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La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione

Bizzi: Cro-Magnon, l’Uomo di Atlantide venuto dalle stelle

Chi siamo? Da dove veniamo? Sono domande che ci interpellano da sempre. «La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione: gente inconsapevole, gestita completamente». Lo scrive in un libro il biologo Giovanni Cianti, in una considerazione erroneamente attribuita a Carlos Castaneda. «Chi ha capito, ha capito: non ha bisogno di consigli. Chi non ha capito, non capirà mai. Io non biasimo queste persone», scrive Cianti: «Sono strutturate per vivere, e basta: mangiare, bere, respirare, partorire, lavorare, guardare la televisione e mangiare la pizza il sabato sera, andare a vedere una partita. Il mondo, per loro, finisce lì: non sono in grado di percepire altro. C’è invece un piccolissimo gruppo di esseri umani, che possono essere definiti “difetti di fabbricazione”. Sono sfuggiti al “controllo qualità” della linea di produzione. Sono pochi, sono eretici e sono guerrieri». Mi piace molto, questa frase, forse perché anch’io sento di appartenere a questa minoranza. Ma non è solo questione di rifiutare i dogmi, le imposizioni, e di sentirsi guerrieri. E’ anche una questione di sensibilità. Si tratta di porsi domande, di chiedersi sempre il perché delle cose.

E infatti, tutte le grandi tradizioni spirituali – quelle autentiche, dell’antichità, quelle cioè che hanno preceduto l’era dei dogmi – hanno sempre spinto le persone a porsi domande. Tutte le grandi tradizioni iniziatiche dell’antichità erano finalizzate al risveglio della coscienza e Uomo di Cro-Magnondella percezione, all’apertura di certi canali che noi possediamo naturalmente, ma che magari non sappiamo come utilizzare. Sono canali di comunicazione tra macrocosmo e microcosmo. Comunicazione diretta: sono dei portali, che abbiamo dentro di noi. Molte persone, semplicemente, li ignorano: non si pongono nemmeno il problema della loro esistenza. Nel libro “Resi umani“, scritto con Mauro Biglino, il biologo molecolare Pietro Buffa riflette sulla nostra parentela con lo scimpanzé: il cucciolo di scimpanzé e il “cucciolo d’uomo” sono praticamente indistinguibili. Poi lo scimpanzé adulto si trasforma e si allontana molto da noi, mentre l’uomo adulto conserva i tratti delle specie domestiche, con scarsissima aggressività, e mantiene i caratteri morfologici del cucciolo, come gli occhi grandi rispetto al resto del corpo: un fenomeno che gli scienziati chiamano “neotenia”.

Siamo stati “domesticati” da qualcuno, che ci ha “fabbricati” con la genetica? Lo dicono i testi sumeri: raccontano che gli Anunnaki “crearono” gli Igigi, loro servitori, progettati per lavorare al posto loro, nelle miniere. La nascita degli Igigi ricorda da vicino quella degli Adamiti, che la Bibbia attribuisce agli Elohim. Nella tradizione eleusina, i nostri “creatori” sono gli dèi Titani. Per la precisione, quattro di loro: Atlante, Menezio, Prometeo ed Epimeteo, figli di Giapeto. Da cui la Stirpe Giapetide, ottenuta anche in quel caso con l’ingegneria genetica. La nostra sarebbe la Quinta Umanità, anche per Esiodo. In vari testi antichi si allude a interventi numerosi e ripetuti, attraverso varie fasi del nostro passato. Si parla di una civiltà avanzata, sbarcata sulla Terra in un’epoca incredibilmente remota. La Terra: un pianeta Una ricostruzione dell'Atlantideottimale per la vita, abitabile, con enormi risorse naturali da sfruttare. Solo che, magari, i primi “pionieri” erano in pochi: un’avanguardia di sparuti colonizzatori.

Per ottenere lavoratori, questi pionieri hanno incrociato i loro geni con quelli di alcuni tipi di primati, al fine di ottenere manodopera a costo zero? Si tratta di un’ipotesi inquietante, come è inquietante che l’umanità attuale presenti tanti segni di soggezione, di sottomissione. Non è un mistero, per psicologi e sociologi: l’Homo Sapiens attuale è estremamente manipolabile, suscettibile di indottrinamenti. Tutte le grandi religioni (monoteistiche, in particolare) hanno sempre imposto dogmi: non spingersi oltre, non cogliere il frutto proibito, non porsi domande, accettare il dogma di fede. E’ la basilare forma di indottrinamento, che nelle religioni monoteistiche accompagna l’essere vivente dalla culla alla tomba. Ci viene insegnato a credere, e tutto il sistema si regge su questo. Proprio tutto? Secondo certe interpretazioni, alcune manipolazioni genetiche sarebbero avvenute in epoche assai remote, prima di 200.000 anni fa, e avrebbero portato alla nascita di alcuni ceppi del Sapiens. Secondo invece la tradizione misterica eleusina, sarebbe avvenuta una successiva manipolazione, ad opera dei Titani, attorno all’anno 80.000 avanti Cristo.

Molto plausibilmente, questa seconda manipolazione dette vita all’Uomo di Cro-Magnon, un ceppo del Sapiens particolarmente evoluto. E’ un enigma, per la storia, perché il Cro-Magnon nasce già avanzato, con elevatissime proprietà di linguaggio e con una struttura sociale organizzata, e si diffonde in buona parte dell’emisfero occidentale. La sua comparsa può aver turbato certi processi precedenti? Ha generato un’anomalia? Una falla, nella cosiddetta Matrix? Secondo determinate teorie, il Cro-Magnon sarebbe l’Uomo di Atlantide: proprio quella Astronaviparticolare umanità che gli dèi Titani avrebbero creato a loro immagine e somiglianza, e che avrebbe generato una propria civiltà in quello che era un grande continente, oggi scomparso, nell’Altantico settentrionale.

Doveva essere un continente che poi sarebbe stato distrutto nell’ambito di una grande guerra, che ci viene descritta nella “Teogonia” di Esiodo come la Titanomachia, una guerra combattuta fra dèi. Secondo certi testi mitologici, questo cosiddetto Primo Impero di Atlantide avrebbe cessato il proprio percorso storico attorno al 19.000 avanti Cristo. Poi, la civiltà umana del Cro-Magnon sarebbe risorta dalle proprie ceneri (dalle palafitte, dalle caverne) fino a tornare grande, organizzata e civile, e a conquistare vastissimi territori, incluso il bacino mediterraneo, il Medio Oriente, buona parte dell’Africa e le Americhe. Sempre secondo alcune interpretazioni, questa particolare parte di umanità avrebbe dato molto fastidio, a certi gestori della Matrix. Lo so, sembra di sconfinare nella fantascienza. E sia: facciamo finta Bizziche sia fantascienza. Dunque, immaginiamo che questo sia vero, e che tanti altri ceppi umani siano frutto di una manipolazione finalizzata esclusivamente all’assoggettamento e alla “domesticazione”, per diventare forza lavoro gratuita.

Tutto questo può aver fatto comodo, a certi schemi di potere che poi, di volta in volta, hanno dovuto ricorrere a forme manipolative. Come una sorta di “tagliando”: ogni tanto è stato necessario, nella storia, per certe élite di potere, ricorrere a ulteriori giri di vite, a ulteriori interventi manipolativi a livello concettuale, di dogma, di pensiero religioso, giusto per riportare questa umanità nei binari prestabiliti. Immaginiamo però che una parte di umanità sia sfuggita, a questa logica. Immaginiamo che abbia portato avanti una civiltà libera da questi schemi, libera da certi dogmi, e che questa parte di umanità sia sempre stata contrastata da certi poteri. Poi, la distruzione della Seconda Atlantide (fra il 10800 e il 9600 avanti Cristo, a causa di un cataclisma di origine cosmica) ha segnato di nuovo un duro colpo, per questa umanità.

Cos’è rimasto, di quella civiltà? La Creta minoica e certe altre civiltà del Mediterraneo, anch’esse poi messe a dura prova dagli eventi, con la fine del matriarcato e l’avvento del patriarcato, e con lo scontro tra religioni avvenuto con la Guerra di Troia (fra l’antico culto degli dèi Titani e il culto dei nuovi dèi olimpici). Tutto ci porterebbe a credere che il Cro-Magnon sia stato una sorta di anomalia nell’anomalia. So benissimo che questo è un campo minato: nessun antropologo ammetterà mai che possano esistere ceppi umani con origini diverse. Loro tendono sempre a ricondurre tutto agli eredi dei grandi primati, in modo lineare, con una discendenza diretta. Effettivamente, il problema del fenotipo che ci differenzia è inquietante. Io posso citare interpretazioni fornite da studiosi sulla soglia dell’eresia. Già nell’800, ad esempio, il fatto degli Fenotipi umaniocchi a mandorla presenti nel fenotipo orientale (che non ha nessuna giustificazione apparente, per quanto riguarda la vita sulla Terra) è stato associato ipoteticamente ad un incrocio con delle “razze” (o meglio, delle civiltà) provenienti da un pianeta con una luminosità molto maggiore della nostra, quindi magari con una stella molto più luminosa del nostro sole. Se è vero che questi “creatori” hanno utilizzato dei loro geni, può essere un carattere che si è trasferito: altrimenti gli occhi a mandorla non avrebbero alcuna giustificazione, se non – appunto – per proteggere gli occhi da una forte luce. E’ solo un’ipotesi, naturalmente.

Anche il fatto della pigmentazione scura non ha nessun rapporto con i climi tropicali, dove infatti troviamo anche popolazioni native con pelle molto più chiara. E’ come se questi ceppi umani avessero effettivamente delle origini diverse. Ma questo rappresenta una pericolosissima eresia, per gli antropologi attuali. Sono cose che non si possono dire, anche perché, solitamente, chi avanza queste ipotesi viene accusato di razzismo. Ma qui non si tratta assolutamente di razzismo, nel senso di discriminazione razziale. Non ha senso parlare di discriminazione: si tratta semplicemente di ipotizzare le origini di questi fenotipi. Gli aborigeni, i nativi americani dalla pelle rossa: ognuno sembra raccontare qualcosa di diverso. Alcuni hanno folta peluria, altri meno. Per noi, l’eliminazione della peluria è diventata quasi un’ossessione. Come se si volesse arrivare ad assomigliare a questi “attori terzi”, o all’elemento “creatore” originario.

Lo stesso discorso della peluria si collega alla questione della “neotenia”, cioè il mantenimento dei tratti giovanili che caratterizza anche l’adulto nel solo caso dell’Homo Sapiens: tratti che poi l’uomo vuole mantenere a tutti i costi. Come se, inconsapevolmente, cercassimo di scavare in un ipotetico passato, remotissimo. A questo proposito trovo impressionante un frammento di un antico testo misterico, attribuito I Minoici in Americaalla letteratura atlantidea e tramandato dalla tradizione eleusina, pubblicato per la prima volta (a pagina 518) nel mio libro “I Minoici in America e le memorie di una civiltà perduta”, appena uscito. «Un tempo – vi si legge – la Stirpe di En’n (cioè l’umanità) non era ospite nella Casa della Dea Taéa, ma aveva stabile dimora nella Grande Casa di Shanal, e compiva viaggi per le rotte di Nehéfre (fra le stelle). Questo per tutto il tempo che i Padri-Madri Phykkhesh-Tàu imperarono nella Grande Casa». Phykkhesh-Tàu è il pianeta della costellazione della Balena, il sistema solare di Tau-Ceti da cui gli eleusini fanno discendere i Titani.

«Distrutto il loro Impero, anche le progenie di En’n figlio dei Phykkesh-Tau caddero in disgrazia ed ebbero rifugio solo nella Casa di Taéa», continua il testo. «E nella Casa di Taéa la progenie di En’n, privata delle scienze della Mente Cosmica, dovrà restare tante generazioni quante vissero per Nehéfre nella Grande Dimora di Shanal. Ma la progenie di En’n col passar delle generazioni – prosegue il frammento – dimenticò la sua naturale origine, facendo di ciò che fu realtà il mito, e allora gli Dei, Giusti e Veraci, mandarono alla progenie di En’n ospite nella Casa di Taéa, luogo d’esilio, il Dio che guarda Nehéfre per concepimento di Anuve, affinché fosse ricordo alla progenie di En’n dove è la sua Vera Casa e quale l’origine della Stirpe, e che il destino dei figli di En’n figlio dei Phykkhesh-Tau è di tornare donde venne, perché la progenie di En’n non può rimanere eternamente in esilio nella Casa di Taéa, essendo questa estranea alla sua origine». E’ incredibile: praticamente, quel testo ci parla di una nostra origine stellare, e di un nostro destino finalizzato al ritorno alle stelle.

Visto che siamo in tema di citazioni, propongo un testo appena scritto sul suo sito da Elisa Renaldin, che è un’attrice e regista teatrale. Fa una considerazione molto profonda, che si ricollega al discorso che ho fatto adesso. «Continuo a leggere da tutte le parti che l’anima sarebbe qui per evolvere», premette Elisa. «Vi dirò che non credo a questa storiella. O almeno, non ci credo nei termini in cui viene presentata». E spiega: «Collocare l’anima al pari di un ego infantile che deve crescere, ed è qui per imparare, lo trovo degradante per la natura intrinseca Elisa Renaldindell’anima: è un altro modo per dirci che siamo piccoli e miseri esseri incapaci. Giunti quaggiù per fare che cosa? Per “migliorare”: ma stiamo scherzando? Se noi arriviamo da lassù, prima cosa, significa che abbiamo origine da un punto della coscienza oltremodo evoluto e sviluppato. Che poi, scendendo qui, ci dimentichiamo chi siamo, veniamo deviati dall’inizio alla fine e ci perdiamo per la strada, questo è un altro paio di maniche».

«Tuttalpiù – continua Elisa Renaldin – siamo qui per ricordare. Ricordare che cosa? Chi siamo. Ce ne dimentichiamo, per una serie di ragioni che qui sarebbe troppo lungo trattare. Ma questo è ciò che io sento come vero. Ad ogni incarnazione aggiungiamo un pezzo al puzzle della nostra memoria. Ci avviciniamo ogni volta un po’ di più al ricordo di sé, ed è questo il vero scopo. Se per evolvere intendiamo questo, allora possiamo essere d’accordo. Ma se per evolvere intendiamo imparare, come se fossimo dei bambini incapaci, allora no. E perché alcuni sembrano più evoluti di altri? Si trovano solo in punti differenti del ricordo di sé. Chi si riunifica alla sua identità (divina, o coscienziale) modifica il suo approccio alla vita, e quindi modifica pensieri, sentimenti, comportamenti ed energie. Come facciamo, a ricordarci di noi? Esercitandoci a rimanere il più a lungo possibile nello stato di presenza. E sbarazzandoci degli orpelli inutili che ci hanno appicciato addosso: credi, memi, ideologie, dogmi, e via discorrendo. Insomma, uscendo dai recinti percettivi che ci hanno costruito addosso».

Con questo testo, Elisa Renaldin ha centrato pienamente l’essenza dei Misteri Eleusini. Gliel’ho scritto, in un messaggio che le ho inviato: i Misteri Eleusini insegnano proprio questo. Insegnano alle persone a ritrovare il proprio sé, quindi la propria identità, stabilendo correttamente il proprio percorso. Probabilmente la specie umana è stata addomesticata, da qualcuno. Ammesso e non concesso che si riesca a farlo, sta a noi scoprire se questo è vero, o no. Quindi non accontentiamoci dei dogmi della scienza, non accontentiamoci della storia Tau Cetiper come ci viene raccontata: perché, se magari ci hanno imposto una certa “domesticazione” (assimilabile alla famosa Matrix, quella dei film che ben conosciamo) possiamo anche imparare a uscirne, a rifiutarla. L’importante è crescere: far crescere il nostro sé, la nostra coscienza, dal punto di vista evolutivo. Poi potremo anche decidere: se continuare ad essere animali addomesticati, o invece diventare uomini e donne liberi.

(Nicola Bizzi, dichiarazioni rilasciate nella diretta web-streaming “ll Sentiero di Atlantide – Homo Sapiens“, trasmessa il 18 aprile 2021 sul canale YouTube “Facciamo finta che“, di Luca Lamberti. Storico ed editore di Aurora Boreale, nonché iniziato alla tradizione dei Misteri Eleusini, Bizzi ha pubblicato saggi di estremo interesse, come “Da Eleusi a Firenze“, che aprono squarci inattesi sulla nostra storia, partendo dalla documentazione riservata della comunità eleusina. Un filone di indagine che continua nell’ultimo saggio, appena uscito: Nicola Bizzi, “I Minoici in America  e le memorie di una civiltà perduta“, Edizioni Aurora Boreale, 616 pagine, euro 28,50, disponibile anche in versione epub, euro 11,99).

Pubblicato sul sito web: https://www.libreidee.org/

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Senza nemmeno saperlo, le trappole della civiltà ci rendono schiavi

Credito:Dominio pubblico tramite Wikipedia

Lezioni dall’Impero Romano sul pericolo del lusso

di Jonny Thomsondal sito web BigThink

Siamo schiavi dalle cose belle della vita …?

  • Lo scrittore romano, Tacito, sosteneva che l’Impero Romano fosse stato costruito schiavizzando i conquistati che si abituarono alla vita raffinata e al lusso.

  • La tecnologia oggi è diventata così essenziale nella nostra vita quotidiana che sembra impossibile liberarsene. È tanto una gabbia quanto un lusso.

  • Essere dipendenti da una cosa le conferisce potere su di te. Avere bisogno di qualcosa o qualcuno è, nel bene e nel male, limitarsi …

Philippa ha deciso che vuole lasciare i social media. È preoccupata per quanto possa creare dipendenza e pensa che non le stia facendo alcun bene.

Ma allora,

Come parlerà a sua zia in Sud Africa?

Cosa succederà a tutte le sue foto?

E come può organizzare quella festa?

Trevor vuole lasciare il paese. Non si fida del governo, non gli piace la gente e odia il tempo.

Ma poi ottiene una buona assistenza sanitaria. E gli piace la TV. Anche le strade sono abbastanza buone.

Philippa e Trevor sono due esempi di come il lusso, la tecnologia e la vita facile possono intrappolarci o rinchiuderci. Per molti versi, è un fenomeno moderno e riconoscibile, ma risale almeno allo scrittore romano Tacito .

È l’idea che,

le trappole della civiltà ci rendono schiavi

Come è possibile che, senza nemmeno saperlo, quelle cose che pensavamo fossero utili e il risparmio di tempo sono diventati indispensabili indispensabili?

Il pericolo nascosto del lusso

L’esercito romano era una delle forze militarmente più efficaci e di successo che il mondo abbia mai conosciuto.

In terra aperta, le loro legioni erano praticamente imbattibili …

Ma l’Impero Romano non fu costruito solo sul dorso del genio militare e di spade corte e taglienti.

Le legioni avrebbero potuto picchiare un popolo, ma non l’hanno sottomesso.

È stato l’amore per il lusso e la vita facile a farlo …

I Britanni, notò Tacito, erano ridotti in schiavitù, non dalle catene, ma dal loro desiderio di buon vino e cene eleganti.

In effetti, il governatore della Gran Bretagna, Agricola, cercò deliberatamente di pacificare questa società guerriera tribale con “deliziose distrazioni” di bagni caldi, toghe e istruzione.

Come ha scritto Tacito,

“Gli ingenui britannici descrivevano queste cose come ‘civiltà’, quando in realtà facevano semplicemente parte della loro schiavitù”.

Il comfort e la comodità avevano trasformato guerrieri dipinti e urlanti in civili gentili e pacificati.

(Va notato che Tacito probabilmente esagerò eccessivamente tutto questo. La Gran Bretagna non fu mai conforme come la Francia o la Spagna nell’impero romano.)

L’uso del lusso per conquistare un popolo è una tattica che si rispecchia nel tempo.

Di fronte a un deficit commerciale con la Cina, l’Impero britannico ha inondato il paese di oppio a buon mercato che avevano spedito dall’India.

Una droga di lusso divenne una dipendenza e gli inglesi scambiarono il loro oppio con porcellana, tè e seta.

Mikhail Gorbachev si gode lo stile di vita americano. Credito: Bob Galbraith / Dominio pubblico tramite Wikipedia

La Guerra Fredda è stata vinta anche grazie al lusso.

Quando televisori e frigoriferi americani a buon mercato si fecero strada inevitabilmente nell’URSS, i sovietici non potevano sperare di eguagliare tanta opulenza.

Il blocco è arrivato a considerare tali beni domestici “di lusso” come essenziali, e solo gli Stati Uniti potevano darli.

Ma l’esempio più riconoscibile per la maggior parte di noi oggi è il nostro rapporto con Big Tech

Aziende come,

… collegare lentamente e inesorabilmente le nostre vite ai loro algoritmi e piattaforme.

I social media sono progettati e calibrati per creare deliberatamente dipendenza.

I servizi che fanno risparmiare tempo o denaro, come l’archiviazione basata su cloud , sono diventati così universali che tornare indietro sta diventando impossibile.

È sempre più vero che non conosciamo nemmeno le nostre password per le cose: lasciamo che i nostri telefoni o app le inventino e le memorizzino per noi.

Non puoi lasciare la macchina

Una nuova tecnologia o servizio è inizialmente un lusso – finché non diventa così normalizzato e onnipresente, così essenziale – che non possiamo tornare indietro al tempo prima della sua comparsa.

Quello che una volta era un “desiderio” diventa un “bisogno”.

Il romanzo di EM Forster, “The Machine Stops“, immagina un mondo in cui ogni aspetto della vita è fornito dalla “macchina”.

Ci sono pulsanti,

“chiedere cibo, musica, vestiti, bagni caldi, letteratura e, ovviamente, comunicazione con gli amici”.

Quanto si è rivelato essere preveggente …?

Oggi abbiamo,

  • Uber

  • Skype

  • Ciao Fresh

  • Amazon Prime

Anche i nostri amici e familiari sono collegati alla macchina …

È possibile partire?

Sebbene consideriamo la tecnologia liberatoria , ci racchiude anche in

Se crediamo a Tacito, ora siamo schiavi delle cose che una volta consideravamo un lusso.

È compito della filosofia vedere queste catene per quello che sono …

E, mentre esaminiamo le nostre vite, possiamo quindi scegliere di indossarle felicemente o iniziare il lungo e difficile viaggio di buttarle via ..

Pubblicato sul sito web: https://www.bibliotecapleyades.net/

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Perchè l’Era Presente teme i Classici Antichi?

di: Francesco Carraro

Molte delle cose migliori, e anche di quelle peggiori, arrivano come noto dall’America. Quindi, anche la crociata contro la cultura classica partita dalla Howard University di Washington probabilmente produrrà a breve i suoi effetti da noi. Dobbiamo aspettarci l’eliminazione del latino dai curricula dei licei? Anche peggio. Magari, già che ci sono, i paladini del culturalmente corretto aboliranno pure i licei tout court. Forse partendo dal Classico che – da questo punto di vista – si presenta come il covo di ogni nequizia: lì si spacciano persino i sediziosi pensieri (in greco antico!) di Eraclito, Parmenide, Socrate, Aristotele; e le cattivissime trame dei tragediografi Eschilo, Sofocle ed Euripide; e i semi di discordia universale della filosofia stoica.

Ora, il fenomeno è già stato correttamente inquadrato da qualche intellettuale più attento della media. Per esempio, Marcello Veneziani su “La Verità” ha messo giustamente in luce come la guerra alla cultura classica occidentale sia consonante a una precisa “nota” della nostra epoca. E cioè la saldatura tra le esigenze puramente materiali, consumistiche, di “crescita” del turbocapitalismo apolide e transnazionale, da un lato; e le ossessioni orwelliane, poliziesche e censorie di una certo permalosissimo “mondo”: quello, per intenderci, degli antifa, del metoo, dell’antirazzismo ottuso, della cancel culture, dell’ideologia gender.

In effetti, il neoliberismo ha bisogno di consumatori privi di identità specifica, di genere definito, di tradizione radicata. Mentre le nuove “ideologie” di cui sopra (paranoiche, aggressive e intimidatorie verso chiunque non si allinei) forniscono il “tipo umano” ideale di cui l’Evo Competitivo abbisogna. Tutto vero, ma non è tutto. C’è un altro aspetto da considerare. In gioco non c’è solo la volontà di sbriciolare e disperdere le “tradizioni” in senso lato: e quindi i concetti di patria e di nazione, di religione e di famiglia, di lingua e di specificità culturale. In gioco, c’è anche (se non “proprio”) il deliberato intento di annichilire una peculiare forma di cultura: e cioè quella classica occidentale.

È quest’ultima il vero idolo polemico e bersaglio finale dei distruttori. La vogliono far saltare per aria come i talebani hanno polverizzato i Buddha di Bamiyan. L’alibi è quello, ridicolo, del maschilismo, della misoginia, del razzismo, del “bianchismo” e chi più ne ha più ne metta, di imbecillità in imbecillità. La verità è che il Pensiero Unico Dominante ha in odio la cultura classica per un altro dirimente, ma dissimulato, motivo: perché è la patria della filosofia, cioè della riflessione libera e indipendente, del dominio della ragione sull’istinto, della logica sull’irrazionalità, del pensiero sulla materia, delle virtù sui vizi, dell’ordine etico sul disordine morale, del dominio di sé sull’attitudine al servaggio, della legge sul caos, della giustizia sulla iniquità.

Insomma, nella classicità vi è la radice di quanto di meglio abbia mai saputo partorire la parte “divina” dell’essere umano. E questa è una colpa intollerabile per i signori di una “agenda” affatto angelica. Con la quale si punta, piuttosto, a degradare l’uomo al rango di bestia al pascolo o di appendice robotica di una matrice digitale. Nel quale hanno da funzionare solo la “pancia”, il “cuore”, le “emozioni”, i “gusti”. In uno scenario di ottundimento psicologico e inebetimento individuale e collettivo, in cui nessuno sia in grado di ricordare (o di capire) chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando.
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com
https://scenarieconomici.it/perche-lera-presente-teme-i-classici-antichi/

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LA FORMA COLLETTIVA & LA FORMA INDIVIDUALE

Perché le forze positive non intervengono?

di Tom Minderle (Montalk) dal Sito Web PatrickHerbert versione spagnola traduzione di Nicoletta Marino Versione originale in inglese Versione in spagnolo

Le forze positive stanno intervenendo ma solo in proporzione alla violazione.

Però potremmo ugualmente chiedere:

Perché le forze STS (alieni negativi – Service to Self) non si sono semplicemente presentate con truppe d’assalto e impianti di controllo mentale pronti a partire secoli fa, quando non avevamo armi avanzate per conquistare il mondo?

Perché questo lento processo di infiltrazione, inganno, programmazione delle masse, ecc…?

Beh, è perché ci sono regole daseguire, proprio come un gioco di sport.

Ci sono arbitri.

Solo perché una parte viene battuta nel gioco non significa che gli arbitri intervengano.

Intervengono solo quando le regole vengono violate…

Quindi le forze SAA (positive – Servizzi ad Altri) usano contromisure proporzionali.

Pertanto, se la minaccia finora è stata eseguita tramite:

infiltrazione, inganno, programmazione e lavoro tramite persone al potere per implementare “certe cose” con la forza,

… devono usare tattiche come:

verità, risveglio, prove, contraccolpo della maggioranza e chiunque sia al potere che si allinea con tutto ciò…

Se, tuttavia, un giorno le forze negative si manifestasser apertamente e prendessero il controllo attivamente, allora possono presentarsi anche quelle positive per contrastare tutto questo, soprattutto se alcune regole vengono sorpassate.

Il punto è:

tutte le parti stanno lavorando all’interno di una serie di regole che non vogliono o non possono violare senza conseguenze…

Sto parlando di gruppi di sorveglianti di terze parti che lavorano per conto della struttura divina.

Il problema è che se la maggioranza di una popolazione va d’accordo con qualcosa, e se è coinvolta una scelta karmica (come con la Seconda Guerra Mondiale) che serve a uno scopo più alto anche nella sua sofferenza, quindi la volontà divina e i gruppi di sorveglianti non possono intervenire.

Potresti avere una protezione personale individuale che ti aiuta a superarlo, ma ciò che accade alla maggioranza tende collettivamente ad essere quello che è.

La storia mostra quanto a volte le cose possano andare male.

I miracoli avvengono più a livello individuale che a livello collettivo.

Perché individualmente siamo casi unici.

Perché una persona sembra avere la protezione divina, mentre un’altra muore in un incidente o viene sacrificata da bambina?

Ci sono fattori complicati coinvolti come:

  • trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato
  • o contratti e accordi dell’anima
  • o schemi karmici autoimposti

…e così via.

Nella forma collettiva è più semplice.

Riguarda:

  • scelte contro conseguenze
  • inganno contro verità
  • giocatori positivi contro giocatori negativi
  • amplificazione del potere in cui un piccolo numero di persone influisce su un gran numero tramite il contratto sociale,

… e come nasce una società.

Ma certo

più le forze negative aumentano il loro controllo, maggiore sarà l’intervento.

I positivi fanno solo quello che devono fare, non di più.

Non più e interferiscono con il nostro processo di apprendimento.

Usano:

jujitsu spirituale, effetto farfalla, sincronismo, tempismo magistrale, semina di idee attraverso persone disponibili,

…e così via…

Fonte: https://www.bibliotecapleyades.net/mistic/sas14.htm

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IL TRADIMENTO DELLA SCIENZA

La medicina è diventata una religione e per il mito della salute siamo disposti ad accettare ogni imposizione.

Dialogo con Giorgio Agamben

Nuda vita

Nella medicina si stanno facendo strada i concetti di personalizzazione e di predizione: grazie a nuovi strumenti diagnostici ed ai big data pretendedi predire, individualmente, il rischio di sviluppare durante la vita determinate malattie. Una volta noti tali rischi si possono indirizzare le persone verso opportuni stili di vita. In aggiunta a questi screening di predisposizione genetica, le nuove tecnologie note come “wearables” permettono il costante monitoraggio di determinati parametri vitali. Oggi sono prevalentemente usate dagli sportivi mossi dalla ricerca di un continuo miglioramento delle proprie performance ma presto potranno essere estese a tutti i cittadini. Una tale impostazione della medicina sembra dirigerci verso quello che Lei ha definito come vita ridotta a condizione biologica, “nuda vita”. Tuttavia, molti scienziati nutrono forti dubbi sulla realizzabilità – etica e tecnica – di tale scenario.Ci può condividere una riflessione su questo argomento? Inoltre, cosa pensa si debba fare per invertire la rotta?

Nella prospettiva che lei delinea, decisivo è il passaggio della soglia in cui personalizzazione, predizione e screening non si traducono semplicemente in consigli e suggerimenti di stili di vita, ma diventano un obbligo giuridico. Questa soglia oggi è stata oltrepassata e quello che in passato si presentava come un diritto alla salute, si è trasformato in un’obbligazione da adempiere a qualsiasi prezzo. La causa di mortalità più frequente nel nostro paese sono le patologie cardiovascolari ed è noto che queste potrebbero forse diminuire se si praticasse una forma di vita più sana e ci si attenesse a un’alimentazione particolare. Ma a nessun medico era mai venuto in mente che le forme di vita e di alimentazione che consigliavano ai pazienti potessero diventare oggetto di una normativa giuridica, che decretasse ex lege come si deve vivere e che cosa si deve mangiare, trasformando l’intera esistenza in un obbligo sanitario. Del resto questo era escluso dal giuramento professionale del medico, che menziona espressamente “il rispetto dei diritti civili circa l’autonomia della persona”.

È quello che è ora avvenuto per il Covid-19 e, almeno per ora: la gente ha accettato non soltanto di rinunciare alle proprie libertà costituzionali, alle relazioni sociali e alle proprie convinzioni politiche e religiose, ma ha lasciato che i propri cari morissero da soli e senza funerale. In questo senso si può dire che l’esistenza umana è stata ridotta a un dato biologico, a una nuda vita che occorre salvare a qualsiasi costo, nonostante il fatto che l’IFR, il tasso reale di mortalità della malattia sia, secondo gli studi riportati nella vostra rivista, inferiore all’1%. Quel che è avvenuto è che, attraverso un processo di medicalizzazione crescente della vita, l’unità dell’esperienza vitale di ogni individuo, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, si è scissa in un’entità puramente biologica da una parte e in un’esistenza sociale, culturale e affettiva dall’altra. Questa frattura è secondo ogni evidenza un’astrazione, ma un’astrazione potente, alla quale gli uomini hanno sacrificato le loro condizioni normali di vita. Ho detto che la scissione della vita è un’astrazione, ma voi sapete che la medicina moderna intorno alla metà del XX secolo ha realizzato questa astrazione attraverso i dispositivi di rianimazione, che hanno permesso di mantenere a lungo un corpo umano in stato di pura vita vegetativa. La camera di rianimazione, con i suoi meccanismi di respirazione e di circolazione sanguigna artificiali e le sue tecnologie di mantenimento della temperatura corporea, attraverso i quali un corpo umano è tenuto indefinitamente in sospeso fra la vita e la morte è una zona oscura, che non deve uscire dai suoi confini strettamente medici. Ciò che è invece avvenuto con la pandemia è che questa vita puramente vegetativa, questo corpo artificialmente sospeso fra la vita e la morte è diventato il nuovo paradigma politico, sul quale i cittadini devono regolare il loro comportamento. Il mantenimento a ogni prezzo di una nuda vita astrattamente separata da quella intellettuale e spirituale e imposta come criterio non di vita, ma di mera sopravvivenza è il dato più impressionante nella situazione che stiamo vivendo.

Verità e falsificazione

Nel 2016 “Nature” ha pubblicato i risultati di una Survey dalla quale è emerso che oltre 1.500 scienziati non erano riusciti a riprodurre i dati ottenuti da colleghi. Uno stesso problema lo aveva riscontrato nel 2011 il dott. Glenn Bagley, ai tempi direttore del dipartimento di oncologia della multinazionale Amgen, il quale prima di investire diversi milioni di euro in un progetto di ricerca per un nuovo farmaco, aveva deciso di replicare i 53 esperimenti a partire dai quali si basava la loro strategia di sviluppo di un nuovo farmaco: riuscì a replicarne solo l’11%.Paradossalmente mai come oggi la scienza sta affrontando una profonda crisi di credibilità in quanto ad affidabilità dei dati che produce e a veridicità delle affermazioni. Nonostante ciò, sembra quasi impossibile far emergere sia a livello di opinione pubblica, sia a livello di opinioni accademiche, ipotesi e risultati diversi da quelli che vengono universalmente riconosciuti come “verità scientifiche”. Verità sulla base delle quali spesso vengono anche prese decisioni politiche ed economiche. Lei ha recentemente pubblicato un intervento dal titolo “Sul vero e sul falso”. Ci aiuta ad indagare meglio questo tema?

Qui si può toccare con mano che il problema della verità non è un astratto problema filosofico, ma qualcosa di estremamente concreto, che determina in maniera consistente la vita degli esseri umani. Per quel che concerne la verità scientifica, già Thomas Kuhn, in un libro ormai famoso, aveva mostrato che il paradigma ogni volta dominante in una comunità scientifica non è necessariamente il più vero, ma semplicemente quello che è in grado di procurarsi il più grande numero di seguaci. Ma questo è vero anche al di fuori delle verità scientifiche. L’umanità sta entrando in una fase della sua storia in cui la verità viene ridotta a un momento nel movimento del falso – o, più precisamente, nel dispiegamento onnipervasivo di un linguaggio che non contiene più in sé alcun criterio che permetta di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Vero è quel discorso che viene dichiarato tale e che deve essere tenuto per vero anche se la sua non verità venisse dimostrata. Ma, in ultima analisi, essenziale per il sistema è che venga meno ogni distinzione fra il vero e il falso. Di qui la confusione crescente fra notizie contrastanti diffuse dagli stessi organi ufficiali. In questo modo è il linguaggio stesso come luogo della manifestazione della verità che viene messo in questione.

Ma che cosa avviene in una società che ha rinunciato alla verità e in cui gli uomini possono soltanto osservare muti il movimento multiforme e contraddittorio della menzogna? Per arrestare questo movimento occorre che ciascuno abbia il coraggio di porsi senza compromessi la sola domanda che conta: che cos’è una parola vera? Tutti ricordano nel Vangelo la famosa domanda di Pilato a Gesù, che Nietzsche considerava “la battuta più sottile di tutti i tempi”: “che cos’è la verità?”. In realtà, Pilato rispondeva all’affermazione immediatamente precedente di Gesù “Io sono venuto al mondo per testimoniare della verità”. Non vi è, infatti, esperienza della verità senza testimonianza: vera è quella parola per la quale non possiamo non impegnarci a dare personalmente testimonianza. E qui si misura la differenza fra una verità scientifica e una verità filosofica: mentre una verità scientifica è (o, almeno, dovrebbe) essere indipendente dal soggetto che la enuncia, la verità che è qui in questione è tale solo se il soggetto che la pronuncia si mette integralmente in gioco in essa – è, cioè, una veridizione e non un teorema. Di fronte a una non verità imposta normativamente possiamo e dobbiamo testimoniare.

La scomparsa delle ipotesi

In un suo intervento ha fatto notare come molto spesso il concetto di “notizia” abbia scalzato quello di “idea” introducendo così il termine notizia falsa come arma di silenziamento di quelle che in realtà sono idee o ipotesi diverse. Come mai secondo Lei anche se certe falsità vengono ben documentate vi si continua a credere a prescindere dal livello culturale dell’interlocutore? Quali strategie di comunicazione dovrebbe adottare uno scienziato che abbia una convincente documentazione a falsificazione delle narrazioni ufficiali?

In una società che non è più in grado di distinguere il vero dal falso, la notizia tende necessariamente a sostituirsi alla realtà ed è su questa onnipervasiva sostituzione della notizia alla realtà che operano i media. I media sono oggi uno strumento essenziale della politica proprio perché assicurano questa sostituzione, così essenziale al funzionamento del sistema. In un mondo in cui esistono solo notizie, vera è solo la notizia dominante e, al limite, nessuna notizia è più vera di un’altra; di qui la necessità di istituire, come il nostro governo non ha mancato di fare, una commissione incaricata di decidere quali notizie debbono essere considerate vere e quali false. Negli appunti presi durante la seconda guerra mondiale, Heidegger definisce l’età che stava vivendo come “una macchinazione dell’in-sensato”, in cui un’assoluta assenza di senso viene formulata in un algoritmo e incessantemente calcolata. È qualcosa di simile che abbiamo oggi sotto gli occhi.

Il giuramento tradito

Il primo punto della versione italiana moderna del giuramento di Ippocrate recita: giuro di esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione. Quanto spazio resta oggi all’autonomia dei medici? Si sta forse trasformando la figura stessa del medico in qualcosa di nuovo? Come vede il futuro rapporto di fiducia tra medico e paziente? Lei personalmente come si rapporta con il suo medico e con la gestione della propria salute?

Quello che lei ha menzionato è solo uno dei punti del giuramento professionale che sono oggi sistematicamente trasgrediti. Oltre ai punti 4 e 5 che ho citato prima sul rispetto dei diritti civili e dell’autonomia della persona del paziente, in questione è anche il punto 15, che impone “di rispettare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che osservo o che ho osservato, inteso o intuito nella mia professione o in ragione del mio stato o ufficio”. Mentre in passato questo segreto è stato sempre osservato, oggi chiunque risulti positivo (non solo malato, anche semplicemente positivo) viene pubblicamente denunciato come tale e isolato. Conseguentemente anche il punto 6, che impone di “curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna” viene trasgredito. Siamo arrivati al punto che i malati positivi non vengono visitati dal medico. È difficile mantenere un rapporto di fiducia individuale con un medico che agisce anche come rappresentante di un sistema di governo. Medicina e potere, terapia e normativa devono restare separati.

La medicina come religione

In diversi interventi Lei ha presentato l’idea che oggi la medicina e la scienza siano diventate una religione. Molti medici e scienziati che la leggeranno tuttavia faranno fatica a percepire sé stessi come rappresentanti di questa religione. Forse stiamo usando un unico terme, quello di medicina o quello di scienza, per nominare due concetti diversi? Ci aiuta a definire meglio quella medicina e quella scienza che sono diventate religione?

L’analogia che suggerivo non è soltanto metaforica. Se chiamiamo religione ciò in cui gli uomini credono di credere, certamente la scienza è oggi una religione. Ma in ogni religione occorre distinguere fra l’apparato dogmatico (le verità in cui bisogna credere) e il culto, cioè i comportamenti e le pratiche che ne derivano. Come il comune credente poteva ignorare i dogmi e le eresie di cui i teologi discutevano appassionatamente, così oggi l’uomo comune può ignorare completamente le teorie scientifiche di cui discutono gli scienziati. Ma dal punto di vista del culto, cioè delle sue pratiche e dei suoi comportamenti, in particolare per quanto concerne la medicina, egli ne è determinato in misura crescente. E come la religione cristiana si proponeva attraverso il culto la salvezza, così la medicina mira attraverso la terapia alla salute: in un caso dal peccato e nell’altro dalla malattia, ma l’analogia salta agli occhi. La salute non è in questo senso che una secolarizzazione di quella “vita eterna” che il cristiano sperava di ottenere attraverso le sue pratiche cultuali. Se già la medicalizzazione della vita negli ultimi decenni era andata crescendo oltre ogni misura, nella situazione che stiamo oggi vivendo, essa è diventata permanente e onnipervasiva. Non si tratta più di assumere dei farmaci o di sottoporsi se necessario a una visita medica o a un’operazione chirurgica: la vita intera degli esseri umani deve diventare in ogni istante il luogo di un’ininterrotta celebrazione cultuale. Il nemico, il virus è invisibile e sempre presente e deve essere combattuto senza una possibile tregua, in ogni momento della propria esistenza.

Transumanesimo

Sempre maggiori finanziamenti alla scienza provengono dal settore dell’info tech. Questi stanno indirizzando numerose ricerche verso la fusione uomo-macchina che da un lato rappresenta un nuovo mercato e dall’altro una nuova promessa: potenziale le facoltà umane e prolungare la vita. Cosa pensa di questa progressiva digitalizzazione e robotizzazione della vita?

Credo che sia opportuno considerare il fenomeno di cui lei parla nella prospettiva dello sviluppo della specie umana. È ormai passato quasi un secolo da quando un geniale scienziato olandese, Ludwik Bolk, a cui si deve l’idea della pedomorfosi o immaturità costitutiva dell’homo sapiens, aveva previsto che gli apparati tecnici cui l’uomo si affida in misura crescente per poter sopravvivere come specie avrebbero raggiunto un punto di esasperazione estrema in cui si sarebbero rovesciati nel loro opposto e avrebbero finito per causare la fine della specie. Paul Alsberg già negli anni venti del XX secolo ha mostrato che nella proiezione tecnologica esterna delle funzioni degli organi corporei, quel che in realtà avviene è che questi organi vengono progressivamente disattivati a favore degli strumenti artificiali che li sostituiscono. Mentre l’animale adatta le proprie funzioni corporee alle condizioni naturali, l’uomo le disattiva per affidarle a strumenti artificiali. A ogni progresso tecnico esosomatico corrisponde così un regresso delle funzioni endosomatiche. Ma se questo regresso si spinge oltre un certo limite, la sopravvivenza stessa della specie viene messa in questione. Credo che ci troviamo oggi su questa soglia. Ma l’esperienza insegna che non sempre ciò che sembra ineluttabile avviene. Nelle parole di Euripide: “ciò che ci aspettavamo non si è compiuto e gli dei trovano una via per l’insperato”.

Linguaggio

Lei ha fatto notare come gli stessi termini sembrano scelti per sostenere un paradigma di organizzazione della società. Ad esempio, il termine “distanziamento sociale” avrebbe potuto essere diverso come distanziamento personale o distanziamento fisico. Pensa ci sia una regia del linguaggio oppure che siamo già talmente immersi in un nuovo paradigma di governo che questo linguaggio emerge spontaneamente a tutti i livelli della società? Una sorta di evoluzione naturale? Molti scienziati lottano da tempo contro termini fuorvianti e inappropriati eppure, nonostante numerose argomentazioni forti, non si riesce ad intervenire sul linguaggio universale. Quali sono i meccanismi che rendono acquisiti e consolidati determinati termini?

Il rapporto fra l’uomo e il linguaggio, l’esperienza che il parlante ha della sua lingua non è qualcosa di semplice ed è forse il primo problema di cui il pensiero deve occuparsi. Il linguaggio è qualcosa che gli uomini cercano di padroneggiare e manipolare e, nello stesso tempo, esso è ciò da cui sono già sempre dominati e determinati, cioè qualcosa con cui si deve necessariamente fare i conti. Va da sé che la grande trasformazione operata dalla tecnologia e dalla scienza moderna non sarebbe stata possibile senza un cambiamento profondo nell’esperienza del linguaggio. Il mondo antico non poteva né voleva aver accesso alla scienza e alla tecnologia in senso moderno perché – malgrado lo sviluppo della matematica (significativamente non in forma algebrica) – la sua esperienza del linguaggio non permetteva di riferirsi al mondo in un modo che si pretendesse indipendente da come esso si rivelava nella lingua. Il linguaggio non era uno strumento neutrale, che poteva essere sostituito da  cifre e algoritmi, ma il luogo in cui le cose innanzitutto si rivelano e comunicano nella loro verità. Solo la riduzione della lingua a strumento neutrale, che si compie con Ockham e il tardo nominalismo, permette quella delinguisticizzazione della conoscenza che culminerà nella scienza moderna. E solo quando la verità si sposta dall’ambito delle parole e della lingua in quello dei numeri e della matematica, il linguaggio, divenuto un sistema di puri segni convenzionali, sembra essere, almeno in apparenza, dominabile e manipolabile, non è più il luogo di una possibile verità. Ma proprio un linguaggio senza  più rapporto con la verità può diventare una prigione, una sorta di macchina che sembra funzionare da sé e da cui non sembra possibile uscire. Forse gli uomini non sono mai stati così inermi e passivi di fronte a un linguaggio che li determina in misura crescente.

Filosofia della natura

Un tempo la scienza veniva identificata come “Filosofia della Natura” e persone come Goethe che si interessavano di scienza, di filosofia e di letteratura erano considerate come massima espressione dell’intelligenza. Oggi la scienza si è indirizzata verso una sempre maggiore specializzazione che ha indubbiamente portato ad enormi avanzamenti tecnico-scientifici. Si tratta di due percorsi radicalmente divergenti. Cosa consiglia a quei giovani studenti e ricercatori che oggi muovono i loro primi passi nel mondo della scienza?

Un momento importante nella storia dell’occidente è quando la filosofia si rende conto di non poter più esercitare un controllo sulla scienza, perché la scienza si è resa del tutto autonoma rispetto ad essa. In Kant ciò è perfettamente chiaro e la sua filosofia rappresenta l’ultimo tentativo di mantenere un rapporto con la scienza, ponendosi come una dottrina della conoscenza in grado di fissare dei limiti all’esperienza possibile. Non credo che oggi qualcosa del genere sia tra i compiti della filosofia. Il rapporto fra pensiero e scienza non si gioca sul piano della conoscenza. La filosofia non solo non è una scienza, ma nemmeno si può risolvere in una dottrina della conoscenza, della quale del resto la scienza ha dimostrato di non avere alcun bisogno. La filosofia è sempre etica, implica sempre una forma di vita. Ma questo vale per ogni singolo uomo e quindi anche per ogni scienziato che non voglia rinunciare a essere umano. Certo gli scienziati hanno dimostrato di essere pronti a sacrificare senza scrupoli l’etica agli interessi della scienza, altrimenti non avremmo visto illustri scienziati servirsi dei deportati nei lager nazisti per i loro esperimenti. Quello che ricorderei a un giovane che muove i primi passi nella scienza è di non sacrificare mai un principio etico alla propria volontà di sapere.

Resistenza

Lei ha parlato della necessità di sviluppare nuove forme di resistenza. Cosa intende? Ci può fare degli esempi?

Io sono un filosofo e non uno stratega. Naturalmente la lucida coscienza della propria situazione è la prima condizione per trovare una via d’uscita. Posso solo aggiungere che non credo che la via d’uscita passi oggi necessariamente, come si è forse troppo a lungo creduto, attraverso una lotta per la conquista del potere. Non vi può essere un potere buono – e quindi nemmeno uno Stato buono. Noi possiamo solo, in una società ingiusta e falsa, attestare la presenza del giusto e del vero, possiamo solo, nel mezzo dell’inferno, testimoniare del paradiso.

*L’intervista è stata realizzata da Andrea Pensotti e pubblicata in origine su “Organisms. Journal of Biological Sciences” (Sapienza Università di Roma); la si riproduce per gentile concessione

La Redazione

FONTE https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/filosofia/agamben-intervista/

Pubblicato sul sito web: https://www.nogeoingegneria.com/

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I sei petali della Vita – Felice Anno Nuovo

 

L’Associazione Culturale – 6S – APS,
AUGURANDOVI delle liete e serene FESTIVITA’, vi invia questi 6 significativi e saggi AFORISMI sul CAPODANNO, 6 come i PETALI colorati 
 
del FIORE del nostro LOGO  che è una ROSA stilizzata, il tutto è accompagnato dalla voce celestiale della cantante irlandese ENYA:

 petalo rosso) 
  • – Sii tu il CAMBIAMENTO, che vuoi avvenire nel MONDO. – (Mahatma GHANDI),
petalo arancio)  
  • – Spesso nella VITA non sono le ALI a mancare, ma il CORAGGIO ad usarle. – (Anonimo),
petalo giallo) 
  • – Vecchi si diventa solo quando i RICORDI, prendono il POSTO dei SOGNI. – (Enzo FERRARI),
petalo verde) 
  • – Il CORAGGIO più grande risiede nell’ESSERE se stessi. IMPERFETTI. ORIGINALI. UNICI. – (Anonimo),
petalo azzurro) 
  • – Perdona gli ALTRI, non PERCHE’ essi meritano il PERDONO, ma PERCHE’ tu meriti la PACE. – (Buddha)
petalo viola) 
  • – Non è nelle STELLE il nostro DESTINO, ma in NOI stessi. – (SHAKESPEARE),
logicamente NON può mancare assieme ai 6 COLORI, il BIANCO simbolo della PUREZZA anche lui con un AFORISMA che è:
  • colore bianco) – Scrivilo nel tuo CUORE, che ogni GIORNO è il miglior GIORNO dell’ ANNO. – (Un saggio FILOSOFO)
Un caldo e cordiale saluto dal Direttivo: Sergio, Federica, Adriano, Luisa, Arrigo, Maila, Graziano, Martina.
 
SDEI/Sergio