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Cavie accondiscendenti

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Un trilione di sensori saranno connessi entro il 2022

«Entro il 2022 almeno un trilione di sensori saranno connessi e ciò permetterà alle persone di percepire completamente il proprio ambiente».  E’ una delle previsioni del World Economic Forum che ha pubblicato la ricerca «Global Agenda Council on the Future of Software & Society» alla quale hanno partecipato 800 esperti.

Nel 2025, ecco come potrebbe essere la società secondo le previsioni:

– Il 10% delle persone indossano abiti collegati a internet (affidabile al 91,2%)
– Il 90% delle persone hanno accesso ad un servizio illimitato e gratuito (supportato dalla pubblicità) di storage (affidabile al 91.0%)
– 1 trilione di sensori si collegano a (Internet 89.2)
– Il primo robot farmacista negli Stati Uniti (86,5)
– Il 10% di occhiali da lettura si connettono ad internet (85,5)
– L’80% delle persone hanno almeno un contenuto digitale su internet (84,4)
– La prima auto stampato 3D in produzione (84.1)
– Almeno un governo ha sostituito il censimento su carta con sorgenti Big Data (82,9)
– Il primo telefono cellulare impiantabile disponibile in commercio (81.7)
– Il 5% dei prodotti di consumo vengono stampati in 3D (81.1)
– Il 90% della popolazione utilizza uno smartphone (80,7)
– Il 90% della popolazione ha accesso regolare a internet (78,8)
– Le Auto senza conducente sono il 10% di tutte le auto su strade americane 78.2)
– Il primo trapianto di un fegato stampato in 3D (76.4)

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SIAMO CAVIE

Le onde elettromagnetiche sono emanate dai cellulari, dai WI-FI, dalle antenne telefoniche radio-televisive, dai radar, dai cordless e altri dispositivi e sono dannose per l’uomo – quanto dannoso lo sapremo forse fra qualche anno. In pratica siamo tutti come cavie, più delle volte accondiscendenti, cavie di un laboratorio a cielo aperto, attraversato da milioni di onde invisibili artificiali. Applicare il principio di precauzione emanato in merito nel maggio 2011 dal Consiglio d’Europa e informare i cittadini sarebbe il minimo. Ma non succede.

ALCUNE RICERCHE SCIENTIFICHE

Corrado Penna ci propone una selezione di ricerche sulle radiazioni “messe sul mercato” e scrive:

Molti dei seguenti articoli sono purtroppo compiuti su animali, anche perché purtroppo è difficile trovare ormai esseri umani che non usino cellulari e wi-fi o che non siano sottoposti alla fruizione passiva di tale tecnologie. Alcuni di questi esperimenti sono anche crudeli (i topi vengono alla fine “sacrificati” ovvero uccisi). Ma vi sono anche sono studi in vivo su cellule e tessuti umani. Per quanto i roditori siano differenti da noi bisogna anche dire che non ci sono molti motivi per sospettare una differente risposta alle radiazioni da parte delle cellule umane; in ogni caso, dal momento che prima dell’approvazione di un farmaco lo si testa sugli animali, anche solo utilizzando la logica corrente (secondo la quale un farmaco viene scartato quando si notano effetti dannosi nelle cavie che lo assumono), la tecnologia dei cellulari e dei wi-fi dovrebbe essere resa illegale.

Consultando le ricerche scientifiche condotte sull’argomento, per esempio partendo da dall’archivio pubmed, si scopre che la maggior parte di esse riferiscono di effetti dannosi causati da tali radiazioni, sia sui tessuti (spesso tramite il meccanismo dello “stress ossidativo”[2]) che sull’espressione dei geni del DNA [3]. Una minoranza di articoli mostrano che tali radiazioni non hanno influenza su alcuni aspetti della fisiologia animale, mentre altri parlano di effetti possibili ma non molto chiari e invocano studi più precisi sull’argomento. Il quadro che ne viene fuori è oltremodo preoccupante.

Alcuni dei motivi per i quali studi apparentemente simili portano a risultati opposti, viene chiarito da alcuni articoli che mostrano come l’effetto biologico delle radiazioni dipende da cellula a cellula, da tessuto a tessuto [4], o per dirla in termini tecnici, dal genoma (l’insieme dei geni) e dal proteinoma (l’insieme delle proteine) cellulare[5].

Del resto persino un ente ufficiale come l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha stabilito, il 31 maggio 2011 che le radiofrequenze, comprese quelle dei cellulari e dei wi-fi, sono un possibile cancerogeno umano a causa dell’aumento di rischio di contrarre glioma (una forma maligna di cancro al cervello) associato all’uso del cellulare[6]. La presa di posizione dell’OMS di per sé dovrebbe essere sufficiente a generare un atteggiamento di preoccupazione e di precauzione nell’uso di tali tecnologie. Anche l’assemblea parlamentare della Commissione Europea ha approvato una risoluzione (n. 1815 del 2011) che invita tra l’altro a utilizzare nelle scuole collegamenti via cavo piuttosto che wireless [7]. La corte di cassazione , dal canto suo, ha confermato con una sua sentenza che ci sono motivi medico-scientifici per riconoscere almeno nel caso in oggetto, il nesso di causa-effetto tra uso professionale del cellulare e tumore al cervello [8].

Il fatto che nei pressi delle più potenti antenne per la telefonia mobile ci sia una “epidemia” di cancro è ugualmente significativo e preoccupante. L’articolo 14 die of cancer in seven years living next to phone mast with highest radiation levels in UK, ci informa per l’appunto che sono avvenute 14 morti per cancro in sette anni fra le persone che vivevano vicino ad una torre per le antenne dei cellulari coi più alti livelli di radiazione nella Gran Bretagna, e che altri 20 residenti hanno sviluppato tumori negli ultimi 7 anni, ma sono sopravvissuti [9].

E adesso veniamo agli articoli scientifici, a partire da Acute effects of 30 minutes of exposure to a smartphone call on in vitro platelet function [10], il quale ci informa che con un esperimento in vivo (ovvero su cellule e tessuti umani isolati dall’intero organismo) si sono riscontrati modificazioni significative della forma e della funzionalità delle piastrine sanguigne dopo una esposizione di 30 minuti alla radiazione di uno smartphone.

L’articolo Effects of Long Term Exposure of 900-1800 MHz Radiation Emitted from 2G Mobile Phone on Mice Hippocampus- A Histomorphometric Study[11], mostra che in seguito all’esposizione a lungo termine ad una radiazione 2G (compresa tra i 900 e i 1800 Mhz) emessa da cellulari si sono osservate delle modificazioni nelle cellule nervosa dell’ippocampo: minore densità di neuroni e minore dimensione del diametro del nucleo di tali cellule.

L’articolo Effect of mobile phone radiation on pentylenetetrazole-induced seizure threshold in mice [12] dimostra che in seguito ad esposizione prolungata alle frequenze elettromagnetiche dei cellulari si verifica un abbassamento della soglia di innesco degli attacchi epilettici indotti dal pentilenetetrazolo nei topi.

L’articolo Radiofrequency radiation (900 MHz)-induced DNA damage and cell cycle arrest in testicular germ cells in swiss albino mice [13] mostra che la radiazione da 900 Mhz causa danni alle cellule seminali nei testicoli dei topi (sebbene un certo grado di recupero si nota dopo la sospensione definitiva dell’irradiazione.

L’articolo Effects of long-term exposure to 900 megahertz electromagnetic field on heart morphology and biochemistry of male adolescent rats [14], ci informa che in seguito all’esposizione di maschi di ratto alle frequenze di 900 MHz per un’ora al giorno nel corso dell’adolescenza si è indotto uno stress ossidativo che ha causato alterazioni strutturali nei tessuti cardiaci. Lo stesso team di studiosi ha rilevato che lo stesso tipo di esposizione nell’adolescenza ha causato danneggiamento al midollo spinale degli animali [15].

Simili risultati si sono ottenuti esponendo femmine di ratto incinte a una radiazione di 900 Mhz per 24 ore al giorno per 20 giorni di seguito (i danni al fegato causati dall’esposizione durante la vita fetale sono stati permanenti anche una volta che, cessata l’irradiazione, gli animali sono cresciuti e diventati adulti), come mostra l’articolo Lasting hepatotoxic effects of prenatal mobile phone exposure [16].

L’articolo Effects of 900 MHz electromagnetic field on TSH and thyroid hormones in rats [17] mostra che nei ratti le radiazioni da 900 MHz emesse dai telefoni cellulari diminuisce i livelli nel siero sanguigno degli ormoni TSH (ormone stimolante della tiroidee) e degli ormoni tiroidei T3 e T4. Similmente l’articolo Pulse modulated 900 MHz radiation induces hypothyroidism and apoptosis in thyroid cells: a light, electron microscopy and immunohistochemical study [18],  parla chiaramente di induzione di ipotiroidismo e apoptosi (“suicidio”) delle cellule della tiroide dei ratti.

L’articolo 900 MHz pulse-modulated radiofrequency radiation induces oxidative stress on heart, lung, testis and liver tissues [19], mostra che le radiazioni emesse da cellulari e antenne causa danno da stress ossidativo nel fegato, nei polmoni, nei testicoli e nei tessuti cardiaci anche a causa della soppressione del meccanismo di difesa antiossidante.

Molto preoccupanti sono i risultati dello studio Nerve cell damage in mammalian brain after exposure to microwaves from GSM mobile phones [20], che riferisce di chiare prove di danno alle cellule neuronali nella corteccia, nell’ippocampo e nei gangli basali dei ratti esposti per due ore a campi elettromagnetici da cellulari GSM di differenti intensità.

L’articolo Electromagnetic fields and the blood-brain barrier (“I campi elettromagnetici e la barriera emato-encefalica”) [21] mostra che i campi elettromagnetici da radiofrequenze che aumentano la temperatura cerebrale di più di un grado centigrado possono aumentare temporaneamente la permeabilità di quella barriera che funziona da filtro per proteggere il cervello dalle tossine (e non solo); un cattivo funzionamento di tale barriera può ovviamente avere effetti negativi sul funzionamento e sulla salute del cervello, ed essere una delle concause del morbo di Alzheimer [22].

L’articolo del 2012 intitolato Microwave electromagnetic field regulates gene expression in T-lymphoblastoid leukemia CCRF-CEM cell line exposed to 900 MHz [23], afferma che la ricerca sui campi magnetici a frequenza estremamente bassa (ELF)  ha mostrato in maniera consistente un aumento di rischio per la leucemia infantile. Per quanto riguarda le radiofrequenze da telefonia mobile gli autori scrivono che la ricerca è ancora in una fase iniziale “per la quantità e qualità dei dati disponibili”, anche perché la tecnologia in oggetto cambia costantemente. Per ciò che concerne invece la ricerca specifica descritta nell’articolo si riferisce di una influenza sull’espressione dei geni indotta dalle radiazioni elettromagnetiche da 900 Mhz su alcune cellule tumorali di una particolare forma di leucemia.

A questo punto ci ricolleghiamo a quanto detto in apertura sul possibile danno creato dai ripetitori radiotelevisivi. Essi operano nel range dei Megahertz (frequenze pari a milioni di vibrazioni al secondo e lunghezza d’onda relativamente piccola) ma possono emettere anche le pericolose onde ELF (frequenze fino 30 Hertz, ovvero 30 vibrazioni al secondo, e lunghezza d’onda enormi) [24]. Gli elettrodotti (cavi dell’alta tensione e antenne) emettono onde di frequenza appena superiore, ed è per questo che sono state approvate normative che impongono una distanza minima di tali strutture dalle strutture abitate (purtroppo ci sono situazioni in cui case e antenne sono state posizionate in epoca antecedente all’approvazione della legge).

Le “normali” radiazioni da 50 Hz (la frequenza che passa nella rete elettrica domestica) non sono infatti innocue.

L’articolo Evaluation of cell viability, DNA single-strand breaks, and nitric oxide production in LPS-stimulated macrophage RAW264 exposed to a 50-Hz magnetic field [25] riferisce di danni al DNA dovuti alla contemporanea presenza di stress ossidativo e campo magnetico a 50 Hz (0,5 millitesla).

L’articolo Effects of 50 Hz magnetic fields on gap junctional intercellular communication [26] mostra delle alterazioni indotte da un campo a 50 Hetz e 0,8 millitesla, che suggeriscono come certi campi magnetici possano essere promotori del cancro.

L’articolo Toxic effects of 50 Hz electromagnetic field on memory consolidation in male and female mice [27] infine mostra che l’esposizione per 4 ore ad un campo di 8 Tesla e frequenza 50 Hz 4 ha “effetti devastanti sul consolidamento della memoria nei topi maschi e femmine” (ma è da notare bene l’enormità del campo, cui in realtà è difficile essere sottoposti).

Detto questo occorre distinguere tra esposizione agli elettrodotti, laddove i campi magnetici variabili possono essere di intensità rilevante, ed esposizione agli elettrodomestici. Benché  nel primo caso sussista ovviamente un pericolo maggiore che nel secondo, bisogna valutare da una parte l’esposizione cronica (praticamente a vita, a meno che non si passi molto tempo all’aperto) e dall’altra la distanza dagli elettrodomestici stessi. Ad una distanza inferiore a 10 cm da un apparecchio elettrico domestico può essere superato il valore considerato (limite per la sicurezza) di 100 microtesla (ovvero 0,1 mT) [28]. Il lettore capirà quindi che fa male asciugare i capelli mettendo il phon troppo vicino alla testa, avere la testa troppo vicina a monitor e schermi etc.

Ma il valore limite non è uguale per tutti, in quanto ci sono persone più o meno sensibili ai campi elettromagnetici, e il limite legale non corrisponde necessariamente ad una soglia biologica, al di sotto della quale non si verifica nessun effetto. Due studi dei dottori Johansson e Gangi mostrano che anche solo stare seduti di fronte a video terminali (monito o televisione) porta ad una attivazione dei mastociti cutanei, i quali a loro volta rilasciano istamina e possono portare quindi persino ad eritemi sulla pelle dei soggetti più sensibili [29].

Di recente sono stati svolti diversi studi sull’influenza delle radiazioni elettromagnetiche sull’espressione dei geni (che può essere sopra-regolata o sotto-regolata, cioè incrementata o diminuita); una modifica dell’espressione dei geni può portare ovviamente a danni conclamati. Cito a tal proposito l’articolo GFAP expression in the rat brain following sub-chronic exposure to a 900 MHz electromagnetic field signal [30] nelle cui conclusioni leggiamo che un’esposizione per due mesi a tale radiazione può danneggiare il cervello anche perché ci sono segni di una potenziale gliosi (proliferazione delle cellule dette astrociti in zone dove i neuroni sono stati danneggiati) , un fenomeno che si manifesta in diverse malattie neurologiche come l’Alzheimer e a volte anche nel morbo di Parkinson e nella Sclerosi Multipla.

Le radiazioni possono anche modificare e rompere il DNA e modificare un altro equilibrio, quello tra i segnali che porta la cellula a continuare a vivere e i segnali che portano la cellula all’apoptosi  [31]. Particolarmente significativo, in un’epoca in cui la fertilità sta crollando a picco, è l’articolo Electromagnetic radiation at 900 MHz induces sperm apoptosis through bcl-2, bax and caspase-3 signaling pathways in rats [32]  che mostra come tali radiazioni inducano apopoptosi nello sperma.

Anche il wi-fi da poco inizia ad essere studiato e si iniziano a raccogliere primi riscontri  che lo stresso ossidativo del wi-fi, similmente a quello dei cellulari dipende dalla distanza della fonte di radiazioni [33].  Inoltre si è scoperto che le radiazioni del wi-fi, come quelle del cellulare riducono la mobilità delle cellule spermatiche What is harmful for male fertility: cell phone or the wireless Internet? [34].

Ma di ricerche sui danni da wi-fi, da cellulari e da antenne dedicate alla trasmissione di tali frequenze ce ne sarebbero ancora moltissime, impossibili da analizzare in questo breve spazio. Chi volesse approfondire l’argomento può consultare il sito wifiinschools [35].

Per terminare cito due articoli sulle modificazioni biologiche indotte da questo tipo di radiazioni: Microwave irradiation affects gene expression in plants[36], che mostra come anche segnali di bassa intensità e breve durata possano modificare l’espressione dei geni, e Reduced growth of soybean seedlings after exposure to weak microwave radiation from GSM 900 mobile phone and base station (“Crescita ridotta delle piantine di soia dopo esposizione a una debole radiazione di microonde da cellulari e antenne GSM 900”) [37], il cui titolo dice già tutto; nelle conclusioni si afferma in particolare che gli effetti osservati dipendono dall’intensità del campo elettromagnetico e dalla modulazione della sua ampiezza. Infine consiglio caldamente la visione di un documentario di Tele Monte Orlando Gaeta che mostra i danni subiti dalle piante di una terra vicino alla quale sono state installate antenne per la telefonia mobile [38].

NB: è in fase di sviluppo (ma già utilizzata in alcune località) una tecnologia detta li-fi che potrebbe sostituire il wi-fi, basata sull’utilizzo di particolari frequenze luminose opportunamente modulate, ma essendo una tecnologia ancora più recente e meno studiata, il principio di precauzione andrebbe applicato a maggior ragione in questo caso. L’articolo DNA breathing dynamics in the presence of a Terahertz field [39] indica che le onde Terahertz utilizzate per questa trasmissione dati, potrebbero essere pericolose per il DNA influendo negativamente sulla sua replicazione e la sua espressione genetica.

[1] Pubblicato il 13 luglio 20120; http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/07/13/news/onde_elettromagnetiche-5565454/.

[2] Uno squilibrio dovuto ad un eccesso di sostanze ossidanti, le quali a loro volta creano radicali liberi i quali possono creare danno a livello cellulare.

[3] L’espressione del gene indica che viene codificata la molecola (generalmente una proteina) indicata dalle informazioni contenute nel gene stesso.

[4] Gene expression changes in human cells after exposure to mobile phone microwaves

FONTE  Estratto dell’ E-BOOK di Corrado Penna scaricabile gratuitamente

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Fonte diretta: http://www.nogeoingegneria.com/uncategorized/un-trilione-di-sensori-saranno-connessi-entro-il-2022/

Li-Fi: come trasmettere dati con la luce

LIFI

  LI-FI: TRASMETTEREMO I DATI CON LA LUCE? 

E luce fu … Il Wi-Fi potrebbe essere a breve rimpiazzato, o quantomeno affiancato, dal Li-Fi, la trasmissione dati con la luce, molto meno nociva delle onde elettromagnetiche. “Tutto ciò che dobbiamo fare è integrare un piccolo chip in ogni fonte di illuminazione, e questo combinerebbe due funzionalità: quella per l’illuminazione e quella per trasmettere informazioni senza cavo”, ha precisato il professor Haas.

Ma il chip come funzionerà? Siamo in attesa di ulteriori
notizie al riguardo.

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LI-FI: TRASMETTEREMO I DATI CON LA LUCE?
Il Li-Fi è un nuovo standard di trasmissione dati, che funziona in modo simile al Wi-Fi, eccetto per un piccolo particolare: usa la luce emessa dai LED anziché le onde radio per trasferire il segnale.

Con la connettività 4G e lo standard IEEE 802.11ac che stanno solo recentemente prendendo piede, introdurre un nuovo standard non sembra assolutamente necessario. La tecnologia però evolve sempre, e nuove sperimentazioni e test avvengono per tracciare il futuro che sarà. Futuro che potrebbe vedere nel Li-Fi il successore delle odierne tecnologie, offrendo velocità di trasferimento dati ben cento volte superiori all’attuale Wi-Fi. Il Li-Fi è tecnicamente molto diverso da tutto ciò che abbiamo visto finora.

Li-Fi sta per Light Fidelity, termine coniato da Harald Haas, professore di comunicazioni mobile all’University of Edimburg, in Scozia. Il ricercatore studia da anni la trasmissione dati attraverso i bulbi di luce, e sostiene che questa modalità possa portare numerosi vantaggi. Haas è stato ospite di una puntata della famosa conferenza TED (evento dedicato alla scoperta di nuove idee nel campo tecnologico ma non solo), in cui ha introdotto il termine ed ha persino messo in mostra un prototipo del Li-Fi, mostrando come un segnale contenente un video possa arrivare da una lampada LED presso una cella solare montata in un notebook. “Il Li-Fi è essenzialmente identico al Wi-Fi, eccetto per una piccola differenza: noi usiamo la luce generata dai LED che ci circondano per trasmettere i dati senza cavi, anziché rifarci alle onde radio.

Queste non sono sufficienti, poiché il troppo utilizzo crea una rete affollata… ce ne rendiamo conto quando andiamo negli aeroporti e negli hotel, luoghi in cui tante persone vogliono accedere ad internet e questo è terribilmente lento.“, ha affermato. Haas, insieme ad un gruppo di studenti e ricercatori dell’University of Edimburg, ha fondato pure LiFi, una compagnia che si occupa dello sviluppo e della ricerca sulla suddetta tecnologia.
Il Li-Fi in breve

L’idea principe su cui il Li-Fi si basa è l’utilizzo di una forma della luce visibile detta VLC (Visibile Light Communication) invece dello spazio radio, come accade oggi per trasmettere dati. Lo spettro della luce sfruttato si trova tra i 400 e gli 800 THz (terahertz). La frequenza è così elevata che, seppur si tratti di luce, essa risulta invisibile all’occhio umano. Le premesse sono molto buone, e tale tecnica potrebbe dare vita a transfer rate più elevati della norma, impensabili fino a qualche anno fa. 

Servirsi della luce abilita tra l’altro una comunicazione bidirezionale in modo simile a quanto fa il Wi-Fi, ma con un grado di sicurezza in più. E’ stato dimostrato che, nella pratica, il Li-Fi è in grado di ottenere una larghezza di banda di 1 Gbps nel mondo reale, ma la velocità teorica massima è di ben 224 Gbps. Il risultato ottenuto dalla tecnologia è ancor più importante se pensiamo che, a differenza delle onde radio, la diffusione di un segnale tramite la luce non è influenzata dal numero di dispositivi connessi. A mezzo del Li-Fi potremo quindi tenere connessi anche una decina di smartphone e tablet senza inficiare sulla qualità della rete. 

Li-Fi: come lavora? 

I bulbi LED per rimanere accesi devono essere sottoposti ad una tensione stabile, che poi permette alla lampada di emettere un flusso costante di fotoni che viene percepito dall’occhio umano come luce. Il Li-Fi stravolge leggermente questa idea e, anziché servirsi di un voltaggio fisso, la tensione viene fatta variare in modo che la luce emessa fluttui. L’output può quindi essere modulato, in maniera simile a quanto si fa con i segnali trasmessi in modo classico.

Accendere e spegnere una lampadina tantissime volte in un intervallo di tempo brevissimo consente alla luce di trascrivere virtualmente codici in binario, con i due stati perfettamente distinguibili (accento o spento). Prendendo l’esempio del segnale di rete internet, prima di essere inviato alle luci di casa, esso passa per un driver fisico che lo manda tramite cavo ottico alle lampade.

Affinché si possa continuare la trasmissione, la lampada in questione deve possedere chip capaci di processare il segnale, per poi inviarlo ad un dispositivo detto photo-detector. Il segnale potrebbe essere processato proprio modulando la tensione in ingresso alle luci, determinando anche il loro raggio d’azione. Il photo-detector non è altro che l’equivalente di una scheda di rete presente negli attuali computer, che cattura e manipola il segnale internet. Oltre ad essere elaborata, nel caso del Li-Fi la luce deve essere anche amplificata e solo poi convertita in segnale elettrico, prima di arrivare al codice binario che un computer può perfettamente comprendere.

Sorprendentemente il Li-Fi è molto sicuro, senza dubbio più dell’attuale Wi-Fi. Il fatto è che questa è una tecnologia non in grado di coprire un’area troppo vasta, e di conseguenza la sicurezza è migliore. La luce, come sappiamo, non è in grado di oltrepassare i muri – come invece fanno le onde radio – rendendo il Li-Fi una tecnologia ideale per ambienti a rischio come gli uffici. 

In pratica, un malintenzionato che vuole penetrare una rete Li-Fi deve essere nella stanza interessata, rendendo l’operazione molto più complicata. La potenza del segnale non è un problema comunque, perché sfruttando le lampade presenti in ogni stanza di un’abitazione si potrebbe avere un segnale ottimo in ogni ambiente. Altro vantaggio è che la luce soffre di meno delle interferenze, eliminando anche questo problema. 

“Tutto ciò che dobbiamo fare è integrare un piccolo chip in ogni fonte di illuminazione, e questo combinerebbe due funzionalità: quella per l’illuminazione e quella per trasmettere informazioni senza cavo.“, ha precisato il professor Haas. L’unico compromesso riguarda l’accensione dei bulbi, che deve essere costante. Dovremmo quindi tenere le luci in funzione 24 ore su 24 per avere la connessione sempre presente, anche di notte.

 La tecnologia Li-Fi è già in fase di testing in alcuni uffici ed ambienti industriali della città di Tallinn, in Estonia. “Per adesso abbiamo progettato una soluzione intelligente per un ambiente industriale, in cui la comunicazione è effettuata tramite la luce. Stiamo anche lavorando per integrare una rete Li-Fi in un ambiente privato.”, ha fatto sapere Deepal Solanki, CEO dell’azienda tech estone.

Sembra che anche Apple stia lavorando per integrare il Li-Fi sui propri dispositivi, ed alcune voci parlano già dell’implementazione nel prossimo iPhone 7. Questo sistema comunque non rimpiazzerà il Wi-Fi negli anni a venire perché convertire l’intera infrastruttura già esistente non è conveniente, considerato quanto è radicata nella società moderna. Le due tecnologie potrebbero dunque convivere in futuro, installando l’una o l’altra a seconda delle necessità. Alcuni ricercatori stanno già lavorando a dispositivi Li-Fi retro-compatibili con il Wi-Fi per poter usufruire di entrambe le tecniche di trasmissione contemporaneamente.

FONTE: http://tech.everyeye.it/articoli/speciale-li-fi-trasmetteremo-i-dati-con-luce-28672.html

VEDI ANCHE

Appello: “Per il riconoscimento della ipersensibilità elettromagnetica (EHS)” 

Pubblicato su: http://www.nogeoingegneria.com/