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I segreti di Enki

I segreti di Enki, il creatore della civiltà umana 

Enki (“En” Signore, “ki” Terra) o EA (“E” Tempio, “A” Acqua) è uno dei tre più importanti dèi della cultura mesopotamica. È il dio della saggezza, signore della magia, della costruzione, delle arti, del design e della creazione.

Enki è stato interpretato come il Signore della Terra; Era il fratellastro del dio Enlil e figlio di Anu.

La sua unica missione era creare uomini e incoraggiare altre divinità a credere in loro. Enki era anche il patrono originario della città antica di Eridu, e la sua influenza si diffuse in tutta la storia e tutta la Mesopotamia e verso i cananei, gli hittiti e anche gli ugarit.

È interessante notare che Enki è stato associato alla fascia meridionale delle costellazioni chiamate le stelle di EA, ma anche con la costellazione AŠ-IKU- Pegasus, una costellazione nel cielo settentrionale.

Qualche volta durante il secondo millennio EA, Enki fu menzionato per iscritto dall’ideogramma numerico “40”, chiamato anche il suo “numero sacro”.

Enki è il creatore dell’umanità – secondo quello che viene detto nella leggenda epica Accadica dell’Atrahasis – solo per lo scopo di liberare gli dèi dal loro lavoro. Enki usava un esistente, un ominide che lui (geneticamente?) ha manipolato e altri per rendere l’uomo capace di comprendere e soddisfare le esigenze degli dèi.

Inoltre è stato considerato il salvatore dell’umanità da quando ha avvisato Ziusudra (Noè) dal Diluvvio Universale.

Il Diluvio Universale è stato portato all’umanità da Enlil, il “Signore del Cielo (aria o atmosfera)”.

Enki, il Dio Creatore dell’umanità.

Prima dell’assemblea divina, apparentemente preoccupata per l’eccessiva proliferazione della razza umana e il loro comportamento sconfortante, Enlil propose di porre fine all’umanità.

Enlil riuscì a convincere il resto degli dèi, riuniti in assemblea, per autorizzare lo sterminio dell’Umanità.

Questa leggenda probabilmente ha dato luogo al successivo racconto biblico di Noè e del Diluvio Universale.

Era il maestro plasmatore della terra, dio della saggezza e di tutta la magia, Enki fu descritto come il signore dell’abzu (Apsu in Accadico), il mare d’acqua dolce o acque sotterranee situate all’interno della terra – dove scorrono “acque primordiali”.

Egli è anche il creatore dell’apkallu (ab-gal-lu “grande uomo pesce” in Sumero) che durante il giorno insegnava a tutti gli uomini e di notte si ritiravano in fondo al mare.

Enki era il custode dei poteri divini chiamati Io, i doni della civiltà . Credito di immagine

È interessante notare che Enki è stato considerato il custode dei poteri divini chiamati Me, i doni della civiltà. L’immagine di Enki erano dei serpenti incrociati a doppia elica o il Caduceo, talvolta confuso con l’Asta di Asclepio usato per simboleggiare la medicina.

Enki ha creato i primi sette uomini saggi o “Abgallu” (Ab = acqua, Gal = grande, Lu = Uomo), noto anche come Adapa usando il sangue del Kingu ucciso.

Adapa, il primo uomo creato e modellato, vive e lavora come consulente del re di Eridu, e nella lista dei re sumerici, fino a quando (attraverso “Me”) la “regalità” discese su Eridu”

Il tempio principale di Enki è stato chiamato E-abzu, che significa “tempio di abzu“. Era un tempio a forma di piramide a gradoni (Ziggurat)  circondato da paludi create dal fiume Eufrate nei pressi dell’antica costa del Golfo Persico nell’antica città di Eridu.

È considerato il primo tempio noto per essere stato costruito nel sud dell’Iraq.

Quattro scavi archeologici separati nel sito di Eridu hanno dimostrato l’esistenza di un santuario risalente al primo periodo Ubaid, più di 6.500 anni fa. Si ritiene che nei successivi 4.500 anni, il tempio fu ampliato 18 volte, finché non fu abbandonato durante il periodo persiano.

Fonte: https://www.ancient-code.com/

Traduzione e adattamento: Nin.Gish.Zid.da 

 

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Bibbia Kolbrin-Il Libro di Enoch-Il Libro dei Giganti

3 testi antichi che mandano completamente in frantumi
la storia così come la conosciamo  

Ci sono numerosi e ‘controversi’ testi antichi che sono stati trovati in tutto il mondo nel corso degli anni. La maggior parte di loro sono fermamente respinti dai tradizionali studiosi in quanto si oppongono a quasi tutto stabilito dagli storici tradizionali. 

Si dice che alcuni di questi testi antichi frantumino le credenze tradizionali e i dogmi i quali sono stati considerati solidi fondamenti della società moderna.

In questo articolo, diamo uno sguardo a tre antichi manoscritti / testi che sono straordinari in ogni aspetto e in grado di frantumare la storia tradizionale come lo conosciamo. 

 I 3.600-anni-della Bibbia Kolbrin 

E’ considerata da molti come il primo documento giudaico / cristiano che enuncia la comprensione dell’evoluzione umana, il creazionismo del disegno intelligente. I principi matematici della Kolbrin riflette l’interesse degli antichi Druidi in astronomia e matematica e parlano di cataclismi globali del passato.

Si tratta di un antico testo che secondo molti studiosi, risale agli ultimi 3.600 anni, ma potrebbe essere molto più antico. Gli studiosi ritengono che questo antico manoscritto sia stato scritto nello stesso periodo che è stato scritto e composto l’Antico Testamento.

La Bibbia Kolbrin è stata scritta da diversi autori. Questo antico testo è costituito da due parti che compongono un totale di 11 antichi libri.

Curiosamente, questi antichi testi è creduto per aver descritto la storia della citata creazione umana. È importante sottolineare che esistevano diverse antiche civiltà sulla Terra prima della creazione di Adamo ed Eva.

Alcuni hanno anche classificato la Bibbia Kolbrin  come la prima antidiluviana ‘Bibbia’. L’antico testo descrive – tra le altre cose – gli Angeli Caduti.

Il Libro di Enoch

Da quando si è scoperto il Libro di Enoch, è stato considerato uno dei più controversi antichi testi scoperti sul pianeta. Il Libro di Enoch è un antico manoscritto ebraico-religioso che viene fatto risalire a Enoc, il bisnonno di Noè. Il libro di Enoch è considerato da molti studiosi uno degli scritti apocrifi non canonici più influenti. Si è creduto che abbiano fortemente influenzato le credenze cristiane. 

  • Questo antico testo descrive (nella prima parte) la scomparsa dei Guardiani e, gli angeli che generarono i Nephilim.
  • Il libro si compone di cinque sezioni principali ben distinte (vedi ogni sezione per i dettagli):
  • Il Libro degli osservatori (1 Enoch 1-36)
  • Il Libro delle Parabole di Enoch (1 Enoch 37-71) (chiamato anche le similitudini di Enoch)
  • Il libro astronomico (1 Enoch 72-82) (chiamato anche il Libro dei Luminari celesti o Libro delle illuminazioni)
  • Il libro della Visione dei Sogni (1 Enoch 83-90) (anche chiamato il Libro dei Sogni)
  • La lettera di Enoch (1 Enoch 91-108)

Il Libro dei Giganti 

Questo antico testo sembra risalire a oltre 2000 anni e dimostra – Secondo molti autori – che gli antichi Nephilim erano esseri reali e viene descritto di come sono stati distrutti.

Nelle grotte di Qumran, nei pressi del Mar Morto, alcuni decenni fa, dei ricercatori si sono imbattuti nella scoperta di Rotoli molto antichi. In particolare, il Libro dei Giganti che parla di creature che hanno abitato il nostro pianeta in un lontano passato e di come sono stati distrutti. 

Il Libro dei Giganti – che tra l’altro è incompleto, offre una prospettiva diversa sui Nephilim.

Secondo il testo antico, dei giganti – I Nephilim – divennero consapevoli del fatto che a causa dei loro modi violenti, si trovarono ad affrontare una imminente distruzione. Hanno chiesto ad Enoch di parlare per loro conto a Dio.

Il dettaglio narrato negli antichi testi, è di come i Nephilim – che vissero sulla Terra – abbiano creato il caos e la distruzione.

http://www.ancient-code.com/3-ancient-texts-that-completely-shatter-history-as-we-know-it/

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Sa 

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Il Diluvio Sumero Accadico

“una terza categoria tra gli umani” a quando la quarta?

Finché gli archeologi non scoprirono tracce delle civiltà mesopotamiche e non decifrarono la letteratura accadica e sumerica, il racconto biblico restò l’unica fonte sull’episodio del Diluvio, confortato solo da sparsi e primitivi riferimenti mitologici. La scoperta dell’accadica Epica di Gilgamesh mise invece il Diluvio biblico in buona compagnia, collocandolo in una prospettiva molto più antica, accanto ad altri testi e frammenti dell’originale sumerico.

Il protagonista mesopotamico del Diluvio era Ziusudra nella versione sumerica (Utnapishtim in quella accadica): dopo il Diluvio egli venne portato nella Dimora Celeste degli dèi e là visse per sempre felice. Quando, nella sua ricerca dell’immortalità, Gilgamesh arrivò alla Dimora Celeste, chiese consiglio a Utnapishtim a proposito della vita e della morte.

Questi rivelò a Gilgamesh – e attraverso di lui a tutta l’umanità che venne dopo il Diluvio – il segreto della sua sopravvivenza, “una faccenda occulta, un segreto degli dèi”: la vera storia, forse, del Diluvio universale. Il segreto di cui parlava Utnapishtim era che prima che il Diluvio si riversasse sulla Terra in tutta la sua violenza, gli dèi tennero una riunione in cui votarono la distruzione dell’umanità.

Il voto e la decisione vennero tenuti segreti. Enki, tuttavia, chiamò Utnapishtim, re di Shuruppak, e lo informò della catastrofe che stava per abbattersi sulla Terra. Dovendo parlare di nascosto agli altri dèi, Enki si rivolse a Utnapishtim da dietro un paravento di canne. Il re dapprima non capì le sue parole, ma poi queste si fecero sempre più chiare: “Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu:

distruggi la tua casa e costruisci una nave!
Rinuncia a tutto ciò che possiedi, pensa solo alla vita!
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l’anima.
A bordo della nave metti il seme di ogni essere vivente.
Questa è la nave che devi costruire;
grande abbastanza da contenere ciò che ti ho detto.”

Il parallelismo con il racconto biblico è più che evidente: in entrambe le versioni sta per arrivare un Diluvio; un solo uomo viene preavvertito; egli deve salvarsi preparando un’apposita imbarcazione, e deve prendere con sé “il seme di ogni  cosa vivente”. E tuttavia la versione babilonese è più plausibile. La decisione di distruggere e il tentativo di salvare non sono propositi contraddittori di una sola divinità, ma atti compiuti da divinità diverse.

Inoltre, la decisione di mettere in guardia e salvare il seme dell’umanità è l’atto di sfida di una divinità (Enki), che agisce in segreto e in contrasto con la decisione unanime degli altri Grandi Dèi. Perché mai Enki si arrischiò a sfidare gli altri dèi? Voleva solo che si conservasse la sua “meravigliosa opera d’arte” oppure agiva sullo sfondo di una nascente rivalità o inimicizia tra sé e suo fratello Enlil?

Effettivamente la vicenda del Diluvio sembra proprio confermare l’esistenza di un conflitto tra i due fratelli. Utnapishtim pose a Enki un’ovvia domanda: come poteva spiegare agli altri cittadini di Shuruppak la costruzione di questo strano vascello (l’arca) e l’abbandono di tutti i suoi beni? Enki gli diede questo consiglio:

Così parlerai a loro:
«Ho appreso che Enlil mi è ostile,
e perciò non posso stare nella vostra città,
né mettere piede nel territorio di Enlil.
Perciò scenderò all’Apsu,
e abiterò con il mio signore Ea».

La scusa, dunque, era che, in quanto seguace di Enki, Utnapishtim non era più ben accetto in Mesopotamia, e perciò doveva costruire un’imbarcazione che lo portasse nel Mondo Inferiore (l’Africa meridionale, come abbiamo visto): là egli avrebbe vissuto tranquillo con il suo signore, Ea/Enki. I versi che seguono accennano a una grande siccità o carestia che in quel momento affliggeva la Mesopotamia: su consiglio di Enki, Utnapishtim doveva far credere ai suoi concittadini che la sua partenza avrebbe posto fine alle loro sofferenze; se egli se ne fosse andato, ogni ricchezza sarebbe ritornata nella loro terra.

Ed effettivamente essi ci credettero, al punto che contribuirono attivamente alla costruzione   dell’arca uccidendo e servendo ogni giorno torelli e pecore e fiumi di “mosto, vino rosso, olio e vino bianco”. Utnapishtim li incoraggiava a lavorare più in fretta; persino i bambini aiutavano a trasportare il bitume che serviva a rendere impermeabile l’imbarcazione.

«Il settimo giorno la nave era finita. Non fu facile metterla in acqua ed essi dovettero spostare le tavole del pavimento sopra e sotto più volte, finché due terzi della struttura non furono entrati nell’acqua» dell’Eufrate. Poi Utnapishtim fece salire a bordo dell’arca tutti i suoi familiari e parenti e «tutte le creature viventi che aveva», come pure «gli animali del campo e le bestie selvatiche del campo».

Spingendosi però un gradino più avanti di Noè, Utnapishtim stipò a bordo anche tutti gli artigiani che l’avevano aiutato a costruire la nave. Egli stesso avrebbe dovuto salire a bordo a un segnale convenuto con Enki, un segnale che avrebbe dato Shamash, il dio preposto al funzionamento dei razzi fiammeggianti. Gli ordini di Enki erano:

Quando, all’imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni, sali sulla nave e sbarra l’entrata!

Non sappiamo quale fosse il legame tra quello che sembrerebbe il lancio di un razzo spaziale da parte di Shamash e il momento in cui Utnapishtim doveva salire a bordo dell’arca e chiudersi dentro. Comunque sia, il momento arrivò; il razzo spaziale provocò un “tremore all’imbrunire” e vi fu una pioggia di eruzioni. Utnapishtim «sbarrò tutta la nave» e «affidò la struttura insieme   al suo contenuto» a «Puzur-Amurri, il Nocchiero».

La tempesta arrivò “con le prime luci dell’alba”. Si udì un tuono spaventoso e un’enorme nuvola nera si alzò dall’orizzonte. L’uragano spazzò via i pali che sostenevano gli edifici e i moli; anche le dighe cedettero. Sopraggiunse l’oscurità e «tutto ciò che prima era stato luce ora si fece nero»; «tutta la terra fu scossa come fosse un vaso». Per sei giorni e sei notti infuriò la “tempesta del sud”. E più soffiava, più si faceva impetuosa, sommergeva le montagne, abbatteva i popoli come fossero mandrie…

Quando arrivò il settimo giorno, la tempesta del sud portatrice di inondazioni finalmente placò la furia con la quale, come un esercito, aveva combattuto. Il mare si acquietò, l’uragano si calmò, l’inondazione si arrestò. Guardai il cielo: era tornata la quiete. E tutta l’umanità era ritornata argilla. Si era dunque compiuta la volontà di Enlil e dell’assemblea degli dèi.

A loro insaputa, tuttavia, si era compiuta anche la volontà di Enki: una barca aveva messo in salvo, attraverso la furia delle acque, uomini, donne, bambini e altre creature viventi. Finita la tempesta, Utnapishtim «aprì un portello della nave; la luce mi inondò il volto». Si guardò intorno: «il paesaggio era piatto come un tetto spianato». Allora si sedette e pianse, «calde lacrime mi rigarono il volto». Sulla distesa del mare cercò con gli occhi la costa, ma non la vide.

Poi: Vide che emergeva una regione montuosa; sul Monte della Salvezza la nave si era fermata; il Monte Nisir [“salvezza”] aveva trattenuto la nave, impedendole di muoversi. Per sei  giorni Utnapishtim guardò fuori dall’arca che non poteva muoversi, imprigionata com’era tra le cime del Monte della Salvezza – le bibliche vette dell’Ararat.

Poi, come Noè, mandò una colomba in cerca di una terra dove potersi accampare, ma l’uccello tornò indietro. Fu quindi mandata una rondine, ma anch’essa tornò indietro. Infine fu la volta di un corvo: esso volò via e finalmente trovò un posto adatto. Utnapishtim allora liberò tutti gli uccelli e gli animali che aveva portato con sé, e uscì a sua volta. Subito costruì un altare “e offrì un sacrificio” – proprio come aveva fatto Noè.

Ma ecco che subito emerge nuovamente la differenza tra la singola divinità e la molteplicità di dèi: quando Noè offrì il sacrificio, «Yahweh annusò il profumo allettante»; ma quando fu Utnapishtim a offrire il sacrificio, «gli dèi annusarono il dolce profumo e accorsero come mosche attorno a colui che compiva il sacrificio».

Nella versione della Genesi, fu Yahweh che giurò di non distruggere mai più il genere umano; in quella della Genesi, invece, fu la Grande Dea che giurò:

«Non   dimenticherò…
ricorderò questi giorni, non li dimenticherò mai».

Non era questo, però, il problema più urgente. Quando infatti Enlil arrivò a controllare i risultati del suo piano, certo non aveva per la testa allettanti profumi di cibo. Il suo primo impulso fu quello di infuriarsi quando scoprì che qualcuno era sopravvissuto. «Qualche anima vivente è riuscita a sfuggire? Nessun uomo doveva sopravvivere alla distruzione!». Ninurta, figlio ed erede di Enlil, puntò immediatamente il dito accusatore contro Enki:

«Chi, se non Ea, poteva elaborare un piano di salvezza? È lui che sa ogni cosa!». Lungi dal negare le proprie responsabilità, Enki si lanciò in una delle più eloquenti arringhe difensive del mondo antico. Cominciò con una serie di lodi a Enlil per la sua grande saggezza, e insinuò che proprio per questo non era possibile che egli volesse dimostrarsi “irragionevole”. Quindi,   mescolando smentite a confessioni, continuò:

«Non sono stato io a svelare i segreti degli dèi»;
io ho soltanto lasciato che un uomo, straordinariamente saggio, comprendesse da sé qual era il segreto degli dèi. E se davvero questo terrestre è tanto saggio, Enki suggerì a Enlil, non ignoriamo le sue capacità. «Ora decidi pure che cosa vuoi fare di lui!».

Tutto ciò, dice L’Epica di Gilgamesh, era il “segreto degli dèi” che Utnapishtim rivelò a Gilgamesh. Quindi egli passò a raccontargli l’evento finale. Influenzato dalle argomentazioni di Enki, Enlil salì a bordo della nave.

Tenendomi per mano, mi condusse a bordo;
e condusse a bordo anche mia moglie
facendola inginocchiare al mio fianco.
In piedi tra noi due,
ci toccò la fronte e ci benedisse:
«Finora Utnapishtim è stato solo un uomo;
d’ora in poi lui e sua moglie
saranno per noi come dèi.
Utnapishtim dimorerà nel Luogo Lontano,
alla Bocca delle Acque!».

Così si concluse il racconto di Utnapishtim a Gilgamesh. Quando si fu trasferito nel Luogo Lontano, Anu ed Enlil Gli diedero vita, come un dio, lo elevarono alla vita eterna, come un dio. Ma che ne fu del resto del genere umano? Il racconto biblico finisce dicendo che Dio benedisse l’umanità e le consentì di “crescere e moltiplicarsi”. Anche le versioni mesopotamiche sulla vicenda del Diluvio terminano con alcuni versi che parlano della possibilità, per il genere umano, di procreare.

Anche se parzialmente mutilati, i versi parlano dell’istituzione di “categorie” umane:…Che vi sia una terza categoria tra gli umani: che vi siano tra gli umani donne che partoriscono e donne che non partoriscono. Vi furono anche, a quanto sembra, nuove direttive per i rapporti sessuali:

Regolamenti per la razza umana: che il maschio … alla giovane fanciulla … Che essa … Il giovane uomo alla giovane donna … Quando il letto è preparato, la sposa e suo marito giacciano insieme.

Con l’astuzia, dunque, Enlil era stato battuto. L’umanità era salva e ormai in grado di procreare. Gli dèi avevano aperto la Terra all’Uomo.

http://ningizhzidda.blogspot.it/

Caino il giovane ribelle

Dei e altri antenati

Non sapremo mai il nome, ammesso che ne abbia avuto uno, dell’ominide il cui Ti.it fu usato da Ninmah nella miscela genetica per creare il lavoratore degli déi: a causa dei vari tentativi fu infatti utilizzato più di un ominide. Ma grazie a ulteriori scoperte di tavolette cuneiformi, sappiamo di chi era “l’essenza” divina o linea di sangue usata in quel processo.

Ha importanza? forse non molta, tenuto conto dei vari altri antenati genealogici e genetici che l’uomo terrestre ha avuto nel corso del tempo. Ma se certi geni non muoiono mai, allora la questione è interessante, almeno dal punto di vista del cosa sarebbe successo se, dato che la storia del genere umano, fin dagli inizi biblici, non è una odissea a lieto fine. 

E’ un racconto più straziante di quelli che Shakespeare od Omero abbiano mai potuto concepire: una creatura mirabile, “l’Adamo”, viene realmente creata per essere uno schiavo, messo in un rigoglioso Eden, il suo soggiorno viene interrotto per aver disobbedito a Dio. Messo in grado di procreare, Adamo è condannato a sbarcare il lunario lavorando la terra arrida, mentre Eva è destinata a partorire nel dolore.

Mettono al mondo due figli, e sulla Terra ci sono così quattro esseri umani; poi Caino (un agricoltore), geloso di Abele (un pastore), uccide suo fratello, riducendo il genere umano a tre individui. Schiavitù, disobbedienza, fratricidio: fanno parte del nostro corredo genetico perché abbiamo ereditato in massima parte il DNA del regno animale terrestre o perché la linea di sangue selezionata dagli Anunnaki, i “geni alieni”, era quella di un giovane ribelle che aveva incitato i suoi compagni a uccidere Enlil.

Mentre in alcuni testi, compresi i riferimenti alla creazione dell’uomo nell’epica della creazione, il dio il cui sangue fu usato venne giustiziato per essere stato il capo dei ribelli, altre versioni dell’Atra-Hasis spiegano che la scelta fu dovuta al fatto che Dio aveva il Te’ema giusto, tradotto con “essenza vitale” o “personalità” (dal punto di vista genetico).

Dove non sono andati perduti del tutto, i segni cuneiformi che indicano il suo nome venivano letti Wèila (in accadico); nuove scoperte di tavolette  effettuate a Sippar negli anni 90 da archeologi iracheni lo chiamavano Alla in accadico e Nagar in sumero, un nome-epiteto che significa “artigiano del metallo”, specificatamente artigiano del rame.

Questo potrebbe suggerire una scelta deliberata (piuttosto che una pura e semplice punizione), in considerazione del fatto che anche Nachash serpente/conoscitore di segreti del racconto biblico del Giardino dell’Eden deriva dalla stessa radice verbale da cui deriva Nechoshet, che in ebraico significa rame. Il fatto che Nagar (e la sua sposa Allatum) siano elencati fra le divinità di Enki nelle varie liste di déi rafforza il suo ruolo di capo della insurrezione contro Enlil.

Gli studiosi biblici concordano che l’episodio di Caino e Abele rientri nel conflitto interminabile e universale fra agricoltori e pastori per il controllo di terra e acqua. Tali conflitti sono descritti nei testi sumeri come parte della storia dei primordi dell’umanità, un tema trattato in un testo dagli studiosi il mito del bestiame e del grano, in cui Enlil è la divinità dell’Anshan (grano e agricoltura) ed Enki il dio del Lahar (gregge e pastorizia), ruoli portati avanti dal figlio di Enil Ninurta, che come raffigurato sul sigillo cilindrico VA-243, (vedi immagine sotto) diede l’aratro agli uomini, e al figlio di Enki Dumuzi, che era pastore la pastorizia.

Come in altri esempi, la Bibbia ha fuso le due divinità (Enli ed Enki) in un solo “Jahweh” che accetta gli agnelli offertogli dal pastore (Abele), ma ignora le offerte dei “frutti della terra” fattegli dall’agricoltore (Caino). Proseguendo il concetto di Caino e Abele, la Bibbia dedica il resto del capitolo 4 della Genesi a Caino e ai suoi discendenti.

Timoroso di essere ucciso per il suo peccato, Caino riceve da Dio un “segno” protettivo visibile (il “marchio di Caino” tanto amato dai predicatori della domenica) che durerà per “sette” generazioni. (Se era trasmissibile di generazione in generazione, dev’essere stato un marcatore genetico). Come nel racconto del Diluvio lo stesso Jahweh, che ce l’aveva con il genere umano e ha cercato di eliminarlo ha poi fatto in modo di salvarlo attraverso Noè, anche qui Jahweh, dopo aver ignorato, condannato e punito Caino gli concede protezione e salvezza. Ancora una volta vediamo che la Bibbia unisce le azioni di Enki e quelle di Enlil attribuendole a un’unica divinità Jahweh.

Come viene risposto alla domanda di Mosè (Esodo 3,14), il nome significa “io sono quel che sono”, un Dio universale che una volta agisce attraverso/come Enlil e un’altra attraverso/come Enki, o a volte mediante altre entità (“déi”) che fungono da suoi emissari. Protetto da una divinità ben disposta nei suoi confronti, Caino vagò fino a raggiungere “il paese di Nod, a est di Eden”. Li conobbe sua moglie ed ebbe un figlio. Enoch (=”Fondatore” o “Fondazione”), e costruì una città che chiamò “Enoch” in onore del figlio.

Poi, << a Enoch naque Irad, Irad generò Mecuiael e Mecuiaèl generò Metsuaèl e Metsuaèl generò Lamech >>. Al raggiungimento della settima generazione (Adamo, Caiono-Enoch- Irad-Mecuiaèl-Metsuaèl-Lamech) la Bibbia diventa generosa, e perfino piena di elogi, nelle informazioni sulla linea di Caino e le sue conquiste.

Lamech si prese due mogli:

una chiamata Ada e l’altra Zilla.

Ada partorì Iabal: egli fu padre

Di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame.

Il fratello di questi si chiamava Iubal: Egli fu

il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto.

Zilla a sua volta partorì Tubalkàin,

il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro.

La sorella di Tubalkàin fu Naama.

Questi risultati di sette generazioni nel lignaggio di Caino furono celebrati da Lamech con una canzone, citata dalla Bibbia, combinava le “sette volte” di caino con l’invocazione di un enigmatico “settanta volte sette” da parte di Lamech formando un triplo sette simbolico (7-7-7).

Nonostante la sua brevità, il racconto della linea di Caino nella Bibbia descrive una civiltà progredita che, partendo con un lavoratore della terra e passando attraverso una fase beduina di pastori nomadi che vivevano in tende, arrivò a gestire con successo la transazione della vita contadina a quella urbana, che vantava la presenza di musicisti e di esperti in metallurgia.

Dove sorse una simile civiltà se non nell’Edin antidiluviano o nella futura Sumeria? La Bibbia evita di dirci dove si stabilì Caino, limitandosi a dichiarare che andò << a est di Eden >>, << verso il paese di Nod >> (=”vagabondaggio”). Sta a noi indovinare di quanto si spostò Caino << a est di Eden >>: giunto fino alle terre delle montagne di Zagros che in seguito divennero Elam, Gutium e Media? Lui e la sua famiglia continuarono a vagare verso est sull’altipiano iraniano fino alla regione di Luristan dove si lavorano i metalli e alla valle dell’Indo ricca di bestiame? Quei viandanti arrivarono fino all’estremo Oriente? E magari attraversarono perfino l’Oceano Pacifico, raggiungendo le Americhe?

Non è una domanda assurda, dato che in un passato remoto l’uomo in qualche modo arrivò nelle Americhe, migliaia di anni prima del Diluvio. L’enigma consiste nel chi, come e quando. Gli studiosi in genere sono partiti dal presupposto che i Sumeri (e i loro successori in Mesopotamia) non fossero interessati a una “linea perduta” di Cainiti e pertanto non l’abbiano documentata.

E tuttavia è inconcepibile che la parte biblica relativa alla migrazione di Caino, ai suoi discendenti e alle loro impressionanti conquiste non si sia basata su qualche documento scritto mesopotamico. A dire il vero, una tavoletta di questo genere, attualmente nell’archivio del British Museum/catalogata BM 74329), trascritta (vedi figura sotto), tradotta e citata da A.R. Millard e W.G. Lambert sulla rivista Kadman (volume VI), parla di un gruppo di esiliati che erano “aratori” (come Caino, che era un “coltivatore della terra”).

Costoro vagarono fino a raggiungere un paese chiamato Dunnu (il “paese di Nod della Bibbia”?), dove il loro capo, di nome Ka’in (!), costruì una città il cui simbolo era costituito da due torri gemelle:

Egli costruì a Dummu

una città con due torri gemelle,

Ka’in destinò a se stesso

la signoria della città. 

L’indizio su una città famosa per le sue torri gemelle è particolarmente interessante. Un arrivo precoce di esseri umani nelle Americhe attraverso l’Oceano Pacifico non è solo la conclusione scientifica più recente, ma anche in sintonia con le tradizioni locali dei nativi sia del Sud che del Nord America.

In Mesoamerica l’arrivo leggendario riguardava imbarcazioni provenienti da una terra ancestrale di Sette Grotte e Sette Santuari (vedi figura sopra, da un codice Nauarl preazteco). Mettendo in evidenza i parallelismi con il 7-7-7 nella linea di Caino/Lamech, dove sono messi ben in evidenza nei libri scritti dallo scomparso Professore Zecharia Sitchin, sia “Gli dei dalle Lacrime d’oro” che “Gli Architetti del tempo”. Il professore si chiedeva se il nome della capitale azteca Tenoch-titlan (= Città di Tenoch), oggi Città del Messico, potesse aver davvero avuto il significato di (“Città di Enoch”), una città con il suo tempio azteco con due torri gemelle all’epoca dell’arrivo degli spagnoli (vedi figura sotto).

Un’altra domanda che si fa ZS è: se il marchio di Caino, che doveva essere notato e riconosciuto a prima vista, avrebbe potuto essere l’assenza di peli sul viso degli uomini mesoamericani. 

Le Analogie  del testo con la storia biblica dei personaggi di Caino e della città che costruì sono evidenti, ma l’ipotesi è che tutto questo sia avvenuto nell’ambito geografico del Vicino Oriente. Ciononostante l’ipotesi di un salto transpacifico nelle Americhe si rifiuta di svanire, dal momento che il dettaglio di quattro fratelli che sposarono le loro sorelle e fondarono una città è il nucleo delle principali leggende degli inizi delle popolazioni native del Sudamerica.

Lì (come illustrato dettagliatamente in Gli Dei dalle Lacrime d’oro) la leggenda parlava dei quattro fratelli Ayar che sposarono le loro sorelle, continuarono a peregrinare e fondarono la grande città di Cuzco con il suo Tempio. Trovarono il luogo giusto per questo “Ombelico della Terra” con l’aiuto di una verga d’oro che avevano ricevuto dal Dio Viracocha (= “creatore di tutto”).

Pur restando confusi da queste somiglianze, c’è una cosa che può essere affermata con certezza: se le leggende (e i popoli) hanno viaggiato, l’hanno fatto dal Vicino Oriente alle Ande, e non viceversa. Se le cose sono andate così, allora siamo in presenza di un segmento di umanità che potrebbe essere sopravvissuto al Diluvio senza l’Arca di Noè, procurando un lignaggio genetico umano evitando di ricorrere ai matrimoni misti.

La Storia “mitologica” (?) ha dato poche informazioni riguardo alla discendenza di Caino, ha speso solo poche parole, dicendo che andò a est di Eden, mentre la Bibbia ha dato molta rilevanza alla stirpe di Set il terzogenito nato dopo il fratricidio di Abele. Gli dèi hanno messo un marchio su Caino e una “fatua numerica” 7-7-7 assolvendolo dal peccato mortale, diventando molto generosi nei suoi confronti.

Dalle mie letture: prosa e considerazioni del libro “Quando i Giganti abitarono la Terra” di Zercharia Sitchin p:191-192-193-194-195196-197-198 

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L’Eldorado degli Anunnaki

Il Nuovo Mondo Postdiluviano

Quando gli Anunnaki, guidati da Ea/Enki, discesero sulla terra per estrarre l’oro necessario a proteggere l’atmosfera del loro pianeta (e in questo caso mi vengono in mente gli scempi fatti nei nostri cieli con la geo-ingegneria), per proteggere l’atmosfera del loro pianeta, avevano programmato di estrarlo dalle acque del Golfo Persico.

Quando Enki si rese conto delle quantità estratte, si rese subito conto che non era a sufficienza, allora, ha spostato le operazioni di estrazione nell’Africa Sudorientale dando il via alla fusione e raffinazione del nobile metallo, questo avvenne nell’E.DIN, la futura Sumer.

Da cinquanta Anunnaki scesi sulla Terra all’inizio, aumento fino a seicento, gli altri Igigi rimasero in orbita a bordo delle navicelle che fungevano da “traghetto”, facendo spola dalla Terra a Marte, da dove era più facile raggiungere il loro pianeta Nibiru.

Il fratellastro di Enki, “Enlil”, rivale nella successione al comando, gli venne affidato da Anu (suo padre) il comando delle operazioni. Oltre all’antagonismo dei due fratellastri per la supremazia sulla Terra, si è inserito un altro elemento di destabilizzazione, l’ammutinamento degli estrattori dell’oro Anunnaki.

Enki, luminare scienziato in biologia e genetica, suggerì di creare un “Lavoratore Primitivo”; questo progetto venne portato a termine elevando geneticamente un ominide, già presente sulla terra. Nella “Genesi 6” fa riferimento a questo incredibile avvenimento con queste parole: <<videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero>>. Questo fatto, contro il volere di Enlil e Anu, fu disatteso proprio da Enki e suo figlio Marduk primogenito.

Enlil, disgustato da questo tabù infranto dal fratellastro Enki, sapeva che il passaggio di Nibiru avrebbe causato una catastrofe sulla Terra e che sarebbe stata inondata da un Diluvio senza precedenti; fu in quella occasione che decise di non rivelare agli umani quello che stava succedendo e infuriato disse: << Che i Terrestri periscano per i loro abomini >>.

Enki il genetista del genere umano, non voleva vedere la sua opera perire e, così mando a monte il piano del fratellastro (da notare come la storia e le rivalità si ripetano tra fratellastri; chi ha letto la Bibbia, saprà che Ismaele fu il primogenito di Abramo ma non della stessa madre Sarai, pertanto il fratellastro primogenito in successione ereditaria era Isacco figlio diretto di madre e padre), incaricando Noè (Utnapishtin/Ziusudra) di salvare il genere umano e altre forme di vita biologica.

L’umanità sopravvisse, proliferò e, con il trascorrere del tempo, le venne concessa la civiltà.

Il disastro del Diluvio spazzo letteralmente gran parte della terra, inondando anche le miniere d’oro in Africa, le acque impetuose portarono alla luce una grande vena del prezioso metallo nelle Ande, in Sud America, consentendo agli Anunnaki di estrarre con facilità maggiore quantità d’oro, senza più bisogno di fonderlo e raffinarlo.

L’oro del giacimento alluvionale – pepite di oro purissimo – rotolava giù sui fianchi della montagna: bisognava solo setacciarlo e raccoglierlo. Questa agevolazione ha consentito anche la riduzione di Anunnaki sul nostro pianeta.

Anu, (il sovrano di Nibiru) fece visita alla terra intorno al 4000 a.C. Anu e Antu sua moglie (madre di Enlil ma non di Enki), si recarono nel paese dove fu scoperto l’oro dopo il Diluvio sulle sponde del lago Titicaca e contestualmente venne ridotto il numero di Nibiruani sulla terra.

Questa visita dei sovrani di Nibiru fu anche l’occasione di rappacificare i due fratelli rivali, sancendo così la pace tra i due clan. Ma mentre Enki ed Enlil accettarono di buon grado le divisioni territoriali sancite dall’accordo, Marduk (il primogenito di Enki) non rinunciò mai alla lotta per la supremazia sulla Terra, che includeva anche gli antichi siti legati allo spazio prima del Diluvio.

Fu allora che gli Enliliti iniziarono a costruire porti spaziali alternativi in Sud america. Quando, nel 2024 a.C., il porto spaziale antidiluviano nel Sinai venne annientato dall’olocausto nucleare (vedi “Guerre Atomiche al tempo degli Dei“) le istallazioni in Sud America rimasero le uniche nelle mani degli Enliliti.

E così, quando i leader Anunnaki, frustrati e disgustati decisero che era tempo di lasciare il pianeta Terra, alcuni poterono usare il Luogo dell’Atterraggio; altri, forse portandosi dietro un ultimo grande carico d’oro, dovettero usare i porti spaziali del, Sud America nei pressi del luogo in cui avevano soggiornato Anu e Antu durante la loro visita.

Come citato in precedenza il luogo – ora chiamato – Puma Punku – si trova a poca distanza dal lago Titicaca (che si estende fra Perù e Bolivia). Il livello di questo lago si è ridotto, quindi, nell’antichità, Puma Punku – con le sue attrezzature portuali – si trovava proprio sulla costa meridionale del lago.

I suoi resti più importanti sono composti da quattro strutture collassate, ciascuna formata da un singolo masso gigantesco, (vedi immagine sotto). Inizialmente ciascuna di queste serie di camere era completamente rivestita di lamine d’oro, tenute in posa da chiodi anch’essi d’oro: un tesoro di grande valore saccheggiato dagli Spagnoli allorché giunsero in quelle terre nel XVI secolo.

Resta il mistero di come furono ricavate dalla pietra queste abitazioni, che mostrano tagli e incisioni così perfetti e, di come furono portate fin lì quattro rocce enormi. Ma i misteri non finiscono qui. I reperti archeologici venuti alla luce in questo sito, includono anche un numero considerevole di blocchi di pietra, tagliati, scanalati, angolati, ai quali è stata data una forma ben precisa, (vedi immagine sotto).

Non c’è bisogno di una laurea in ingegneria per rendersi conto che queste pietre sono state tagliate, perforate e modellate da qualcuno in possesso di eccezionale know-how tecnico e attrezzature sofisticate; a dire il vero ci chiediamo se sia possibile oggi eseguire queste stesse lavorazioni. 

Puma Punku

La questione si complica quando ci si domanda a cosa servissero e il mistero della finalità di queste meraviglie tecnologiche: avevano una funzione che ci rimane oscura, tuttavia estremamente sofisticata. Se servivano come stampi per costruire strumenti complessi, quali erano – e a chi appartenevano?

Il primo pensiero corre senza dubbio agli Anunnaki: solo loro possedevano la tecnologia necessaria per fare questi “stampi” e per usarli o per usarne i prodotti finiti. La base degli Anunnaki si trovava ad alcuni chilometri all’interno del paese, in un sito conosciuto come Tiwanaku (in precedenza Tiahuanaku), che fa parte della Bolivia.

Il Trilithon di Baalbek 1200 tonnellate

Uno dei primi europei a raggiungerlo nel secolo scorso George Squier che, nel suo libro Perù  Illustrated, descrisse il luogo come la “BaaLbek del Nuovo mondo” – un paragone più appropriato e calzante di quanto non immaginasse.

Prosa tratta dalla mie letture: “Il Giorno degli Dei”  dello scomparso Zacharia Sitchin 

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L’ascesa al cielo di Etana

Gli scavi condotti nell’antica Kish, hanno confermato vari testi sumeri che definivano il dio Ninurta la divinità titolare della città, dando origine all’idea che forse si trattasse di “Nimrod” che era il “valente cacciatore” di Yahwe.

Ma la lista sumera dei re nominava effettivamente il primo sovrano di Kish; purtroppo non lo si conosce ancora perché l’iscrizione è danneggiata proprio in quel punto, permettendo di leggere solo le sillabe Ga-,-ur. E’ invece chiaramente leggibile l’affermazione che regnò per 1.200 anni!

Il nome del secondo sovrano di Kish è interamente danneggiato, ma il suo regno durò 860 anni, com’è chiaramente scritto. Gli succedettero dieci re, i cui nomi sono leggibli e i cui regni durarono 900,840,720, e 600 anni. Essendo numeri chiaramente divisibili per 60, la domanda senza risposta è se si tratti davvero degli anni di durata dei regni o se gli scribi che li hanno copiati si siano sbagliati a leggerli e non avessero dovuto piuttosto scrivere 200 (o 20) per Ga-,-ur, 15 invece di 900 per il suo successore, ecc. Quale dei due?

I 1.200 anni di regno di Ga-,-ur, se effettivi, lo collocano nella categoria dei patriarchi biblici antidiluviani (ciascuno dei quali visse quasi 1.000 anni) e mettono i suoi immediati successori appena prima dei figli di Noè (Sem visse fino a 600 anni). Se Ga-,-ur fosse un semidio Gibbor, i 1.200 anni sarebbero plausibili.

In tal caso i 1.560 anni sarebbero attribuiti al tredicesimo re di Kish, Etana, a proposito del quale la Lista dei re fornisce questa lunga annotazione << Un pastore che ascese al cielo e unificò i paesi>>. In questo caso l’annotazione reale e raffigurata dalla letteratura scoperta, fra cui c’è un antico testo su due tavolette che racconta La Leggenda di Etana, perché egli fu veramente un re che <<ascese al cielo>>.

Sovrano benevolo, Etana era avvilito per la mancanza di un erede maschio, dovuta lla difficoltà di concepimento di sua moglie, che potevano essere curate solo con una pianta celeste, la pianta della nascita. Così Etana si rivolse al suo dio protettore Utu/Shamash affinche lo aiutasse  a ottenerla.

Shamash lo indirizzo alla “fossa di un’aquila” e, dopo aver superato vari ostacoli, l’aquila lo condusse alla “porta del cielo di Anu”. Mentre salivano sempre più in alto, la Terra sotto di loro sembrava sempre più piccola.

Dopo averlo portato in alto per un beru, l’aquila disse a Etana: <<Amico mio, guarda come appare il paese! Osserva il mare a lato della casa sulla montagna. Il paese è diventato una collina, e il vasto mare è come una tinozza>>.  

Dopo essere saliti di un altro beru (una misura di distanza come i gradi dell’arco celeste), l’aquila spinse di nuovo etana a guardare in basso:

<<Amico mio,

dai un’occhiata a come appare la terra!

Il paese si è trasformato in un campo arato …

e il vasto mare è come un cestino del pane>>.

<<Dopo che l’aquila l’ebbe innalzato per un terzo beru>>, il paese <<si trasformò nel fossato di un giardiniere>>. E poi mentre continuavano a salire, la Terra scomparve improvvisamente alla vista e, come disse in seguito Etana, spaventato: <<Mentre mi guardavo intorno la Terra è scomparsa!>>.

Secondo una versione del racconto, Etana e l’aquila <<attraversarono la porta di Anu>>. Secondo un’altra Etana si allarmò e gridò all’aquila: <<Sto cercando la Terra, ma non riesco a vederla!>>. Terrorizzato, urlò all’aquila:<<Non posso andare in cielo! Riportami indietro!>>.

Prestando ascolto alle grida di Etana, che <<si era accasciato sulle ali dell’aquila>>, l’uccello ritornò sulla Terra, ma (secondo questa versione) Etana e l’aquila fecero un secondo tentativo che a quanto pare ebbe successo, perché il re successivo di Kish, Balih, viene identificato come “figlio di Etana”. Balih regnò per soli 400 anni (o 410) anni.

Il racconti di Etana venne illustrato dagli antichi artisti su sigilli cilindrici (vedi immagine sopra): uno inizia con “l’aquila” nella sua “fossa” e un altro mostra Etana che volteggia fra la Terra (vedi nell’immagine i sette puntini) e la Luna (identificata dalla sua falce).

Il racconto è istruttivo sotto vari aspetti: fornisce una descrizione realistica di un volo nello spazio con la Terra che diventa sempre più piccola alla vista e conferma ciò che numerosi altri testi suggeriscono, ovvero che i viaggi tra la Terra e Nibiru erano più frequenti che una volta ogni 3.600 anni.

Il racconto non si pronuncia sulla condizione mortale o semi-divina di Etana, ma si può solo supporre che il re non sarebbe stato autorizzato a compiere voli spaziali e neppure avrebbe regnato per un millennio se non fosse stato un semidio.

Il fatto che un’iscrizione più tarda doti il nome di Etana del prefisso determinativo “Dingir” supporta la conclusione che il re fosse di origine divina e in un’annotazione in un altro testo, secondo cui Etana era dello stesso “seme puro” di Adapa, può servirci da indizio per capire chi fosse il padre.

La possibilità che fra i ventitré re che regnarono a Kish ci sia stata un’alternanza di semidei e loro discendenti mortali si affaccia alla mente sopratutto quando arriviamo al sedicesimo re, En.me.nunna. che regnò per 1.200 anni e al quale succedettero i due figli con regni mortali di 140 e 305 anni.

 

Tratto dalle me letture:

“Quando i Giganti abitarono la Terra”(2010)

di Zacharia Sitchin  

p: 244-245-246-147  

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La prima vera Opera Letteraria della Storia

Gilgamesh

Le gesta di Gilgamesh e Enkidu

 di Daniel Tubau 15 Dicembre 2014 dal Sito Web TheCult traduzione di Nicoletta Marino Versione originale

Il Poema di Gilgamesh, conosciuto anche come l’Epopea di Gilgamesh, è la prima opera letteraria vera della storia.

Racconta le gesta di un re di Uruk, una città sumera che forse ha dato il nome all’odierno Iraq. Il tema si divide in dodici tavole che possiamo considerare capitoli della stessa storia.

Ho parlato delle sue origini e caratteristiche nel Primo libro che Contiene tutti i Libri, qui mi limiterò a raccontare le avventure di Gilgamesh e del suo amico Enkidu e a indicare alcuni punti intriganti e di rilievo.

Uruk

Tema dell’Epopea di Gilgamesh

La storia è raccontata da una persona, forse un sacerdote della dea Ishtar, che ci parla della sua ammirazione per l’antico re che costruì le impressionanti mura di Uruk.

Il narratore si rivolge ai suoi interlocutori in forma generale (“Presenterò al mondo”) ma a volte sembra parlare con una persona che cammina accanto a lui:

“Presenterò al mondo Colui che ha visto tutto, Ha conosciuta l’intera terra, Penetrato tutte le cose, e ha esplorato tutto ciò che è occulto”.

Questo personaggio sembra essere primo in tutto, oltre ad aver dipanato antichi misteri:

“Eccellente in saggezza, ha abbracciato tutto con lo sguardo: contemplò i Segreti, scoprì I Misteri, e ci ha raccontato del tempo prima del Diluvio”.

Curiosamente, il narratore qui sembra passare la narrazione al suo protagonista, o almeno sembra si basi su un racconto che quello stesso personaggio aveva scritto:

“Di ritorno dal suo lungo viaggio, esausto, ma contento incise su una stele tutti I suoi lavori costruì le mura di cinta di Uruk”.

Il narratore poi, sembra rivolgersi a qualcuno che è vicino a lui, forse un aiutante, forse uno scriba al quale vuole trasmettere quella storia leggendaria.

Gli dice di guardare le mura di Uruk, di ammirare i basamenti inimitabili, di ispezionare le mura di mattoni cotti.

Poi gli chiede di cercare il racconto segreto che il re Gilgamesh aveva lasciato:

“Adesso vai a cercare La piccola cassa di rame. Prendi l’anello di bronzo Apri il pomello segreto Ed estrai la tavoletta di lapislazzuli. Così scopriremo come Gilgamesh ha superato tante prove.”

lapislazzuli

Dopo aver estratto da quel misterioso cofanetto la tavoletta di lapislazzuli, che contiene un antico testo che sembra da decifrare forse perché è in sumero e il narratore è semita o forse perché è codificato come un messaggio segreto, inizia la storia.

Ninsun

Gilgamesh è il re di Uruk. Figlio del re Lugalbanda e della dea Ninsun.

Crudele e spietato, applica il diritto di “ius primae noctis“, cioè dorme con loro prima dello stesso sposo, non rispetta gli anziani e maltratta i giovani che affronta in combattimenti mortali.

E’ odiato e aborrito dal suo stesso popolo, che eleva le sue lamentele agli dei. Gli dei decidono di creare un nemico che lo freni e la dea Aruru dà vita ad una creatura selvaggia chiamata Enkidu come il nome della bestia.

Enkidu vive nei boschi con gli animali, come una fiera in più anche se ha le sembianze umane. I cacciatori e gli agricoltori temono la bestia e la notizia arriva fino a Gilgamesh.

Gilgamesh decide di inviare una prostituta o una sacerdotessa, o forse una sacra sacerdotessa a sedurre la bestia. Enkidu e la donna, Samhat, si uniscono e a partire da quel momento gli animali non vogliono saperne più del suo amore e fuggono da lui.

Grazie alla sua donna, Enkidu si è trasformato in un essere umano ed ha raggiunto la conoscenza:

Lulgalbanda

“Le bestie del monte Rifuggono dal suo contatto. … Enkidu si era quietato Non era veloce come un tempo Aveva però giudizio Ed il suo sapere era vasto.”

Samhat gli parla della città di e Enkidu arde dal desiderio di conoscere questo nuovo mondo.

Arriva in città e si scontra col re Gilgamesh, si compie così il disegno degli dei.

Non si conosce con esattezza l’esito del combattimento in quanto non è stato possibile ricostruirlo al completo dai testi rimasti. Di solito si dice che il vincitore fu Enkidu, ma non è del tutto sicuro.

Ciò che invece si sa è che dopo il combattimento, i due nemici si riconciliano e diventano grandi amici.

Combattimenti con Gilgamesh e Enkidu

In cerca di avventure, Enkidu e Gilgamesh decidono di affrontare il temibile mostro dei boschi chiamato Huwawa.

Inizia così quella che si può considerare la prima road movie della storia, quando i due amici viaggiano per la Mesopotamia, probabilmente in direzione dell’attuale Libano, dove nei boschi di cedro regna Huwawa.

Si tratta anche, chiaramente, della prima storia di amici di ventura (buddies – camerata), e per questo la storia è paragonata ad un film moderno come Due uomini e un destino (Butch Cassidy e Sundance Kid) come Due uominie un destino – Gilgamesh y Enkidu.

I due uomini arrivano fino al bosco di cedri e affrontano il mostro, riescono a sconfiggerlo, ma questo fatto risveglia l’ira degli dei perché il bosco e il mostro erano sotto la loro protezione.

La Dea Innana/Ishtar/Astarte, poi, vuole sedurre Gilgamesh, ma lui la rifiuta perché sa che tutti gli amanti della dea finiscono male. Furiosa, lei, lancia contro Uruk il terribile Toro Celeste, ma gli eroi lo uccidono.

Qui gli dei decidono di vendicarsi e castigare gli impudenti eroi.

Il problema è che la madre di Gilgamesh è una dea, quindi decidono di uccidere Enkidu. E’ qui che Gilgamesh scopre che esiste la morte, quando vedere imputridire davanti ai suoi occhi il corpo del suo amico.

E’ il primo racconto, quindi, quello in cui si descrive la morte in tutta la sua fatalità e concretamente è la morte di un amico o di un amante che sarà un tema ricorrente in tutta la letteratura universale, come nel racconto di Malcom Lowry dal titolo Oscuro come la tomba in cui giace il mio Amico Morto, che sembra quasi una frase pronunciata da Gilgamesh:

“Una sorte crudele in un sol colpo Ti ha strappato a me! Adesso cosa è questo sonno che si è impossessato di te? All’improvviso sei diventato un’ombra E già non mi ascolti!”

Questo momento che si può paragonare con quello in cui il principe Siddharta Gautama scappa dal palazzo di suo padre e dopo una vita di lussi e desideri scopre la malattia, la vecchiaia e la morte, inizia la grande ricerca dell’immortalità.

Gilgamesh, terrorizzato dalla prospettiva di affrontare lo stesso destino del suo amico morto, decide di andare in cerca di Utnapishtim, l’uomo che sopravvisse al diluvio e che ora è immortale.

Utnapishtim

Dopo diverse peripezie, Gilgamesh incontra il mitico Utnapishtim, che gli racconta la storia del diluvio e di come il dio Enki lo avvisò che gli dei volevano sterminare tutta l’umanità con un diluvio universale.

Utnapishtim costruì una nave sulla quale fece salire tutta la sua famiglia e riuscì a sopravvivere, quando dopo molti giorni di pioggia, dopo ave rinviato un corvo nell’immensità dell’oceano questo non ritornò, il che significava che c’era della terraferma sulla quale sbarcare.

Quando fu scoperto questo racconto, i ricercatori rimasero meravigliati per la sua somiglianza con il racconto biblico del diluvio di Noè.

Oggi nessuno dubita che Utnapishtim (chiamato Ziusudra in sumero e Atrahasis in accadico) è l’ispirazione del Noè biblico. Nel racconto poi contenuto nell’Epopea di Gilgamesh, un altro racconto mesopotamico, l’Atrahasis, si narrano le ragioni che portarono gli dei a desiderare la distruzione degli esseri umani.

Dopo aver raccontato la storia del diluvio, Utnapishtim racconta a Gilgamesh come può ottenere l’immortalità. Si sa che uno dei requisiti è quello di rimanere svegli per sette giorni e sette notti. Gilgamesh non ci riesce e non ottiene l’immortalità.

Quando tutto sembra perso, la sposa di Utnapishtim gli chiede di aiutare Gilgamesh e che almeno gli riveli il segreto che gli permetterà di recuperare la gioventù. Utnapishtim cede finalmente alle sue preghiere e racconta a Gilgamesh che esiste una pianta nelle profondità dell’oceano che restituisce la gioventù perduta.

Gilgamesh si inabissa nell’oceano e ritorna con la pianta.

Invece di usufruire solo lui della pianta della gioventù, Gilgamesh dimostra che non è più il re crudele ed egoista che era prima di conoscere Enkidu e decide di portarla a Uruk, si suppone sia per far sì che gli anziani del Consiglio recuperino la gioventù:

“La porterò alla turrita Uruk, Farò mangiare a tutti la pianta. Il suo nome sarà ‘L’uomo diventa giovane nella Vecchiaia.’ Io stesso la mangerò E così tornerò ad essere come quando ero giovane.”

Durante il cammino si ferma vicino ad un pozzo di acqua fresca e si addormenta un attimo.

E’ allora che un serpente esce dall’acqua e gli ruba il fiore della gioventù. Gilgamesh, disperato, ritorna a Uruk.

Il poema inizia come finisce, descrivendo la grandezza della città di Uruk costruita dal re Gilgamesh. E’ sorprendente come il primo racconto della storia riservi un triste finale al suo eroe, anche se gli rimane la netta consolazione di essere più saggio.

Esistono molti più dettagli nella storia, e anche nella Tavoletta XII, la cui relazione con il racconto principale è molto controversa, Gilgamesh discende all’inferno e si ritrova con Enkidu.

Fonte Originale: http://www.bibliotecapleyades.net/

dal sito web  http://www.thecult.es/

Versione nella lingua originale: http://www.bibliotecapleyades.net/sumer_anunnaki/esp_sumer_annunaki50.htm

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