’è il Grande Fratello, che nessuno ha mai visto, se non nei grandi manifesti affissi ovunque. La società è governata secondo i principi del Socing, il socialismo inglese, che é il Partito unico. Tutti sono costantemente sorvegliati da onnipresenti teleschermi, anche in casa. I teleschermi trasmettono propaganda e vedono e ascoltano ogni movimento e ogni parola, anche durante il sonno: in questo modo il governo può controllare e reprimere facilmente ogni minimo atteggiamento, sebbene inconsapevole, che riveli pensieri contrari all’ortodossia del Partito.

“La neolingua é diventata realtà, e chi controlla i mass media la utilizza per attuare un vero e proprio lavaggio del cervello a tutti, bambini compresi”.

Per plasmare un‘umanità nuova, fedele alle sue direttive, il Grande Fratello introduce una nuova forma di linguaggio, la neolingua. Attraverso un lessico creata ex novo, infatti, è possibile instillare in ogni membro del Partito (cioè in ogni suddito) l’unica verità, quella che il Partito stesso decide di volta in volta. Nella neolingua sono ammessi solo termini che abbiano un significato preciso, privo di potenziali sfumature eterodosse: l’obiettivo é quello dl rendere impossibile un pensiero critico individuale.

Tutte le parole sgradite vengono censurate e catalogate come “psico-reato”: in tal modo diventa impossibile anche solo pensare a un argomento “proibito”. Infatti, se si sono eliminate le parole, non esistono più i concetti atti a mettere in discussione l’operato del Partito. La neo-lingua è particolarmente espressiva nei nomi dei vari dicasteri governativi. Il Ministero dell’Amore  è preposto a imprigionare, torturare, rieducare chiunque mostri il minimo segno di eterodossia; il Ministero della Pace si occupa di guerra; il Ministero dell’Abbondanza stabilisce i razionamenti di cibo; il Ministero della Verità fa propaganda e cancella e riscrive la storia, nell’eventualità in cui non si conformi agli interessi del Partito. Continua QUI

___________________________________ 
QUANDO LA DISINFORMAZIONE MEDIATICA NON BASTA PIÙ 

INIZIA LA STAGIONE DELLE BOMBE E DELLE STRAGI 

images (1) Centinaia di migliaia di cittadini europei vivono condizioni di miseria pressoché assoluta, privati di qualsiasi tipo di reddito e soggiogati da una disoccupazione galoppante che spaventa, paralizza e annienta generazioni intere. Di converso esiste una ristretta cerchia di super-privilegiati, composta da proprietari di Tv e giornali, banchieri, grandi industriali e titolari di compagnie di assicurazione, che ingrassa e banchetta proprio sulle disgrazie di una massa piegata e afflitta dalla depressione e dal bisogno. Quindi, alla luce di una premessa semplice e vera come quella appena proposta, non resta che trarne una chiara e solare conseguenza: i molti sfruttati devono combattere come un sol uomo contro i pochi sfruttatori, pianificatori ipocriti di strategie assassine che trovano compimento nello svuotamento del welfare, nella compressione dei salari e nell’aumento della disoccupazione. Detta così sembrerebbe facile…Nei fatti invece i tanti poveri, anziché unirsi per disintegrare e ridurre in cenere i pochi neonazisti che continuamente li bastonano protetti dalle tenebre, si combattono fra di loro. Continua QUI

 ___________________________________ 

Top secret anche per i deputati: non osano divulgare il Ttip

 La parlamentare tedesca Katja Kipping, della LinkeUn covo di Cosa Nostra? No, la stanza super-segreta con gli atti del Ttip, il Trattato Trasatlantico che ridurrà a zero la residua sovranità europea: fine delle tutele su salute, servizi, cibo e lavoro. A dominare saranno le multinazionali, grazie a speciali tribunali che daranno loro ragione, contro gli Stati. E’ sotto choc la deputata tedesca Katja Kipping, della “Linke”, a cui è stato eccezionalmente permesso – insieme ad alcuni colleghi – di varcare le soglie del sancta sanctorum del nuovo super-potere euroatlantico che sta rimpiazzando il Wto. Due ore in tutto, per dare un’occhiata a documenti in gestazione da anni, ai quali lavorano in segreto 1.500 lobbysti. Sconcertante la procedura di accesso ai dati: «Secondo i piani, annunciati dal vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel, i parlamentari devono prima registrarsi per poter accedere alla stanza, e possono rimanere per solo due ore a leggere i documenti», scritti in inglese (esclusa la possibilità che i parlamentari possano portare con sé consulenti e interpreti). E ancora: «I telefoni cellulari e qualsiasi altro dispositivo elettronico devono essere depositati in una cassetta di sicurezza». Continua QUI

  ___________________________________   

Verso la battaglia di Berlino: Angela Merkel nel bunker 

Scritto il febbraio 19, 2016 by Federico Dezzani

Aumentano poderose le spinte centrifughe che stanno disintegrando l’Unione Europea: la situazione, come in tutte le fasi che precedono il collasso di un sistema, è ogni giorno più convulsa e concitata, generando una serie di crisi che si susseguono senza soluzione di continuità, dal Portogallo alla Grecia, dall’Italia alla Svezia. L’intera impalcatura europea scricchiola ed è sufficiente un colpo violento per romperne il precario equilibro: ecco perché bisogna tenere gli occhi puntati sulla Germania e sulle imminenti elezioni regionali. Se è ancora possibile tamponare le crisi nell’europeriferia per qualche mese, una forte emorragia di voti per la CDU alla prossima tornata elettorale, seguita dalla caduta di Angela Merkel, sarebbe l’inizio del collasso sistemico. Da quando ha lanciato la politica delle porte aperte a tutti dietro pressioni atlantiche, la cancelliera tedesca vive infatti nel bunker: la battaglia di Berlino incombe. 

Una scommessa clamorosamente errata
È sempre più precario il quadro politico in Europa: a distanza di cinque anni dall’esplosione dell’eurocrisi in tutta la sua virulenza, il malessere economico si è allargato a macchia d’olio, partendo dalla Grecia per estendersi a Cipro, Italia, Slovenia, Spagna e Portogallo, fino ad infettare la Francia, sempre più periferica rispetto al “nocciolo tedesco”. Con un naturale ritardo, dovuto allo sfasamento temporale tra il peggioramento della situazione economica e la sua percezione da parte degli elettori, la crisi si è riversata anche sulla politica: l’ingegnosa idea di creare finti partiti anti-sistema (Syriza, Movimento 5 Stelle, Podemos, etc.) è una difesa tattica, non certo una soluzione strategica. Continua QUI

http://ningizhzidda.blogspot.it/

“ZERO GIORNI”

Zero Days, il documentario sulla guerra informatica

Di Valerio Porcu  

La vicenda di Stuxnet ha svelato al mondo l’entità della guerra informatica, la potenza degli strumenti che alcuni stati usano per colpirsi a vicenda senza esplosivi né proiettili. Una realtà ancora misteriosa per molti, che Gibney prova a raccontare nel suo nuovo documentario.

Ieri è stato diffuso il primo trailer di Zero Days, atteso documentario del registra premio Oscar Alex Gibney, dedicato alle armi informatiche e in particolare alla storia di Stuxnet. Un lungometraggio che include interviste e racconti, usati come pennellate per dipingere il panorama della cyberwar che si svolge ogni giorno, ignorata dalla maggior parte di noi.

Il trailer è montato come un mosaico e mostra frammenti brevissimi del documentario completo. Ciò non di meno ci dà l’idea del prodotto completo: Zero Days cerca di spiegare allo spettatore che cosa è stato Stuxnet – il termine virus probabilmente non rende l’idea – e quanto siano grandi i rischi delle armi informatiche.

Lo spettatore di Zero Days scopre così anche gli stati sovrani producono virus informatici, che hanno veri e propri eserciti di programmatori, che le armi informatiche possono sfuggire al controllo e colpire anche bersagli diversi da quelli previsti – in questo senso non sono molto diverse dalle armi biologiche.

Zero Days è in altre parole “uno sguardo terrificante alla ciberguerra e la minaccia degli hacker al soldo degli stati”, come lo ha definito Scott Roxborough su The Hollywood Reporter. Sì perché questo documentario non si ferma alla storia di Stuxnet, ma mette lo spettatore di fronte a rischi concreti, a ciò che potrebbe accadere dopo un attacco alla rete elettrica, al sistema dei trasporti, a quello bancario e così via.

Il film di Gibney è in concorso alla Berlinale, ed è già tra i documentari più importanti del 2016 – se non altro perché il regista si è già distinto in passato con Taxi to the Dark Side, che ha vinto un Oscar. A proposito di questo premio, vale la pena ricordare che l’anno scorso a vincerlo fu Citizenfour di Laura Poitras, dedicato alla storia di Edward Snowden e ai giornalisti che hanno collaborato con lui.

Al momento non ci sono informazioni riguardo alla distribuzione italiana.

Perché dedicare un documentario a un virus informatico? Perché Stuxnet (sviluppato dai servizi segreti statunitensi in collaborazione con quelli israeliani, sebbene nessuno abbia mai ufficialmente confermato la cosa) è stato il primo virus a essere creato da uno Stato sovrano e con lo scopo esplicito di essere non un porta d’accesso a informazioni riservate ma una vera e propria arma: fu Stuxnet, infatti sabotare e creare danni fisici alla centrale nucleare di Natans, in Iran, negli anni del governo di Ahmadinejad.

In Zero Days, Gibney ne ricostruisce la scoperta, per poi raccontarne la genesi, lo scopo e le conseguenze con l’aiuto di testimonianze di rappresentati governativi, esperti di intelligence, di sicurezza informatica, e con la testimonianza di un’agente della NSA che rivela dettagli inediti sull’operazione…In attesa di sapere se lo vedremo in Italia, ecco il trailer di Zero Days.  

 TRAILER E FONTE 

QUI

Preparatevi ad essere ”molto, molto paranoici” dopo aver visto il film, scrive Jessica Kiang. 

Alex Gibney,  «spesso le operazioni sotto copertura hanno fallito» 

Intervista. Alla Berlinale «Zero Days» di Alex Gibney, che racconta l’alleanza fra Usa e Israele per boicottare i piani nucleari dell’Iran. «Netanyahu non ha mai davvero voluto bombardare l’Iran, in realtà i suoi proclami erano mirati a costringere l’America a partecipare a questa missione»

«La luce del sole è il disinfettante definitivo», questo pensa Alex Gibney delle operazioni top secret portate avanti dal governo americano. Il suo documentario Zero Days, in concorso a Berlino, affronta infatti proprio la necessità di iniziare un dibattito che coinvolga le massime istituzioni su una delle nuove tecnologie usate per condurre i conflitti globali senza «boots on the ground»: la guerra cibernetica. Le altre, dice il giornalista del NY Times che ha partecipato al film David Sanger, sono «le forze speciali con i loro interventi rapidi e mirati e i droni».

Come dimostra Zero Days, le complesse trame da film di spionaggio elaborate nelle stanze dell’NSA, della CIA e così via, molte volte si rivelano controproducenti: «se si guarda al passato in cerca di eventi ricorrenti, spesso le operazioni sotto copertura hanno avuto conseguenze inattese — dice Gibney — come quando si sono armati i mujaheddin afghani contro i sovietici. Conseguenze che si rivelano assai più problematiche di ciò che si intendeva risolvere».

Nel caso di Zero Days si parla di un’arma — i virus cibernetici — «i cui effetti non siamo davvero ancora in grado di comprendere, ma che pongono una minaccia radicale ed esistenziale», spiega il regista. A dare un contesto alle ricerche di Gibney e alle dichiarazioni delle sue «gole profonde» ci sono alcuni dei documenti resi pubblici da Edward Snowden che, dice Gibney, «hanno aggiunto dettagli importanti». Lui e Julian Assange, pensa infatti il regista, «hanno reso al mondo un servizio notevole».

Il virus stuxnet su cui il film si concentra è una «creatura» del lavoro congiunto delle intelligence americana e israeliana per compromettere la centrale nucleare iraniana: «Netanyahu non ha mai davvero voluto bombardare l’Iran — spiega Yossi Melman, giornalista di Haaretz che appare nel film — i suoi proclami erano mirati a costringere l’America a partecipare a questa operazione segreta congiunta». Ma da allora, e a causa della perdita di controllo sul virus che lo ha reso analizzabile da tutti, «abbiamo assistito a un moltiplicarsi degli attacchi cibernetici — dice Sanger — non ultimi il recente black out di internet in Turchia e le operazioni di hacking della Corea del Nord».

In Zero Days viene intervistato anche il generale Michael Hayden, ex direttore di CIA e NSA: «Se perfino un veterano dello spionaggio come lui sostiene la necessità di maggiore chiarezza — conclude Gibney — potete farvi un’idea di quanto lontani ci siamo spinti». FONTE

Alex Gibney

Philip Alexander Gibney, noto come Alex Gibney, è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, vincitore dell’Oscar al miglior documentario con Taxi to the Dark Side

http://www.nogeoingegneria.com/librifilms/zero-days-il-documentario-sulla-guerra-informatica/