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ben altro di un semplice like

Premessa: 

Dedicato ai miei nipotini italoalemanni che questa mattina insieme alla mamma (mia nuora) in conferenza Skype mi hanno fatto vedere l’ultima diavoleria trovata su Facebook: “Alla ricerca del Pokémon (e del nostro tempo) perduto”.

Qui un breve riassunto del link sopra postato: La madeleine dell’estate 2016 si chiama Pikachu, e non si mangia, ma si cattura con lo smartphone camminando per strada. Quindi, se vi ritroverete a schivare qualcuno con gli occhi fissi sull’iPhone intento ad armeggiare come per farvi una foto, quel qualcuno probabilmente sta cercando di catturare il Pokémon che gli appare sullo schermo. Non c’è davvero, ma lui lo vede accanto alla vostra auto, dentro le borse della spesa, su una panchina, sul trespolo del bagnino, in acqua o sulle strisce pedonali.

7 cose che accadranno quando smetterei
di essere controllato da facebook

I social media possono essere un ottimo strumento per tenersi in contatto con la gente, fare nuove amicizie, socializzare in modo efficace e informare ed essere d’aiuto divulgando notizie, articoli, video che possono in qualche modo aprire ad una visuale più ampia.

Purtroppo non tutti lo usano in questo modo. Per molti, il controllo di Facebook è diventato quasi come un lavoro. Essi per hobby, vanno a vedere cosa fanno gli altri ed alcuni diventano così ossessionati da sapere esattamente quello che sta succedendo nella vita di molte persone. Essi svolgono tutti i giochi e seguono tutte le novità proposte dal social. Questa persona potresti essere tu o qualcuno che conosci. Se fosse così, allora forse è il momento di smettere.

Qui ci sono 10 cose che accadranno una volta che smetterai di controllare costantemente Facebook.

1. Riacquisterai il controllo del tuo cervello.
Quando sei ipnotizzato davanti ad una schermata di controllo come Facebook, non stai prestando attenzione al mondo intorno a te. I tuoi animali possono avere bisogno di essere alimentati o di essere portati a fare la loro passeggiata. Lo farai, ma solo dopo che avrai finito il gioco su Facebook. Esci ma sei continuamente davanti a quello schermo, anche con il telefonino. Quando ti staccherai da facebook, inizierai a guardare quello che sta succedendo intorno a te e sarai più consapevole di tutto quello che ti circonda. Per i tuoi animali domestici che soffrono la fame o per i tuoi amici che volevano uscire con te, questa sarà una cosa buona. 

2. Avrai più tempo per te.
I pochi minuti che ti eri ripromesso per collegarti diventano ore e neanche te ne accorgi. Così il tuo tempo prezioso si consuma a fare qualcosa che è del tutto inutile per te, per i tuoi obiettivi e per le persone che hai vicino. Forse non te rendi ancora conto ma l’ossessione da social sta diventando una vera e propria dipendenza. Quando riuscirai finalmente a disintossicarti, scoprirai che la vita si vive fuori, non dentro ad uno schermo.

3. Puoi scoprire chi sono i tuoi veri amici.
Avere una buona amicizia su internet è facile. Messaggiare con le persone e commentare le loro foto richiede pochi istanti. Ci sono persone che commentano tutte le tue foto e mettono il like a tutti i tuoi aggiornamenti di stato. Sappi che hanno speso 45 secondi per farlo, ma appaiono come se fossero veramente tuoi amici. Una volta spento Facebook, queste persone scompaiono. Le uniche persone che ti vogliono bene, sono le persone che si prendono cura di te e che hai intorno.

4. Scoprirai il valore di te stesso
Sei felice quando qualcuno dei tuoi contatti mette un like ad un tuo post o ad una tua foto. A volte controlli costantemente il telefonino per vedere se si sono aggiunti commenti. Questa è quasi un’azione obbligatoria per dimostrare che le persone hanno visto il tuo post e riconoscono la tua esistenza. Rifletti su questo. Non sono certo i like o i commenti su Facebook che fanno vedere le tue doti o capacità. Molte persone sono troppo vicino al problema per poterlo vedere direttamente, dimenticandosi che noi siamo ben altro di un semplice like o commento fatto da qualche sconosciuto.

5. Ti sbarazzerai degli stalker.

Praticamente tutti coloro che utilizzano Facebook hanno almeno uno stalker. Questo è particolarmente vero se sei una donna. Le persone possono guardare le tue foto, gli aggiornamenti e tutto ciò senza il tuo permesso. Ricorda che se hai il profilo pubblico tutti sapranno tutto di te, quindi se ti capita di andare da qualche parte e lo pubblichi su facebook, non ti meravigliare se ti troverai lo stalker di turno nel luogo che hai postato. Stai molto attento e cerca di evitare di condividere troppe informazioni sulla tua vita privata. E’ vero che la maggior parte di queste persone che possiamo definire ‘assillanti’, si fermano a dei commenti o ad insistenti messaggi, ma è anche vero che alcuni di essi potrebbero diventare un problema o peggio ancora, degli individui pericolosi per la tua incolumità.

6. Ti sentirai meglio
In uno studio è stato dimostrato senza ombra di dubbio che Facebook ti fa sentire male. Ci sono molte ragioni per questo. Quando registri uno stato e non piace a nessuno, ti senti stupido. Quando pubblichi le foto ed i membri del sesso opposto non commentano, ti senti brutto. Sei costantemente esposto a persone che ti possono giudicare in ogni momento. Come tutto questo non dovrebbe farti sentire inferiore o totalmente depresso?

7. Ti renderai conto che tutto ciò che rappresenta Facebook sono annunci pubblicitari.
Non abbiamo alcun dubbio che ci sono persone su Facebook che legittimamente si prendono cura di te. Tuttavia per Mark Zuckerberg è un pezzo di dati nel suo database per essere estratto e sfruttato. Il tuo lavoro su Facebook è quello di visualizzare annunci pubblicitari, spendere soldi per giochi e rendere il sito ricco. Ma puoi fare altro, puoi usare questo canale per informare e risvegliare le persone e puoi aiutarle nel loro percorso di crescita.

Fonte: LINK

Il silenzio

Qualè il nostro rapporto con il silenzio?

Se vivete in una città moderna, trovare un posto tranquillo diventa una sfida.


Il ronzio del traffico, aerei, sirene e il rumore di fondo sono probabilmente la base musicale della vostra vita quotidiana. Non vi è tregua nemmeno davanti a al computer, anche con su le cuffie: nella navigazione in internet, sarete interrotti da annunci da riproduzione automatica o segnali acustici rivelatori che annunciano un nuovo messaggio.

La maggior parte delle persone sembrano adattarsi alla cacofonia, ma quale  prezzo si sta pagando?

Cominciando con un inno alla seminale di John Cage la silenziosa composizione 4’33, di cui l’esperienza di Austin Chronicle, per le immagini e i suoni di questo film, Koyaanisqatsi ricorda aver visto il film per la prima volta nell’1982, descrive di come il silenzio delicatamente si intreccia creando un’esperienza contemplativa e cinematografica che si sta facendo strada attraverso le menti frenetiche e tra gli spazi tranquilli dei cuori.

Il documentario è un’opera di devozione, alla ricerca del silenzio in un’esplorazione meditativa del nostro rapporto con il silenzio e l’impatto del rumore sulle nostre vite.

Dai Padri del Deserto alle madri del III secolo d.C., è diventato un modello per l’inizio del monachesimo cristiano fino a John Cage 4’33 “, che è andato ad ispirare una generazione di artisti, l’umanità è stata a lungo affascinata dal silenzio.

Eppure nella nostra corsa verso la modernità, in mezzo a tutta l’innovazione tecnologica e alla rapida crescita delle nostre città, il silenzio è ora rapidamente passato nella leggenda.

Il rumore è causa di comportamenti aggressivi e centinaia di migliaia di attacchi di cuore in tutto il mondo, non c’è aspetto della vita umana che il rumore non leda. Il silenzio è ora molto più che una risorsa, un sollievo più che mai importante per il rinnovamento agli attacchi sensoriali della nostra vita moderna.

“Il silenzio è pieno di immagini che brillano di un tipo meraviglioso quasi ultraterreno che qualcuno potrebbe associare a un film di Terrence Malick … Questo film non si limita a raccontare una storia, testimonia la pura bellezza del nulla – tutto -. Quando intriso di silenzio”

The Huffington Post

L’apprezzamento del Silenzio

In Giappone, una delle soluzioni più insolite è quella di immergersi nel verde della foresta e partecipare a delle sessioni di terapia per combattere lo stress.

In ultima analisi, la cultura moderna può essere ostacolata da uno stile di vita tranquillo, diversamente da come le persone che vengono colpite e stimolate dal mondo digitale trascorrendo la maggior parte dei loro momenti liberi.

Nel film, la cerimonia del tè illustra l’apprezzamento culturale del Giappone per il silenzio, mentre in Occidente, spesso ha più importanza essere forti e cimentarsi ad esprimere se stessi.

Tutto il documentario è coinvolgente e stimolante.

Tuttavia, il suo stile meditativo, potrebbe richiedere un po’ di tempo per abituarcisi; siamo così sovrastati dall’adrenalina di un film d’azione per tenerci occupati che la riconnessone con la nostra parte tranquilla può essere molto ardua e un duro lavoro.

by Sandrine Ceurstemont
June 21, 2016
from PreventDisease
Website
Spanish version 
Versión original en ingles

LINK 

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da

Articolo correlato QUI

‘correlazioni’

jasper james/getty

La Fine del Sesso

Nessuna malattia,
nessun concepimento naturale,
nessuna mente propria.
Emozionato?
Immaginate un mondo senza sesso e malattie
E dove tutti i nostri cervelli sono collegati in rete.
Suona bene, ma porterà a
una nuova serie di questioni morali…

Le voci sullo scopo del sesso sono probabilmente premature.

Abbiamo fatto bene fino ad ora e poi siamo biologicamente programmati per volerlo. Quando si tratta, però, di fare bebè non è questa l’unica opzione – e la riproduzione senza sesso sembra che sarà sempre più comune.

L’anno scorso, lo sperma umano e le cellule prima dell’ovulo sono state create riprogrammando cellule adulte della pelle.

Le preoccupazioni etiche hanno bloccato i ricercatori della loro convinzione che queste cellule fossero sperma e ovuli completamente funzionali, ma sembra che l’impresa sia stata raggiunta con i ratti:

Un gruppo in Cina ha reso noto che utilizza spermatozoi derivati da cellule madri per generare piccoli ratti sani.

Cosa succederebbe se il fatto si ripetesse in forma certa negli esseri umani?

Si tratterebbe di una vera cura per l’infertilità. Così dice il biologo della riproduzione Allan Pacey dell’Università di Sheffield, Regno Unito. Significherebbe anche che coppie dello stesso sesso potrebbero concepire senza l’aiuto di un donatore.

Si prospetta anche la possibilità di procreare individui soli se si potesse fare dello sperma a partire da cellule madri di una donna e ovuli a partire da cellule madri di un uomo.

I discendenti non sarebbero cloni della persona in questione, poiché il DNA è mischiato ogni volta che si crea una cellula sessuale. Anche così non è una buona idea, dice Pacey, l’autofecondazione è un equivalente della endogamia in quanto riduce a metà la diversità genetica a disposizione del bambino.

La riproduzione asessuata può anche essere attrattiva per le persone che possono concepire in maniera naturale poiché il mescolare a caso il DNA quando le cellule sessuali sono pronte può portare problemi.

Ogni anno milioni di bambini nascono con una disabilità causata da difetti genetici. E molte più varianti genetiche sono ereditarie e predispongono a una malattia grave.

I futuri padri possono avere embrioni creati in vitro, controllati per trovare anomalie genetiche prima dell’impianto nell’utero.

L’utilizzo di cellule madri renderebbe più facile la produzione di una grande quantità di ovuli che con controlli precedenti all’impianto nell’utero, forniscono un’opzione più praticabile.

Quest’applicazione però sarà sempre permessa? Pacey sospetta di no, vista la forza che si oppone alla distruzione degli embrioni.

Henry Greely, direttore del Centro della Legge e delle Bioscienze dell’Università di Stanford, California, e autore del “Lo Scopo del Sesso e il futuro della Riproduzione Umana” (The End of Sex and the Future of Human Reproduction), la vede diversamente.

Egli anticipa che le cellule madri saranno prima utilizzate per aiutare le persone che non sono capaci di produrre ovuli o sperma.

Una volta che questo sarà approvato, dice che si propenderà verso altre applicazioni, soprattutto negli USA dove è permesso l’utilizzo “senza etichettare” di un qualsiasi prodotto medico approvato.

La pressione di gruppo, potrebbe anche convincere le persone che il concepimento naturale è irresponsabile, portando così le cliniche della fertilità a utilizzare a proprio beneficio la questione, e a implorare,

“fateci avere i figli migliori di quelli che abbiamo”.

“Questo cambierà l’umanità” dice Greely, “e perciò la gente deve stare molto attenta”.

di Daniel Cossins
04 Giugno 2016
doi:10.1016/S0262-4079(16)31003-X
dal Sito Web SCI-HUB
traduzione di Nicoletta Marino
Versione originale in inglese
Versione in spagnolo

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Come Facebook ‘Spia’

…le Vostre conversazioni su WhatsApp – “Il Grande Fratello”

“Bisogna fare attenzione perché questo
apre molte possibilità al ‘doxing”
ChemaAlonso, esperto in sicurezza, ci mette sull’avviso.

Facebook ‘spia‘ con chi ha conversazioni con gli utenti di WhatsApp per fare poi un’integrazione dei dati del servizio di messaggi con quelli che già possiede e migliorare il funzionamento dei suoi sistemi di sicurezza. Questo quanto scritto dall’esperto di sicurezza Chema Alonso sul suo blog elladodelmal.com.

Alonso, che afferma che tutto ciò si può vedere sotto vari aspetti della rete sociale, da come esempio l’esperienza avuta da un lettore attraverso il servizio di suggerimenti per gli amici di Facebook.

Questa persona, per errore, ha ricevuto il messaggio di una sconosciuta (che non era nella lista dei suoi contatti) sul suo servizio di WhatsApp.

Il lettore è stato in grado di accedere alla fotografia di chi aveva inviato il messaggio e più tardi, quando si collegò a Facebook, vide con sua somma sorpresa, che la rete sociale gli stava raccomandando come amico quella stessa persona.

Secondo l’esperto in sicurezza, la persona che gli aveva inviato il messaggio di WhataApp poteva vedere le sue scelte private che gli permettevano di vedere l’immagine del suo profilo e aveva anche utilizzato la foto principale su Facebook.

Alonso sostiene che una delle ragioni per cui Facebook può collegarsi con gli utenti di WhatsApp è il fatto che un utente abbia associato il suo numero di telefono al conto della rete sociale, per esempio, che abbia un secondo fattore di autenticazione.

Alonso ci avvisa:
“Bisogna fare attenzione perché questo dà molte possibilità al ‘doxing‘ (poter controllare nuove informazioni della persona attraverso il suo conto)”.

Link

03 Giugno 2016
dal Sito Web RT
traduzione di Nicoletta Marino
Versione originale in spagnolo  

Donna-Mujer-Femme-Woman

IL RISVEGLIO DI UNA PERA

Le cronache di questi giorni e, non solo di questi giorni, sono costellate di innumerevoli e atroci delitti rivolte verso le Donne; uomini che maltrattano e uccidono Donne inermi, violentandole, umiliandole, soggiogandole psicologicamente, sfigurandole e mutilandole, il più delle volte rimanendo impuniti. Questo articolo comincia di come una società vede la Donna, con quali occhi viene dato un giudizio di ‘bellezza’, imprimendo nella mente manipolata di come bisogna apparire. Successivamente, la visione di un video “Il ritorno del Femminile Divino” per chiudere alla fine con “L’Archetipo Governante, i tre tipi di Matriarcato”. Dedicato alle Donne ma sopratutto al sesso opposto, gli Uomini.

Oggi mi è successo qualcosa di orribile.
Mi hanno detto che sono una pera. Si, si, proprio così. Sono una povera pera.

Sembra che noi donne siamo classificate secondo la forma del nostro corpo e delle sue proporzioni.

Se hai spalle larghe e fianchi stretti, sei una mela. Se invece hai poco seno e fianchi larghi sei una pera. Se sei magra e sei una donna con poche curve allora sei …una banana!

E se hai seni e fianchi di misura media e un giro vita molto marcato, allora sei una clessidra!


Quindi, risulta che dopo decine di millenni di evoluzione umana, secondo questo dire, una cameriera non è altro che una volgare pera!

E colmo dei colmi… essere una pera non va bene! Molto male! L’ideale è essere una clessidra. Quindi devo vestirmi per dissimulare e “nascondere” la vera forma del mio corpo e apparire come una clessidra (che è quello che va bene).

Allora devo usare reggiseni imbottiti, giacche con spalline, scollature a V ed evitare pantaloni o gonne strette.

Il mio ragionamento sembra assurdo no?

Però per me, per molti anni, è stata una verità assoluta che era indice di come mi vedevo nello specchio, di come mi vedevano gli altri e di quale abito dovevo indossare ogni giorno. Credevo proprio che era veramente una pera, è ho impiegato tempo a ripristinare la salute mentale e a rendermi conto che ciò che credevo non aveva nessun senso.

Per prima cosa, non sono un frutto, sono una donna, una donna con le sue virtù, i suoi difetti, i suoi dubbi, la sua personalità, la sua storia e le sue idee.

La seconda cosa:

  • Perché “diavolo” devo dissimulare la vera forma del mio corpo?
  • Perché il corpo “tipo clessidra” va bene e il mio no?
  • Chi lo ha deciso?

Se fossi nata all’epoca del Rinascimento, il mio corpo rientrerebbe perfettamente nel canone della bellezza del tempo.

Gli artisti dell’epoca pagherebbero oro per dipingere il mio corpo a pera nella sua nudità, natura e splendore; e le “clessidre” morirebbero di invidia e cercherebbero di apparire una pera come me, indossando stretti corsetti e voluminose crinoline.

Con questo esempio non sto dimostrando quanto siano stupidi i canoni di bellezza o le infinite forme con cui cercano di creare complessi nelle donne.

Dico quanto sia facile metterci un’etichetta e di come lo permettiamo, di come interiorizziamo e assimiliamo quest’etichetta per poi passare ad un’altra e un’altra ancora.

Puttana, negro, checca, calvo, fallito, povero, coglione, ciccione, volgare, vecchio, casalinga stupida, terrorista, pidocchioso, camionista, brutta, effeminato.

Senza dubbio fa male essere etichettati con uno di questi appellativi che non ti fanno ricordare chi dovresti essere o come dovresti essere; che dovresti sembrare un’altra persona o un’altra cosa.

Però in fondo è molto più triste e patetica la reazione che siamo soliti avere di fronte a questi attacchi.

Pensiamo per esempio ad un uomo etichettato come “fallito” che nel linguaggio del nostro Sistema significa “non aver denaro o potere”.

Quale sarebbe la reazione più logica?

La cosa più logica sarebbe che quest’uomo, in un modo o nell’altro, si difendesse dicendo

  • Che non è inferiore a nessuno solo per il fatto di non avere denaro o potere.
  • Che la sua vita e il suo tempo hanno un valore infinito (a differenza del denaro che è solo un pezzo di carta).
  • Che la sua situazione economica non è un motivo di vergogna, ma rabbia e indignazione per quanto i mezzi nel mondo sono distribuiti male.

Eppure, questa reazione non è la più abituale.

In questo caso, la cosa più probabile è che questo nostro ipotetico fallito corra a richiedere un prestito e a comprare qualche oggetto che lo faccia apparire più di successo, più potente; che lo faccia imitare a un giocatore di calcio o a un fortunato uomo d’affari.

In realtà continua ad essere un triste mortale, uno schiavo con l’illusione che il nuovo Iphone X lo farà sembrare un uomo libero.

E cosa succederebbe con una ipotetica donna che è definita “puttana” perché usa a suo piacimento il sesso? Mi farebbe piacere ascoltare questa donna rispondere con fermezza, che il suo corpo è suo e che il valore di una donna non dipende da quello che decida di fare della sua vita sessuale e personale.

Eppure è probabile che la donna in questione reagisca chiamando altre donne puttane, cagne e troie nell’intento di dimostrare quanto lei sia decente e santa.

Si , I due casi che ho riportato sono molto semplici e sembrano due autentiche stupidaggini.

Però queste stupidaggini hanno delle conseguenze gravi e profonde…

Il comportamento dell’uomo del primo esempio, riportato su larga scala, genera ingenti benefici alle corporazioni, che raggiungono quote di denaro e potere inimmaginabili grazie ai nostri complessi, ai nostri mezzi e al nostro affanno di apparire ciò che non siamo.

E la reazione della donna del secondo esempio, ripetuto a livello di massa, si auguro solo che le donne continuino a essere divise e nemiche tra loro; e ciò che è peggio è che ci giudichiamo l’una con l’altra per qualcosa di così sacro come la libertà sessuale.

Questo ci impedisce di non essere più in secondo piano e di abbandonare la posizione di schiave sottomesse ed obbedienti dove la società ci ha sempre tenuto relegate.

Sia chiaro che non sto colpevolizzando nessuna di queste persone.

Sia lui che lei, come la maggior parte di noi, è cresciuto sotto la pesante pietra di chi ci circondava e hanno una programmazione mentale forte che li fa reagire in quel modo. Inoltre hanno una autostima troppo ferita che non rende chiara la visione di una persona e impedisce di ragionare correttamente.

Però la realtà è che quest’uomo e questa donna, senza esserne coscienti, e senza nemmeno volerlo, stanno alimentando due bestie: il potere delle multinazionali e il macismo.

E la cosa peggiore è che queste due conseguenze sono solo la punta dell’iceberg.

Perché le etichettature ci rendono deboli, codardi, ci dividono, mentre cambiare questo mondo che nemmeno ci piace richiede coraggio, forza e unione.

La cosa peggiore è che: ci spersonalizzano, ci tolgono quel poco che abbiamo di esseri umani. Ci trasformano in caricature, in archetipi, in satirici personaggi di questo assurdo e burlesco teatro che è la società in cui viviamo.

Senza un patrimonio, senza un passato, un presente e un futuro. Senza identità, senza idee proprie, senza personalità, senza sogni, senza libertà, senza amore, senza volontà, senza destino.

E così

  • Che possibilità ci resta?
  • Come cambieremo questo Sistema che ci tiene nel più assoluto astio e stanchezza, se sentiamo più vergogna per i nostri chili e delle stupide guerre tra uguali che affliggono il mondo?
  • Come progrediremo in quanto specie se ci preoccupano più i commenti degli altri che l’inarrestabile distruzione di nostra Madre Natura?
  • Che futuro abbiamo se ci scandalizza di più vedere una persona nuda di un animale maltrattato o i nostri simili che hanno fame?

Facciamo allora uno sforzo collettivo.

Abbandoniamo questo uragano di stupidità e di ipocrisia e smettiamola di mettere un’etichetta sull’altra che ci hanno affibbiato o mettendole agli altri. Dobbiamo strapparle, buttarle per terra, pestarle con tutte le nostre forze e bruciarle per sempre.

Togliamoci questa benda fatta di pregiudizi e apparenze che portiamo sugli occhi, e guardiamo il mondo reale, il nostro mondo:

una Terra preziosa che stiamo annichilendo

un cielo azzurro e diafano che stiamo tingendo di grigio fumo

persone che stiamo classificando con stereotipi mentre ognuna di loro è unica, irripetibile e ha un potenziale straordinario.

Per quel che mi riguarda, già da molto tempo mi sono risvegliata da quell’insana cecità e ho smesso di vedere me stessa come una pera.

E ho smesso anche di guardare le altre donne come banane, mele o clessidre. Ho iniziato a vederle solo come donne, o meglio come persone.

Ho iniziato a vedere sguardi, sorrisi, tenacia, energia, forza; compagne di lotta per cambiare la direzione deviare di fronte a questo macello dove ci stanno portando silenziosamente.

di Libre Pensadora
28 Gennaio 2015
dal Sito Web GazzettaDelApocalipsis
traduzione di Nicoletta Marino
Versione in spagnolo

Il ritorno del Femminile Divino

Il video è in lingua inglese – scegliere i sottotitoli

L’Archetipo Governante, i tre tipi di Matriarcato

La Madre Divoratrice

“La madre divorante ‘Consuma’ i suoi figli psicologicamente ed emotivamente e spesso inculcandole sensi di colpa portandoli a chiedere il permesso di diventare indipendenti.”

La Regina dei Ghiacci
“Di come gli uomini e gli animali sono tenuti a servire, e di quanto bene abbia fatto loto essere riusciti a fare il giro del mondo, a piedi nudi come lei.” (Hans Christian Andersen ‘The Snow Queen’)

La Dea Benevola

“Storicamente, i governanti / conquistatori maschili delle terre e delle società, Hanno usurpato il potere della dea in queste società che conquistavano hanno assorbito e distorte queste dee nelle proprie convinzioni che più somigliava loro”. (Nancy creazioni)
Leggi QUI l’intero articolo in lingua spagnola; QUI in lingua inglese

http://www.bibliotecapleyades.net/ 

La stanza dei bottoni

https://www.youtube.com/watch?v=ZjVD5ZpCMQs

Siamo pieni di bottoni, a loro basta schiacciarne uno per avere in mano il potere; il fronte del esercita una pressione psicologica che alla moltitudine della gente non si pone e non si è mai posta; per il fronte del no vale la stessa cosa esercitando risparmi e posti di lavoro; il fronte dell’astensionismo veicolato dal presidente del consiglio e patrocinato dall’emerito presidente è un chiaro messaggio di chi veramente ha in mano la vita del paese.

In tutti e tre i casi: SI, NO, ASTENSIONISMO è una grossa presa in giro, non cambierà nulla; come ho già detto siamo pieni di bottoni a loro basta schiacciarne uno per poterci pilotare la dove vogliono che noi andiamo, è come andare al supermercato credi di comperare gli articoli che ti servono perché lo hai deciso tu, ma ti hanno già fottuto in partenza, perché quegli articoli li hanno già scelti loro per noi e … TU non hai scelto nulla, sei solo la loro marionetta manovrata.
Del tipo io so’ io e voi non siete un ….

di Natalino Balasso: Potrei dire che è un problema di inquinamento, di rischio ambientale, di cecità progettuale. Potrei dire che, come scrive il Sole 24 Ore, abbiamo basse probabilità d’incassare qualcosa da queste concessioni trivellatrici, non siamo un paese con grandi risorse e le concessioni potrebbero addirittura finire a ZERO incassi. Potrei dire che gli eventuali incassi saranno molto poco locali e molto centrali e quindi a forte rischio di dispersione di liquidi in tutti i sensi. Potrei dire che i posti di lavoro saranno una manciata e che, comunque, anche ripristinando la pena di morte o rendendo legale la tortura si creano posti di lavoro, ma ciò non significa che occorra per forza farlo. Insomma, ci sono un sacco di ragioni per cui questa nuova vecchia idea non può essere definita geniale. E ci sono un sacco di ragioni per andare a votare e votare sì.

Ma c’è un altro fatto abbastanza chiaro.
A referendum di questo tipo ci vanno a votare sempre in meno, e le ragioni non sono tutte ascrivibili a chi invita a non votare. Inutile dire che un certo ambientalismo cialtrone, pressapochista e poco informato, ha tolto forza alle istanze di chi al territorio ci tiene veramente. Il fatto che dagli anni ’70 si dica che in 20 anni il petrolio si esaurirà, non depone a favore di chi pensa che il petrolio sia da superare e mica perché si esaurirà. E poi c’è l’atavica tendenza all’insensibilità sociale delle nostre classi politiche per cui i referendum sono puntualmente aggirati da decreti e decretini con varianti millimetriche.

Il prodotto della nostra coscienza ambientalista, diciamolo pure, fa un po’ ridere. Se il fotovoltaico deve significare campi seminati a pannelli solari, se il risparmio energetico dev’essere la truffa della casa di classe A o la benzina euro 10, siamo ben lontani da una vera coscienza del rispetto della terra e della gente che ci circonda.

Io insisto a dire che se un cambiamento non è culturale, non è un cambiamento. C’è in giro troppa gente che vuole cambiare il mondo e poca gente che vuole cambiare le proprie abitudini. Ma finché parcheggeremo la macchina accesa con dentro i nostri figli, finché li faremo assistere alle nostre tempeste di cemento, di tralicci e di roba elettronica che imita in tutto e per tutto la roba non elettronica con l’unica differenza che consuma più energia, finché li metteremo di fronte alla nostra infantile infatuazione per le macchine viste non come strumenti, ma come oggetti emotivi, che deriva dall’antica invidia della borghesia per gli aristocratici, non ci sarà referendum che tenga.

Non m’interessa come voterete, è l’energia di cui noi stessi pensiamo di avere bisogno che fa sì che quello della produzione di energia sia un business feroce e mortale. Ma con tutta questa energia, cosa abbiamo prodotto veramente? Quel che mi sembra è che il monte di energia che insistiamo a pensare necessaria partorisca topolini spelacchiati. Se la specie umana si estinguesse l’universo andrebbe avanti senza enormi scossoni; Il mondo non è in pericolo, la nostra intelligenza si.

FONTE

Lungo la strada è cambiato qualcosa

La menzogna che viviamo, di Spencer Cathcart

In questo momento potresti essere ovunque, potresti fare qualsiasi cosa, invece sei seduto da solo di fronte a uno schermo. Ma cos’è che ci ferma dal fare quel che vogliamo fare? Dall’essere ciò che vogliamo essere?

Ogni giorno ti svegli nella stessa stanza e segui gli stessi schemi, vivi la stessa giornata del giorno prima. E’ pur vero che un tempo ogni giorno era una nuova avventura. Lungo la strada è cambiato qualcosa.

Prima i nostri giorni non avevano tempo, ora sono schematici. E’ questo che vuol dire crescere? Essere liberi? Ma siamo veramente liberi?

Cibo, acqua, terra. Le uniche cose che ci servono per sopravvivere sono possedute dalle società. Non c’è più cibo per noi sugli alberi, né acqua potabile nei fiumi, né terra dove si possa costruire una casa. Se provi a prendere quello che ha da darti la Terra sarai isolato.

Quindi seguiamo le loro regole. Abbiamo scoperto il mondo attraverso i libri di testo.

Per anni stiamo seduti e ripetiamo quello che ci viene detto. Sottoposti a prove e classificati come soggetti da laboratorio. Cresciuti per non essere mai niente di speciale in questo mondo, per non creare differenze.

Abbastanza intelligenti da fare il nostro lavoro ma non da chiederci il perché lo facciamo. Quindi lavoriamo duro e non abbiamo mai tempo di vivere la vita per cui stiamo lavorando. Finché arriva un giorno in cui siamo troppo vecchi per il nostro lavoro e siamo lasciati a morire.

Saranno i nostri figli a prendere il nostro posto. Per noi il nostro cammino è importante, ma insieme non siamo altro che carburante. Il carburante del l’élite. L’élite che c’è dietro le multinazionali.

E’ il loro mondo e la risorsa più preziosa non è nella terra: siamo noi. Noi costruiamo le loro città, noi mettiamo in moto le loro macchine, noi combattiamo le loro guerre. Dopo tutto, ciò che li guida non sono i soldi: è il potere.

I soldi sono semplicemente l’arma che usano per dominarci. Inutili pezzi di carta da cui dipendiamo per sfamarci, per spostarci, per divertirci. Ci danno i soldi e in cambio noi gli diamo il mondo.

Dove c’erano alberi che pulivano la nostra aria ora ci sono fabbriche che la inquinano. Dove c’era acqua da bere, ci sono rifiuti tossici che puzzano. Dove gli animali correvano liberi, ci sono le imprese agricole che li fanno nascere e li scuoiano per il nostro appetito. Oltre un miliardo di persone muore di fame anche se c’è abbastanza cibo per tutti. Dove va a finire?

Il 70% del grano che coltiviamo è cibo destinato a ingrassare gli animali che mangiamo per cena. Perché dovremmo aiutare chi muore di fame quando non guadagneremmo nulla con ciò? Siamo la piaga che affligge la Terra, devastiamo quello che ci permette di vivere. Vediamo tutto come qualcosa che può essere venduto, come un oggetto da possedere.

Ma cosa accadrà quando avremo inquinato l’ultimo fiume? Quando avremo avvelenato anche l’ultimo respiro d’aria? Quando non avremo più il carburante per i camion che ci portano il cibo? Quand’è che capiremo che i soldi non possono essere mangiati, che non hanno alcun valore? Non stiamo distruggendo il pianeta. Stiamo distruggendo ogni forma di vita su di esso. Ogni anno migliaia di specie si estinguono. E manca poco affinché noi saremo i prossimi.

Se vivi in America c’è il 41% di possibilità di contrarre un cancro.
Una patologia cardiaca uccide un americano ogni tre. Prendiamo medicine per affrontare questi problemi, ma le cure mediche sono la terza causa di morte dopo il cancro e le malattie cardiache. Ci viene detto che tutto può essere risolto dando soldi alla Scienza, così gli scienziati scopriranno un modo per eliminare il problema. Ma le industrie farmaceutiche traggono vantaggio dalle nostre sofferenze.

Pensiamo di correre ai ripari, ma il nostro corpo è il prodotto di ciò che mangiamo, e il cibo che mangiamo è studiato per ottenere profitto. Ci riempiamo di sostanze tossiche. Il corpo degli animali è infestato da medicine e malattie. Ma non vediamo tutto ciò.

Le associazioni che detengono il potere mediatico non vogliono che noi sappiamo, quindi ci inondano di fantasie che spacciano per realtà. E’ divertente pensare che gli umani pensavano che la Terra fosse il centro dell’universo.

Ma, ancora una volta, continuiamo a vederci al centro del pianeta. Indichiamo la nostra tecnologia dicendo che siamo i più intelligenti. Ma veramente computer, macchine e industrie affermano quanto siamo intelligenti? Forse mostrano quanto siamo diventati pigri.

Ci mascheriamo dietro la parola “civilizzazione”, ma quando la togliamo, di noi, cosa resta? Siamo inclini a dimenticare che solo negli ultimi cento anni abbiamo concesso il diritto di voto alle donne, il diritto di equità ai neri. Ci atteggiamo come se fossimo tutti istruiti su tutto, ma sono molte le cose che non riusciamo a vedere. Camminiamo per strada e ignoriamo tutte le cose più piccole. Gli occhi che ci guardano, le storie che vorrebbero condividere. Vediamo tutto come uno sfondo di “me”.

D’altra parte abbiamo paura di non essere soli, di essere parte di qualcosa di più grande. Ma abbiamo fallito nel creare una connessione.

Ci va bene ammazzare maiali, mucche galline, uomini di un’altra terra. Ma non i nostri vicini, non i nostri cani, i gatti, quelli che abbiamo compreso ed amato.

Definiamo le altre creature come stupide e puntiamo il dito contro loro per giustificare le nostre azioni. Ma vi sembra giusto uccidere solo perché possiamo e abbiamo sempre potuto farlo? O proprio questo ci mostra quanto poco abbiamo imparato? Continuiamo a agire attraverso l’aggressività degli uomini primitivi più che attraverso il pensiero e la compassione.

Un giorno la sensazione che chiamiamo “vita” ci lascerà. I nostri corpi marciranno, i nostri averi più preziosi passeranno ad altri. Le azioni compiute in vita saranno le uniche cose a restare di noi. La morte ci circonda sempre, eppure sembra essere lontana dalla realtà di tutti i giorni. Viviamo in un mondo sull’orlo del collasso. Le guerre di domani non avranno vincitori. La violenza non sarà mai la risposta ma ucciderà ogni possibile soluzione.

Se tutti scavassimo tra i nostri desideri più profondi scopriremmo che i nostri sogni non sono così diversi.

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: essere felici. Facciamo il mondo a pezzi senza cercare altro che gioia, senza mai guardare dentro di noi. La maggior parte delle persone più felici sono quelle che hanno di meno. Siamo veramente così felici con i nostri iPhones? Le nostre grosse case, le nostre macchine alla moda?

Siamo disconnessi. Idolatriamo persone che non incontreremo mai. Assistiamo a avvenimenti straordinari sugli schermi e all’ordinario da ogni altra parte.

Aspettiamo che qualcuno ci porti un cambiamento senza mai pensare a iniziare a cambiare noi stessi.

Le elezioni presidenziali possono essere assimilate al lancio di una moneta: sono due facce della stessa medaglia. Scegliamo quale faccia vogliamo e abbiamo l’illusione della scelta, del cambiamento. Ma il mondo è sempre lo stesso.

Non riusciamo a capire che i politici non servono noi; ma servono chi ha dato loro il potere. Ma in un mondo di pecore ci siamo scordati di seguire la strada che ci eravamo prefigurati.

Basta aspettare un cambiamento.
Tu sei il cambiamento che vuoi vedere.
Non siamo arrivati fin qui stando seduti comodi.

La razza umana è sopravvissuta non perché fosse la più veloce, o la più forte, ma perché ha cooperato. Abbiamo eccelso nell’arte di uccidere.

Adesso perfezioniamo l’arte di goderci la vita. Tutto ciò, non per salvare il pianeta. Il pianeta sarà qui indipendentemente dalla nostra sopravvivenza. La terra ha girato per miliardi di anni, e ognuno di noi sarà fortunato a viverne ottanta. Siamo una goccia nell’oceano, ma il nostro impatto dura per sempre.

Spesso mi sarei augurato di vivere in un’era dove non c’erano i computer. Ma ho capito che non c’è nessuna ragione per volere ciò, perché questo è l’unico periodo della storia in cui ho sempre voluto vivere. Perché oggi abbiamo un’opportunità mai avuta prima. Internet ci ha dato il potere di condividere un messaggio e di unire milioni di persone in tutto il mondo. Finché possiamo è nostro dovere usare la tecnologia per unire, più che per combatterci.

Nel bene o nel male, la nostra generazione determinerà il futuro della vita su questo pianeta. Possiamo anche continuare a servire questo sistema di distruzione finché non rimanga di noi alcuna traccia di esistenza; oppure possiamo uscire da questo sonno ipnotico, capire che non stiamo evolvendo ma regredendo.

Questo esatto momento è l’attimo portato da ogni passo, ogni respiro, ogni morte, fino ad adesso. Puoi decidere di scegliere la tua strada, o seguire la via che hai già preso migliaia di altre volte. La vita non è un film, le battute non sono già state scritte, siamo noi gli scrittori.

Questa è la tua storia, la loro storia, la nostra storia.

Spencer Cathcart

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Una nuova ideologia

Nel suo libro “La cultura del piagnisteo,” Edward Hughes, scrittore australo-americano profetizzava che il capitano Achab, protagonista del romanzo Moby Dick di Melville, ossessionato dalla balena bianca, sarebbe stato descritto come “ portatore di un atteggiamento scorretto verso le balene “. E’ una rappresentazione umoristica, ma terribilmente realistica , di uno dei mali del nostri tempi, il cambio di linguaggio, di significato e di visione della realtà portato dall’ideologia del “politicamente corretto”, a metà tra la falsa coscienza marxiana e la coscienza infelice .

L’invenzione del politicamente corretto (P.C. nel testo – N.d.R.) è probabilmente il più importante evento meta-culturale degli ultimi decenni. Infatti, lungi dall’essere una semplice modalità espressiva, il P.C. si è trasformato in una vera e propria ideologia comportamentale, in una precisa modalità cognitiva ed riuscita programmazione neurolinguistica al servizio del nuovo potere globale, quello del liberismo economico libertario e cosmopolita.

In linguaggio informatico, possiamo definire il P.C. come una specie di sistema operativo a disposizione del Potere: il meccanismo, in fondo, è piuttosto semplice, a patto di controllare i principali canali di comunicazione culturale e mediatica: università, sistema dell’informazione, intrattenimento, e consiste nel sostituire un certo numero di parole e concetti, sostituendole con altre, al fine dichiarato di smussarne gli angoli, depotenziarne la carica offensiva o semplicemente assertiva, neutralizzarne l’effetto in nome di un rispetto ossessivo per ogni minoranza, e per eliminare dalle parole ogni possibile valenza negativa, ogni ombra di giudizio o affermazione d’ineguaglianza.

Prima , esisteva l’eufemismo, una tradizionale figura retorica che consisteva nell’utilizzare una parola di uguale significato, ma di espressione attenuata. Il P.C. è ben altro, diversa, anzi opposta è la sua intenzione; mentre il vecchio eufemismo si limitava ad affievolire un’espressione per scrupolo o riguardo, il P.C. provoca un cambio di significato, di percezione, uno scarto di senso rispetto ai termini precedenti, addirittura di paradigma, poiché mutano insieme significante e significato. E’, quindi, un’operazione fortemente politica, poiché si prefigge e provoca un “trasbordo ideologico inavvertito”, ovvero tende a rimuovere un concetto, una categoria mentale, un’opinione generalizzata, fino ad abolire, per discredito, demonizzazione e censura, alcune parole od espressioni a favore di altre, senza dichiararlo.

Un interessante libro sull’argomento, di Edoardo Crisafulli, del 2004, Igiene verbale, evoca sin dal titolo il carattere artificioso, da creazione di laboratorio intellettuale, pensata ed organizzata, della “correttezza politica”. Come quasi tutte le cose peggiori emerse nel XX secolo, e che continuano e si perfezionano nel XXI, si tratta di un’idea americana. Alla fine degli anni 80, conclusa vittoriosamente la battaglia del liberismo economico, sconfitto il nemico sovietico, confinato il marxismo nella soffitta della storia, metabolizzata l’onda d’urto delle idee libertarie originate dal 1968 sotto l’ala dei Francofortesi, specie di Herbert Marcuse, giacché Adorno è pensatore ben più profondo e complesso, il capitalismo vincente appaltò alla sinistra sconfitta sul piano degli assetti economici, le idee per la costruzione, diffusione ed imposizione di precetti nuovi per una società in cui si dissolvessero identità personali e religiose, appartenenze nazionali, principi morali, convinzioni e tradizioni secolari e millenarie.

Lo scopo ora ci è chiaro: modellare un’umanità plastica e docile, asservita ai miti del consumo compulsivo, ferocemente votata a rivendicare diritti individuali a scapito di quelli sociali e collettivi, convinta che ciò che è nuovo sia sempre migliore del vecchio, disponibile , anzi desiderosi di un’esistenza precaria, fatta di cambiamenti, instabilità lavorative, sentimentali, residenziali, emotive, per affrontare le quali occorre liberarsi di ogni retaggio e di qualsiasi forte convinzione. L’umanità doveva diventare liquida, per essere versata dai padroni del mondo in nuovi recipienti ; occorreva un’ideologia fortissima, ma soffice, impalpabile, suadente, un poco come certe pubblicità in cui la voce narrante parla con tono ipnotico, in tono basso e lento, per abbattere le nostre difese, ma con il nostro consenso, preconscio o inconscio.

Pochi davvero intuirono la portata devastante del P.C. e la sua capacità di mutare profondamente il senso delle cose per decine, centinaia di milioni di esseri umani; del resto, quando la minaccia è felpata ed armata di così buone intenzioni, come quelle di tutelare minoranze sfortunate e riscattare categorie stigmatizzate, il pensiero critico arriva sempre troppo tardi.

“Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo. “ La scintillante immagine di Hegel1 ci restituisce un frammento di verità, ovvero che i cambiamenti profondi vengono preparati con cura, e, come una fleboclisi, penetrano goccia a goccia. L’effetto, si vede solo dopo, quando la civetta di Minerva, la dea della sapienza, prima della nuovo giorno, ha concluso il suo volo notturno. La cultura, insomma, giunge a comprendere un fatto storico – l’ideologia del P.C. lo è- solo dopo che il processo di formazione della realtà è già ultimato.

L’invenzione concettuale va ascritta all’Università del Michigan, che, immersa nel multiculturalismo, propose nuovi codici di linguaggio per definire qualsiasi minoranza, tal-ché i negri divennero neri, e poi afroamericani, gli invertiti omosessuali, ma poi, definitivamente, gay, allegri, per esprimere la carica positiva della loro condizione, che venne inserita nel concetto generale di “orientamento sessuale” – tale locuzione è utilizzata anche nei vigenti trattati dell’Unione Europea – mentre gli handicappati si trasformarono prima in portatori di handicap, successivamente in disabili e infine diversamente abili.

Operazione in sé spregevole ed inutile, il p.c. cambia la parola, sfuma o neutralizza il concetto, ma la realtà non si muove di un millimetro: il paraplegico, disgraziatamente, non si alza dalla sedia da diversamente abile. Un divieto verbale tira l’altro, l’igiene verbale pone l’asticella sempre più distante dalla verità. Un mirato bombardamento chemioterapico, per estirpare quel cancro che sono le idee innate, i principi ricevuti, i nostri stessi occhi che vedono una cosa, ma ne devono descrivere un’altra. Gli stranieri sono diventati burocraticamente extracomunitari, i clandestini profughi (da che?) gli immigrati, parola che comunque evoca stabilità, ora sono migranti, vagano, si spostano inafferrabili, come l’ebreo errante del racconto medievale e del libro di Eugène Sue.

Nel campus del Michigan venne redatto un vero e proprio codice di condotta verbale, con apposite sanzioni, costituite da richiami ufficiali che influivano negativamente sulla carriera scolastica, dunque sull’intero avvenire degli studenti. Qui cogliamo un altro punto a favore della tesi “ideologica” che sosteniamo. Il castigo: dunque, saranno stati istituiti dei controllori del linguaggio, dei poliziotti della parola e del pensiero, presumibilmente insegnanti od anche studenti. Ma quando esiste una sorveglianza su ciò che si dice si vive in un regime dittatoriale, il cui destino è vivere stabilendo divieti e decretando punizioni. Sorvegliare e punire: lasciamo stare Foucault, e limitiamoci a d osservare che il diritto penale degli Stati occidentali, assai permissivo e di manica larga per quasi tutti i comportamenti criminali, è particolarmente duro con i nuovi devianti, che violano, ignorando o contrastando il P.C., la versione ufficiale, la quale, proprio perché tale, è di solito una menzogna o una costruzione arbitraria quanto il giudizio di segno contrario.

Hanno iniziato con le norme che puniscono la negazione dell’Olocausto ebraico, che sono, a loro modo, un altro capolavoro del politicamente corretto: infatti, in genere ciò che è sanzionato penalmente è “la negazione degli esiti del processo di Norimberga”. In quel senso, potrei essere trascinato dinanzi a tribunali di numerosi Paesi tanto se sostenessi l’inesistenza delle camere o gas o la non verità della “soluzione finale”, quanto, paradossalmente, se affermassi che le vittime furono sette milioni, e non sei, come da manuale storico. Poi si sono dedicati alla repressione delle discriminazioni nazionali, razziali o territoriali, in Italia la legge Mancino, per la quale non possiamo distinguere nessuno, perché questo significa discriminare , il giudizio di valore viene dopo, e quindi non abbiamo diritto di pensare. Ora stiamo per essere impediti per legge a distinguere un omosessuale da uno che non lo è (la terribile omofobia, neologismo comico, che significa paura dell’uguale, ed è dunque un ulteriore prova di inversione dei significati), e prima o poi il codice penale accoglierà una nuova figura di reato, il neonato “femminicidio”, nipotino dell’eticamente corretto, che impone sì di non uccidere in generale, ma specialmente di non ammazzare la propria moglie, fidanzata o convivente, gesto assai più grave dell’ assassinio a ruoli invertiti. Aspettiamo di verificare in quale fattispecie verrà inserita l’uccisione di persone dello stesso sesso legate da unione civile.

Ma c’è del metodo in questa follia, come capì Polonio delle stranezze di Amleto. L’uomo nuovo, no, che dico, l’umano nuovo, poiché uomo è “sessista”, (altra categoria concettuale vietata e punita dalla nuova psico-polizia progressista) ha l’obbligo assoluto di uguaglianza, deve vivere nell’identico, sguazzare nell’equivalente, credere nell’indifferente e nel relativo, elevare altari ai diritti dell’Uomo – maiuscolo forse si può scrivere -. Nessun giudizio morale è permesso, nessuna distinzione (discriminazione) ammessa, ma, come nella Fattoria degli animali2, qualcosa e qualcuno deve rimanere più uguale degli altri.

Gettati nella spazzatura tabù secolari, l’uomo ne inventa di nuovi, e, proclamata l’assenza di qualunque verità in nome dell’Equivalente, dell’Uniforme, dell’Uguale, perseguita con occhi iniettati di sangue chi esprime concetti veritativi, o, semplicemente, li ricerca. Nulla di più violento ed intollerante del pensiero debole, padrino del P.C., che inizia escludendo dal dibattito come indegno o empio il deviante e prosegue invocando la sanzione della norma scritta a carico dei dissidenti, il cui peccato e reato è pensare. E, posto che il relativismo è la conclusione del liberalismo trionfante, il suo pilastro legale è il positivismo giuridico.

Al riguardo, apriamo una parentesi per spiegare come tutto si tenga, nell’impianto concettuale liberal-libertario. La nostra ferma convinzione è che il p.c. sia la volgarizzazione ideologica ad uso delle masse del relativismo morale, il quale, a sua volta, è lo strumento con cui l’universo liberal-capitalista ottiene per inganno e disinformazione, il consenso dei più alle proprie pratiche di dominio, sfruttamento, abbrutimento dei popoli. Liberisti in economia, privatizzano il mondo, libertari nella società, privatizzano i desideri, esaltandoli come diritti. Vanno oltre, giacché il presidente Obama, che è P.C. per definizione, in quanto appartenente al Partito Democratico e di pelle scura, ha definito fondamentale il cosiddetto diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Gettata nel cestino dei rifiuti la strana attitudine della natura, che assegna la riproduzione delle specie all’incontro di due sessi, egli, gran sacerdote del Pensiero Unico occidentale, recide il legame dell’uomo con il resto della natura, ponendosi al di sopra, e considera “fondamento” di una comunità “legale” l’unione sterile omosessuale.

Screditata, derisa come inesistente la legge naturale, che infonde il principio di verità e giustizia nell’animo umano, e lo rende senso comune, che per primo Aristotele3 aveva scoperto e teorizzato, e rigettata la convinzione che esistano principi di fondo, validi per tutti, non si pone più il problema del bene e del giusto. Si torna, con acrobazie dialettiche in cui il potere è maestro da sempre, alla legge del più forte, colui che, nelle circostanze presenti, può, vuole e sa orientare l’opinione comune, avendo a libro paga intellettuali e politici, e la trasferisce nei codici scritti, con leggi che l’intelletto comune respinge, ma che, appunto, sono leggi. Stanno scritte, approvate a maggioranza da parlamenti indolenti ed ignoranti, hanno forza di coercizione. Non pretendono minimamente di essere giuste, semplicemente, ci sono: esse sono la legalità, quella di oggi, diversa probabilmente da domani o dopo.

Non importa, umano occidentale del XXI secolo: sei cittadino di un mondo dove esiste il politeismo dei valori4, di conseguenza hai rinunciato a credere nelle leggi naturali e nella verità che pure avverti presente dentro di te, hai torto, e ti devi uniformare alla “legalità”. Il grande giurista romano Paolo, nel suo Digesto, sentenzia: “Il diritto è definito in diversi modi: in uno, si dice diritto ciò che è sempre giusto e buono, che è diritto naturale; nell’altro modo, ciò che per tutti o per molti è utile in una certa città, che è diritto civile “. Dunque, da migliaia di anni è certo che esista qualcosa che è giusto e buono in sé, distinto da ciò che è ritenuto utile in dato contesto. Adesso, non più, e non possiamo quindi obiettare, con Tommaso d’Aquino,5 che se una norma non concorda con la legge naturale e morale “non eritlex, sedlegiscorruptio “, non sarà legge, ma corruzione di essa. Ti hanno convinto che tutto sia mutevole, fluido, liquido, si equivalga, e che le più belle parole del vocabolario siano progresso e moderno. Moderno, poi, significherebbe semplicemente, “al modo odierno”, quindi è un termine molto politicamente corretto, giacché, in sé, non esprime alcun giudizio di valore, ma solo una constatazione temporale!

Inoltre, ti hanno riempito la testa di “valori”, che non ci sarebbero più, o che comunque sono quelli che tu (o loro per te) riconosci al momento. Ma se l’unico valore comunemente accettato è il prezzo in denaro, è perché sono tramontati i principi. Solo possedendo dei principi, si possono attribuire dei valori, alle idee, alle cose, alle persone, ai fatti. Aveva ragione, ancora una volta, Carl Schmitt, il gigante del diritto novecentesco, ad imprecare contro “la tirannia dei valori”, che, come i titoli di Borsa, scendono, salgono, si compravendono, stanno, come ripetono gli esperti del settore, di volta in volta in territorio positivo o negativo. Purtroppo, ha vinto Kelsen, aedo del liberalismo progressista, con la sua teoria “pura” del diritto, che impone il positivismo giuridico (giuspositivismo), per il quale, avalutativamente, in assenza di principi, valore è la legge in sé, ovvero il fatto che sia formulata secondo procedura, approvata secondo procedura, applicata secondo procedura. Che prescriva castronerie o vieti comportamenti giusti, è indifferente.

Questo è il tempo nostro, l’Eldorado delle procedure, dei protocolli, dei quadratini dei formulari, ognuno dei quali deve contenere una lettera ed una sola, un numero e solo quello. Il politicamente corretto è, per l’appunto, la procedura, il prontuario, il catechismo a disposizione di chi non può (vuole….) perdere tempo, altro mantra contemporaneo, e vuole vivere tranquillo, come un animale d’allevamento, ed avere in tasca, pronte all’uso, le idee alla moda che lo faranno accettare in società e gli permetteranno una buona carriera. E’, pensateci, il pregiudizio dell’assenza di pregiudizi! Tutto già scritto, precotto, preciso e perfetto, come in uno stampato precompilato , da completare con nome e cognome, redatto in “corporate standard”, che, per i fortunati che lo ignorano, è l’insieme di regole formali con cui si comunica all’interno di un’azienda o un’amministrazione: parole da evitare, corpo tipografico, spaziature, lunghezza, tono.

Rassicurante, pronto , non si può sbagliare, è a prova di cretino, anzi di persona di ridotte attitudini intellettuali. Che è poi la fotografia digitale dell’homo sapiens nostro contemporaneo, uno che non si attarda a studiare ciò che “non serve”, e che è il destinatario perfetto del metodo delle ex scienze dello spirito, sociologia, antropologia, storia, diritto, che avanzano senza chiedersi i perché, limitandosi a descrivere ciò che guardano, senza trarre conseguenze, esprimere giudizi, senza, in fin dei conti, pensare. Il P.C., purtroppo, invece pensa, e lo fa al nostro posto, pubblicando ogni giorno una dispensa dell’ enciclopedia dei sentimenti leciti, codice ideologico obbligatorio sorvegliato da una pletora di intellettuali, giornalisti, politici di serie C, che hanno indossato di buon grado, la paga è ottima, l’uniforme della Squadra Buoncostume delle polizie di una volta. La Chiesa cattolica, che è peraltro uno dei bersagli preferiti del P.C., aveva tracciato il solco, con l’Indice dei Libri Proibiti, il Progressista Globale ha superato la maestra, con l’indice delle parole, dei concetti, dei pensieri proibiti.

Psico-reato, psico-polizia

Il chierico delegato, novello intellettuale collettivo (anche su questo versante Marx, Lenin ed il buon Gramsci sono stati battuti dai liberali) regola il traffico cerebrale per tutti, unisce le nostre sinapsi, animandole verso il Bene ufficiale, e, naturalmente, non discute: emana sentenze, inappellabili come quelle della Cassazione, diffonde scomuniche con bolle papali a mezzo sistema di informazione. Per chi sgarra e si oppone al P.C., la prima sanzione è l’avvertimento in stile mafioso, con lo scatenamento delle armate mediatiche. Due esempi: l’industriale Barilla, costretto a ritrattare l’affermazione secondo cui egli non avrebbe mai permesso pubblicità della sua azienda con famiglie diverse da quella naturale. Dovette scusarsi dopo attacchi aggressivi e volgari, non solo della lobby omosessualista. Da ultimo, il caso del calciatore Marchisio, che ha polemizzato con un giornalista, affermando che la sua telecronaca “sembrava fatta da un non vedente “. Con fiero cipiglio, i Guardiani della Rivoluzione parolaia lo hanno costretto a ritirare la frase. Badate bene, era già stato politicamente corretto, pronunciando l’espressione “non vedente” al posto di cieco. Non è bastato, nessun accenno è ammesso dai proibizionisti del linguaggio!

Secondo passo: l’esclusione dal dibattito. Chi manifesta convinzioni sgradite, o semplicemente parla chiaro, deve essere proscritto. Discutere con lui (o lei, siamo P.C. anche noi ..) significherebbe riconoscere dignità alle sue idee. Sì, perché l’intellettuale collettivo P.C. è anche abilitato a rilasciare patenti di democrazia, tolleranza, diritto di parola. Un protocollo scritto delle correttissime associazioni LGBT (lesbiche, gay, transgender, bisessuali) invita testualmente i canali televisivi e radiofonici ad escludere dai dibattiti su materie di bioetica e sessualità i contrari ai “diritti” gay. Chi ha idee non politicamente corrette, o è un pazzo oppure è un rifiuto dell’umanità, scellerato, forse nemico del popolo. Perché ammetterlo al dibattito “civile”?

Usando le loro logore categorie mentali, dovremmo dare a tutti costoro dei fascisti, o, peggio ancora, dei razzisti (antropologici), giacché questa parola è diventata multiuso per far tacere ed espellere chicchessia dal campo e dall’umanità. L’arco costituzionale sono sempre loro, ed il loro patologico bisogno del nemico assoluto (l’orco costituzionale …..) li rende impermeabili a tutto, specialmente a comprendere di essere diventati l’arma migliore nelle mani di capitalisti, multinazionali e banche, che li usano, condizionano e manipolano come ridicoli robot per i loro fini schiavistici.

Terzo movimento: la sanzione vera e propria, attraverso l’inclusione nel corpo legislativo di nuovi titoli di reato, o psico-reato, che non reggono all’esame di uno studente, ma che diventano istantaneamente vangelo vivo nelle mani dei nuovi inquisitori. Galera dunque, per chi osi preferire un figlio normale ad uno invertito (brr, che parolaccia), o sostenga che i genovesi sono spilorci o i napoletani indolenti.

Un’università americana sta bonificando il grande romanzo di Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, capolavoro assoluto, espungendo dal testo la parola nigger, negro, che vi compare ben 119 volte, da altre parti si chiede di non far studiare Shakespeare e Dante per manifesta scorrettezza politica. A forza di ripulire il pensiero, ed il linguaggio, resta una lavagna cancellata, o una pagina bianca. Aveva ragione Orwell ad immaginare che, con la neo-lingua del Socing6, si sarebbero eliminate le parole per abolizione dei relativi concetti. Afasia che lo scrittore algerino Boualem Sansal, nel recentissimo “2084”, attribuisce alla futuribile dittatura dell’Abistan, il cui lessico è ridotto a cento parole.

Non c’è bisogno di aspettare tanto, poiché la nostra, di dittatura (di “soft power” parleremo tra un attimo) sta già conseguendo risultati analoghi: estirpare il significato torcendo e poi abolendo il vecchio significato, istituendo un nuovo codice linguistico che, inevitabilmente, si trasforma in visione del mondo. Era pur stato Giovanni ad affermare che “in principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio“. Il nuovo verbo è la riproduzione neocapitalista, Dio è agevolmente sostituito dal Mercato, e la misura di tutte le cose sono l’utile (economico) ed il dilettevole (il diritto assoluto al piacere o capriccio individuale, purché compra-vendibile in denaro).

Crediamo a questo punto di avere dimostrato la vera natura – ideologica e prometeica – del politicamente corretto. Lo definiremmo una forma sofisticata, oligarchica e postmoderna di gattopardismo emanato da un potere che cambia pelle come un serpente, ma non perde il veleno. Dice Tancredi Falconeriallo zio Principe di Salina “Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi”7, e, nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, il vecchio principe, consapevole della fine del suo mondo, è tranchant nel giudicare i tempi nuovi: “noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene.”8 Cosi fu, ed è. Peraltro, anche Il Gattopardo fu vittima del P.C. degli anni cinquanta, consistente in ciò che era gradito al PCI; Elio Vittorini, gran maestro delle lettere italiane, irregolare ma comunque comunista, ne rifiutò la pubblicazione, che avvenne dopo la morte dell’autore, e rifiutò anche le traduzioni italiane del Dottor Zivago di Pasternak e del Tamburo di Latta di GuntherGrass. Infine, sempre di censura si tratta, sempre di controllo sui cervelli dei sudditi.

Un sistema di potere, un tabù

Il XXI secolo, tecnologico e permissivo, ha bisogno di un sistema di potere allucinogeno: le masse devono essere convinte di godere di ampie libertà , nonché di avere grandi possibilità individuali. Un esercito di finti “pezzi unici”, sospinti però verso comportamenti, gusti, reazioni assolutamente comuni e previste. E’ il principio del “soft power”, che agisce per linee interne, a livello subliminale, persuasivo, per coazione a ripetere, mostrando ed imponendo modelli , ottenendo senza violenza fisica comportamenti od attitudini di proprio gradimento. Riflessi condizionati, come quelli del cane di Pavlov. Nell’esperimento, il cane riceveva cibo dopo il suono di un campanello, ma, ripetendo l’azione, la salivazione iniziava già al momento del suono.

Così è l’uomo di oggi, i cui stimoli sono la prospettiva del guadagno, il consumo narcisistico, la stimolazione sessuale, unita alla paura dell’esclusione. Per rafforzare il dominio, tuttavia, è necessario estirpare il pensiero critico, disattivare quelle aree del cervello in cui nascono, si formano e sviluppano le idee astratte e si conservano i giudizi. All’homo consumens et desiderans si offrono insieme un ampio pacchetto di pregiudizi e la disistima di se stesso. Infatti, ciò che chiamiamo P.C. è una accattivante confezione di preconcetti basata su un unico postulato: l’uguaglianza quasi paranoica, ossessiva, superstiziosa, che diventa uniformità, gabbia inviolabile. Timoroso di se stesso, l’uomo mette a confronto la sua percezione di fatti, il proprio principio di realtà, inevitabilmente diverso dalla visione “ufficiale”, e censura se stesso, si considera cattivo, malvagio in quanto giudica altrimenti, e, nella maggioranza dei casi, si conforma, sino ad introiettare come giusto e vero quello che il suo proprio convincimento rifiuterebbe. Negli anni cinquanta, si sarebbe chiamato lavaggio del cervello.

In un esperimento a cavallo tra psicologia e sociologia, vennero mostrate ad un campione prescelto delle linee disposte su piani e con angolature diverse, ma di uguale lunghezza. Un certo numero di partecipanti aveva il compito di affermare con sicurezza la differente misura delle linee. Gli altri, i veri destinatari all’esperimento, ne vennero così influenzati che un certo numero cambiò il proprio giudizio che, ripetiamo, era corretto e basato sulla diretta esperienza personale.

Nel caso del P.C., la coazione a ripetere è collegata all’offerta di cambio di significante (zingaro, poi nomade, infine rom) e di significato (rom è il nome di quell’etnia, è psicologicamente neutro, non ha accezioni negative, come zingaro, associabile all’idea di individuo poco raccomandabile o dedito al furto, o il più cauto “nomade”, che richiama un modo di vita che in genere non apprezziamo), ma anche al doppio timore, designando quella persona come zingaro, di esporsi alla riprovazione sociale, con conseguente stigmatizzazione, e di sembrare, o addirittura essere davvero persone cattive, maleducate, prive di cuore, di idee antiquate. Autocensura allo stato puro, specie per quanto riguarda la perdita di autostima, ed alla terribile prospettiva, per molti, di non essere considerati all’altezza dei tempi, progrediti, “moderni”.

Eppure, esprimere differenze attraverso vocaboli distinti che designano sfumature, distinguono aspetti specifici, indicano, precisano, dettagliano, è l’esercizio principale del nostro pensare ed essere nel mondo, esprimono il nostro vissuto e forniscono una mappa, un percorso interiore che ha raggiunto un punto di vista che fa da criterio generale. Proprio quello che i super-padroni non vogliono: per questo ci stanno fornendo il “loro” navigatore multiuso, il GPS universale, con il quale raggiungere qualsiasi destinazione indotta da loro per la via indicata imperativamente, senza scorciatoie e senza prendere strade diverse.

Un cieco è non vedente, un sordo non udente ma questo, se riflettiamo, non cambia la loro condizione, ma la nostra. Il cieco, o chiunque altrimenti menomato, in una comunità tradizionale, ha diritto ad una certa attenzione, lo si deve aiutare in alcune operazioni, essere concretamente solidali con lui, magari solo per comprendere od evitare un pericolo, perché viene dal cuore, perché “si fa così”, e non in quanto è scritto in una legge approvata e controfirmata. Il non vedente è come me, a parte il fatto degli occhi: non gli devo nulla. Dall’egalitarismo più forsennato all’individualismo indifferente. Tutto si tiene, dicevamo. Ogni società, del resto, vive di permessi e proibizioni. La nostra non è diversa, ma li nasconde perché finge libertà: il P.C. è il tabù per eccellenza del nostro tempo, il senso del pudore riemerso dal naufragio di quell’altro, in cui eravamo cresciuti.

Il tabù rimanda alla categoria abolita e schernita del sacro, e ne mantiene la caratteristica principale: è infatti un dogma indimostrabile, alla quale si erigono alteri e si svolgono sacrifici. Il P.C. non argomenta né tanto meno dimostrare, punta l’indice accusatore e finge sdegno nei confronti di chi osa mettere in dubbio il suo credo secolare.

Chi viola un tabù, poi, non commette solo un abuso o un reato, ma un’empietà, che si manifesta al solo accennare alle aree di pensiero che ha occupato e su cui non permette incursioni: immigrazione, sicurezza, origini geografiche e razziali, omosessualità e teoria del genere, identità, fede, temi esistenziali. Proibito parlarne, tabù, violazione del recinto del tempio. Sigmund Freud, tra tante follie, ha evidenziato esattamente il nesso tra tabù e nevrosi, e questa, appunto è, è una società che spazia tra nevrosi e schizofrenia, nega accanitamente l’esistenza dei problemi, e li nasconde proclamando il tabù.

Possiamo quindi definire il P.C. come un tabù rispetto alla verità, che non deve essere cercata e neppure percepita, ma di cui i suoi gran sacerdoti si servono per consolidare il loro potere.

Nel 1984 di Orwell esisteva il Ministero del Condizionamento, nella realtà, ben più distopica, c’è ma non si dice, e lavora alla censura preventiva, anzi fa delle sue vittime gli esecutori delle sentenze, impauriti dinanzi al vuoto del pensiero ed al pericolo di volare con l’intelletto. Tabù, e religione civile, officiato da mascalzoni che padroneggiano assai bene la psicologia e, come accennavamo all’inizio, la programmazione neurolinguistica, il P.C. si è potuto sviluppare dopo la fine del comunismo poiché, con il crollo del muro, è saltata l’ultima grande narrazione politica ed esistenziale del Novecento, e lo stesso liberalismo ha perduto ogni connotazione culturale e si è trasformato in liberismo economico e libertarismo antropologico. Per questo, è potuto diventare una sorta di bizzarro elemento di raccordo sociale, per quanto negativo e fluido, giacché sposta continuamente le sue frontiere, riorienta gli obiettivi, rinnova il proprio stesso lessico.

Il P.C. malattia del pensiero

Al di là dell’egemonia degli Stati Uniti, non è casuale che americana sia la sua origine, impregnato com’è di soffocante moralismo bacchettone di ascendenza puritana, e splendida è, in materia, la folgorante intuizione di Nietzsche: Dove la morale è troppo forte, perisce l’intelletto9.

L’intelletto europeo, in particolare, è perito, o seppellito, sotto ondate di sensi di colpa per la propria storia: la grandezza passata, la volontà di potenza che ci animava, la capacità di fare cultura, di essere e diffondere civiltà, viene revocata in dubbio come sopraffazione, colonialismo, violenza. Terrorizzati da se stessi, gli europei si sono rifugiati in nuovi dogmi rassicuranti. Slogan di ossessivo antirazzismo, pacifismo spesso ridicolo, in cui si distingue per estremismo il clero cattolico, inni al multiculturalismo in cui ci si spoglia di se stessi per accogliere, nudi, l’Altro, patologie dell’uguaglianza che neppure il comunismo, ben più concreto, aveva osato, ma un’equivalenza declinata in senso individuale, tra diritti, sessualità “aperta”, aborto, eutanasia, odio per qualsiasi autorità, che mette in disparte i grandi temi della giustizia sociale, del lavoro, dell’ordine civile. Il P.C. odia ciò che marca le differenze, tra le comunità, le credenze, i modi di vita, i sessi e, screditando i linguaggi, vieta un vero dibattito a colpi di dogmi. Per oltre un millennio, così grande era l’autorità di Aristotele, che bastava, in una discussione, l’”ipse dixit”, con relativa citazione, per far tacere l’avversario.

Il P.C. si sta trasformando nel fantasma di un moderno Aristotele che, però, a differenza dello Stagirita, non ha prodotto neppure l’uno per cento dell’immensa mole di conoscenza del pensatore greco, e procede a colpi di divieti, interdetti, chiusure dogmatiche, violenza verbale dei suoi ultrà, sentenze di condanna di tribunali in cui giudice ed accusatore sono la stessa persona. Per il vostro bene, non affannatevi a pensare, sembrano dirci, non abbiate convinzioni vostre, pensiamo noi a tutto. Divertitevi, consumate, regalate a noi i vostri cervelli ed offrite il vostro lavoro ed i vostri debiti ai nostri padroni. Può sembrare una riedizione del racconto del Grande Inquisitore di Dostojevskynei Fratelli Karamazov.

Quanto alle religioni, fate come vi pare, essenziale che tutto resti nel privato e che non siate pubblicamente cristiani, buddisti o quel che vi pare. Per l’Islam, le cose stanno un po’ diversamente, perché quelli reagiscono ed è meglio tacere, oppure armare le penne ripugnanti di nichilisti come quelli di Charlie Hebdo, (proprietà dei Rothschild, chi l’avrebbe detto) e poi, dopo la frittata, organizzare un’altra campagna molto P.C., quella all’insegna di “ je suis Charlie”.

Anche il p.c., come ogni ideologia, ha bisogno di un suo calendario e di sostenitori famosi. Per questi ultimi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Gli esponenti del mondo dello spettacolo sono sempre pronti, del resto sono ricchi e famosi perché il sistema di comunicazione, proprietario ed ispiratore delle nuove idee, ha investito su di loro. Quale migliore propaganda alle cosiddette famiglie arcobaleno, alla banalizzazione dell’uso di stupefacenti, alla santificazione dei migranti, dell’illuminata parola di Lady Gaga, Tiziano Ferro, dell’inevitabile Luciana Littizzetto o di Jovanotti, l’illustre opinionista? Ogni tanto, serve però l’austero parere di scienziati di fama, ed è pronto all’uso il professor Veronesi, che ha avuto l’improntitudine di affermare che l’amore più puro è quello omosessuale. Perdoniamolo, perché ha salvato tante vite e, soprattutto, ha superato i novant’anni.

Il calendario è un fatto ben più complesso e pericoloso, hanno bisogno di tempi più lunghi. Molto cammino, tuttavia, è stato compiuto. Il Natale è stato depotenziato con l’invenzione di uno strano anziano barbuto che gira su un carro di renne. Lo chiamano Babbo Natale, per non perdere del tutto il contatto con la tradizione e per consentire il rito dei regali, ma nessuna menzione su chi è nato, quel Gesù di Nazareth che, comunque la si pensi, ha improntato una parte rilevante della nostra cultura; erano più onesti i sovietici, che avevano Nonno Gelo, ma loro non erano tenuti alla correttezza politica. Le vere feste P.C. sono il 27 gennaio e l’ 8 marzo, in parte il 14 febbraio. Il 27 gennaio, da una decina d’anni, è la giornata della memoria, e siamo costretti ad interminabili intemerate sull’olocausto ebraico, di cui si è parlato assai meno nei primi decenni della ricorrenza, e che fu certo una tragedia, ma non purtroppo, l’unica, né, forse , la più drammatica della vicenda umana.

Politicamente, però, nulla di più corretto delle consuete parole in libertà cui dobbiamo credere obbligatoriamente, sotto pene tremende; quanto all’8 marzo giornata della donna, come evitare lo sversamento di melassa politicamente correttissima sull’altra metà del cielo, sfruttata orrendamente sino all’alba dorata degli ultimi, formidabili, anni? Pazienza se tutto è così volgarmente consumistico da risolversi in cene mono-sesso con annesso spogliarello maschile, a riprova che la donna ha raggiunto la parità specialmente nelle cose triviali, o costose e poco salutari, come il fumo o l’uso di stupefacenti. Molto P.C. è anche San Valentino, festa degli innamorati. Mette d’accordo credenti e mangiapreti, perché il buon Valentino, patrono di Terni, è comunque un santo, ma quel che conta sono i regali, le cenette intime, insomma il solito rito del consumo, e poi, deve sempre vincere l’amore. Obama e Renzi lo hanno affermato a chiare lettere che vince l’amore, anche quando si tratta di legalizzare matrimoni e filiazioni contro-natura.

Ma il paradiso del P.C. è Google, il più grande motore di ricerca del mondo, quello su cui cerchiamo siti, notizie, informazioni. Magari non ci facciamo gran caso, ma Google scandisce i giorni come una rubrica liturgica del nuovo culto: dalla data di nascita di Confucio a quella di Galileo, inizio e fine del Ramadan, la nascita di Buddha, le feste ebraiche, persino il ricordo di tale LudwikZamenhof, inventore dell’esperanto, la lingua finta che avrebbe dovuto sostituire quelle vere, e di cui nessuno parla più da decenni. Quanto ad un’altra istituzione della rete Internet, Wikipedia, consultate due o tre voci di argomenti che conoscete bene, e vi renderete conto di quanto P.C. grondi dalle definizioni e dai giudizi di quell’enciclopedia, che, dicono, scriviamo proprio noi. Anzi, su un sito del mondo Wiki è disponibile un vero manuale per parlare, scrivere e comportarsi in maniera politicamente corretta: il manuale delle giovani marmotte, nel senso che, purtroppo, sono per lo più giovani le vittime del P.C., e le marmotte, notoriamente sono un animale che dorme molto.

Insomma, in nome della multiculturalità, ce n’è per tutti, tranne, ovviamente per chi continua a credere ostinatamente nei valori europei e nella Tradizione. Il condizionamento socio culturale sotteso al P.C. c’è ed è un progetto preciso di riscrittura della mentalità e della storia. E’, insomma, o aspira a diventare, la religione civile dell’umanità occidentale postmoderna. Deve quindi neutralizzare continuamente i riferimenti che riempiono la nostra vita e determinano il bagaglio comunitario di tutti noi, per procedere a tappe forzate all’acculturazione delle masse, cancellando, espiantando e reimpiantando idee, parole, concetti, categorie.

Tale neutralizzazione, già scoperta dal solito Carl Schmitt, mira alla razionalizzazione assoluta, fino a fondare, spazzati via i detriti del passato, un nuovo punto di coesione, o almeno di concordanza, nell’economia e nella tecnica. Proprio i grandi sistemi che il potere globale controlla meglio, perché li possiede. Infine, però, tutto si risolve, nell’angusto orizzonte culturale del P.C., nella mera giustapposizione del diverso, ovvero nella negazione della diversità, o, ancora, in un diluvio di parole senza incontro con l’altro da sé e senza scambio.

Le tavole dei comandamenti sono sostituite dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dell’ONU del 1945 – a pensarci bene, anche il nome – nazioni unite – è un inno al politicamente corretto, metà sogno e metà menzogna creduta per coazione a ripetere. Per una delle mille eterogenesi dei fini, il rigido positivismo giuridico, che nega la legge naturale ed impone la legalità delle maggioranze variabili e temporanee, viene sconfitto in quel documento, giacché nella verbosa Carta dell’ONU i diritti che vengono proclamati provengono tutti da una visione filosofica e morale giusnaturalistica.

Meglio così, occorre sorridere quando la verità fiorisce sulle labbra dell’avversario … Alla prova dei fatti, malauguratamente, le grandi lobby di potere transnazionali, non potendo abolire i diritti scritti, li devono svuotare dall’interno e dissolverli, trattandoli come mere convenzioni, manipolando Stati e popoli a colpi di correnti d’opinione che diventano maggioritarie per l’ovvia circostanza che sono esse stesse a dominarle per il tramite di stampa, televisione, cinema e spettacolo che, guarda caso, sono per il novanta per cento, loro proprietà. Cominciano parlando di “casi pietosi”, estremi, proseguono con la pronunzia in materie sensibili da parte di intellettuali e gente di spettacolo, e, di giorno in giorno, il gioco è fatto. Cambiano l’opinione comune su qualunque cosa, clonazione, sessualità, bioetica, guerra, immigrazione o su qualsiasi argomento vogliano guadagnare o imporre una visione. Si incrementa il vocabolario delle parole proibite e della maledizioni a carico dei recalcitranti. La polizia del pensiero, attivissima, fa il lavoro sporco: intimidazione, derisione, minaccia. Mai, mai una volta, un’argomentazione. E’ come in matematica: i postulati non sono dimostrabili, ma, almeno lì, sono auto-evidenti.

Nel P.C. non si deve discutere: la verità è già lì, pronta e cucinata a puntino da color che sanno, e, per i casi di emergenza, basta scrivere un articolo di legge che chiami reato pensarla diversamente su qualcosa, o, più semplicemente, pensarla. Sì, perché l’autentico psico-reato è il pensiero come tale.

Che fare, allora? Un recente, interessante saggio di Luigi Mascheroni 10 propone la soluzione sessantottina. Sostiene infatti che una risata, o milioni di risate, seppelliranno il mostro P.C. Non siamo d’accordo. Troppo grandi e potenti le forze che lo patrocinano e lo impongono, troppo debole la capacità di resistenza culturale di generazioni cui è stata tolta la bussola fin dall’infanzia e che vivono nell’indifferenza politica, e, diciamolo senza paura, anch’essa politicamente corrette, nell’ignoranza, tanto più desolante in quanto accompagnata da titoli accademici.

Una prova è il sistema della moda e dei prodotti “firmati”: tutti sappiamo a quali sfruttamenti sono sottoposti i lavoratori del terzo e quarto mondo, ma anche del nostro cosiddetto primo mondo, che producono abbigliamento, pelletteria ed altri accessori, è ormai di dominio comune che spesso la fabbricazione è uguale ed eseguita con gli stessi macchinari di prodotti il cui marchio è meno prestigioso. Eppure, specie i più giovani, sempre in prima linea nelle finte battaglie mediatiche a base di frasi fatte, pretendono i capi firmati. Potranno distinguere tra vero e falso, tra verità e menzogna, addirittura tra realtà e finzione, immersi come sono, e come siamo, nel virtuale ?

Ugualmente, non possiamo ragionevolmente sperare in un cambio di rotta: tutto va a gonfie vele per loro, non esiste motivo per fermarsi, e neppure c’è una forza, una qualsiasi, che trattenga, argini, proponga insegnamenti alternativi. Le agenzie educative sono tutte al naufragio, a partire dalle confessioni religiose cristiane. Non appare all’orizzonte un’idea forte alternativa, un mito, un sogno da realizzare.

I cinesi intitolano ad animali i vari anni o le epoche: il nostro è il tempo del cane bastardo, e dico bastardo perché meticcio mi fa schifo, è troppo politicamente corretto. Non prevarranno, alla fine, i nemici dei popoli comodamente seduti sulle loro poltrone nelle capitali della finanza e del mondo.

Ma per sconfiggerli occorre costruire avanguardie, nuovi ordini di uomini e donne che abbiano il coraggio di esporsi, di sfidare la derisione, l’esclusione, il tribunale. Non c’è un’alternativa facile, ma la verità, alla fine, vince sulla bugia, la realtà sulla virtualità, i fatti sulle parole. Occorre, ri-diventare ciò che si è, un altro lampo di Friedrich Nietzsche.

Bisogna credere nelle proprie idee, innanzitutto, studiare il linguaggio avversario, smascherare, parlare netto, ridare al corso dei nostri pensieri le giuste parole, riconoscere il nemico e, con sobria fermezza, combatterlo, a partire dai concetti, a partire dal tranquillo coraggio di dire ciò che va detto, e, certamente, fare anche delle sane risate in faccia alle suorine ed ai fraticelli della nuova, falsa, falsissima, religione del politicamente corretto. Non è poi così difficile: se lo sapremo fare in molti, allora forse, davvero, una risata potente come il mondo li seppellirà, e speriamo che sia un vero cimitero ad accoglierli, ed un becchino da non chiamare operatore del camposanto. Nel frattempo, e, per sempre, teniamoci in piedi tra le rovine, siamo esempio, punto di riferimento, manteniamoci cellula sana nella metastasi.

Ezra Pound ce lo disse chiaramente, se non abbiamo il coraggio delle idee, o non valiamo noi o non valgono le nostre idee. Un altro grande poeta del Novecento, lo spagnolo Juan RamònJiménez11, ha scritto in pochi versi qualcosa che dovremmo scolpire nella memoria, a proposito delle falsità che ci vendono per oro colato.

“E’ verità, adesso. / Ma è stata talmente menzogna, / che continua ad essere impossibile, sempre.”

Note

1) G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto. 2)G. Orwell , La fattoria degli animali. 3)Aristotele, Etica Nicomachea. 4) M. Weber, La scienza come professione. 5) Tommaso d’Aquino, Summa Theologica. 6) G. Orwell, 1984. 7) G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo. 8) ibidem 9) F. Nietzsche, Al di là del bene e del male. 10) L. Mascheroni, Come sopravvivere al politicamente corretto 11) J.R. Jiménez, Eternidades.

Roberto PECCHIOLI
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