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ENUMA ELISH IL MITO DELLA CREAZIONE



ENUMA ELISH

L'Enuma Elish è il mito della creazione mesopotamico, come può esserlo la Genesi per i cristiani. La versione originale di questo poema, di data incerta e di autore totalmente sconosciuto, è stata col tempo modificata in qualche particolare, e adesso ne esistono diverse versioni, assiriche o babilonesi; si ritiene tuttavia che il poema sia un'opera originalmente babilonese.

Riportiamo questa pagina dal momento che alcune canzoni, in particolare "The Blood of Kingu" dei Therion trattano la nascita della razza umana basandosi proprio sulla creazione secondo l'Enuma Elish, e il testo risulta praticamente del tutto incomprensibile se non si conosce la trama del poema. 
Riporteremo quindi, in breve, la storia narratavi,che ha inizio con il "nulla", quando l'universo non era ancora stato creato, ed esistevano soltanto delle entità primordiali, delle "superdivinità", dalle cui vicende si è in seguito arrivati alla creazione dell'universo e della razza umana.

Breve storia della creazione secondo 
l'Enuma Elish

Il poema inizia con la presentazione delle entità primordiali che esistevano inizialmente; queste sono tre, e sono identidicate con: Apsu, le acque dolci primordiali; Tiamat, le acque salate, sposa di Apsu; Mummu, che rappresenta la nebbia, o anche lo scroscio della pioggia, non è ben definito.

Secondo le versioni, Mummu appare o come entità a sè, oppure come figlio di Apsu e Tiamat, ein questo caso non rappresenta una delle entità primordiali, che quindi rimangono due.E' interessante notare che queste divinità sono identificate tutte con l'acqua, che in Mesopotamia aveva una grande importanza, e che Tiamat, 
come si vedrà in seguito, è considerata come "Dea Madre", da cui vengono creati gli altri Dei e poi l'universo stesso. 

La rappresentazione di Tiamat come acque salate trova analogia con la Genesi, secondo la quale, prima della creazione, esisteva solo l'oceano primordiale.]In questo Caos, questo Vuoto, vengono create altre divinità, le divinità "giovani"; questa risiedevano nel corpo di Tiamat (appunto come una madre che alleva i propri figli).
La creazione di queste divinità non viene spiegata nel poema, e inoltre alcune di queste sembra che non nascano da Tiamat, ma dalla terra (questo è in contraddizione con quanto affermato all'inizio del poema, secondo il quale non esisteva altro che le 
entità menzionate; é da tenere tuttavia in conto il numero di versioni esistenti e l'incompletezza del poema come ci è giunto da quell'era).

Passa il tempo, e nascono diverse generazioni di Dei che, con l'aumentare del numero, risultano essere fastidiose per Tiamat, ma soprattutto per Apsu, che non riesce più a dormire a causa del rumore che essi fanno. Apsu è molto seccato da questo fatto, 
e decide di prendere provvedimenti, eliminando i giovani Dei che albergano in Tiamat. 
Mummu si trova d'accordo con lui, e quando Tiamat esprine la sua disapprovazione (qui torna l'immagine della madre, che cerca di proteggere i sui figli), egli sprona Apsu a non recedere nel suo intento. I due pianificano quindi un modo per eliminare gli Dei, 
ma Tiamat, preoccupata, rivela le intenzioni del marito a Ea (Nudimmud), Dio della forza e della saggezza. Questi decide quindi di anticipare Apsu ed eliminare lui i due nemici,prima che essi mettano in atto il loro piano. Ea crea un incantesimo, e fa cadere in un sonno profondo Apsu e Mummu, quindi li uccide.
Da questo momento nasce un nuovo periodo per i giovani Dei, ed Ea acquista grande potere agli occhi degli altri. Genera un figlio, Marduk, ancora più forte e imponente del padre, che sarà poi destinato a diventare il capo di tutti gli Dei (e Dio nazionale dei 
popoli mesopotamici).

Tiamat intanto, non essendo stata d'accordo con la decisione drastica presa da Ea, vuole vendicare il marito ucciso, si allea con il demone Kingu (o Quingu) che ne diventa il secondo marito, e crea un potente esercito, tra i cui componenti vi sono anche 11 potenti demoni, che saranno al servizio di Kingu. Tiamat è inoltre appoggiata dai pochi Dei rimasti dalla sua parte, e in più conferisce a Kingu il "potere supremo", donandogli le tre tavole del destino, che egli tiene appese al collo. Le tavole del destino permettono a Kingu di "dominare il Vuoto, il Caos primordiale".
Kingu è messo a capo dell'esercito di Tiamat, mentre gli Dei ribelli (che intanto si sono separati fisicamente da Tiamat) scelgono come loro capo Marduk, ora estremamente potente, dopo averlo
sottoposto ad una prova per scoprire le sue capacità.

La guerra tra le due fazioni inizia, ma Marduk si rileva fortissimo, e sconfigge in battaglia Tiamat (Marduk controlla i venti, e la battaglia con Tiamat procede a colpi di tornado, e cose simili); con la sua spada taglia il suo corpo in due, e dalle due parti del corpo di Tiamat nascono il cielo e la terra (Tiamat è dunque, come riportato nella canzone, "generatrice del cielo e della terra").
Marduk sconfigge anche Kingu, e dal suo sangue crea la razza umana, con il preciso scopo di servire gli Dei, che ancora non avevano nessuno che lo facesse.

Conclusioni

La storia della creazione è quindi conclusa, si è scoperto finalmente il motivo dell'esistenza della razza umana (!!); il poema contiene un'ultima parte, che è un elogio di Marduk e dei suoi 50 nomi, ma che comunque non c'entra con la storia.
La storia riportata qui è semplicemente una trama, nel poema compaiono diverse altre figure e vi sono altre controversie; su internet è possibile approfondire l'argomento, tenendo presente 
che si ritroveranno spesso delle discordanze tra i vari studi effettuati. Ad esempio, in alcuni siti è riportata la storia dell'Enuma Elish senza neppure menzionare Kingu, o la creazione dell'uomo 
dal suo sangue. 

In internet è reperibile anche il testo completo dell'opera in inglese, o meglio, la parte che è giunta fino a noi, e anche qualche traduzione in italiano, anche se non sono del tutto comprensibili.
Un discorso interessante che si potrebbe fare riguarda le analogie con la genesi o altri miti della creazione, analogie che sono più di quante si immagini. Non tratteremo ora tale argomento, ma in seguito...chissà!
In ogni caso anche questo è un argomento sviluppabile da internet, e chi è interessato troverà molte cose interessanti!

“COERENZA”

Aldilà di ogni appartenenza politica,
devi informarti e poi giudicare.

Il video è concepito per coloro che, hanno capacità critica, sanno distinguere il profeta dal ciarlatano, e tutta l’ipocrisia che si cela nel suo partito. Mi si perdoni la durata del video, ma i fatti da raccontare erano davvero tanti

Al nostro presidente del consiglio piacciono 
le “slide” (diapositive) e noi lo accontentiamo:
Questo vuol dire “cessioni di sovranità
non l’ho detto io ma monti
Questo vuol dire meno sanità, meno scuola,
meno mezzi di trasporto, meno sicurezza del territorio,
meno sicurezza sociale, 
uguale più povertà e precarietà.
Guarda il video sopra

Come il famoso PIL che doveva crescere. 

Crescita, Istat: nel primo trimestre 2014, Pil giù dello 0,1%. In Germania sale dello 0,8%
Video visto su: http://www.menphis75.com/ 
rielaborato da: http://ningizhzidda.blogspot.it/

Mohenjo-Daro “Il luogo della morte”

Extraterrestri nell’India protostorica ?

Gli “specialisti” derisero Heinrich Schliemann, il commerciante tedesco che meno di un secolo fa pretese di andare alla ricerca dell’antica Troia prendendo per buone le indicazioni dell’ Iliade e dell’Odissea, che secondo gli studiosi erano un miscuglio di miti e leggende senza fondamento. Ma fu proprio Schliemann, il “dilettante”, a scoprire Troia.

Forse è proprio quello l’atteggiamento giusto: condurre le ricerche avendo sott’occhi i testi antichi, e sforzarsi di prenderli sul serio anche quando ciò che narrano appare inverosimile. è quel che hanno fatto nel 1978 uno studioso di sanscrito, David Davenport, cittadino britannico nato in India, e il giornalista italiano Ettore Vincenti, dopo la lettura del Ramayana.

Poema epico e contemporaneamente testo sacro indù, centomila strofe (è il più prolisso libro di poesia esistente), il Ramayana è, come nel resto l’altro poema nazionale, il Mahabharata, un confuso racconto di guerre e di battaglie avvenute in un’antichità indefinita e leggendaria lungo la valle dell’Indo.

“La cosa che più colpisce nella lettura è che queste battaglie non sono combattute con lance e spade”, racconta Ettore Vincenti. Eccone un esempio: il brano è tratto dal Mahabharata:

“Il valoroso Aswatthaman (un personaggio), risoluto, toccò l’acqua e invocò l’arma Agneya (da Agni, “fuoco”). Puntandola verso i suoi nemici visibili e fuori vista, sparò una colonna esplosiva che si aprì in tutte le direzioni e provocò una luce brillante come fuoco senza fumo, a cui seguì una pioggia di scintille che circondò completamente l’esercito dei Partha”.

Ed ecco gli effetti dell’arma:

“I quattro punti cardinali furono coperti di buio.., un vento violento e cattivo cominciò a soffiare. Il sole sembrò girare in senso contrario, l’universo sembrò febbricitante. Gli elefanti, scorticati dal calore, si misero a correre terrorizzati”. Persino l’acqua si mise a “ribollire e gli animali acquatici mostrarono un’intensa sofferenza”.

Qualche centinaio di versi più oltre, il Mahabharata descrive gli effetti di un’altra arma, della “Narayana”:

“I guerrieri… furono visti togliersi le armature e lavarle nell’acqua”. “Queste descrizioni”, dicono Davenport e Vincenti “richiamano alla memoria in modo impressionante gli effetti di esplosioni atomiche e di bombe al fosforo”.

“In realtà”, spiega David Davenport “nel Ramayana vengono descritte parecchie armi che, per quanto possano sembrare fantastiche, somigliano molto ad armi modernissime. Il glossario delle armi del Mahabharata stilato dall’illustre sanscritista indiano Hari Prasad Shastri parla per esempio dell’arma Kamaruchi, “freccia intelligente, che va dove vuole”, in cui senza troppa fantasia si può vedere un missile telecomandato. O della Murchchdhana, “arma che causa la temporanea sospensione di tutte le sensazioni”; forse un gas nervino?

E l’arma Nadana, “che produce gioia”, non potrebbe essere un gas esilarante? E la Shabdaveditva, “freccia che segue i suoni ed è capace di colpire gli oggetti nascosti”, non può ricordare un missile capace di orientarsi automaticamente dietro le onde sonore degli aerei nemici?”.

Sì, perché nei testi indù si parla abbondantemente di aerei. “Il termine sanscrito è vimana”, spiega Davenport “che letteralmente significa ‘uccello artificiale abitato’. I libri sacri dicono che i vimana possono volare e li descrivono come vere e proprie macchine. Vien detto anche che al loro interno ‘non fa né troppo caldo né troppo freddo, l’aria vi è temperata in ogni stagione’: è impossibile non pensare alla climatizzazione delle cabine dei nostri aerei”.

Gli increduli possono scuotere il capo. David Davenport ed Ettore Vincenti hanno fatto qualcosa di più costruttivo. Nel Ramayana (Uttara Kanda, cap. 81) si parla di un rishi (un “sapiente”) che, adirato contro gli abitanti di una città chiamata Lanka, dà un preavviso di sette giorni; al termine dei quali promette “una calamità, che cadrà come fuoco dal cielo”. Ebbene: testo sacro alla mano, i due si sono recati in India per identificare questa Sodoma orientale.
Davenport e Vincenti ritengono, per motivi linguistico-geografici che sarebbe troppo lungo spiegare, di aver identificato l’antica Lanka (“isola”) nella città di Mohenjo – Daro, centro della “civiltà di Harappa”, fiorita (e improvvisamente estinta) attorno al 2000 avanti Cristo. Mohenjo-Daro, nome moderno (significa “luogo della morte”) era chiamata qualche secolo fa “Isola” (Lanka), perché era circondata da un braccio secondario del fiume Indo, oggi prosciugato. Gli scavi archeologici, condotti sopratutto dai britannici, una trentina d’anni fa, hanno messo in luce una realtà misteriosa e sconvolgente.

“Gli ultimi abitanti di Mohenjo-Daro sono periti di una morte subitanea e violenta”, ha scritto l’archeologo Sir Mortimer Wheeler. Nelle macerie della città sono stati trovati 43 scheletri evidentemente il grosso della popolazione aveva fatto in tempo a sfollare): si tratta di persone colte da una morte istantanea mentre attendevano alle loro faccende. Una famigliola composta da padre, madre e un bambino, è stata trovato in una strada, schiacciata al suolo mentre camminava tranquillamente. “Non si tratta di sepolture regolari”, ha scritto l’archeologo John Marshall, “ma probabilmente del risultato di una tragedia la cui natura esatta non sarà mai nota”. Un’incursione di nemici è esclusa, perché i corpi non presentano ferite da arma bianca. In compenso, come ha scritto l’antropologo indiano Guha, “si trovano segni di calcinazione su alcuni degli scheletri. è difficile spiegare questa calcinazione…”. Tanto più che gli scheletri calcinati sembrano meglio conservati degli altri.
è un mistero per cui Davenport e Vincenti hanno arrischiato una spiegazione, di cui hanno reso minutamente conto in un libro che hanno scritto insieme: 2. 000 a. C. : distruzione atomica (Sugarco editore, Milano).

“L’antica Lanka è stata spazzata via”, sostengono “da una esplosione assimilabile ad una deflagrazione nucleare”. Le prove? “Abbiamo individuato chiaramente sul posto l’epicentro dell’esplosione”, spiega Davenport. “è una zona coperta da detriti anneriti, resti di manufatti di argilla. Abbiamo fatto esaminare alcuni di questi detriti presso l’Istituto di Mineralogia dell’Università di Roma: risulta che l’argilla è stata sottoposta ad una temperatura altissima, più di 1.500 gradi, per qualche frazione di secondo. C’è stato un inizio di fusione subito interrotta. è escluso che un normale incendio o il calore di una fornace possano produrre questo effetto.

Inoltre, le case dell’antica città sono state danneggiate con tanto minor gravità, quanto più sono lontane dall’epicentro. Nei pressi dello scoppio, gli edifici (in mattoni, con piani superiori in legno che sono andati completamente distrutti) sono stati rasi al suolo. Un po’ più lontano restano muretti alti un metro e mezzo; nei punti più lontani della città le mura rimaste in piedi superano i tre metri”.

è l’inequivocabile effetto di un’esplosione avvenuta a qualche metro da terra. “L’ipotesi che il disastro sia stato provocato da un’esplosione di tipo nucleare”, dice Ettore Vincenti “è rafforzata da una leggenda che abbiamo raccolto da un abitante del luogo. Egli ci ha raccontato che “i signori del cielo”, adirati con gli abitanti dell’antico regno dove ora c’è il deserto, hanno annientato la città con una luce che brillava come mille soli e che mandava il rombo di diecimila tuoni. Da allora chi si arrischia ad avventurarsi nei luoghi distrutti viene aggredito da spiriti cattivi che lo fanno morire”.

David Davenport ed Ettore Vincenti non si nascondono che la loro ipotesi appare del tutto inverosimile. “è difficile credere”, dicono “che una civiltà di quattromila anni or sono, capace di costruire missili, ‘macchine volanti’ e bombe atomiche, sia scomparsa senza lasciare tracce. Una civiltà tecnologica sarebbe anche una civiltà industriale: quindi una civiltà che lascia montagne di rifiuti e di rottami. Anche fra quattromila anni i resti della nostra attuale cultura tecnologica dovrebbero essere visibili: se non altro per la grande quantità di macerie, ruderi di cemento, spazzatura di vario genere. Niente di tutto quanto si trova nella città di Mohenjo-Daro : la quale era una città prospera ed avanzata, con pozzi disposti razionalmente ed un progredito sistema di fognature, ma certamente non inserita in un sistema tecnologico paragonabile al nostro. Le poche armi ritrovate sono lance e spade, non certo fucili e pistole”.

E allora? “Si impone l’ipotesi extraterrestre”, dice Vincenti. “I ‘signori del cielo’ che distrussero l’antica Lanka erano forse esseri giunti da ‘altrove’. Colonizzatori spaziali che si sono comportati come tutti i colonizzatori: con brutalità e prepotenza. Forse, aggrediti dagli abitanti di Mohenjo-Daro, hanno voluto infliggere loro una punizione esemplare. A suon di bombe atomiche”.

di R. Pinotti e M. Blondet

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La Tavola del Sole

 
GLI IMMORTALI PROGENITORI 

La breve vita di Alessandro il Macedone – egli morì a Babilonia a 33 anni – fu davvero piena di conquiste, avventure, esplorazioni, e di un bruciante desiderio di arrivare a quello che si considerava l’estremo limite della Terra – l’India, appunto – per scoprirne i divini misteri.
Non fu una ricerca senza meta. Figlio della regina Olimpia e, presumibilmente, di suo marito il re Filippo II, Alessandro ebbe come maestro il filosofo Aristotele, che lo seguì e lo istruì in ogni campo dell’antica sapienza.

Assistette quindi alle liti e alla separazione dei suoi genitori e fuggì via, ancora bambino, con sua madre. Seguì la riconciliazione, quindi il delitto: l’assassinio di Filippo lo portò ad assumere la corona all’età di vent’anni. Le sue prime spedizioni militari lo condussero a Delfi, dove si trovava il famoso oracolo: qui egli udì la prima delle varie profezie che predicevano per lui una grande fama, ma una vita molto breve.

L’indomito Alessandro partì allora – come avrebbero fatto i conquistatori spagnoli circa 1.800 anni dopo – in cerca delle Acque della Vita. Per farlo, dovette inaugurare la via dell’Oriente. Era da lì, infatti, che erano arrivati gli dèi: il grande Zeus, che era giunto per mare attraverso il Mediterraneo, dalla città fenicia di Tiro all’isola di Creta; Afrodite, venuta anch’essa dal Mediterraneo, attraverso l’isola di Cipro; Poseidone, che dall’Asia Minore portò con sé un nuovo animale, il cavallo; Atena, che introdusse in Grecia l’albero dell’olivo portandolo dalle terre dell’Asia occidentale. Anche qui, secondo gli storici greci sui cui scritti Alessandro studiò, vi erano le Acque che mantenevano giovani per sempre.

C’era poi la storia di Cambise, figlio del re persiano Ciro, che attraversò la Siria, la Palestina e il Sinai per attaccare, infine, gli Egiziani.
Dopo averli sconfitti, li trattò con molta crudeltà, e per umiliarli violò perfino il tempio del loro dio Ammone. Quindi decise di procedere verso sud e attaccare «gli Etiopi dalla lunga vita».
Erodoto, che scriveva circa un secolo prima di Alessandro, così descrisse ciò che avvenne (Storie, Libro III):
Le sue spie si recarono in Etiopia col pretesto di portare doni al re, ma in realtà con lo scopo di prender nota di tutto ciò che vedevano e soprattutto di osservare se c’era davvero quella che in.Etiopia si chiama la “Tavola del Sole”.

Dicendo al re etiope che «ottant’anni è il termine massimo della vita di un uomo tra i Persiani», le spie di Ciro si informarono se era vero ciò che si diceva degli Etiopi, e cioè che essi vi vevano molto più a lungo degli altri. Il re rispose di sì e
li condusse a una fontana; essi si bagnarono con l’acqua della fontana e subito la loro pelle si fece morbida e lucente, come se fosse stata cosparsa d’olio. E dalla fonte proveniva un profumo come di violetta.

 Il mondo al tempo di Alessandro
 

Al ritorno in patria, le spie parlarono di quell’acqua a Cam-bise, descrivendola come «talmente leggera, che nulla vi galleggia sopra, né il legno né nessun’altra sostanza, ma tutto va a fondo». Ed Erodoto ne trasse la seguente conclusione:
Se il racconto di questa fontana è vero, ciò significa che [gli Etiopi] vi attingono costantemente per bere, ed è questa la fonte della loro longevità.


La presenza della Fontana della Giovinezza in Etiopia e la violazione del tempio di Ammone da parte del persiano Cam-bise hanno una relazione diretta con la storia di Alessandro: si diceva infatti che questi non fosse davvero figlio di Filippo, bensì frutto dell’unione tra sua madre Olimpia e il dio egizio Ammone. I rapporti tesi tra Filippo e Olimpia, ovviamente, non facevano che rafforzare questo sospetto.

Come narrano diverse versioni dello pseudo-Callistene, si era recato un giorno in visita alla corte di Filippo un faraone egiziano che i Greci chiamavano Nectanebo: que¬sti era un indovino, una specie di mago, e segretamente riuscì a sedurre Olimpia. Ciò che la regina non sapeva è che in realtà si trattava del dio Ammone, che si era presentato a lei sotto le spoglie di Nectanebo.

E così quando essa partorì Alessandro, diede alla luce il figlio di un dio, proprio quel dio il cui tempio il persiano Cambise aveva dissacrato. Dopo aver sconfitto l’eser¬cito persiano in Asia Minore, Alessandro si diresse verso l’Egitto. Qui si aspettava una strenua resistenza da parte del vicere persiano che governava.

l’Egitto, e invece, sorprendentemente, quella terra cadde nelle sue mani quasi senza colpo ferire: un presagio, senza dubbio. Subito Alessandro si recò alla Grande Oasi, dove si trovava l’oracolo di Aminone.

Qui fu il dio stesso (così vuole la leggenda) a confermare ad Alessandro la sua parentela divina; i sacerdoti egizi, dunque, lo divinizzarono come faraone e per questo motivo il suo desiderio di sfuggire al destino mortale divenne non più un privilegio, ma un diritto (Ales¬sandro veniva infatti raffigurato sulle monete come Zeus-Ammone, munito di corna.

Alessandro procedette quindi verso sud fino a Karnak, il cuore del culto di Aminone. Venerato centro religioso fin dal terzo millennio a.C, Karnak era un agglomerato di templi, santuari e monumenti ad Ammone eretti da generazioni di faraoni. Una delle strutture più imponenti era il tempio fatto costruire dalla regina Hatshepsut un migliaio d’anni prima di Alessandro. Anche di lei si diceva che fosse figlia del dio Ammone, concepita’ da una regina che il dio, in incognito, aveva sedotto!

Che cosa sia successo laggiù, nessuno lo sa. Il fatto è che, invece di guidare le sue armate verso est, verso il cuore dell’impero persiano, Alessandro si avventurò in una spedizione ancora più a sud, prendendo con sé solo un pugno di uomini ai quali fece credere che intendeva compiere un viaggio di piacere, anzi un viaggio d’amore.

Tutta questa storia sembrava davvero incomprensibile, non solo per i generali dell’esercito di Alessandro, ma anche per i suoi biografi: questi, cercando di dare una spiegazione allo strano comportamento di Alessandro, descrissero la misteriosa donna che egli andò a trovare come una specie di “donna fatale”, di una bellezza ineffabile. Si trattava di Candace, regina di una terra a sud dell’Egitto (l’attuale Sudan).

Al contrario del racconto di Salomone e della regina di Saba, in questo caso era il re ad aver percorso tanta strada per arrivare alla terra della regina. E invece, all’insaputa dei suoi compagni, Alessandro andava alla ricerca non dell’amore, ma del segreto dell’Immortalità.

Dopo un piacevole soggiorno, la regina acconsentì a rivelare ad Alessandro, come dono d’addio, il segreto della «meravigliosa caverna dove si riuniscono gli dèi». Seguendo le sue direttive, Alessandro trovò il luogo sacro: Entrò con un gruppo di soldati, e vide una leggera nebbia luminescente. Il soffitto brillava, come illuminato dalle stelle. Si vedevano chiaramente le forme esterne degli dèi e una folla di persone che [li] serviva in silenzio.

All’inizio Alessandro era spaventato e sorpreso. Ma si fermò a vedere ciò che sarebbe accaduto, poiché vedeva delle figure appoggiate i cui òcchi scintillavano come raggi di luce.
Alla vista di queste «figure appoggiate» i cui occhi emettevano raggi di luce, Alessandro, dunque, si fermò di colpo. Erano forse dèi, o mortali, divinizzati? Una voce lo fece trasalire: una delle “figure” aveva parlato:

E vi fu una voce che disse:

«Salute, Alessandro. Sai chi sono?»
E [Alessandro] disse: «No, mio Signore».

Allora l’altro disse:

«Sono Sesonchusis, il re conquistatore del mondo
che si è unito ai ranghi degli dèi».

Alessandro non fu affatto sorpreso, come se avesse incontrato proprio la persona che cercava. Il suo arrivo sembrava atteso ed egli fu subito invitato a entrare nella dimora del «Creatore e Sorvegliante di tutto l’universo».
Egli «entrò e vide una nube come di fuoco; seduto sul trono stava il dio che un tempo aveva visto adorare dagli uomini a Rokotide, il Signore Serapide». (Nella versione greca, si trattava del dio Dioniso.)

Alessandro intravide l’occasione per affrontare una volta per tutte là questione della lunghezza della sua vita. «Signore dio», disse, «quanti anni vivrò?»
Il dio non rispose, e il suo silenzio fu più eloquente di mille parole. Per consolarlo, Sesonchusis gli disse che, anche se era stato assunto tra gli dèi, «non fui fortunato come te … poiché, per quanto io abbia conquistato tutto il mondo e assoggettato tanti popoli, nessuno ricorda il mio nome; tu invece avrai grande fama … avrai un nome immortale anche dopo la morte. In questo senso vivrai anche dopo la morte, e perciò non morirai». La consolazione, dunque, era l’immortalità attraverso una fama eterna.

Deluso, Alessandro lasciò la grotta e «continuò il viaggio che doveva fare», per chiedere consiglio ad altri saggi e cercare di sfuggire al destino mortale, come altri prima di lui avevano fatto ed erano oggi annoverati tra gli dèi immortali.

Una delle versioni racconta che tra coloro ai quali Alessandro si rivolse vi fu Enoch, il patriarca biblico dei giorni prima del Diluvio, progenitore di Noè. Questi si trovava in un luogo montagnoso, «là dove è situato il Paradiso, che è la Terra della Vita», la «dimora dei santi». Sulla cima di una montagna vi era una struttura luminosa, dalla quale partiva una scala alta fino al cielo, composta da 2.500 scalini d’oro. In una grande sala o grotta Alessandro vide «delle figure d’oro, ognuna delle quali stava nella sua nicchia», un altare d’oro e due enormi “candelieri” alti quasi venti metri.

Su un triclinio poco lontano vi era l’immagine di un uomo disteso e avvolto in un copriletto incastonato d’oro e pietre preziose; sopra di lui, sempre intagliati nell’oro, vi erano rami di vite, da cui pendevano grappoli composti da gioielli.
Improvvisamente l’uomo parlò, dicendo di essere Enoch. «Non cercare di scrutare nei misteri di Dio», la voce ammoni Alessandro. Questi obbedì al consiglio e si mosse per tornare dalle sue truppe, non prima di aver ricevuto come dono d’addio un grappolo d’uva che miracolosamente bastò a sfamare tutto il suo esercito.

In un’altra versione, Alessandro incontrò non uno, ma due uomini del passato: Enoch e il profeta Elia – due persone che, secondo la tradizione biblica, non morirono mai. Tutto avvenne mentre Alessandro attraversava un deserto disabitato. All’improvviso il suo cavallo venne come afferrato da uno “spirito” che spinse avanti all’impazzata cavallo e cavaliere, portandoli fino a un tabernacolo avvolto di luce. All’interno stavano i due uomini, col volto illuminato, i denti più bianchi del latte, gli occhi più fulgidi della stella del mattino; erano «alti di statura e di aspetto benevolo». Dopo essersi presentati, essi rivelarono che «Dio li aveva sottratti alla morte» e gli dissero che quella era «la Città del Magazzino della Vita», da cui provenivano le «fulgide Acque della Vita».

Ma prima che Alessandro potesse informarsi di più, o bere di queste “Acque della Vita”, un “carro di fuoco” lo portò via, ed egli si ritrovò di nuovo fra le sue truppe. (Secondo la tradizione musulmana, anche il profeta Maometto fu condotto in cielo, un migliaio d’anni dopo, in groppa al suo cavallo.)

Ora, l’episodio della grotta degli dèi, come pure altri episodi attribuiti ad Alessandro, furono pura finzione, l’elaborazione di un mito, o forse furono racconti veri, magari romanzati, ma fondati su avvenimenti realmente accaduti?

Sono davvero esistiti la regina Candace, una città reale chiamata Shamar, Sesonchusis il conquistatore del mondo? In verità, tutti questi nomi ebbero ben poco significato per gli studiosi di antichità fino a tempi relativamente recenti. Se erano nomi di personaggi regali dell’Egitto o di qualche sua provincia, il tempo finì per oscurarli almeno quanto la sabbia portata dal vento oscurò i monumenti; quei pochi che emergevano dalla sabbia, le piramidi e la Sfinge, non facevano che amplificare il mistero, e anche l’indecifrabile scrittura geroglifica confermava che vi erano segreti che non dovevano essere svelati.

Così gli antichi racconti, passati attraverso la tradizione greca e quella romana, si dissolsero in leggende, e alla fine caddero nell’oblio.

Fu solo quando Napoleone conquistò l’Egitto, nel 1798, che l’Europa cominciò a riscoprire quel Paese. Le truppe di Napoleone erano accompagnate da squadre di studiosi che cominciarono a rimuovere la sabbia, alzando a poco a poco il velo di secoli di oblio.
Così, vicino al villaggio di Rosetta, fu rinvenuta una tavoletta in pietra che riportava la stessa iscrizione in tre lingue, e finalmente si arrivò a capire che la chiave per decifrare la lingua e le iscrizioni dell’antico Egitto erano le cronache delle imprese dei suoi faraoni, la glorificazione dei suoi dèi.

Intorno al 1820 esploratori europei si spinsero verso sud, nell’attuale Sudan, e riferirono dell’esistenza di antichi monumenti (tra cui delle piramidi ad angolo retto) in una località sul Nilo chiamata Meroe.

Una spedizione ordinata dal re di Prussia portò alla luce impressionanti resti archeologici tra il 1842 e il 1844. Tra il 1912 e il 1914.furono scoperti altri luoghi sacri: uno di essi, che nelle iscrizioni geroglifiche veniva chiamato Tempio del Sole, corrispondeva forse proprio al punto in cui le spie di Cambise videro la “Tavola del Sole”.

Ulteriori campagne di scavo condotte in questo secolo, il confronto fra i diversi reperti archeologici e i progressi nella comprensione delle iscrizioni hanno consentito di accertare che esisteva effettivamente in quella regione un regno dei Nubi nel primo millennio a.C: si tratta della biblica Terra di Kush.

Anche la regina Candace esistette davvero. Dalle iscrizioni geroglifiche sappiamo che, proprio agli inizi del regno, i Nubi erano retti da una regina saggia e generosa, di nome Candace

Dopo di lei, ogni volta che una donna saliva al trono – il che avveniva piuttosto spesso, assumeva il nome di Candace, come simbolo di maestà e prestigio.
Ancora più a sud di Meroe, poi, sempre all’interno del regno, vi era una città chiamata Sennar. non potrebbe essere la Shamar di cui si parla nel racconto di Alessandro?
Quanto poi a Sesonchusis, nella versione etiope dello pseudo-Callistene si dice che, andando o tornando dall’Egitto, Alessandro e i suoi uomini arrivarono presso un lago infestato dai coccodrilli.

Qui un antico re aveva costruito un passaggio per attraversare il lago. «Ed ecco, vi era una costruzione sulla sponda del lago, e sopra la costruzione vi era un altare pagano sul quale era scritto: “Io sono Kosh, il re del mondo, il conquistatore che attraversò questo lago”».
Chi era questo conquistatore del mondo, chiamato Kosh, che sarebbe stato a capo del regno di Kush o Nubia?

Nella versione greca del racconto, il conquistatore che si era van¬tato di aver attraversato il lago – descritto come parte delle acque del Mar Rosso – si chiamava Sesonchusis: perciò Sesonchusis e Kosh erano la stessa persona, un faraone che governava sia l’Egitto sia la Nubia. Su alcuni monumenti di Nubia, infatti, era raffigurato un condottiero nell’atto di ricevere da una “divinità radiosa” il

Frutto della Vita, che ha la forma di una palma da dattero (fig. 6).
Fonti egizie ci parlano di un grande faraone che, all’inizio del secondo mil¬lennio a.C, fu effettivamente un grande conquistatore. Il suo nome era Senuserte e anch’egli era devoto ad Ammone.

Gli storici greci gli attribuivano la conquista della Libia e dell’Arabia, e significativamente anche dell’Etiopia e di tutte le isole del Mar Rosso; egli conquistò inoltre molte regioni dell’Asia, spingendosi a oriente ancora più dei Persiani, e arrivò fino in Europa, attraverso l’Asia Minore. Erodoto descrisse le grandi imprese di questo faraone, che egli chiama Sesostris, precisando che, ovunque andasse, egli faceva costruire colonne commemorative. «Le colonne che egli eresse», scrive Erodoto, «sono tuttora visibili.»

Il fatto, dunque, che Alessandro avesse visto una colonna vicino al lago non fa che confermare ciò che Erodoto aveva scritto un secolo prima. Sesonchusis era davvero esistito. Il suo nome egizio significava “Colui le cui nascite vivono”; egli, infatti, essendo un faraone dell’Egitto, aveva il diritto di unirsi alla compagnia degli dèi, e vivere per sempre.

Anche gli storici, dunque, ci tenevano a dimostrare che la ricerca delle Acque della Vita o dell’Eterna Giovinezza non era inutile, perché altri in passato l’avevano trovate ed erano divenuti immortali. Nel caso di Alessandro, allora, ciò che conta non è tanto se egli sia riuscito o meno a raggiungere gli antenati immortali: il fatto importante è che, nei secoli che precedettero l’era cristiana, Alessandro o i suoi biografi (o entrambi) credevano che degli antenati immortali fossero davvero esistiti, che cioè, in un’epoca che essi avvertivano come antica e lontana, i mortali potevano diventare immortali se gli dèi lo volevano.

Coloro che compilarono o emendarono le storie di Alessandro riferiscono di varie occasioni in cui Alessandro avrebbe incontrato Sesonchusis, Elia ed Enoch, o soltanto Enoch. Sull’identità di Sesonchusis non possiamo avanzare che ipotesi, né sappiamo in che modo egli fu assunto tra gli immortali. Non così per Elia, che accompagnò Enoch nel Tempio Splendente, secondo una delle biografie di Alessandro.

Questi era il profeta biblico attivo in Israele durante i regni di Ahab e Ahaziah. Come indica il nome stesso che adottò (Eli-Yah, “Mio Dio è Yahweh”), egli era ispirato e parlava in nome del Dio ebraico Yahweh, i cui fedeli erano tormentati e perseguitati dai seguaci del dio canaanita Ba’al. Dopo essersi ritirato per un certo periodo in una località segreta presso il fiume Giordano, dove sembra che avesse subito una sorta di “iniziazione” per opera del Signore stesso, Elia tornò nel mondo dei mortali munito di un mantello dai magici poteri, e cominciò a compiere miracoli. Il primo di cui si parla nella Bibbia (Re I, 17) avvenne nei pressi della città fenicia di Sidone, dove una vedova gli aveva dato ospitalità ed egli, in cambio, aveva fatto in modo che quel po’ di olio da cucina e di farina che essa possedeva le bastasse per il resto della vita.

Quindi pregò il Signore affinché riportasse in vita suo figlio, che era morto per una violenta malattia. Elia poteva anche chiamare dal cielo il Fuoco di Dio, come avvenne nella successiva lotta contro i re e i sacerdoti che avevano ceduto alle tentazioni pagane.

Di lui le Scritture dicono che egli non morì sulla Terra, ma che «salì al Cielo in un turbine di vento». Secondo la tradizione ebraica, Elia continua a essere immortale e tuttora la tradizione vuole che egli sia invitato nelle case in occasione della Pasqua ebraica. La sua ascesa al Cielo è descritta con dovizia di dettagli nell’Antico Testamento e, come si dice in Re II, 2, non si trattò affatto di un evento improvviso o inaspettato; al contrario, fu un’operazione ampiamente pianificata, i cui tempi e modalità vennero comunicati anticipatamente a Elia.

Il luogo designato si trovava nella Valle del Giordano, sulla sponda destra del fiume, forse proprio nel punto in cui Elia era divenuto “Uomo di Dio”.
Quando cominciò il suo ultimo viaggio verso Gilgal – un luogo che ricordava un precedente miracolo, come ci dice la Bibbia – egli ebbe molta difficoltà a liberarsi di Elisha, il più devoto tra i suoi discepoli. Lungo la strada, i due Profeti vennero più volte interrotti da altri discepoli che chiedevano: «Figli dei Profeti, è vero che oggi il Signore prenderà con sé Elia in Cielo?»

Ma ascoltiamo la voce del narratore biblico:

E avvenne, quando il Signore
stava per far salire Elia in cielo sopra un turbine di vento,
che Elia andò con Elisha da Gilgal.
Ed Elia disse a Elisha:
«Fermati qui, te ne prego,
perché il Signore mi ha mandato da Beth-El».

Ed Elisha rispose:

«Per quanto è vero Dio, e per la tua stessa vita,
io non ti lascerò».
E così andarono insieme a Beth-El.
E i Figli dei Profeti che si trovavano a Beth-El
si avvicinarono a Elisha e gli dissero:
«Sai che oggi il Signore prenderà il tuo maestro
portandolo via da te?».

Ed egli rispose:

«Sì, lo so, ma sta’ in silenzio».

Quindi Elia disse a Elisha che la sua destinazione era Gerico, presso il fiume Giordano; e di nuovo gli chiese di restare indietro. Ma anche questa volta Elisha rifiutò e si incamminò con il profeta; «e cosi arrivarono a Gerico».
E i Figli dei Profeti che stavano a Gerico
si avvicinarono a Elisha e gli dissero:
«Sai che oggi il Signore prenderà il tuo maestro
portandolo via da te?».

Ed egli rispose:

«Sì, lo so, ma sta’ in silenzio».

Elia non riusciva proprio a procedere da solo. Chiese di nuovo a Elisha di fermarsi e di lasciarlo andare avanti lungo la riva del fiume, ma anche questa volta Elisha rifiutò di separarsi da lui. Prendendo coraggio, «cinquanta uomini dei Figli dei Profeti si avvicinarono; ma si fermarono e rimasero in disparte quando i due [Elia ed Elisha] arrivarono al Giordano».
Ed Elia prese il suo mantello, lo arrotolò e colpì le acque. E le acque si divisero di qua e di là e i due vi passarono sopra come su un terreno asciutto.

Giunti all’altra sponda, Elisha chiese a Elia di infondere in lui lo spirito divino, ma prima che potesse ottenere una risposta, Mentre continuavano a camminare e a parlare, apparve un carro di fuoco, e cavalli di fuoco, e i due furono separati. Ed Elia salì al Cielo sopra un turbine di vento.

Ed Elisha vide e gridò:

«Padre mio, padre mio!
Il Carro di Israele e il suo cavaliere!»

Poi esso spari dalla sua vista.
Elisha rimase là, sbalordito, per un po’; poi vide che il mantello di Elia era rimasto lì: era solo un caso, o c’era un motivo preciso? Deciso a scoprirlo, Elisha prese il mantello e tornò sulle rive del Giordano; quindi, invocando il nome di Yahweh, colpi le acque con il mantello. Ed ecco – «le acque si divisero di qua e di là, ed Elisha attraversò».

E i Figli dei Profeti, i discepoli che erano rimasti sul lato sinistro del fiume nella piana di Gerico, «lo videro, e dissero: “lo spirito di Elia è rimasto su Elisha”; e vennero da lui, e si prostrarono davanti a lui».

Increduli di ciò che avevano visto con i loro occhi, i 50 discepoli si domandavano se davvero Dio aveva preso Elia con sé per sempre. Non poteva darsi che il vento lo avesse solo trasportato a una certa distanza da lì, spingendolo magari contro una montagna o in qualche burrone? Malgrado le obiezioni di Elisha, essi lo cercarono per tre giorni, ma inutilmente. Quando tornarono, Elisha disse loro:

«Non vi avevo detto di non andare?». Perché infatti egli sapeva la verità: che il Signore di Israele aveva preso con sé Elia sopra un carro di fuoco.

L’incontro con Enoch, di cui si parla nelle biografie di Alessandro, introduce in questa ricerca dell’immortalità un “antenato immortale” specificamente citato sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, intorno al quale circolavano leggende autonome e precedenti rispetto alla Bibbia.
Secondo la Bibbia, Enoch era il settimo patriarca del periodo precedente al Diluvio e discendeva dalla linea di Adamo e Seth (distinta da quella maledetta di Adamo e Caino).

Era il bisnonno di Noè, l’eroe del Diluvio. Il quinto capitolo del Libro della Ge¬nesi elenca le genealogie dei patriarchi, l’età che avevano quando generarono i loro eredi legittimi e l’età in cui morirono. Enoch, però, era un’eccezione: della sua morte non vi era cenno. Precisando che «egli aveva camminato con il Signore», il Libro della Genesi afferma che alla effettiva o simbolica età di 365 anni (il numero che corrisponde ai giorni di un anno solare) Enoch «se ne andò» dalla Terra, «perché il Signore lo aveva preso».

Cercando di spiegare la criptica affermazione biblica, i commentatori ebraici citavano spesso fonti più antiche che sembravano parlare di un’effettiva ascesa di Enoch ai cieli, dove, secondo alcune versioni, egli sarebbe stato assimilato al Metatron, l’angelo che stava dietro il trono del Signore.

Secondo tali leggende, raccolte da I. B. Lavner in Kol Agadoth Israel [Tutte le leggende di Israele], quando Enoch fu chiamato alla dimora di Dio, un cavallo di fuoco fu mandato a lui dal Cielo. Quando il popolo, intento ad ascoltare le predicazioni di Enoch sulla rettitudine, vide il cavallo scendere dal Cielo, ne chiese conto a Enoch, e questi rispose: «Sapete, è giunto il tempo di lasciarvi e salire al cielo». Ma quando montò a cavallo, la gente non volle lasciarlo partire, e per una settimana intera lo seguì.

«Il settimo giorno, un carro di fuoco trainato da cavalli fiammeggianti e angeli scese e portò Enoch verso il Cielo.» Mentre egli si alzava in volo, gli angeli del Cielo domandarono al Signore: «Come può un uomo nato da una donna ascendere al Cielo?». Il Signore, allora, illustrò loro la devozione e le doti di Enoch e gli aprì le Porte della Vita e della Sapienza, adornandolo con una magnifica veste e una luminosa corona.

Come in altri casi, i riferimenti alquanto criptici delle Scritture sembrano indicare che l’antico compilatore era certo che i lettori conoscessero altri scritti più dettagliati sull’argomento in questione. Esistono infatti precise citazioni di queste opere – II Libro della Rettitudine, per esempio, o II Libro delle Guerre di Yahweh – che tuttavia sono andate interamente perdute. Nel caso di Enoch, il Nuovo Testamento, oltre ad affermare cripticamente che Enoch fu “trasportato” dal Signore affinché non conoscesse la morte, cita una Testimonianza di Enoch, scritta o dettata da lui stesso prima di assurgere tra gli immortali (Ebrei 11,5). Si ritiene che anche in Giuda 14, parlando delle profezie di Enoch, si faccia riferimento a qualche scritto del patriarca.

Vari scritti cristiani di secoli diversi contengono accenni o citazioni analoghe; e si è scoperto che fin dal secondo millennio a.C. circolavano parecchie versioni del Libro diEnoch.

Quando, nel XIX secolo, vennero studiati i manoscritti, gli studiosi si accorsero che vi erano fondamentalmente due fonti. La prima, identificata con la sigla Enoch I e chiamata il Libro Etiope di Enoch, è una traduzione etiope di una precedente traduzione greca di un’opera originale in ebraico (o aramaico). L’altra, identificata con Enoch II, era una traduzione in lingua slava di un originale scritto in greco il cui titolo completo era II libro dei segreti di Enoch.

Gli studiosi che hanno esaminato le diverse versioni non escludono la possibilità che sia Enoch I sia Enoch II derivino da un unico originale molto più antico, e che davvero sia esistito nell’antichità un Libro di Enoch. The Apocrypha and Pseudepigrapha of thè Old Testament, che R. H. Charles cominciò a pubblicare nel 1913, è tuttora la più completa traduzione dei Libri di Enoch e degli altri scritti precedenti che sono stati esclusi dalle versioni canoniche dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Scritto in prima persona, II libro dei segreti di Enoch comincia con una precisa connotazione spazio-temporale: II primo giorno del primo mese del 365° anno ero solo nella mia casa e, disteso sul letto, dormivo. … Ed ecco, mi apparvero due uomini, molto alti, come non ne avevo mai visti sulla Terra; i loro volti risplendevano come il sole; dagli occhi emettevano lampi di luce, e fiamme dalle labbra. Erano coperti come da piume, e i piedi erano color porpora. Avevano ali più splendenti dell’oro e mani più bianche della neve. Stavano davanti al mio letto e mi chiamavano per nome.

Subito dopo Enoch tiene a precisare che, se stava dormendo quando questi stranieri erano arrivati, si era poi rapidamente riscosso ed era dunque ben sveglio quando «vidi chiaramente questi uomini davanti a me».

Fece loro un inchino a mo’ di saluto, sopraffatto com’era dalla paura, ma i due lo rassicurarono:
Sta’ tranquillo, Enoch, non aver paura; il Dio sempiterno ci ha mandato a te, ed ecco, oggi salirai con noi al Cielo.
Poi essi dissero a Enoch di svegliare i suoi famigliari e i servitori, ordinando loro di non cercarlo «finché il Signore ti riporterà da loro».

Così fece Enoch, cogliendo l’occasione per istruire ancora una volta i suoi figli all’onestà e alla rettitudine. Arrivò infine il momento di partire:

E avvenne che, dopo che ebbi parlato ai miei figli, quegli uomini mi chiamarono e mi presero sulle loro ali e mi portarono sulle nuvole; ed ecco, le nuvole si mossero. … Mentre salivo vedevo l’aria e [salendo ancora] più in alto vidi l’etere; ed essi mi posero nel Primo Cielo, e mi mostrarono un mare molto grande, più grande del mare terreno.

Salendo dunque verso i cieli sopra «nuvole in movimento», Enoch fu trasportato dal Primo Cielo – dove «duecento angeli muovono le stelle» – al tenebroso Secondo Cielo, e poi al Terzo. Qui si aprì davanti ai suoi occhi un giardino dall’aspetto meraviglioso, pieno di alberi e frutti odorosi. Nel mezzo vi era un Albero della Vita – nel punto in cui Dio riposa quando viene in Paradiso.

Enoch è sbalordito dalla magnificenza dell’Albero della Vita: «È bello più di qualunque altra cosa creata; su entrambi i lati non si vede che oro e cremisi, lucente come fuoco». Dalle sue radici si dipartono quattro correnti che riversano miele, latte, olio e vino e scendono dal Paradiso celeste al Paradiso dell’Eden, girando attorno alla Terra. A guardia di questo Terzo Cielo e del suo Albero della Vita vi sono 300 angeli «di immensa gloria». È proprio qui, in questo Terzo Cielo, che si trovano il Luogo dei Giusti e il Luogo Terribile dove i malvagi vengono torturati.

Ancora più in alto, Enoch trovò il Quarto Cielo, dove vide i corpi celesti, varie creature meravigliose e la Schiera del Signore. Nel Quinto Cielo vide una «gran folla»; nel Sesto, «schiere di angeli che studiano la rivoluzione delle stelle». Arrivò infine al Settimo Cielo, dove, in mezzo agli angeli maggiori che corrono avanti e indietro, vide finalmente il Signore – «da lontano» – assiso sul suo trono.

I due uomini alati lasciarono Enoch sulla soglia del Settimo Cielo e se ne andarono; il Signore, allora, mandò l’arcangelo Ga¬briele a prendere Enoch per portarlo al Suo cospetto.
Per 33 giorni Enoch venne istruito in tutti i campi della scienza e della sapienza, ed ebbe modo di conoscere tutti gli eventi del passato e del futuro; quindi fu ricondotto sulla Terra da un angelo spaventoso che aveva «un aspetto molto freddo».

In totale, era rimasto assente dalla Terra per 60 giorni, ma vi era tornato solo per insegnare ai suoi figli le leggi e i comandamenti; 30 giorni dopo fu di nuovo riportato in cielo – questa volta, per sempre.

Scritto come una sorta di testamento personale, oltre che come resoconto storico, il Libro Etiope diEnoch, il cui titolo più antico era probabilmente Le parole di Enoch, descrive il suo viaggio al Cielo e anche ai quattro angoli della Terra. Viaggiando verso nord, «ai confini settentrionali della Terra», vide «un grande e glorioso congegno», di cui non è spiegata la natura. E là vide anche, come pure al limite occidentale della Terra, «tre portali che si aprivano sul cielo», attraverso i quali entravano grandine e neve, freddo e ghiaccio.
«Andai poi verso sud, ai confini della Terra», e qui attraverso i portali del Cielo entravano pioggia e rugiada. Infine si recò ai portali orientali, attraverso i quali passavano e correvano le stelle del Cielo.

Ma i misteri più importanti, e i segreti del passato e del futuro, Enoch li vide quando andò «nel mezzo della Terra» e da lì verso est e verso ovest.
II «mezzo della Terra» era il luogo dove sarebbe sorto il Tempio Sacro di Gerusalemme; proseguendo verso est, Enoch arrivò all’Albero della Conoscenza, mentre verso ovest vide l’Albero della Vita.

Nel suo viaggio verso est, Enoch passò montagne e deserti, vide corsi d’acqua che scendevano dalle vette montuose coperte di nubi, vide neve e ghiaccio («acqua che non scorre») e alberi che emanavano i più diversi profumi. Ancora più a oriente, si ritrovò su montagne che costeggiavano il Mare Eritreo (il Mar d’Arabia e il Mar Rosso); quindi passò vicino a Zotiel, l’angelo che sorvegliava l’ingresso al Paradiso, e «arrivò al Giardino della Rettitudine», dove, tra tanti alberi meravigliosi, vide 1′”Albero della Conoscenza”.

Era alto come un abete, aveva foglie come quelle di una carruba e frutti simili ai grappoli di una vite. E l’angelo che era con lui gli confermò che si trattava proprio dell’albero il.cui frutto Adamo ed Èva avevano mangiato prima di essere scacciati dal Giardino dell’Eden. Dirigendosi verso ovest, Enoch arrivò presso una «montagna di fuoco, che ardeva notte e giorno»; dopo averla superata raggiunse un luogo circondato da sei montagne separate da «aspri, profondi burroni». Al centro stava una settima monta¬gna, «simile a un trono, circondato da alberi odorosi. E tra questi alberi ve ne era uno avvolto da un profumo che non avevo mai sentito … e i suoi frutti somigliavano ai datteri di una palma». L’angelo che lo accompagnava gli spiegò che la montagna di mezzo era il trono «sul quale il Grande Santo, il Signore della Gloria, l’Eterno Re siederà quando verrà sulla Terra».

Quanto poi all’albero dai frutti simili a datteri, disse:

Riguardo a quest’albero odoroso, a nessun mortale è permesso
di toccarlo fino al Gran Giudizio. …
Il suo frutto sarà cibo per gli eletti…
il suo profumo sarà nelle loro ossa
ed essi vivranno una lunga vita sulla Terra.

Fu durante questi viaggi che Enoch «vide in quei giorni che agli angeli venivano date lunghe corde e che essi mettevano le ali e partivano verso il nord».
E quando Enoch domandò a che cosa servisse tutto questo, l’angelo che lo guidava disse: «Sono andati a misurare … porteranno le misure dei giusti ai giusti, e le funi dei giusti ai giusti… tutte queste misure riveleranno i segreti della Terra».

Dopo aver visitato tutti i luoghi segreti della Terra, venne per Enoch il momento di intraprendere il viaggio verso il Cielo. E, come altri dopo di lui, egli fu portato a una «montagna la cui cima arrivava fino al Cielo» e a una Terra dell’Oscurità:

Ed essi [gli angeli] mi portarono in un luogo dove stavano degli esseri simili a lingue di fuoco, i quali, quando volevano, assumevano sembianze umane.
E mi portarono in un luogo di oscurità e a una montagna la cui vetta arrivava a toccare il cielo.
E vidi le camere dei corpi celesti e i tesori delle stelle e del tuono, là nel grande abisso, dove c’era un arco di fuoco con le frecce e la faretra, e una spada fiammeggiante, e tutti i lampi.

Mentre nel caso di Alessandro Magno, a questo punto cruciale, l’immortalità gli era sfuggita dalle mani perché egli l’aveva inseguita malgrado il destino già fissato per lui, Enoch, come i faraoni dopo di lui, procedeva con il favore divino. Perciò, in questo momento così importante, fu ritenuto degno di proseguire; allora «essi [gli angeli] mi portarono alle Acque della Vita».

Proseguendo, arrivò poi alla “Casa del Fuoco”:

Entrai e mi avvicinai a un muro di cristallo circondato da lingue di fuoco; e cominciai a spaventarmi. Ed entrai nelle lingue di fuoco e mi avvicinai a una grande casa di cristallo; le mura della casa erano un mosaico di cristalli, e anche il pavimento era di cristallo. Il soffitto era tutto un percorso di stelle e fulmini e tra loro stavano splendenti cherubini, e il loro cielo era come acqua. Un alone di fuoco circondava le mura e i suoi portali. Entrai in quella casa, ed essa era calda come il fuoco e fredda come ghiaccio. …

Poi ebbi una visione: 

ecco, vi era una seconda casa, più grande della prima, il cui portale era spalancato davanti a me, ed era tutto fatto di fiamme. …
Guardai dentro e vidi un alto trono, che sembrava di cristallo, con le ruote splendenti come il Sole; e vi era anche la figura di un cherubino. Da sotto il trono provenivano strisce di fuoco, cosicché non riuscivo a guardare sopra.

Arrivato al “Fiume del Fuoco”, Enoch fu trasportato in alto.
Riusciva a vedere tutta la Terra – «le bocche di tutti i fiumi della Terra… e le pietre angolari della Terra … e i venti che trasportavano le nuvole».
Sollevatosi ancora più in alto, si trovò «dove i venti attraversano le volte del Cielo e si fermano tra Cielo e Terra. Ho visto i venti del Cielo girare e portare la circonferenza del Sole e tutte le stelle». Seguendo «il percorso degli angeli» arrivò a un punto «nel firmamento del Cielo in alto» dal quale riuscì a vedere «la fine della Terra».

Da qui vedeva tutta la distesa dei cieli e «sette stelle come grandi montagne splendenti» – «sette montagne di magnifiche pietre». Da qualunque punto osservasse questi corpi celesti, «tre erano verso est», dove stava «la regione del fuoco celeste»; qui Enoch vedeva alzarsi e abbassarsi «colonne di fuoco», eruzioni di fuoco di dimensioni enormi.

Dall’altra parte, tre corpi celesti erano «verso il sud»; qui Enoch vide «un abisso, un luogo che non aveva firmamento del cielo sopra, né solido terreno sotto … era un posto vuoto e spaventoso».

Quando ne chiese conto all’angelo che lo accompagnava, questi rispose:

«Là sono stati fatti i cieli … è la fine del Cielo e della Terra, è una prigione per le stelle e la schiera del Cielo».

La stella di mezzo «raggiungeva il Cielo come il trono di Dio». Con l’aspetto di alabastro «e la sommità del trono come di zaffiro», la stella risplendeva «come un fuoco».
Proseguendo nel cielo, disse Enoch, «arrivai dove tutto era caos. E vidi qualcosa di orribile». Ciò che vide erano «stelle del cielo legate insieme». E l’angelo gli spiegò:

«Sono alcune delle stelle del cielo che hanno trasgredito ai comandamenti del Signore e per questo sono legate qui fino a quando saranno trascorsi diecimila anni».

A conclusione del diario del suo primo viaggio in cielo, Enoch disse:

«Soltanto io, Enoch, ho avuto questa visione, la fine di tutte le cose; nessun altro uomo vedrà quello che ho visto io».

Dopo aver avuto modo di apprendere nella Dimora Celeste ogni genere di conoscenza, egli fu riportato sulla Terra perché potesse insegnarla agli altri uomini. Per un tempo imprecisato, «Enoch restò nascosto e nessuno dei figli dell’uomo sapeva dov’era nascosto, dove abitava e che cosa ne era stato di lui». All’approssimarsi del Diluvio, però, mise per iscritto i suoi insegnamenti ed esortò il suo pronipote Noè a essere giusto e degno di salvezza.
Dopodiché Enoch fu ancora una volta «sollevato e portato via da coloro che abitano sulla Terra. Fu innalzato per mezzo del Carro degli Spiriti e il suo “Nome” si perse tra essi».

Tratto dal mio libro: Le Astronavi del Sinai
Zecharia Sitchin Autore 1980
Edizione 1998