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Il super vulcano di Yellowstone

Yellowstone: il Super-vulcano è instabile – i segni non sono buoni

Durante la scorsa settimana, il nostro pianeta è stato colpito da terremoti di grandi dimensioni dopo il grande terremoto, e l’eruzione del secondo più grande Vulcano Discovery ci sono altri 38 di vulcani di tutto il mondo che in questo momento stanno eruttando.

di Michael Snyder

Abbiamo visto un picco drammatico di attività sismiche globali che sono diverse da tutto ciò che abbiamo visto in epoche passate, per questo quello che sta succedendo a Yellowstone è così incredibilmente allarmante.

I geologi ci dicono che un’eruzione in piena regola del super-vulcano di Yellowstone potrebbe essere fino a 2.000 volte più potente dell’eruzione vulcanica del Mount St. Helens avvenuto nel 1980, e circa i due terzi del paese diventerebbero immediatamente inabitabili.

Come si vedrà in seguito, ci sono segnali che qualcosa di grosso si appresta a succedere a Yellowstone, e se dovesse scoppiare tutte le nostre vite cambierebbero in modo permanente per sempre.

Voglio condividere con voi alcuni filmati da Yellowstone che sono stati registrati nella notte di Giovedì.

In questo video, la luminosità sembra essere come il chiarore del giorno, anche se ci si trova nel cuore della notte, si può vedere tutta una serie di violenti geyser fumanti, e costanti che continuavano a fuoriuscire più e più volte:

Questo splendido filmato è stato pubblicato da un utente di YouTube conosciuto come Kat Martin 2016, (video) ecco quello che aveva da dire circa il video che avete appena visto:

“Ci sono luoghi dove il vapore non si è mai visto prima … e nemmeno si sono notati terreni luminosi. Non ci sono ombre, quindi la luminosità non deriva dall’alto! La scorsa notte le telecamere si sono congelate, quindi non abbiamo potuto vedere cosa stava succedendo … o almeno così abbiamo pensato che sia successo LOL … Comunque, abbiamo trovato un modo per poter osservare cosa è successo.

“In qualche modo (non chiedetemi come), nel sito di studio e osservazione dei Geyser, è stato in grado (la scorsa notte) di catturare le immagini per intero, non conosciamo il motivo per cui le telecamere non si erano congelate, ad ogni modo, abbiamo rallentato la ripresa per poter vedere meglio. L’Old Faithful (il nome del geyser più noto al mondo) la scorsa notte ha subito delle strane scosse sismiche, portando il geyser costantemente fuori controllo.”

Ma non è stato solo quella notte. La strana attività a Yellowstone è continuata, e la si può guardare ancora nei recenti filmati più recenti che Kat Martin ha pubblicato qui e qui.

Che cosa possa significare tutto questo non lo so, ma guardando quei filmati sicuramente ha ottenuto la mia attenzione.

Ed è interessante notare che solo poche settimane fa, il fiume Shoshone ha cambiato colore e ha iniziato a bollire senza alcun preavviso di sorta:

Il 25 marzo, il fiume Shoshone, vicino al Parco Nazionale di Yellowstone, improvvisamente e senza preavviso ha iniziato a bollire, ha cambiato colore e ha cominciato ad emettere un odore solforoso.

“Testimoni nelle vicinanze si stavano chiedendo se nel fiume tutto stava morendo. “L’unanimità tra geologi e altri esperti ha constatato che una parte del fiume Shoshone ha cominciato a bollire, inoltre, è situato vicino a Cody, Wyoming, dove si è aperto un nuovo sfogo nel fiume Yellowstone.

“Come riportato da universo misterioso, il fiume bollente di Yellowstone scorre ad est vicino al Parco Nazionale di Yellowstone. E’ abbastanza vicino al parco e al super vulcano per essere considerato  come un “canarino in una miniera di carbone” in quanto si riferisce ad eventi geotermici insoliti.

“L’evento è stato inizialmente registrato da Dewey Vanderhoff, un fotografo che ha visto delle caratteristiche bizzarre nel fiume Shoshone vicino Yellowstone, dove risultava macchiato e in ebollizione.”

Quando un fiume situato sopra un super-vulcano che potrebbe spazzare via gran parte del paese inizia a bollire, si potrebbe pensare che avrebbe fatto notizia in tutta la nazione.

Ma non lo fece.

Sarebbe estremamente difficile sopravvalutare il potenziale pericolo che rappresenta Yellowstone per negli Stati Uniti.

Diversamente da un numero estremamente elevato di asteroidi o meteoriti che potrebbero impattare sulla Terra, è difficile immaginare un disastro naturale che porrebbe una minaccia maggiore.

Qui di seguito, viene da un eccellente articolo di Steve Elwart:

La Caldera di Yellowstone, o calderone, si trova sulla cima del più grande campo vulcanico del Nord America. Quattrocento miglia sotto la superficie della Terra con un punto di ‘accesso magmatico’ (punto caldo o Hot spot) che arriva fino a soli 30 miglia sotto il livello del suolo prima di diffondersi su una superficie di 300 miglia che attraversa tre stati.

“Su tutto questo si trova il vulcano.”

“Mentre la maggior parte degli scienziati ritengono che la probabilità di una grande eruzione sia molto piccola, diversamente, la maggior parte di alcuni analisti preoccupati sono d’accordo sul ritenere che il vulcano rappresenti un potenziale catastrofico. Potrebbe esplodere e far saltare in atmosfera 240 miglia cubici di cenere, rocce e la lava, rendendo subito inabitabile circa i due terzi della nazione, secondo alcune stime, potrebbe precipitare il mondo in un ‘inverno nucleare’ “.

Che certamente non suona bene.

E come ho già detto, l’attività vulcanica in tutto il pianeta è in aumento. 38 vulcani in questo momento sono in eruzione, ormai quasi ogni giorno sentiamo parlare di un’altra nuova eruzione.

Si spera solo che presto o in qualsiasi momento Yellowstone non scoppi.

Ci sono circa 3.000 terremoti nella zona intorno a Yellowstone ogni anno, quindi è una regione molto sismicamente attiva.

Nel caso di una eruzione su larga scala di Yellowstone, praticamente l’intero nord-ovest degli Stati Uniti verrebbe completamente distrutto.

Fondamentalmente tutto entro un raggio di 100 miglia verrebbe  immediatamente ucciso, Salt Lake City letteralmente diventerebbe un toast, e quasi tutto e tutti a Denver morirebbero in breve tempo.

In posti più lontani, la cenere vulcanica potrebbe piovere continuamente per settimane. Quelli abbastanza stupidi da uscire fuori casa scoprirebbero rapidamente che la cenere si trasforma nei polmoni in una sostanza simile al cemento, e molti morirebbero per soffocamento.

La quantità di cenere vulcanica che verrebbe rilasciata da Yellowstone sarebbe quasi inimmaginabile. In realtà, è stato stimato che una conclamata eruzione scaricherebbe al suolo uno strato di cenere vulcanica che arriverebbe ad almeno 10 piedi di profondità fino a 1.000 miglia di distanza.

La produzione di cibo in America verrebbe quasi completamente spazzata via, e “l’inverno vulcanico” che ne deriverebbe dall’eruzione di Yellowstone raffredderebbe drammaticamente il pianeta. Alcuni hanno previsto che le temperature globali si ridurrebbero fino a 20 gradi.

Alla fine, la morte, la fame e la distruzione sarebbe un’esperienza di gran lunga superiore a qualsiasi cosa che abbiamo mai visto nella storia della civiltà occidentale.

Quindi sì, al momento c’è motivo di essere preoccupati delle cose strane che stanno succedendo a Yellowstone. Cerchiamo solo di pregare e sperare di non vedere mai presto e in nessun momento un’eruzione nel 2016.

LINK

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da

VULCANI ATTIVI NEL MONDO: PERIODO 13 APRILE – 19 APRILE 2016

“I Super Vulcani nel mondo”

Seismic Monitor

Si pubblichino, suvvia, le 28 pagine

Giulietto Chiesa: Negli USA si riapre il caso 11 settembre PandoraTV

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11 Settembre: Trump adotta la nuova versione ufficiale. Ed è nuovo anche lui.

Dai giornali americani: “Il genero di Donald Trump pubblica un articolo sui cospirazionisti sull’11 Settembre: ‘Idioti deleteri, scemi e ciarlatani che teorizzano su Internet su come le Twin Towers siano stata ‘in realtà’ distrutte dagli ebrei, dagli Illuminati,o dagli extraterrestri”. Notizia che assume il suo sapore se si viene informati che il genero di Trump (che ha sposato sua figlia Ivanka) si chiama Jared Kushner, e (da Wikipedia) “è cresciuto in una famiglia ebraica nel New Jersey, s’è diplomato alla Frisch School, una jeshiva privata a Paramus, New Jersey, e allo Harvard College nel 2003 con laurea in sociologia”.

Harvard, e sia pure lo Harvard College è un nome prestigioso di una difficile università. Notizia che assume tutto il suo sapore quando si viene informati (cito da Wiki): “secondo il giornalista Daniel Golden, Kushner e sua fratello Joshua Kushner vi sono stati ammessi nonostante le modeste credenziali accademiche dopo che suo padre ha fatto una donazione di 2,5 milioni di dollari all’università”. Un professore ha descritto l’ammissione di Jared “una scelta insolita per Harvard”, essendo il ragazzo “per nulla al vertice della sua classe”. Papà Kushner, Charles, un immobiliarista di lusso (ha l’ufficio a 666 Fifth Avenue) che ha fatto la ricca donazione, “è stato arrestato per evasione fiscale e donazioni elettorali illegali”.

Questo per sfatare al mito, diffuso tra i goy, che “gli ebrei siano più intelligenti della media”. Jared è la prova incarnata che esistono ebrei stupidi, anche con laurea ad Harvard. E conferma la sua stupidità col farsi saltare i nervi nel mezzo di una finissima operazione di depistaggio in corso nella Washington che conta: la minaccia o decisione di render pubbliche le 28 pagine del rapporto del Congresso Usa sugli attentati dell’11 Settembre, che a suo tempo George Dubya Bush fece segretare, e che provano che fu l’Arabia Saudita, e specificamente la famiglia reale Saud, ad architettare il mega-attentato e pagare la compagnia di attentatori guidata da Mohamed Atta e il suo gruppo di piloti della domenica. Segreto di Pulcinella, perché quelle 28 pagine (sulle oltre 800 del Rapporto della Commissione) sono sì “classificate”, ma qualunque senatore Usa ha potuto leggerle, se voleva. Molti le hanno lette e già da anni vanno sussurrando che incastrano i sauditi. L’ex senatore Bob Graham, che co-presiedeva quella Commissione, lo disse quasi subito.
Poi, per 15 anni, silenzio.

E’ stato proprio Trump, il suocero, a tirar fuori di nuovo le 28 pagine. A febbraio, durante un comizio in South Carolina, ha detto: se mi fate presidente scoprirete chi ha tirato giù davvero il World Trade Center…potete scoprire che sono stati i sauditi, OK?”. Allora parve un colpo quasi diretto a Jeb Bush, il fratello del presidente segretatore, che difatti s’è subito ritirato dalla corsa.

I ‘grandi’ media, che di solito hanno irriso come buffonesche le altre uscite di Trump, questa invece non l’hanno lasciata cadere. Anzi l’hanno ripresa e amplificata, e i politici più in vista l’hanno avallata: il candidato Bernie Sanders (J) ha dichiarato: “Era tempo che si guardasse al coinvolgimento saudita nell’11 Settembre”…La tesi è salita alla luce mediatica sempre pù accreditata, fino alla consacrazione definitiva della trasmissione “60 Minutes” della CBS, il più ufficioso e mainstream dei talk, ed anche uno dei più ebraici (tale è il conduttore, il celebre Dan Hewitt) che ha invitato l’ex senatore Bob Graham, il quale ha confermato: sì, sono stati i sauditi. Adesso tutti i media invocano la pubblicazione delle 28 pagine; la casa regnante saudita minaccia che se quelle pagine vengono rese pubbliche, svenderà i 750 miliardi di Buoni del Tesoro americano che detiene; insomma questa sta per diventare la nuova versione ufficiale: “Sono stati i sauditi”.

Il tutto in coincidenza non casuale col fatto che i rapporti fra i Saud e Washington sono al punto più basso: i monarchi detestano Obama per la pacificazione con l’Iran e per non aver “esportato la democrazia” in Siria rovesciando Assad, e se la sono legata al dito per la nascente industria dello shale oil, che renderebbe gli Usa meno dipendenti dal greggio del Golfo; e Washington ha motivi di vendetta per i conati di politica indipendente dal Protettore che il principino ereditario, “l’impulsivo” Bin Salman, ha provato a mettere a segno di testa sua. Obama, in visita a Ryad, ha consigliato ai Saud e agli emiri del Golfo di introdurre ‘riforme democratiche’ nei loro possedimenti (il che è quasi una minaccia di “esportarvela”) e di ridurre il loro “settarismo”, ossia annacquare la dose di fanatismo nel wahabismo.

Insomma: la nuova versione ufficiale è pronta per l’accettazione generale, dal Presidente ai politici ai media: “I mandanti sono stati i sauditi”. Ma allora perché il genero si scaglia contro gli “idioti scemi e ciarlatani” che non l’accettano? Forse perché l’operazione di revisione della versione ufficiale di prima è comunque un’operazione ad alto rischio. Risveglia cani che dormono: i segugi cacciatori della ‘verità sull’11 settembre’, che raccolte decine di prove del coinvolgimento israeliano nell’attentato, s’erano assopiti per stanchezza. E adesso, svegli, latrano in coro: “No, è stata la Cia col Mossad”.

L’assopimento è scusabile. Son passati 15 anni. La versione ufficiale di prima (“E’ stato Bin Laden”) è stata difesa dai media in modo da almeno, scoraggiare e demoralizzare le critiche dei “complottisti”. Chi oggi ha, poniamo, 25 anni, allora ne aveva dieci: allora non ne capì molto, ed oggi è per lui storia antica. Proprio per loro rievoco qui i tre o quattro fatti accertati, che saranno seppelliti dalla nuova versione ufficiale, se si affermerà.

Larry Silverstein (J) , immobiliarista, amico personale di Netanyahu, il 24 luglio 2001 rileva dal proprietario (la New York Port Authority) l’intero complesso del World Trade Center. E’ un contratto d’affitto per 99 anni, per il quale Silverstein s’impegna a pagare 3,2 miliardi di dollari; naturalmente a rate. Paga la prima (essenzialmente con prestiti bancari) e intanto assicura il complesso di grattacieli con 23 compagnie di assicurazione, per un totale di 3,55 milioni.

Dopo l’attentato e il crollo delle Twin Towers, Silverstein chiederà agli assicuratori il doppio – 7,1 miliardi – pretendendo che i sinistri sono stati due, due essendo gli aerei che hanno colpito le Towers. Ne nacque una battaglia legale, assai complessa, in cui 10 assicuratori poterono dimostrare che il sinistro era stato uno; altri dieci dovettero anno sostenuto che la IM accettare la tesi dei due sinistri. Alla fin fine, Silverstein ha incassato 4,577 miliardi di dollari.

Secondo alcuni, non senza l’aiuto del giudice Alvin Hellerstein (J), davanti al quale sono passate quasi tutte le cause legali concernenti l’11 Settembre. Il figlio di Hellerstein ha fatto alyah in Israele, abita fra i coloni fanatici nei Territori Occupati, ed è l’avvocato che rappresenta la ICTS ( International Consultants on Targeted Security) la ditta israeliana che gestisce la sorveglianza degli aeroporti, fra cui quelli dove l’11 settembre sono passati i pretesi attentatori islamici.

ZIM Shipping: grossa compagnia di navigazione cargo, per metà posseduta dallo Stato d’Israele, aveva 250 dipendenti, per sistemare i quali aveva preso in affitto l’intero sedicesimo piano e parte del 17mo della Torre 1. Il 4 settembre 2001, la compagnia trasloca con tutto il personale in una nuova sede, a Norfolk Virginia; per risparmiare, aveva poi spiegato la ditta.

I cospirazionisti han sostenuto che la ZIM in realtà aveva pagato l’affitto della North Tower fino alla fine del 2001, quindi non aveva risparmiato nulla; torme di debunker si sono lanciati a smentire questa circostanza, dicendo che i cospirazionisti se l’erano inventata. Alla fine, questi hanno obbligato la New York Port Authority, in forza del Freedom of Information Act, ad esibire il contratto d’affitto che la ZIM aveva firmato: e così s’è scoperto di peggio. Ossia che la ditta aveva firmato nel 1996 un contratto decennale d’affitto, che spirava nel febbraio 2006. Ossia poteva stare lì altri quattro anni e mezzo.

Invece se ne va il 4 settembre 2001. E la ZIM non aveva interrotto il contratto, né aveva cercato di subaffittare quello spazio che abbandonava, quindi in teoria avrebbe dovuto continuare a pagare l’affitto fino al 2006; si stima, sugli 8 milioni di dollari. Per fortuna sua, la distruzione della Torre Nord l’ha liberata da quell’impegno. Una armatrice preveggente e fortunata.

Gli Israeliani Danzanti. Il giorno 11 settembre, una cameriera segnò alla polizia dei giovanotti che, sul tetto di un furgone parcheggiato al Liberty State Park di Jersey City, “esultavano” , “saltavano su e giù di gioia”, e si fotografavano a vicenda con le Torri in fiamme sullo sfondo, facendo il gesto di “V” con le dita. Fermati col loro furgone, sono risultati israeliani, di nome Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari.

Lavoravano (illegalmente) per l’agenzia di traslochi Urban Moving Systems, a cui apparteneva il furgone; al momento del fermo, hanno farfugliato scuse come “Non siamo noi i vostri nemici, i vostri nemici sono anche i nostri: gli arabi”. Naturalmente anche su questo evento si sono lanciati i “debunker” per cercre di farlo svanire, di dimostrare che è “un mito complottista”. Ma non è un mito che il proprietario della Urban Moving System, di nome Dominik Suter, israeliano, appena quei suoi lavoranti (tutti ex militari israeliani) sono stati presi, è fuggito in Israele; e in gran fretta, lasciando anche i computer accesi negli uffici; e ricercato dall’FBI, non è più tornato.

Israeliani danzanti, alla tv israeliana

Israeliani danzanti, alla tv israeliana

I cinque ragazzoni sono stati detenuti a lungo dal FBI. Poi sono stati espulsi per aver lavorato in Usa senza permesso, e quindi sottratti a ulteriori indagini, da Michael Chertoff, che il giorno 11 Settembre era il capo della divisione penale nel Dipartimento della Giustizia, e si trovava in New Jersey: qui avocò a sé tutte le prime indagini sull’attentato e guidò le polizie (locale e federale) dove era opportuno. Ne 2005 Chertoff fu elevato da Bush a ministro: capo del nuovo ministero della sicurezza interna, Department of Homeland Security. Michael Chertoff è figlio del rabbino Gherson Baruk, e di Livia Eisen, israeliana, hostess della compagnia di bandiera El Al, e divenuta famosa a suo tempo per aver sventato un dirottamento aereo da parte di palestinesi. 

Michael_Chertoff,_official_DHS_photo_portrait,_2007

Chertoff

Philip Zelikow (la cui identità J è negata da alcuni, sostenuta da altri) è stato il capo del ‘transition team” di Bush jr.; dopo il mega-attentato Bush l’ha nominato direttore esecutivo della Commissione senatoriale sull’11 Settembre: quella dove sono le 28 pagine. In quella veste, è stato lui che ha deciso quali informazioni sulle indagini e d’intelligence passare ai senatori della Commissione, e quali non far loro vedere; anzi, secondo il giornalista Philip Shenon del New York Times, è stato lui, Zelikov, a scrivere, se non ampie parti del Rapporto della predetta Commissione, almeno la “scaletta” di esso, prima ancora che la Commissione si radunasse effettivamente.

Zelikow

Zelikov, che si è auto-definito “un esperto nella creazione e mantenimento di mitologie pubbliche”, nel 1998 scrisse (con Ashton Carter, il ministro della Giustizia l’11 Settembre, e l’ex capo della Cia nonché J John Deutsch) un articolo su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations, dal titolo: “Catastrophic Terrorim”, in cui speculava sulle conseguenze politiche di un attentato grosso come quello di Pearl Harbor, per esempio la distruzione del World Trade Center. Una vera profezia.

https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/1998-11-01/catastrophic-terrorism-tackling-new-danger

Nel 2004, Zelikow ha riconosciuto pubblicamente che le guerre ingaggiate nel mondo islamico dagli Usa non erano la risposta ad una minaccia contro gli Usa, ma “Per la sicurezza di Israele; una minaccia che non osa dire il suo nome, perché francamente gli europei non sono molto preoccupati di questa minaccia, e quanto al governo americano, non la dichiara troppo, perché non è una causa popolare”.

http://www.vdare.com/articles/philip-zelikow-and-the-iraq-threat-that-dare-not-speak-its-name

Difficile essere più espliciti di così.

Chi vuole, può controllare ciò che ho rapidamente riportato su “history commons”, sito collettivo che titanicamente raduna, in ordine cronologico, tutte le prove della versione ’non ufficiale”, con a fianco le fonti. Fatelo prima che scompaia.

http://www.historycommons.org/project.jsp?project=911_project

La nuova versione ufficiale è vantaggiosa per tutti. Il senatore Chuck Schumer, J, democratico di New York, ha fatto passare una legge su misura, secondo cui “l’immunità diplomatici di cui godono i capi politici stranieri non si applica se la nazione che guidano ha ucciso cittadini americani sul suolo americano”: così le famiglie delle vittime dell’11 Settembre potranno trascinare in giudizio i Saud par farsi pagare profumati risarcimenti. Soldi li hanno.

Washington potrà operare un “cambio di regime” a Ryad, magari tramite i classici bombardamenti. Anche se non credo: i Saud “faranno le riforme” (come Renzi o Monti) , e pagheranno una multa colossale di decine di miliardi alla giustizia federale Usa, come già ha dovuto fare Volkswagen.

Il furgone dei danzanti

Il New York Times ha già preconizzato come andrà a finire nel suo editoriale del 22 aprile: “Il ristabilimento delle relazioni, ora rotte, con l’Arabia Saudita, richiede che tutti i fatti siano conosciuti”. Si pubblichino, suvvia, le 28 pagine.  

Anche l’Establishment, specie quello repubblicano, ha cessato di essere terrorizzato da Trump, e non cercherà più di sbarragli il passo verso la Casa Bianca con tutti mezzi e colpi bassi possibili. E’ molto tranquillizzato. Donald ha persino detto che tutta la storia degli israeliani danzanti è un mito complottista. Antisemita.

“Mister Trump ha riconosciuto la necessità di rimodellare il suo personaggio, e che la sua campagna deve cominciare collaborare con l’Establishment politico; poiché è vincente, non è interessato a cambiare le regole”, ha detto Paul Manafort, il manager della sua campagna, lobbista di grandi qualità (faceva lobby anche per i Saud, pensate).

E i media? Ormai non vedono più in Donald Trump l’impresentabile pagliaccio, il ridicolo rozzo sessista, razzista, politicamente scorretto; di colpo ravvisano in lui  le doti intellettuali dell’Uomo di Stato,  la dignità, l’eleganza, la allure adeguata al prossimo inquilino della Casa Bianca. Anche la Botteri, nel suo piccolo, comincia a descrivercelo nella nuova veste dignificata di Statista.  Un nuovo presidente per una nuova versione ufficiale: cosa volete di più?

Link alla fonte: http://www.maurizioblondet.it/11-settembre-trump-adotta-la-nuova-versione-ufficiale-ed-anche/

L’ideologia della crescita

Oggi, si celebra “La Giornata della Terra” e in occasione dell’inizio della conferenza al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York, dove 165 paesi si sono riuniti sull’accordo di Parigi lo scorso dicembre inerenti al riscaldamento globale, vale la pena fare alcune considerazioni, anche che se pur utopistiche.

Non so cosa i partecipanti metteranno in atto (oltre al rimanere sotto i due gradi per frenare il global warming) per evitare conseguenze catastrofiche. Il leitmotiv è sempre quello: La CO2, dimenticando completamente (se non incentivarla) la sfrenata crescita economica ormai non più comprensibile in un mondo finito, “con un ecosistema già fortemente compromesso”.

L’eclatante menzogna della crescita
come panacea di tutti i mali della società.

Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del “creare più lavoro facendo crescere l’economia” come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l’impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.

E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l’economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l’umanità?

Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell’economia possa continuare in modo indefinito.

I principali indicatori ambientali, uno su tutti l’Ecological Footprint, ci dicono chiaramente che abbiamo superato di gran lunga i limiti che sanciscono la sostenibilità.

Assistiamo quotidianamente ai primi segnali di un collasso dell’ecosistema che però, al motto di “più crescita per tutti”, stiamo follemente ignorando.

Pensiamo di essere delle divinità onnipotenti che operano in uno spazio infinito, ma in realtà siamo simili a dei batteri insignificanti intrappolati in una capsula di Petri intenti a consumare il nutrimento di cui disponiamo più velocemente di quanto quest’ultimo riesca a rigenerarsi.

Potremmo continuare a fingere che non esistano limiti dovuti alla finitezza del pianeta sul quale viviamo, ma prima o poi pagheremo a caro prezzo le conseguenze delle nostre illusioni.

Che cosa dovrebbe fare un’economia sana che agisce in un mondo finito?

Inizialmente dovrebbe crescere, per poi tendere asintoticamente verso il limite imposto dalla finitezza del pianeta, esattamente quel limite che sancisce la sostenibilità.

A quel punto si potrebbe agire sull’efficienza, ad esempio concentrandosi sull’incremento della qualità e non della quantità.

Ma si dà il caso che noi abbiamo già superato tale limite, quindi un qualche tipo di decrescita economica è inevitabile.

Sta a noi scegliere se continuare a correre sempre più veloci per scontrarci contro un muro o rallentare per deviare dalla rotta di collisione, salvando l’umanità da un tremendo impatto.

Non tutte le strategie per decrescere sono uguali: si può decrescere in modo stupido provocando gravi ripercussioni sociali, o lo si può fare con intelligenza migliorando le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

La decrescita infatti non è necessariamente una cosa negativa, come politici ed economisti al servizio del capitale intendono farci credere.

O meglio, non è un male per gli esseri umani in generale, ma lo è senza alcuna ombra di dubbio per tutti coloro che intendono realizzare profitti. Cerchiamo di capire perché.

Che cosa accadrebbe all’economia se non ci fossero più guerre, se gli oggetti durassero a lungo e gli esseri umani smettessero di fumare e non si ammalassero più di cancro?

Miliardi e miliardi di dollari di profitto svanirebbero, il PIL collasserebbe e di certo l’economia crollerebbe sotto il peso delle sue contraddizioni. Un’eclatante crisi occupazione causerebbe ancor più eclatanti problemi sociali.

Ma eliminare le guerre, diminuire le malattie e produrre oggetti durevoli, riducendo anche l’inquinamento ambientale, sarebbe un male o un bene per gli esseri umani?

Bisogna intenderci sui fini delle nostre azioni: vogliamo continuare a far crescere l’economia per salvarla dalle sue contraddizioni, o vogliamo salvare l’umanità dalle contraddizioni dell’odierna economia?

La drastica diminuzione del PIL lascerebbe gran parte delle persone disoccupate… vediamo quindi come si potrebbe risolvere la crisi occupazione senza alcuna necessità di far cresce l’economia.

Il lettore imbevuto dell’ideologia crescitista probabilmente resterà sconcertato scoprendo che esistono almeno tre soluzioni praticabili.

Numero uno: si può ridurre l’orario di lavoro, in modo tale che tutti tornino a lavorare, così come sostenuto in quel famoso motto che andava tanto di moda negli anni ’70.

Numero due: si può istituire un reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, in modo tale che tutti abbiano la certezza di poter vivere in modo più che dignitoso, anche senza lavorare.

Numero tre: si possono togliere i mezzi di produzione dalle grinfie dei capitalisti, iniziando ad impiegarli per produrre beni e servizi necessari e di elevata qualità in modo quanto più possibile automatizzato, al fine di distribuirli a tutti, senza pretendere alcun prezzo, guardando alle vere esigenze dei membri della società e non al profitto.

Cerchiamo di analizzare brevemente pregi e difetti di queste soluzioni così “alternative” rispetto al pensiero dominante.

La proposta di ridurre l’orario è senz’altro attuabile ed ha il grande merito di diminuire il tempo dedicato al lavoro che oggi è paradossalmente totalizzante.

Perché dico “paradossalmente”? Perché ciò accade nell’epoca in cui la tecnologia può sostituire grandemente l’uomo nel lavoro, in modo decisamente efficiente e soprattutto automatizzato.

Se le automazioni ed i sistemi informatici possono lavorare al posto degli esseri umani, per quale assurdo motivo continuiamo a lavorare al posto loro?

Ad ogni essere umano dotato di un quoziente d’intelligenza di poco superiore a quello di uno scimpanzé, sembrerebbe ragionevole sfruttare questa grande opportunità… e invece no!

Solo per fare un esempio tra i più eclatanti: nei supermercati non ci sono casse automatiche ma commesse che sprecano la loro vita davanti a calcolatrici semi-automatiche.

In generale, c’è una forte inerzia che c’impedisce di sostituire i lavoratori umani con delle automazioni, perché altrimenti diminuirebbe l’occupazione.

Ma ancora più paradossale, è che il sistema riesca a convincere i lavoratori di dover essere addirittura grati per l’“opportunità” che gli viene concessa, vale a dire l’opportunità di essere schiavi di un lavoro inutile che non è più necessario, perché potrebbe essere svolto da qualche apparato tecnologico.

Simili dinamiche, a mio avviso, rappresentano una follia sociale e devono assolutamente essere eliminate.

Se una macchina è in grado di svolgere un lavoro al posto degli esseri umani, quella macchina deve svolgere quel lavoro.

È compito del sistema economico fare in modo che l’automatizzazione del lavoro rappresenti una dinamica auspicabile, e che quindi possa avvenire senza generare alcun problema sociale.

Diminuendo l’orario di lavoro, si potrebbe ripristinare la piena occupazione a prescindere dal quantitativo di lavoro sottratto all’umanità dalle automazioni; e così si potrebbero arginare le criticità dovute al fenomeno noto come “disoccupazione tecnologica”.

La diminuzione d’orario, però, implicherebbe anche una diminuzione dello stipendio, che, almeno in prima battuta, potrebbe essere facilmente eliminata integrando i salari.

Come? Redistribuendo la ricchezza esistente.

E non mi si venga a dire che “non si può fare”, perché in un mondo dove l’1% della popolazione ha accumulato una ricchezza complessiva pari a quella del restante 99% (fonte Oxfam 2016), redistribuire la ricchezza non solo è possibile ma è doveroso.

Possiamo ora prendere in considerazione la soluzione numero due.

Il reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, ha il grande pregio di eliminare l’obbligo del lavoro, pur garantendo a tutti di vivere. Il che, a mio avviso, rappresenta un enorme progresso dal punto di vista sociale.

Tutti gli individui dovrebbero avere la certezza di poter vivere dignitosamente solo ed esclusivamente per il fatto di essere umani, ed il lavoro non dovrebbe essere una costrizione, come invece accade oggi per i più, ma una libera, matura e volontaria espressione dell’essere di ogni individuo.

Con il reddito d’esistenza entrambi gli obiettivi sarebbero immediatamente raggiunti.

Nel futuro le macchine prenderanno sempre di più il posto degli uomini nel mondo del lavoro e ad un certo punto si dovrà accettare l’idea di svincolare il reddito ricevuto dal lavoro effettuato.

Un simile passo, prima o poi, dovrà essere attuato, perché entro qualche decennio il costo delle automazioni scenderà notevolmente, e il lavoro umano potrebbe diminuire a tal punto da non essere più necessario (o quasi).

La concessione di un reddito d’esistenza consentirebbe di eliminare ogni sorta di criticità dovuta all’eccessiva povertà, come ad esempio fame, furti, impossibilità di accedere alle cure mediche e così via; inoltre, i processi produttivi potrebbero essere automatizzati, senza più alcun problema dovuto alla creazione di disoccupazione.

Si può davvero dare un reddito a tutti senza nessun obbligo di lavorare?

Certo che si può fare, o meglio, si sarebbe potuto fare agevolmente se i “lungimiranti” politici non avessero ceduto la sovranità monetaria a banche centrali private ed indipendenti (come nel caso della BCE).

Così come gestito oggi, il denaro è il più grande mezzo di dominio dell’umanità. Ma se il popolo riuscisse a impadronirsi della gestione della moneta, potrebbe compiere un primo grande passo verso la libertà, eliminando debiti immaginari e concedendo un reddito d’esistenza degno di questo nome a tutti gli esseri umani.

Il secondo e assai più importante passo da compiere consiste nel liberare il pensiero dalle logiche del profitto, ponendo al primo posto tra i nostri fini il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

A quel punto si potrebbe perfino pensare di pianificare l’economia avvalendoci di una rete di calcolatori ed eliminando l’uso del denaro. Arriviamo così alla terza soluzione.

Ci sono beni che non devono avere un prezzo come l’aria o l’acqua, ad esempio, e perché no, anche del buon cibo, un’istruzione elevata, trasporti, cure mediche, un’abitazione e qualche capo di vestiario di qualità.

Alla luce dell’odierna conoscenza scientifico-tecnologica, che cosa c’impedisce di fornire gratuitamente a tutti gli esseri umani un insieme essenziale di beni e servizi, se non una mera questione di volontà?

Di certo non mancano i mezzi e le risorse per farlo, è solo che il nostro agire non guarda a quel fine, così come non guarda all’efficienza, ma pensa solo al profitto.

Ormai siamo abituati all’idea che i mezzi di produzione debbano essere di proprietà privata, e che i loro possessori abbiano il diritto di impiegarli a proprio vantaggio, inseguendo il profitto e sfruttando in modo indiscriminato risorse e altri esseri umani.

Ma se ci fermassimo a riflettere, scopriremmo immediatamente che non c’è niente di più sbagliato di una simile organizzazione sociale.

In nome della proprietà privata e della competizione finalizzati al profitto personale, abbiamo costruito la più distopica delle società, nella quale non ci si preoccupa degli altri ma si pensa a come sottometterli per sfruttali; non si guarda alla sostenibilità ambientale ma a quanto utile in più si può ricavare consumando il petrolio piuttosto che l’energia derivante dalle fonti rinnovabili; la malattia non è un male da eliminare ma una condizione profittevole da ricercare… e così via di assurdità in assurdità.

Le risorse dovrebbero essere comuni, così come i mezzi necessari per trasformarle, ed il fine non dovrebbe essere il profitto ma l’interesse generale.

L’economia non dovrebbe basarsi sul libero mercato ma dovrebbe essere scientificamente pianificata al fine di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi, con la massima efficienza ed in modo sostenibile.

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell’umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Capisco che tutto ciò richieda un’evoluzione della coscienza che è ancora di là da venire, ma non per questo una simile soluzione si può escludere dal dominio delle umane possibilità.

Un eclatante punto di criticità risiede nell’attuale paradigma economico capitalistico che deve essere superato.

Ma se vogliamo seriamente risolvere le problematiche non possiamo soltanto limitarci a cambiare l’economia, dobbiamo elevare anche il nostro livello di pensiero, con una nuova concezione socio-economico-culturale.

La diminuzione d’orario a stipendio invariato e/o la concessione di un reddito d’esistenza, sono dei passi necessari per risolvere le odierne problematiche che devono assolutamente essere attuati.

Ma purtroppo funzioneranno solo nel breve termine; nel lungo termine infatti perderanno la loro efficacia, perché non intervengono alla radice dei problemi, eliminando le vere cause delle criticità.

Il loro limite consiste nel restituire ossigeno al sistema capitalistico, mantenendo in essere le sue logiche.

Ad esempio, l’idea di produrre per realizzare profitto resterebbe in essere, con tutte le distorsioni che ne derivano, come un iper-consumo inutile e dannoso.

L’umanità sarebbe un po’ più libera dal lavoro, ma ci sarebbe comunque sfruttamento da parte dell’uomo sull’uomo. E ci sarebbe ancora divario sociale, pur essendo attenuato in qualche misura.

Con la nuova disponibilità di reddito, e la spinta dovuta all’inseguimento del profitto, i consumi tornerebbero a crescere, e con essi l’impatto ambientale.

È chiaro quindi che come minimo si debba ripensare l’approccio alla produzione (e al consumo), svincolandolo dall’idea del profitto e orientandolo all’efficienza e all’utilità.

Ma il sistema capitalistico basato sulla moneta debito non può fare a meno di crescere, perché se non cresce è intrinsecamente condannato a fallire.

Quindi, se s’intende spezzare questo circolo vizioso basato sulla ricerca della crescita per la crescita, è altresì necessario ripensare i fondamenti dell’economia.

I problemi dell’odierna società non possono essere risolti continuando a preservare le logiche del sistema capitalistico, perché da esse sono generate.

Dobbiamo comprendere che il problema non consiste nel lavoro che non c’è, o in quello che mancherà a causa del crescente impiego della tecnologia, ma nella più totale incapacità dell’attuale sistema economico di impiegare le automazioni e i sistemi informatici basati sull’intelligenza artificiale a vantaggio di tutti.

Non si tratta di creare più lavoro in modo da ottenere la piena occupazione, ma di diminuire il lavoro umano delegandolo alle automazioni, per quanto possibile, facendo in modo che gli esseri umani possano comunque usufruire dei beni e dei servizi realizzati e forniti dal sistema.

Non è una questione di far crescere l’economia ma d’iniziare a guardare all’efficienza per assicurare la sostenibilità.

Non ci servono più beni di scarsa qualità per realizzare un maggior numero di vendite, ma meno beni di alta qualità costruiti per durare a lungo, in quantità tali per fare in modo che tutti possano disporne.

Non dobbiamo aumentare i profitti, ma la libertà, l’uguaglianza e la felicità.

Se daremo ancora una volta ascolto agli ideologi della crescita, alimenteremo le disgrazie dei molti per il vantaggio dei pochi.

Mediante un iper-lavoro ed un iper-consumo inutili condanneremo i lavoratori ad una vita da schiavi e comprometteremo ulteriormente l’ecosistema del pianeta sul quale viviamo.
L’unica cosa che dovrebbe crescere non è l’economia, ma la nostra umanità.

Mirco Mariucci

http://utopiarazionale.blogspot.it/2016/04/leclatante-menzogna-della-crescita-come.html

Trilateral Commission al Quirinale

Lo Stato Italiano e la Commissione Trilaterale

Il presidente della Repubblica Italiana accoglie al Quirinale la Commissione Trilaterale – una organizzazione paramassonica molto potente – e la elogia. Credo che questo dica molto, ma veramente molto. Anche l’Italia è controllata e influenzata dalla Commissione Trilaterale che conduce al Nuovo Ordine Mondiale

Ora, che cos’è la commissione trilaterale?

La Commissione Trilaterale (in inglese, Trilateral Commission) è un gruppo non governativo e non partitico di studio-discussione sorto nel giugno del 1973 per opera dell’Illuminato David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di altri dirigenti e notabili, tra cui l’ebreo Henry Kissinger (ex segretario di Stato USA) e Zbigniew Brzezinski (che fu consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza di Jimmy Carter). La Trilaterale conta oltre trecento membri (uomini d’affari, politici, intellettuali) provenienti dall’Europa, dal Giappone e dall’America Settentrionale, e ha l’obiettivo di promuovere una cooperazione più stretta tra queste tre aree (di qui il nome). Ha la sua sede sociale a New York.

Tra i membri italiani si annoverano tra gli altri: Mario Monti, l’attuale presidente del Consiglio dei ministri italiano nonché senatore a vita e presidente dell’Università Bocconi, che nel 2010 era diventato presidente europeo della Commissione Trilaterale, e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, ma che a seguito della nomina a presidente del Consiglio si è dimesso da questi incarichi il 24 novembre 2011; John Elkann, presidente di Fiat SpA, Exor e della Giovanni Agnelli e C; Enrico Letta, politico italiano e attuale vicesegretario del Partito Democratico; e Marco Tronchetti Provera, imprenditore e dirigente d’azienda italiano (da Wikipedia).

Lo scrittore e giornalista francese Jacques Bordiot (1900 – 1983) ha affermato riguardo ai membri della commissione, che

‘il solo criterio che si esige per la loro ammissione, è che essi siano giudicati in grado di comprendere il grande disegno mondiale dell’organizzazione e di lavorare utilmente alla sua realizzazione’ e che ‘il vero obiettivo della Trilaterale è di esercitare una pressione politica concertata sui governi delle nazioni industrializzate, per portarle a sottomettersi alla loro strategia globale’.(‘Présent’, 28 e 29 gennaio 1985).

E il senatore americano Barry Goldwater (1909-1998) nelle suo libro With No Apologies ha scritto che

‘il vero impegno della Trilaterale è la creazione di un potere economico mondiale superiore al governo politico delle nazioni implicate. Essi sono convinti che lo sfrenato materialismo che si propongono di creare possa superare le differenze esistenti. In quanto dirigenti e creatori del sistema, governeranno il futuro’ (citato in Arthur Goldwag, Il Libro che la Massoneria non ti farebbe mai leggere, pag. 206).

Tratto dal libro “La massoneria smascherata” di Giacinto Butindaro

Posted by Haiaty Varotto

Link diretto alla fonte: http://destatevi.org/lo-stato-italiano-e-la-commissione-trilaterale/

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L’EUROPA DI OGGI, SEMPLICE E IGNARA PEDINA NELLA “GRANDE SCACCHIERA” DISEGNATA DA
ZBIGNIEW BRZEZINSKI
 
Per capire l’attuale stato dell’Unione Europea, più che le fesserie dette di volta in volta da politicanti ora di finta destra ora di finta sinistra, è indispensabile leggere un libro di Zbigniew Brzezinski, “La Grande Scacchiera”, pubblicato da Longanesi nel lontano 1997. Il libro in questione non è facilmente reperibile e, dopo averlo letto, la cosa non stupisce.
 
Brzezinski, per chi non lo sapesse, è uno dei più influenti player della politica americana da molti anni; appartenente al primo cerchio del potere globale, già ideatore e fondatore di consessi paramassonici potentissimi come la “Trilateral Commission”, Brzezinski fa parte di quella categoria di uomini che i fatti non li analizza: li determina.
 
L’autore ha il dono di parlare chiaro, dipingendo la realtà senza concedere nulla né alla “forma” né al “garbo”. I Paesi “amici” dell’America vengono definiti senza tanti giri di parole “Stati vassalli”, da blandire o minacciare a seconda degli interessi contingenti delle élite statunitensi. Brzezinski parte da un dato di fatto: Gli Stati Uniti esercitano oggi una indiscutibile leadership sul piano globale, leadership che il definitivo crollo dell’impero sovietico ha reso esclusiva e assoluta. 
 
Come mantenere e consolidare un simile primato negli anni a venire? Il libro si snoda intorno a questa priorità, approfondita da Brzezinski con approccio tanto lucido quanto cinico. Il politologo di origine polacca individua nell’Eurasia la zona strategica da presidiare sull’assunto che chi “comanda in Europa comanda nel mondo intero”.
 
Per gli Stati Uniti quindi è decisivo non perdere influenza nel Vecchio Continente, favorendo un progressivo processo di unificazione trainato dall’asse franco-tedesco. Brzezinski sostiene inoltre che, nell’ottica americana, è preferibile avallare la leadership dei tedeschi, considerati più “gestibili” rispetto ai francesi ancora nostalgici di una “grandeur” che ne gonfia l’ego rendendoli più imprevedibili. 
 
La Germania, invece, anche per i trascorsi nazisti, senza l’ombrello militare a stelle e strisce non godrebbe di nessuna legittimazione in campo internazionale, onde per cui un eventuale processo di disallineamento da parte delle classi dirigenti teutoniche rispetto agli ordini impartiti da oltre Oceano viene considerato altamente improbabile. Brzezinski, fautore di un progressivo allargamento ad est dell’Europa (cosa poi puntualmente avvenuta), individua per tempo nella Russia il principale antagonista di un simile progetto, dimostrando anche in questo caso di possedere una certa “lungimiranza”. 
 
I semi delle odierne tensioni in Ucraina sono già presenti all’interno delle pagine de “La Grande Scacchiera” (pubblicato, lo ricordiamo, quasi venti anni orsono), allorquando Brzezinski preconizza il futuribile ingresso della Patria di Poroshenko nella grande famiglia della Ue in un periodo che va dal 2005 al 2010. Nel rapporto con l’Europa l’autore tradisce sentimenti ambivalenti: da un lato ritiene indispensabile scoraggiare il possibile riemergere di nazionalismi intraeuropei non funzionali al controllo americano sul Continente; dall’altro però coglie come una Europa politicamente unita avrebbe tutte le carte in regole per ristabilire in termini paritari il rapporto-ora di “puro vassallaggio”- con lo zio Sam. 
 
La paralisi odierna è tutta racchiusa nell’analisi di Brzezinski. Ai manovratori serve una “Europa unita ma non troppo”. La lettura del libro in argomento è utile anche per capire le fisime sulle politiche di austerità, considerate da Brzezinski funzionali non tanto al rilancio dell’economia, quanto indispensabili per risvegliare lo spirito di un popolo – quello europeo – ora ripiegato a causa dell’eccesso di benessere. Una tesi che ricorda la “riscoperta della durezza del vivere” teorizzata da un altro bel personaggio come Tommaso Padoa Schioppa.
 
E’ interessante notare infine come Brzezinski, legato a doppio filo ai principali circuiti massonici mondialisti, individui proprio nel “cristianesimo” il collante culturale buono per accelerare il progetto di integrazione comunitaria. A pagina 83 del suo libro l’autore rivendica infatti come “imprescindibile, sul piano politico ed economico, l’azione civilizzatrice dell’Europa cristiana, depositaria di una antica eredità religiosa comune”. 
 
Nel libro “Wojtyla segreto” di Galeazzi e Pinotti, d’altronde, si ricostruiscono gli strettissimi rapporti intercorsi fra Giovanni Paolo II e lo stesso Brzezinski, quest’ultimo fortemente sospettato di avere recitato un ruolo nell’elezione del papa polacco, secondo solo a quello esercitato dallo “Spirito”.

La disinformazione sul controllo meteorologico

Michio Kaku: “Un giorno controlleremo il tempo”
La disinformazione sul controllo meteorologico

Quando dici a qualcuno, “ci stiamo lavorando sopra”, è chiaramente implicito che “non possiamo farlo ora”. Quando il governo o una grande azienda vuole reprimere ogni sospetto pubblico dell’esistenza di una tecnologia avanzata, semplicemente vuol dire al pubblico, “ci stiamo lavorando sopra”.

Questa tecnica è stata utilizzata per anni per annullare i pubblici sospetti sulle attuali irrorazioni delle scie chimiche. Il governo ha fatto di tutto per nascondere la verità. Hanno pubblicato documenti, hanno tenuto conferenze, prodotto materiali didattici, per falsificare i potenziali futuri studi sull’aerosol spruzzato in cielo per combattere il “cambiamento climatico”.

Poiché la polverizzazione in corso è l’attività più dannosa mai eseguita per l’umanità, così, anche la campagna di disinformazione deve essere la più grande mai realizzata, questa è la ragione del perché c’è così tanto brusio circa il futuro sulle irrorazioni di aerosol.

Nel video qui sotto, Michio Kaku, il nuovo portavoce pubblico per la scienza che ha sostituito Carl Sagan dopo la sua morte, disinforma il pubblico dicendo: “un giorno saremo in grado di controllare il tempo”.

Prendete atto di come Michio Kaku da enfasi alle sue dichiarazioni: “in laboratorio”, non c’è “nulla di conclusivo (ancora)” e, per impressionare ulteriormente la menzogna ci dice che il controllo del tempo non è ancora stato implementato. Michio sa esattamente quello che sta facendo.

http://globalskywatch.com/assets/av/from-darkness-to-light.mp4.mp4LINK

Articolo correlato QUI

Leggi anche: Global Governance Futures 2025

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da

 

Almanacco di aprile 2016

Opening Earth – La Terra sprofonda Opening Earth – La Terra Sprofonda, film integrale. Un interessante documentario senza il parlato sul crescente fenomeno delle voragini che si aprono inaspettatamente in giro per il mondo. Immagini davvero angoscianti.

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In guerra contro Al Sisi. Ce lo chiede Regeni. Anzi Obama
 

“Gentiloni ritira l’ambasciatore dal Cairo. La mamma di Regeni: non ci fermeremo”. Bombarderemo l’Egitto per mamma Regeni? Niente di impossibile dati i precedenti: dopotutto, la politica estera anti-siriana l’hanno dettata al paese le due Vanesse, obbligandoci a finanziare i terroristi loro amici con 6 milioni (e forse più). Eppure la cosa non cessa di apparire demenziale. Un amico giornalista mi chiedeva l’altro ieri: “Perché secondo te continuano menarla con Regeni, in tv, radio giornali? Non l’hanno mai fatto..”. 
 
Adesso si sta chiarendo. Un articolo di Guido Rampoldi su Il Fatto (un giornalista amerikano per un giornale sempre più amerikano sotto Peter Gomez) sunteggia: Al Sisi , il mostro fascista, il Pinochet cairota, è debole, non forte. Ha deluso la sua stessa borghesia. L’Occidente ha deciso che restituire l’Egitto ai Fratelli Musulmani è meglio. D’accordo, i Fratelli Musulmani non sono democratici né tanto civili, però loro al potere “sbarreranno la strada all’IS”.

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Al referendum sulle trivelle vota NI!

 
“Fermiamo le trivelle”. “Il mare non si tocca”. “L’Italia non si trivella”. Questi sono alcuni degli slogan di chi si fa portavoce del referendum del 17 Aprile “sulle trivelle”, invitando a votare un deciso SI.
Peccato sia una colossale pagliacciata.
 
Con questo referendum non si dice “no alle trivellazioni” ma solo si decide se l’estrazione di giacimenti già trivellati da parte di trivelle già esistenti, a meno di 12 miglia dalla costa, continuerà dopo la fine delle concessioni a prescindere dal fatto che sia o no ancora presenza di risorse nel giacimento trivellato. Quindi c’è molta disinformazione: non si fermano le trivellazioni nel mediterraneo, non si dice no al petrolio, non si protegge il “nostro mare”, non si diminuisce l’attività delle navi da carico, non si decide nulla riguardo alla protezione dell’ambiente, all’inquinamento o allo sfruttamento delle risorse. Solo si fermano le estrazioni di siti già trivellati.

La conseguenza di un SI a questo referendum non ferma nulla: le compagnie possono tranquillamente costruire altre trivelle (a 13 miglia dalla costa anziché 12) e, paradossalmente, continuare a sfruttare lo stesso giacimento che sarebbero costrette ad abbandonare con l’aggiunta di dover di nuovo trivellare per raggiungere lo stesso giacimento. Considerando che è proprio la trivellazione ad essere la fase più inquinante e pericolosa per l’ambiente, dire SI al referendum sarebbe come incentivare nuove trivellazioni. Il tutto senza contare che lasciare un giacimento trivellato non è un’operazione semplice e priva di rischi, tutt’altro, e dovremmo quindi sperare che le compagnie costrette a lasciare il lavoro a metà eseguano l’operazione con tutti i crismi necessari… Già, le stesse compagnie che vorremmo far smettere di trivellare perché sono insensibili all’ecologia. Continua QUI
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Il falso problema dell’invecchiamento della popolazione 

Da più parti, tra blogger, economisti, commentatori e anche comuni cittadini è abbastanza diffusa e condivisa la tesi dell’insostenibilità del sistema pensionistico, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e quindi da più parti si ipotizzano e spesso si concretizzano ricette più o meno condivisibili, come innalzare continuamente l’età pensionabile, ridurre le pensioni, altri come la Boldrini aprono a massicce migrazioni di immigrati per arrivare in futuro a 66 milioni (poi mi chiedo perché dovremmo arrivare per forza a quella cifra), altri ancora chiedono politiche favorevoli all’incremento demografico e si spingono ad ipotizzare un’Italia con 100 milioni di anime (vorrei ricordare che l’Italia ha già una densità della popolazione superiore alla Cina ad esempio). Continua QUI
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La Neolingua

Viviamo in un`epoca in cui e` difficile distinguere la verità dalla falsità a causa di una feroce propaganda mediatica. Con il termine inglese doublespeak si possono intendere termini eufemistici (espressioni progettate per nascondere significati piu` duri o spiacevoli), ambigui (espressioni progettate per nascondere la verità) o totali inversioni della realtà (bugie che affermano il contrario della verità). Anche se non ha mai usato il termine doublespeak (o linguaggio ambiguo), nel suo libro, 1984, molti associano tale termine a George Orwell. Dopo tutto, è stato Orwell a scrivere il motto del partito totalitario in 1984: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” – un perfetto esempio di inversione. Orwell ha tuttavia usato il termine “neolingua” per riferirsi a un nuovo tipo di linguaggio che ha drasticamente ridotto le parole e i termini disponibili, in modo da ridurre contemporaneamente ogni forma di libertà di pensiero nel popolo governato. Continua QUI
 

IDRO-CONFLITTI

Chi controlla l’acqua controlla il pianeta 

 L’acqua è lavoro, 3 impieghi su 4
dipendono dalla risorsa idrica
Pubblicato il World Water Development Report
(WWDR 2016) 

 
Tre posti di lavoro su quattro dipendono direttamente dall’acqua. Questo significa che la carenza d’acqua e gli ostacoli all’accesso alla risorsa idrica e ai servizi igienico-sanitari potrebbero limitare la crescita economica e la creazione di posti di lavoro nei decenni a venire. È quanto emerge dall’edizione 2016 del World Water Development Report (WWDR 2016), il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo delle Risorse Idriche Mondiali, dedicato al tema ‘Acqua e Lavoro’.

Stando al rapporto, metà della forza lavoro di tutto il mondo è occupata in otto settori dipendenti da acqua e risorse naturali: agricoltura, settore forestale, pesca, energia, industria manifatturiera ad alta intensità di risorse, riciclaggio di rifiuti, edilizia e trasporti. Secondo le stime presentate nel documento, sono fortemente dipendenti dall’acqua più di 1,4 miliardi di posti di lavoro, pari al 42% del totale della forza lavoro mondiale. Si stima, inoltre, che 1,2 miliardi di posti di lavoro, pari al 36%, hanno un livello medio di dipendenza dall’acqua. In pratica, il 78% dei posti di lavoro in cui è occupata la forza lavoro globale dipende dall’acqua….FONTE 

L’acqua è un arma
I migranti dell’acqua in fuga dalla guerra 

Una storia antica ma ancora attuale.
Dai fiumi gemelli Tigri ed Eufrate alla diga di Mosul:
“l’oro blu” diventa arma o preda,
e a pagare sono le popolazioni

H2O è il miracolo dell’acqua. È composto di due atomi, uno di idrogeno e l’altro di ossigeno. È l’unica formula chimica che tutti impariamo a memoria. Ma alla biografia dell’acqua andrebbero associati altri due elementi: guerra e migrazioni. Una storia antichissima di idro-conflitti locali, anche armati, costringe da sempre a ondate migratorie. E il guaio è che l’Atlante 2015 dei water conflict è gonfio di battaglie sanguinose e spietate per la conquista della risorsa fondamentale.

Almeno 55 conflitti hanno trasformato l’acqua in una potente arma di guerra, o in preda, ostaggio, target principale. In fondo, la parola «rivalità» deriva dal latino «rivalis» che indicava l’occupazione del fiume di un altro. (ndr e ci sono guerre non dichiarate ma in atto)

Altri tempi? Neanche per sogno. La globalizzazione degli idro-conflitti mostra un notevole catalogo di orrori e fughe di popolazioni in tutte le direzioni e in tutte le epoche storiche. E la storia si ripete oggi soprattutto in una terra martire come quella mediorientale, intorno ai due fiumi gemelli che scorrono paralleli, il Tigri ed Eufrate, due culle della prima civiltà del Pianeta e teatro della prima guerra dell’acqua. Correva l’anno 2500 avanti Cristo quando la Mesopotamia fu insanguinata da un lungo e tribale conflitto durato almeno cento anni. 

Si fronteggiavano gli eserciti delle due città-stato sumere di Umma e Lagash, in lotta per la conquista delle acque del Tigri. Tutto ebbe inizio quando il re Eannatum di Lagash, diede ordine di scavare canali irrigui che deviarono il corso del grande fiume, assetando Umma, poco distante dall’attuale Bagdad. 

Avvoltoi volano sui cadaveri dei soldati della città di Umma. Particolare della stele degli avvoltoi. Circa 2450 a.C.

Bastarono però tre giorni di feroci combattimenti per celebrare la prima vittoria di Lagash con la mitica “Stele degli avvoltoi”, conservata nel Louvre di Parigi, che raffigura falange di soldati con i corpi dei nemici sconfitti sotto i loro piedi, sui quali volteggiano avvoltoi con le teste mozzate dei nemici nei becchi. La madre di tutte le guerre dell’acqua si concluse dopo un secolo con il primo trattato tra parti in conflitto per la gestione comune di un corso d’acqua.

Di idro-conflitti ne mette in fila ben 343 la mappa cronologica aggiornata dai ricercatori del Pacific Institute, California, e dal successo della geopolitica dell’acqua o dell’idropolitica, come viene definita dalla diplomazia internazionale, dipenderanno i destini e gli spostamenti di una fetta di popolazione mondiale in fuga da territori resi ancor più vulnerabili dalle anomalie climatiche. Autorità locali e politica internazionale devono “raffreddare” e arginare oggi almeno 55 importanti contenziosi e conflitti per l’acqua in corso, che coinvolgono negoziatori di almeno 20 Stati.

Il controllo di un fiume o un lago o di dighe e altri impianti idrici, del resto, è da sempre oggetto di strategie, tattiche e imprese belliche. Potremmo ricordare, in casa nostra, una infinità di conquiste e invasioni. Togliere acqua ai nemici è sempre stato un obiettivo militare. Lo sapeva bene il Pentagono che nel 1972 bombardò le dighe che regolavano (ndr: VIETNAM VEDI QUI ) l’acqua nelle risaie nord-vietnamite, o quando le truppe Usa invasero l’Iraq avendo nel mirino la diga di Haditha come primo obiettivo da tutelare. 

Temevano che Saddam Hussein avrebbe causato una catastrofica alluvione ed in effetti aveva già utilizzato l’acqua come arma bellica dopo la prima guerra del Golfo, quando fece costruire enormi terrapieni per deviare sia il Tigri che l’Eufrate per seccare l’area dove si nascondevano i ribelli sciiti. E lo sapevano anche gli ucraini che non a caso hanno minacciato la costruzione di una diga al confine con la Crimea per bloccare l’acqua potabile nella penisola annessa alla Russia.

Il problema è oggi talmente serio che tutti rimpiangono di non aver fatto nulla dal 1995, l’anno in cui Ismail Serageldin, da vicepresidente della Banca Mondiale, ammonì: «Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua». Previsione azzeccata, e rafforzata dall’analisi dell’economista indiana che riassume Vandava Shivaun crudele elenco di guerre per l’acqua che nascondono spesso contrasti etnici, di religione, sociali, militari.

L’acqua è tra le chiavi del successo di ogni trattativa di pace tra israeliani e palestinesi che si contendono il Giordano, corso d’acqua condiviso da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania, prevalentemente sfruttato da Israele, come le risorse idriche sulle alture del Golan. L’acqua innesca conflitti a non finire, da sempre, tra la Turchia e Siria e Iraq, oggi due campi di terrificanti battaglie. 

Le sorgenti del Tigri e dell’Eufrate, infatti, nascono in territorio turco e i turchi hanno sempre opposto gli stessi diritti “padronali” fatti valere per il petrolio iracheno, e progettano oggi vasti sbarramenti con dighe che avranno l’effetto di sviluppare il Paese ma riducendo il flusso a valle. Tra Egitto e Sudan è scontro aperto per il controllo delle acque del Nilo. In realtà, firmarono un trattato di gestione nel 1959 ma creando tensioni con gli altri dieci Stati africani bagnati dal fiume più lungo del mondo, a partire dall’Etiopia e dall’Uganda, aride e assetate. 

L’Etiopia, in particolare, può vantare sulle sue terre l’84% delle acque del grande Nilo, ma è in permanente allarme siccità e carestia e sta innalzando la “Grande diga della rinascita”, toccasana economico per il poverissimo Paese che ridurrebbe però la portata del fiume proprio verso l’Egitto.

Altro giro del Pianeta, ed ecco Stati Uniti e Messico in lotta per i diritti sul Rio Grande e sul Colorado, dove gli effetti della diga Hoover che lo sfrutta per un quarto a beneficio della California (attraversato da appena l’1.6% del corso d’acqua) lo fanno giungere stremato in Messico. Ecco poi l’Argentina e l’Uruguay che sono di fronte alla Corte internazionale di giustizia per la loro disputa sullo sfruttamento del Rio de la Plata. 

In Sud-America altri conflitti sono in corso da sempre in Ecuador, Cile, Bolivia, Colombia, Guatemala, Brasile, Perù, Venezuela, Panama, Paraguay. Non vale oggi nemmeno l’armistizio siglato Tra India e Pakistan per la gestione delle acque dell’Indo. Era il 1960 e divenne carta straccia con la costruzione della diga indiana di Wular nel 1984, il caso che ha riaperto tutte le ostilità. Così come è accaduto tra India e Bangladesh per il controllo del sacro Gange, dopo la costruzione della diga di Farakka voluta dall’India, che ha ridotto drasticamente l’apporto di acqua nell’area confinante. Cina, Nepal, India e Bangladesh litigano poi da sempre intorno a tutti i fiumi che nascono sull’Himalaya. 

L’Asia è un’altra terra di alluvioni e siccità, di grandi dighe e grandi migrazioni. Il Mekong che attraversa sei Paesi e decide la produzione di riso nell’Indocina, dopo la costruzione della diga cinese di Manwan nel 1996, ha ridotto il flusso e quindi le possibilità di sviluppo agricolo dei Paesi indocinesi a valle. Tutti i fiumi del Sud-est asiatico nascono in Cina, e dall’acqua dipende la vita di 1,5 miliardi di persone ai confini della Repubblica popolare. Pechino, però, ha sempre rifiutato trattative con Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Birmania che hanno istituito la «Mekong Commission».

In Asia centrale, invece, Tagikistan e Turkmenistan fanno a gara nel progettare grandi dighe sui corsi d’acqua sui quali litigano con l’Uzbekistan che vedrà ridotti i flussi di acqua a valle. Ma l’elenco continua con i confitti in Nigeria, Sudan, Lesotho e Ghana, Kurdistan.

Un cerchio, abbastanza crudele per una quota di umanità, unisce l’emergenza rifugiati in Europa alla quale assistiamo oggi, alle guerre per l’acqua.

Dietro le grandi migrazioni da prima pagina e le brutali stragi dell’Is tra Iraq e Siria, c’è sangue versato per occupare sbarramenti e dighe gigantesche nella patria delle grandi dighe sumere e assire sul Tigri e l’Eufrate. E tra i migranti in fuga ci sono anche ingegneri e professionisti gestori di infrastrutture idriche terrorizzati dall’avanzata dell’Isis

Lo Stato islamico iniziò la sua avanzata provando a controllare il corso del Tigri, e conquistarono con furiose battaglie la diga di Samarra, a monte di Baghdad, per bloccare il “granaio” dell’Irak. Nei primi mesi del 2013, presero l’antica diga siriana di Tabqa, principale fonte di acqua ed energia per 5 milioni di persone compresa Aleppo, che irriga un migliaio di km² di terre agricole. Misero in fuga migliaia di contadini.

Il governo iracheno ha ripreso il controllo della diga di Haditha, aiutato dai raid aerei Usa che hanno fermato i miliziani dell’Isis alle soglie del grande sbarramento sull’Eufrate, nella provincia di Anbar. Contro i jihadisti, intorno alla gigantesca diga di Mosul che alimenta l’intero Kurdistan, nell’agosto 2014, si svolsero durissime battaglie per strappare all’Isis il sito strategico oggi sotto il controllo delle forze irachene e kurde. 

Altri scenari di guerra sono stati quelli per la conquista della diga di Fallujah o della grande diga di Haditha che produce anche un terzo dell’elettricità del Paese, presidiata dall’esercito iracheno dall’inizio di luglio. Lo scorso aprile, l’Isis occupò la piccola diga di Nuaimiyah, sull’Eufrate, deviando il fiume e inondando un raggio di 300 chilometri e distruggendo circa 12 mila abitazioni. Intere città, da Kerbala a Nassiriya, rimasero senz’acqua, a fare i conti con crisi sanitarie e igieniche gravissime e la fuga di migliaia di residenti. 

In Siria, tra Damasco, Homs, Aleppo, Deir-ez-Zor e Idleb, secondo Save the Children, un anno fa almeno tre milioni di persone, per la metà bambini, non hanno avuto per settimane accesso al cibo e hanno vissuto con il terrore di bere l’acqua perché inquinata: «Si è scatenato il panico. Alcuni hanno cominciato a bere dalle pozzanghere in strada». FONTE (Grassetto della redazione)

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