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La valanga anti Parigi è soltanto all’inizio

Le Tartarughe e la Realtà

 Pubblicato da Mauri Sesler
Dopo decenni di ricerca durante i quali sono stati spesi miliardi nei fondi per la ricerca, esistono meno prove scientifiche che mai dell’esistenza di un qualunque collegamento fra i livelli di biossido di carbonio nell’aria e le temperature medie globali, o il proclamato aumento «catastrofico» del livello dei mari.
 
Scritto dal Dott. Klaus L.E. Kaiser (Ontario, Canada)
 
In molti ambienti locali vivono numerose specie di tartarughe, come per esempio la testuggine palustre dipinta, la tartaruga della mappa, la tartaruga alligatore, la tartaruga del muschio e altre ancora. Nel corso di una soleggiata giornata primaverile, è possibile vedere molte di queste tartarughe uscire dall’acqua e posizionarsi su una roccia, nel tentativo di catturare un caldo raggio di sole prima di immergersi nuovamente nell’acqua fredda, che si trova probabilmente ad una temperatura di 7 gradi centigradi.
 
Ci troviamo già nel mese di Giugno e sia la temperatura dell’aria che quella dell’acqua sono molto più contenute rispetto alle condizioni stagionali aggiustate dal «riscaldamento globale = cambiamento climatologico = pianeta che frigge» che venivano proclamate da così tanti allarmisti climatologici. A quelle condizioni dovrebbero arrivare in breve tempo, prima che l’acqua si congeli nuovamente, con una profondità di qualche decina di centimetri, per molti mesi. Forse, a questi allarmisti potrebbe essere di aiuto il distinguere «l’inquinamento da carbonio» dal vero inquinamento – e i fatti dalla finzione. 
 
La Bufala dell’ “Inquinamento da Carbonio” 
 
Il Presidente Statunitense Trump ha detto pane al pane, vino al vino – assai giustamente!
 
Dopo decenni di ricerca durante i quali sono stati spesi miliardi nei fondi per la ricerca, esistono meno prove scientifiche che mai dell’esistenza di un qualunque collegamento fra i livelli di biossido di carbonio nell’aria e le temperature medie globali, o il proclamato aumento «catastrofico» del livello dei mari. Au contraire, sono numerose le prove che evidenziano come la CO2 sia un agente atmosferico di raffreddamento e come alcuni livelli dei mari stiano addirittura scendendo.
 
Il cosiddetto problema dell’ «inquinamento da carbonio» era ed è niente altro che una gigantesca cortina fumogena per l’affermazione di un unico governo mondiale sotto il controllo burocratico delle Nazioni Unite con personaggi di orientamento socialista-marxista alla G. Soros a tirare i fili – principalmente per tutelare i propri interessi.
 
Il Presidente Trump ha voluto vedere le carte e – abbiate solo un pò di pazienza – presto il numero di «giocatori del carbonio» che lasciano questo gioco ad alto rischio sarà sorprendente. Alcuni «topi» stanno già abbandonando la nave che affonda dell’apocalisse del caldo. Per esempio, l’Inghilterra ha interrotto i finanziamenti degli impianti eolici, la Germania sta utilizzando più carbone (importato) che mai, i paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) si stanno ribellando ai mandati dell’Unione Europea (EU) sulla «protezione climatologica» e così via. Perché dovrebbero imbarcarsi nella missione dell’Unione Europea per «decarbonizzare»?
 
Anche la Germania, probabilmente il più ardente leader di quel controsenso della decarbonizzazione sta bruciando massicci quantitativi di carbone per la produzione di energia elettrica. L’unica differenza è che adesso viene importata da oltre oceano, per la maggior parte dagli Stati Uniti. I minatori del carbone statunitensi saranno molto contenti di saperlo, gli ex «kumpel» germanici molto meno.
 
Naturalmente ci sono ancora dei Resistenti
 
Sì, ci sono ancora dei cocciuti resistenti del vecchio ordine della «religione climatologica dell’inquinamento da carbonio». Tra questi, la Cancelliera Tedesca, che ha promesso di continuare a marciare sulla sua strada della «deprivazione di energia affidabile». C’è solo bisogno di costruire ancor più impianti eolici e così via e tutto andrà bene. Non dimentichiamoci dei tricicli per il trasporto merci a trazione umana che hanno proposto.
 
Non c’è da sorprendersi quindi che i suoi progetti si debbano scontrare con una crescente opposizione, anche dai ranghi del suo stesso partito che stanno chiedendo la fine del «ricatto morale» da parte della ricerca climatologica e un “addio agli obiettivi unilaterali della CO2 della Germania”.
 
Altri membri importanti di questa lega dei resistenti sono paesi come la Cina che sta costruendo nuove centrali a carbone a velocità spericolata. Affermano che hanno bisogno di rimanere al passo del mondo occidentale per un altro decennio o due. E allora per far questo, richiedono un ingresso gratuito.
 
Invece altri resistenti hanno pensato che avrebbero potuto arraffare una parte dei 100 miliardi di dollari che gli stupidi oltre mare gradirebbero far piovere addosso ai loro potentati – naturalmente sotto la guida e la supervisione delle Nazioni Unite. Date una occhiata alle immagini satellitari delle isole che «affondano» negli oceani. Date una occhiata ai dati prodotti dai loro governi sulla popolazione e sulla sua crescita, e date una occhiata ai loro eleganti spot su luoghi di vacanze esotiche. Per esempio, nel 1999 l’isola nazione del Pacifico Vanuatu aveva una popolazione di approssimativamente 193.000, nel 2010 di circa 226.000, e attualmente di 275.000 abitanti. Similarmente, nell’Oceano Indiano: la popolazione delle Maldive è cresciuta nello stesso arco di tempo da 269.000 (nel 2002) a 305.000 (nel 2010) fino agli attuali 400.000 abitanti.
 
Anche se lo volessi, ti sarebbe molto difficile poter scoprire una qualunque prova del tanto proclamato scenario delle «isole che affondano», secondo cui i suoi abitanti stanno fuggendo per salvare le loro vite dai livelli in crescita dei mari. Però un pò di miliardi di dollari sarebbe la cosa giusta a far perpetuare le storie calamitose. Almeno fino a quando tutti si renderanno conto di essere stati truffati a sufficienza.
 
A quel punto, anche gli isolani abbandoneranno la nave climatologica di tutta fretta e capiranno che adesso il vento si è messo a soffiare in una diversa direzione. Come sa ogni buon marinaio, le vele vanno regolate al vento che cambia direzione. E questo sembra stare avvenendo molto più velocemente di quanto molti ritenevano fosse possibile.
 
L’Aria Calda sta cedendo il passo al Realismo Climatologico
 
La decisione che è stata presa dal Presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo climatologico di Parigi (non un «Trattato») ha fornito una grandiosa esplosione di realtà all’intera questione. La retorica dell’aria calda dei modelli climatologici degli anni passati si viene adesso a scontrare con un soffio di realtà scientifica. E questo può essere riassunto su scala globale, nei pochi punti che seguono:
 
. I consumi dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) sono in continua crescita in tutto il mondo.
 
. Anche la più affidabile delle energie «rinnovabili», ossia gli impianti idroelettrici, è in grado di soddisfare solamente il 5% circa dei bisogni elettrici attuali.
 
. Gli impianti eolici e quelli solari sono altamente intermittenti e inaffidabili; (esempi di recenti guasti e prestazioni insufficienti: El Hierro, Canarie; Australia del Sud; isola di Pellworm, Germania).
 
. I sistemi di stoccaggio dell’energia (come le batterie e le riserve acquifere ad alta quota) possono solamente accumulare energia sufficiente a rallentare brevi picchi della domanda; (esempio: la riserva dell’impianto Robert Moses, Lewiston, New Jersey).
 
. Le nazioni industriali con alti consumi energetici pro capite hanno bassi livelli di crescita naturale della popolazione; (esempi: Svezia, Germania, Canada e Giappone).
 
. Le nazioni con bassi consumi energetici pro capite hanno alti tassi di crescita naturale della popolazione; (esempi: Nigeria, Etiopia, India e Messico).
 
. Il biossido di carbonio (il cosiddetto «inquinamento da carbonio») non ha alcun effetto sulla crescita del livello dei mari e sulle temperature globali, ossia il clima.
 
. Il biossido di carbonio non è un inquinante ma un costituente vitale dell’atmosfera. Senza di esso, tutta la vita sulla Terra cesserebbe di esistere.
 
. Il Pianeta Terra con tutta probabilità si dovrà confrontare con alcune decadi di raffreddamento globale causate dalla riduzione dell’attività delle macchie solari.
 
. Al Presidente Trump vanno fatte le congratulazioni per avere tirato fuori gli Stati Uniti dall’accordo climatologico di Parigi.
 
. La valanga «anti Parigi» è soltanto all’inizio.
 
Dott. Klaus Kaiser – Ontario (Canada) – è l’autore di “CONVENIENT MYTHS, the green revolution – perceptions, politics, and facts” – www.conventientmyths.com

Il Dott. Klaus L.E. Kaiser è uno scienziato professionista con un dottorato in chimica ottenuto presso il Politecnico di Monaco di Baviera in Germania. Ha lavorato come ricercatore scientifico e capo progettuale al Canada Centre for Inland Waters del Ministero dell’Ambiente Canadese per più di 30 anni ed è attualmente il Direttore di Ricerca presso TerraBase Inc. Il Dott. Kaiser è attivo nell’ambito della ricerca da più di quattro decenni; è l’autore di quasi 300 pubblicazioni su riviste scientifiche, relazioni governative e di agenzie internazionali, libri, riviste e quotidiani.

Traduzione a cura di Mauri Sesler

L’ideologia della crescita

Oggi, si celebra “La Giornata della Terra” e in occasione dell’inizio della conferenza al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York, dove 165 paesi si sono riuniti sull’accordo di Parigi lo scorso dicembre inerenti al riscaldamento globale, vale la pena fare alcune considerazioni, anche che se pur utopistiche.

Non so cosa i partecipanti metteranno in atto (oltre al rimanere sotto i due gradi per frenare il global warming) per evitare conseguenze catastrofiche. Il leitmotiv è sempre quello: La CO2, dimenticando completamente (se non incentivarla) la sfrenata crescita economica ormai non più comprensibile in un mondo finito, “con un ecosistema già fortemente compromesso”.

L’eclatante menzogna della crescita
come panacea di tutti i mali della società.

Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del “creare più lavoro facendo crescere l’economia” come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l’impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.

E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l’economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l’umanità?

Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell’economia possa continuare in modo indefinito.

I principali indicatori ambientali, uno su tutti l’Ecological Footprint, ci dicono chiaramente che abbiamo superato di gran lunga i limiti che sanciscono la sostenibilità.

Assistiamo quotidianamente ai primi segnali di un collasso dell’ecosistema che però, al motto di “più crescita per tutti”, stiamo follemente ignorando.

Pensiamo di essere delle divinità onnipotenti che operano in uno spazio infinito, ma in realtà siamo simili a dei batteri insignificanti intrappolati in una capsula di Petri intenti a consumare il nutrimento di cui disponiamo più velocemente di quanto quest’ultimo riesca a rigenerarsi.

Potremmo continuare a fingere che non esistano limiti dovuti alla finitezza del pianeta sul quale viviamo, ma prima o poi pagheremo a caro prezzo le conseguenze delle nostre illusioni.

Che cosa dovrebbe fare un’economia sana che agisce in un mondo finito?

Inizialmente dovrebbe crescere, per poi tendere asintoticamente verso il limite imposto dalla finitezza del pianeta, esattamente quel limite che sancisce la sostenibilità.

A quel punto si potrebbe agire sull’efficienza, ad esempio concentrandosi sull’incremento della qualità e non della quantità.

Ma si dà il caso che noi abbiamo già superato tale limite, quindi un qualche tipo di decrescita economica è inevitabile.

Sta a noi scegliere se continuare a correre sempre più veloci per scontrarci contro un muro o rallentare per deviare dalla rotta di collisione, salvando l’umanità da un tremendo impatto.

Non tutte le strategie per decrescere sono uguali: si può decrescere in modo stupido provocando gravi ripercussioni sociali, o lo si può fare con intelligenza migliorando le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

La decrescita infatti non è necessariamente una cosa negativa, come politici ed economisti al servizio del capitale intendono farci credere.

O meglio, non è un male per gli esseri umani in generale, ma lo è senza alcuna ombra di dubbio per tutti coloro che intendono realizzare profitti. Cerchiamo di capire perché.

Che cosa accadrebbe all’economia se non ci fossero più guerre, se gli oggetti durassero a lungo e gli esseri umani smettessero di fumare e non si ammalassero più di cancro?

Miliardi e miliardi di dollari di profitto svanirebbero, il PIL collasserebbe e di certo l’economia crollerebbe sotto il peso delle sue contraddizioni. Un’eclatante crisi occupazione causerebbe ancor più eclatanti problemi sociali.

Ma eliminare le guerre, diminuire le malattie e produrre oggetti durevoli, riducendo anche l’inquinamento ambientale, sarebbe un male o un bene per gli esseri umani?

Bisogna intenderci sui fini delle nostre azioni: vogliamo continuare a far crescere l’economia per salvarla dalle sue contraddizioni, o vogliamo salvare l’umanità dalle contraddizioni dell’odierna economia?

La drastica diminuzione del PIL lascerebbe gran parte delle persone disoccupate… vediamo quindi come si potrebbe risolvere la crisi occupazione senza alcuna necessità di far cresce l’economia.

Il lettore imbevuto dell’ideologia crescitista probabilmente resterà sconcertato scoprendo che esistono almeno tre soluzioni praticabili.

Numero uno: si può ridurre l’orario di lavoro, in modo tale che tutti tornino a lavorare, così come sostenuto in quel famoso motto che andava tanto di moda negli anni ’70.

Numero due: si può istituire un reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, in modo tale che tutti abbiano la certezza di poter vivere in modo più che dignitoso, anche senza lavorare.

Numero tre: si possono togliere i mezzi di produzione dalle grinfie dei capitalisti, iniziando ad impiegarli per produrre beni e servizi necessari e di elevata qualità in modo quanto più possibile automatizzato, al fine di distribuirli a tutti, senza pretendere alcun prezzo, guardando alle vere esigenze dei membri della società e non al profitto.

Cerchiamo di analizzare brevemente pregi e difetti di queste soluzioni così “alternative” rispetto al pensiero dominante.

La proposta di ridurre l’orario è senz’altro attuabile ed ha il grande merito di diminuire il tempo dedicato al lavoro che oggi è paradossalmente totalizzante.

Perché dico “paradossalmente”? Perché ciò accade nell’epoca in cui la tecnologia può sostituire grandemente l’uomo nel lavoro, in modo decisamente efficiente e soprattutto automatizzato.

Se le automazioni ed i sistemi informatici possono lavorare al posto degli esseri umani, per quale assurdo motivo continuiamo a lavorare al posto loro?

Ad ogni essere umano dotato di un quoziente d’intelligenza di poco superiore a quello di uno scimpanzé, sembrerebbe ragionevole sfruttare questa grande opportunità… e invece no!

Solo per fare un esempio tra i più eclatanti: nei supermercati non ci sono casse automatiche ma commesse che sprecano la loro vita davanti a calcolatrici semi-automatiche.

In generale, c’è una forte inerzia che c’impedisce di sostituire i lavoratori umani con delle automazioni, perché altrimenti diminuirebbe l’occupazione.

Ma ancora più paradossale, è che il sistema riesca a convincere i lavoratori di dover essere addirittura grati per l’“opportunità” che gli viene concessa, vale a dire l’opportunità di essere schiavi di un lavoro inutile che non è più necessario, perché potrebbe essere svolto da qualche apparato tecnologico.

Simili dinamiche, a mio avviso, rappresentano una follia sociale e devono assolutamente essere eliminate.

Se una macchina è in grado di svolgere un lavoro al posto degli esseri umani, quella macchina deve svolgere quel lavoro.

È compito del sistema economico fare in modo che l’automatizzazione del lavoro rappresenti una dinamica auspicabile, e che quindi possa avvenire senza generare alcun problema sociale.

Diminuendo l’orario di lavoro, si potrebbe ripristinare la piena occupazione a prescindere dal quantitativo di lavoro sottratto all’umanità dalle automazioni; e così si potrebbero arginare le criticità dovute al fenomeno noto come “disoccupazione tecnologica”.

La diminuzione d’orario, però, implicherebbe anche una diminuzione dello stipendio, che, almeno in prima battuta, potrebbe essere facilmente eliminata integrando i salari.

Come? Redistribuendo la ricchezza esistente.

E non mi si venga a dire che “non si può fare”, perché in un mondo dove l’1% della popolazione ha accumulato una ricchezza complessiva pari a quella del restante 99% (fonte Oxfam 2016), redistribuire la ricchezza non solo è possibile ma è doveroso.

Possiamo ora prendere in considerazione la soluzione numero due.

Il reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, ha il grande pregio di eliminare l’obbligo del lavoro, pur garantendo a tutti di vivere. Il che, a mio avviso, rappresenta un enorme progresso dal punto di vista sociale.

Tutti gli individui dovrebbero avere la certezza di poter vivere dignitosamente solo ed esclusivamente per il fatto di essere umani, ed il lavoro non dovrebbe essere una costrizione, come invece accade oggi per i più, ma una libera, matura e volontaria espressione dell’essere di ogni individuo.

Con il reddito d’esistenza entrambi gli obiettivi sarebbero immediatamente raggiunti.

Nel futuro le macchine prenderanno sempre di più il posto degli uomini nel mondo del lavoro e ad un certo punto si dovrà accettare l’idea di svincolare il reddito ricevuto dal lavoro effettuato.

Un simile passo, prima o poi, dovrà essere attuato, perché entro qualche decennio il costo delle automazioni scenderà notevolmente, e il lavoro umano potrebbe diminuire a tal punto da non essere più necessario (o quasi).

La concessione di un reddito d’esistenza consentirebbe di eliminare ogni sorta di criticità dovuta all’eccessiva povertà, come ad esempio fame, furti, impossibilità di accedere alle cure mediche e così via; inoltre, i processi produttivi potrebbero essere automatizzati, senza più alcun problema dovuto alla creazione di disoccupazione.

Si può davvero dare un reddito a tutti senza nessun obbligo di lavorare?

Certo che si può fare, o meglio, si sarebbe potuto fare agevolmente se i “lungimiranti” politici non avessero ceduto la sovranità monetaria a banche centrali private ed indipendenti (come nel caso della BCE).

Così come gestito oggi, il denaro è il più grande mezzo di dominio dell’umanità. Ma se il popolo riuscisse a impadronirsi della gestione della moneta, potrebbe compiere un primo grande passo verso la libertà, eliminando debiti immaginari e concedendo un reddito d’esistenza degno di questo nome a tutti gli esseri umani.

Il secondo e assai più importante passo da compiere consiste nel liberare il pensiero dalle logiche del profitto, ponendo al primo posto tra i nostri fini il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

A quel punto si potrebbe perfino pensare di pianificare l’economia avvalendoci di una rete di calcolatori ed eliminando l’uso del denaro. Arriviamo così alla terza soluzione.

Ci sono beni che non devono avere un prezzo come l’aria o l’acqua, ad esempio, e perché no, anche del buon cibo, un’istruzione elevata, trasporti, cure mediche, un’abitazione e qualche capo di vestiario di qualità.

Alla luce dell’odierna conoscenza scientifico-tecnologica, che cosa c’impedisce di fornire gratuitamente a tutti gli esseri umani un insieme essenziale di beni e servizi, se non una mera questione di volontà?

Di certo non mancano i mezzi e le risorse per farlo, è solo che il nostro agire non guarda a quel fine, così come non guarda all’efficienza, ma pensa solo al profitto.

Ormai siamo abituati all’idea che i mezzi di produzione debbano essere di proprietà privata, e che i loro possessori abbiano il diritto di impiegarli a proprio vantaggio, inseguendo il profitto e sfruttando in modo indiscriminato risorse e altri esseri umani.

Ma se ci fermassimo a riflettere, scopriremmo immediatamente che non c’è niente di più sbagliato di una simile organizzazione sociale.

In nome della proprietà privata e della competizione finalizzati al profitto personale, abbiamo costruito la più distopica delle società, nella quale non ci si preoccupa degli altri ma si pensa a come sottometterli per sfruttali; non si guarda alla sostenibilità ambientale ma a quanto utile in più si può ricavare consumando il petrolio piuttosto che l’energia derivante dalle fonti rinnovabili; la malattia non è un male da eliminare ma una condizione profittevole da ricercare… e così via di assurdità in assurdità.

Le risorse dovrebbero essere comuni, così come i mezzi necessari per trasformarle, ed il fine non dovrebbe essere il profitto ma l’interesse generale.

L’economia non dovrebbe basarsi sul libero mercato ma dovrebbe essere scientificamente pianificata al fine di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi, con la massima efficienza ed in modo sostenibile.

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell’umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Capisco che tutto ciò richieda un’evoluzione della coscienza che è ancora di là da venire, ma non per questo una simile soluzione si può escludere dal dominio delle umane possibilità.

Un eclatante punto di criticità risiede nell’attuale paradigma economico capitalistico che deve essere superato.

Ma se vogliamo seriamente risolvere le problematiche non possiamo soltanto limitarci a cambiare l’economia, dobbiamo elevare anche il nostro livello di pensiero, con una nuova concezione socio-economico-culturale.

La diminuzione d’orario a stipendio invariato e/o la concessione di un reddito d’esistenza, sono dei passi necessari per risolvere le odierne problematiche che devono assolutamente essere attuati.

Ma purtroppo funzioneranno solo nel breve termine; nel lungo termine infatti perderanno la loro efficacia, perché non intervengono alla radice dei problemi, eliminando le vere cause delle criticità.

Il loro limite consiste nel restituire ossigeno al sistema capitalistico, mantenendo in essere le sue logiche.

Ad esempio, l’idea di produrre per realizzare profitto resterebbe in essere, con tutte le distorsioni che ne derivano, come un iper-consumo inutile e dannoso.

L’umanità sarebbe un po’ più libera dal lavoro, ma ci sarebbe comunque sfruttamento da parte dell’uomo sull’uomo. E ci sarebbe ancora divario sociale, pur essendo attenuato in qualche misura.

Con la nuova disponibilità di reddito, e la spinta dovuta all’inseguimento del profitto, i consumi tornerebbero a crescere, e con essi l’impatto ambientale.

È chiaro quindi che come minimo si debba ripensare l’approccio alla produzione (e al consumo), svincolandolo dall’idea del profitto e orientandolo all’efficienza e all’utilità.

Ma il sistema capitalistico basato sulla moneta debito non può fare a meno di crescere, perché se non cresce è intrinsecamente condannato a fallire.

Quindi, se s’intende spezzare questo circolo vizioso basato sulla ricerca della crescita per la crescita, è altresì necessario ripensare i fondamenti dell’economia.

I problemi dell’odierna società non possono essere risolti continuando a preservare le logiche del sistema capitalistico, perché da esse sono generate.

Dobbiamo comprendere che il problema non consiste nel lavoro che non c’è, o in quello che mancherà a causa del crescente impiego della tecnologia, ma nella più totale incapacità dell’attuale sistema economico di impiegare le automazioni e i sistemi informatici basati sull’intelligenza artificiale a vantaggio di tutti.

Non si tratta di creare più lavoro in modo da ottenere la piena occupazione, ma di diminuire il lavoro umano delegandolo alle automazioni, per quanto possibile, facendo in modo che gli esseri umani possano comunque usufruire dei beni e dei servizi realizzati e forniti dal sistema.

Non è una questione di far crescere l’economia ma d’iniziare a guardare all’efficienza per assicurare la sostenibilità.

Non ci servono più beni di scarsa qualità per realizzare un maggior numero di vendite, ma meno beni di alta qualità costruiti per durare a lungo, in quantità tali per fare in modo che tutti possano disporne.

Non dobbiamo aumentare i profitti, ma la libertà, l’uguaglianza e la felicità.

Se daremo ancora una volta ascolto agli ideologi della crescita, alimenteremo le disgrazie dei molti per il vantaggio dei pochi.

Mediante un iper-lavoro ed un iper-consumo inutili condanneremo i lavoratori ad una vita da schiavi e comprometteremo ulteriormente l’ecosistema del pianeta sul quale viviamo.
L’unica cosa che dovrebbe crescere non è l’economia, ma la nostra umanità.

Mirco Mariucci

http://utopiarazionale.blogspot.it/2016/04/leclatante-menzogna-della-crescita-come.html

Grandi quantità di fibre nella ricaduta atmosferica

Fibre sintetiche ricadono dall’atmosfera: Una fonte di microplastiche per l’ambiente? 

Rachid Dris ⁎, Johnny Gasperi, Mohamed Saad, Cécile Mirande, Bruno Tassin Université Paris-Est, LEESU (Laboratoire eau environnement et Systèmes urbains), 61 avenue du Général de Gaulle, 94010 Cedex Créteil, Francia

RIASSUNTO

Storia dell’articolo: Ricevuto 2 ottobre 2015, ricevuto in forma riveduta 22 dicembre 2015 accettato il 5 gennaio 2016 disponibile xxxx on-line

Fonti, percorsi e serbatoi di microplastiche, particelle di plastica inferiore a 5 mm, restano poco documentati in un contesto urbano. Mentre alcuni studi hanno sottolineato che negli impianti di depurazione sono un potenziale percorso per le microplastiche, però, nessuno lo ha messo a fuoco sul compartimento atmosferico.

In questo lavoro, la ricaduta atmosferica di microplastiche è stata studiata in due siti urbani e sub-urbani differenti. Le microplastiche sono state raccolte continuamente con un imbuto in acciaio inox. I campioni sono stati filtrati e osservati con uno stereo-microscopio. Le fibre di microplastiche sono state rilevate in quasi tutti i campioni raccolti. Nei campioni raccolti è stato evidenziato una ricaduta atmosferica compresa tra 2 e 355 particelle / m2 / al giorno. I flussi registrati erano sistematicamente superiori ai centri urbani rispetto a siti sub-urbani.

La caratterizzazione chimica ha permesso di stimare al 29% la proporzione di tali fibre essendo tutte sintetiche (fornita con la petrolchimica), o una miscela di materiali naturali e sintetici. L’estrapolazione delle fibre raccolte (con peso e volume), ha permesso una stima approssimativa che mostra che tra le 3 e 10 tonnellate di fibre ogni anno si sono depositate dalla ricaduta atmosferica nell’agglomerato parigino (2500 km2).

Questi risultati potrebbero servire alla comunità scientifica che lavora sulle diverse fonti della microplastica sia in ambienti marini che continentali.

risultati e discussione

Sulla base di un monitoraggio a lungo termine (un anno), i nostri risultati mostrano grandi quantità di fibre dalla ricaduta atmosferica, che non è ancora stata riportata in letteratura. Durante il monitoraggio di tutto l’anno (sito 1), la ricaduta atmosferica variava dai 2 a 355 particelle / m2 / al giorno (Fig. 2) con una ricaduta media atmosferica di 110 ± 96 particelle / m2 / al giorno (media ± DS), che indica un elevata variabilità annuale. Sulla posizione 2 (controllo a 6 mesi), la ricaduta atmosferica è stata di circa 53 ± 38 particelle / m2 / al giorno (media ± SD). PDF  

FONTE 

Oggetto: microplastiche nel miele e nell’acqua

La plastica e i micro-detriti sono fatti principalmente di polietilene, ma anche etilene / butilene e copolimeri etilene / acetato di vinile, si è pensato che potessero venire da cosmetici e da toelette contenenti particelle esfolianti come il gel doccia e il dentifricio, che passa attraverso l’ambiente dai sistemi fognari e l’aria portandoli direttamente al nostro cibo. Le microplastiche possono costituire fino al 10% del peso totale del prodotto. Inoltre, le particelle granulari utilizzate come abrasivi per trattare superfici (come per esempio nei cantieri) possono passare direttamente nell’ambiente.

Anche le fibre degli abiti possono passare nell’ambiente attraverso il sistema fognario in quanto, come le particelle granulari nei cosmetici, alcuni di questi scivolano attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue. Se vengono utilizzati fanghi contenenti microplastiche come i fertilizzanti in agricoltura, la plastica e i micro-detriti possono essere soffiati in atmosfera e quindi si possono anche immettere nel nostro cibo.

I sorprendenti risultati delle ricerche svolte presso l’Università di Oldenburg, hanno rilevato che le fibre, frammenti e materiali anche granulari si trovano nel miele, acqua e altre bevande potabili.

1. Quali informazioni dispone per l’ambiente la Commissione sugli attuali livelli di plastica e micro-detriti?

2. quali informazioni dispone la Commissione in merito al livello di plastica e micro-detriti negli organismi acquatici?

3. Di quali informazioni dispone la Commissione sulla misura in cui le microplastiche contengono additivi utilizzati nella produzione di polimeri, e le sostanze inquinanti assorbite dall’ambiente?

4. Alla luce degli studi che sono stati condotti, quali azioni ritiene la Commissione siano necessarie?

5. Intende la Commissione presentare una proposta legislativa per eliminare gradualmente l’uso delle microplastiche nei cosmetici e prodotti per la pulizia?

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+P-2013-013557+0+DOC+XML+V0//EN

Guarda anche: Ces mystérieux filaments qui tombent du ciel

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