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Il clangore dei nuovi Dei

BREVIARIO DELLA POLITICA  (Silloge inedita)

 

di Gianmario lucini 

 

PROLOGO

1.

Il clangore dei nuovi Dei ci clonerà in una notte d’uggia e di tormento fantasmi del passato dentro il futuro sgomento nostra creatura, debole natura che risalendo il vento dei secoli si chioderà fra cielo e cielo d’ogni miseria – lei vera brama d’infinito e paura d’esso.

2.

Talvolta inginocchio davanti alla mia protervia svio l’occhio sapiente della morte mi arrampico su per la parete della vita e cerco appigli come un’edera tenace – di sotto il solito scenario si svolge in un mondo di talpe che sbucano improvvise da rabbiosi sottosuoli ed io odioso eremita posso maledire i segni dei tempi trafiggendoli come farfalle da collezione. Talvolta la morte mi pare più lontana e allora cado da lei trafitto e il ritorno alla luce mi abbaglia e mi stupisce.

L’ORSACCHIOTTO MALEFICO

1.

Poi ho rimuginato dentro l’ombra della mente quale mai pensamento nella tua vai rimuginando viso da poker piazzato lì davanti alla telecamera come un oggetto di porcellana bene dicente che a me pensa ed io solo ti chiedo pause di silenzio pause d’assenza dalla mia vita che mesce tranquilla il suo dolceamaro in bottiglie per l’inverno.

Lascia la mia vita alla pace e chiedi sogni in prestito se vuoi alla notte formica alle pagine del libro che sta sotto pergole d’uva o boschi di nocciole.

2.

Se le cose andranno male tu potrai sempre vendere bene la faccia piatta a qualche occhiata di sole a qualche monello che la tinga di baffi a pizzo e cornellati capelli Mefisto Sigmund Freud del baratro e della pena che pena dà. Se mai sorriso ti nasca e l’erre vizza t’inviperisca inviperito ti giunga il mio veleno sul piatto della sera al tuo desco diabetico orsacchiotto di lana stinta ed arruffata.

Oh t’avessi davanti a me per roderti come una mela malefico vecchio bambino non sono tuo padre.

POESIA DECADENTE

Non voglio più sedermi allo stesso desco con questo secolo e dirmi figlio di lui

Vorrei essere vento lacerto d’obici brandello di foglia davanti alla mitraglia traccia di una rosa rossa nella neve o nube di pira che in alto levandosi strida “Osanna Figlio di David!” dove la terra si fende alla sete dove la luna inquieta traluce per boschi di tragedia sull’incredula smorfia dei cadaveri.

Non voglio più calcare queste strade dove l’urlo della notte sgargia nei colori d’una festa eterna e memoria di secoli marcisce negli scoli.

O notte dentro il tuo uovo antico girare in tondo dentro il tuo occhio un’ombra che va da nulla a nulla senza provare vergogna non voglio e invece sognare con levità di cuore.

LETTERINA

Non sei più andato di là da quel muro e dai secoli verdi muffa che sale fra le sue crepe; non sei andato di là a curiosare almeno un poco solo perché un attimo potesse fissarti sulla tela in eterno e redimerti per sempre; ma te ne stai di qua sognando rosari di parole naufragate nel mare del tempo e dal mare risputate fra colonie di granchi, un verde di stremata poseidonia sulla spiaggia in penombra dell’occaso quando la raffica del tempo destabilizza la sera e l’accartoccia crepitante sul tuo tavolo davanti all’occhio di una cena trasognata al volto di tua moglie all’improvviso muta e sorpresa adagio sbocconcellando cuore di pane. E se potrà consolarti una musica di dati e statistiche così da aprire con garbo la finestra e nella notte urlare “Non è questo, non è questo l’esercito di stelle che sognavo al mattino spargendo miche ai passeri il vento dell’eterno non è questo davvero” e poi veloce sprangare l’uscio di casa e barricarti a ogni voce anche il parere d’un amico o un prete confessore vecchio compagno d’infanzia scavato e di sinistra, reduce da patimenti e torture, se anche tutto ciò accadesse con fragore con evidenza assolutoria in qualsiasi processo a memoria d’uomo, se anche tutte le immagini del mondo sfilassero in un breve davanti al tuo mezzo bicchiere di pianto la sera non potrebbe che accoglierti deposto dalla croce sacrificato inutilmente deriso dal tuo stesso orizzonte.

PICCOLA METAFORA CRUDELE

Ancora quei quattro avvoltoi sulle paure della gente volano in tondo, fuori tiro.

Abituati agli alti cieli vedono fra i bossi sempreverdi tenere prede e piombano sicuri, fanno razzia di miglio e pulcini, i galli in alto trascinano e poi con le tattiche fini e con le eteree maniere d’un tiranno assoluto, libertà ridanno tosto, così che di colpo il baldo gallo già morto di fifa si schianta proprio di fianco al pollaio e tutti i polli sanno quale sia il seguito di questo crudo rito.

IL RAGNETTO

Fra la cultura sullo scaffale esibita s’è da tempo rifugiato un ragnetto mite e scuro sfuggendo alla compagna mia.

Non sarò io il delatore di quest’utile assassino… 

Caccia le mosche il mite con tenacia così come Marina caccia i ragni.

Ma fra la cultura esibita e fra le sue mosche noiose non ci sta male un ragnetto assassino.

CATTIVERIA Nº 1

Scendono in piazza forse più di quaranta o cinquanta, toh, per far tondo e riconoscere un po’ di decoro alla notizia. Piazza tricolorata a nascondere il vuoto che schiamazza dietro gli striscioni. Ma dove saranno mai gli alfieri?

E come accade che quegli stendardi da soli si reggano fieri? Ma chi s’è dato assente non disperi:debole cosa è una rivoluzione piazzaiola a paragone con questa nuova di prospettive.

CATTIVERIA Nº 2

Ha in mente il blu del cielo che cela e che rivela onde radio e satelliti.

Questo blu di Saturno padre di tutto il mondo a suo tempo evirato è spirito che fruscia e sguscia come l’acqua e rabbonisce i cuori assetati e severi dei vari ministeri.

Forza amica del blu potere dello spirito…

CATTIVERIA Nº 3

Ignoro se lo sguardo sia innocente o arteriosclerotico semplicemente. Come una sedula beghina a sera biascica preghiere così egli sentenzia, e tremano i forti sparvieri della politica ridendo a crepapelle. Con quell’aria dimessa e un po’ scema gonfia le pive a un grande partito, pare agli estremi ma è sempre al centro il bravo cibernetico come l’ago d’una bilancia che solo un ago è (non la bilancia).

CATTIVERIA Nº 4

Solleva il labbro e ringhia rumina verbo lo ascolta e infine profferisce. Trema il labbro di iena azzanna l’aria la mastica la sputa tale e quale solo un po’ più appestata.

RADICI

Mia terra di boschi e di silenzio appisolata e in pace culla d’emigranti che sfidarono i deserti mondi del sud a popolare altre terre e altre pianure unghiando altre montagne dove la vite non cresce o il castagno incisa nella pietra terra senza poeti ridente d’acqua e muschio ignava e buona animale e montanara sempre aperte braccia al potente che viene da Milano e con i figli tuoi crudele e dura, terra dell’arsura dei sogni parole di pietra, essenziali, dighe, bacini fluviali e capitali accumulati con fatica in pochi istanti sperperati con rabbia terra di confine ombelico d’Europa dove angustiato e stanco il pellegrino misurava le tappe bevendo il tuo vino terra di streghe bruciate sui roghi d’una follia istintiva e a suo modo sapiente (un poco dentro me di quelle ceneri hai posto un’ombra…)

PASOLINIANA 

Non t’ho mai detta madre, questo è vero: 

la figliolanza non è un crudo dato anagrafico soltanto, asettico; sorella forse, per le tue pene recitate sul proscenio come un antico mito e per le quali un poco arrossisco se l’esibisci senza pudicizia alcuna, senz’arte o perizia d’inganno pur se inganno persegui misera patria di stolidi e mia sola… Figlia d’un barbaro tempo, conchiglia rifluita nel ventre dei secoli…

Ho asceso i tuoi monti graffiato cemento sulle tue spiagge che videro venire dal mare le tue glorie superbe terra dell’olio, del vino e del grano di quel che resta ancora dell’umano, diffidenza dispersa fra le genti, t’ho amata tuo malgrado. T’ho dato tempo e il tempo m’hai divorato in vaniloqui Italia mia. 

http://www.poiein.it/autori/L/Lucini/AAA_Lucini.htm

La Dignità di un nonno bambino

Dopo che quest’uomo muore in una casa di cura, le infermiere trovano qualcosa che cambia le loro vite.

Ogni giorno migliaia di persone anziane attendono con ansia nelle case di riposo una visita o almeno una telefonata dei loro cari. Ma, nella fase finale delle loro vite, molto spesso i loro vecchi cuori rimangono amaramente delusi. Quando un uomo anziano, che le infermiere avevano sempre bollato come “brontolone”, muore e la sua stanza viene riordinata, le infermiere trovano qualcosa che tocca i loro cuori così profondamente da farle piangere.

Tra gli effetti personali del paziente, i ricordi di una vita intera, trovano infatti questa poesia:

Che cosa vedi infermiera? Che cosa vedi? A cosa stai pensando quando mi guardi? Un uomo vecchio e irritabile, non molto saggio, di abitudini incerte e con la distanza negli occhi? Che sbava sul cibo e non risponde.

Uno che, quando dici ad alta voce: “Voglio che ci provi!” sembra non accorgersene, anche delle cose che fai. Uno che sempre perde… un calzino o una scarpa? Uno che, resistendo o non lasciandoti fare ciò che vuoi, con il bagno o durante la cena, riempie le tue lunghe giornate? È questo che stai pensando? È questo che vedi?

Allora apri gli occhi, infermiera. Tu non mi guardi. Ti dirò chi sono, finché sono ancora qui, così come faccio ciò che mi chiedi e mangio ciò che tu vuoi.

Sono un bambino a 10 anni, con un padre e una madre, fratelli e sorelle, l’amore l’uno dell’altro. Un giovane ragazzo a sedici anni, con le ali ai piedi sognando, presto o tardi, di incontrare l’amore. Uno sposo precoce a vent’anni, il mio cuore sobbalza, ricordando i voti che ho promesso di mantenere.

A 25 anni, ho già il mio proprio figlio, che ha bisogno di essere indirizzato nella vita e condotto al sicuro a casa. A trent’anni, mio figlio è già cresciuto in fretta, siamo legati l’uno all’altro, indissolubilmente. A quarant’anni, i miei giovani figli sono cresciuti e se ne sono andati, ma la mia donna è ancora al mio fianco, per vedere che io non pianga. A cinquant’anni, ancora una volta, i bambini giocano sulle mie gambe, ancora siamo circondati da piccoli, la mia amata e io. Giorni bui per me, mia moglie ora è morta.

Guardo al futuro, mi vengono i brividi di terrore. Penso agli anni, all’amore che ho conosciuto. Ora sono vecchio, e la natura è crudele, la vecchiaia ti fa apparire come un pazzo. Il corpo si sbriciola, la grazia e il vigore vengono meno, vi è ora una pietra, dove una volta ho avuto un cuore.

Ma all’interno di questa vecchia carcassa ancora abita un giovane, e, di tanto in tanto, il mio cuore malconcio si gonfia. Ricordo le gioie, mi ricordo il dolore, e sto amando e vivendo la vita di nuovo.

Penso agli anni, troppo pochi, corsi via troppo velocemente, e accetto il fatto nudo e crudo che nulla può durare. Quindi, apri gli occhi e guarda: non un uomo irritabile e vecchio, guarda più da vicino, guarda ME!

Non dare mai per scontato che “un vecchio nonno” accanto a te sia solo questo e nulla più. Lui vive e sente proprio come te. In ogni corpo batte un cuore che rimane giovane, anche quando il corpo decade e invecchia. Ricordati le parole di quest’uomo ogni volta che vedi un anziano essere trattato in un modo che non merita.

Condividi questa poesia con tutti quelli che conosci e che sono in grado di ricordare che, nei nostri cuori, non invecchiamo mai.

Fonte

Un fortuito ritrovamento

Tradotto un verso sconosciuto dell’Epopea di Gilgamesh

Nel 2011, il museo di Sulaymaniyah (o Slemani), nel Kurdistan iracheno, comprò una serie di 80-90 tavolette d’argilla da un trafficante sconosciuto. Il museo ha cercato questo tipo di accordi per recuperare dei manufatti di valore scomparsi dai siti archeologici e dai musei iracheni, a partire dall’invasione a guida americana, scrive la pubblicazione non profit Ancient History Et Cetera.

Tra le varie tavolette comprate, una risaltava agli occhi di Farouk Al-Rawi, docente presso il Dipartimento di Lingue e Culture del Vicino e Medio Oriente, Università di Londra. La tavoletta d’argilla era ancora incrostata di fango quando Al-Rawi consigliò al museo di comprarla al prezzo di 800 dollari.

Con l’aiuto di Andrew George, preside associato del dipartimento e traduttore de “The Epic of Gilgamesh: A New Translation” (Penguin Classics, 2000), Al-Rawi ha tradotto la tavoletta in soli cinque giorni. Il reperto potrebbe risalire al periodo antico-babilonese (2003 – 1595 a.C.), secondo il museo di Sulaymaniyah. Tuttavia, Al-Rawi e George ritengono che sia un po’ più recente e venne inciso nel periodo neo-babilonese (626-539 a.C.).

Al-Rawi e George hanno presto scoperto che la tavoletta rubata raccontava una storia familiare: la storia di Gilgamesh, il protagonista dell’antico racconto babilonese, “L’epopea di Gilgamesh”, che è ampiamente considerata come il primo poema epico in assoluto, e la prima grande opera di letteratura mai creata. Vista l’epoca in cui venne scritta, la storia fu probabilmente incisa su “tavolette”, ognuna contenente una differente parte del racconto (un po’ come se fossero dei moderni capitoli o versi).

La Foresta dei cedri

Quello che Al-Rawi e George hanno tradotto è una parte precedentemente sconosciuta della quinta tavoletta. Racconta la storia di Gilgamesh, re di Uruk, e di Enkidu, un uomo selvaggio creato dagli dèi per proteggere Gilgamesh nel viaggio verso la Foresta dei cedri (residenza degli dèi), col fine di sconfiggere il suo divino guardiano, il terribile gigante Humbaba.

La nuova tavoletta aggiunge 20 linee finora sconosciute alla storia, fornendo alcuni dettagli su come appariva e risuonava la foresta.

«La nuova tavoletta continua dove altre fonti si fermano. Apprendiamo che la Foresta dei cedri non è un luogo di radure serene e quiete. È piena di uccelli rumorosi e cicale, mentre le scimmie urlano e gridano sugli alberi», ha spiegato George a Live Science.

Il mostruoso Humbaba tratta la cacofonia dei rumori della giungla come se fosse una sorta di intrattenimento, «come Re Luigi ne Il libro della giungla», dice George. Una tale, vivida descrizione dei paesaggi naturali è «molto rara» nella poesia narrativa babilonese, ha aggiunto.

Altri particolari

Altre linee ritrovate del poema confermano i dettagli di altre parti dell’opera. Per esempio, mostra che Enkidu e Humbaba erano amici d’infanzia e che, dopo l’uccisione del gigante, gli eroi della storia sono pieni di rimorsi, almeno per aver distrutto la splendida foresta.

«Gilgamesh e Enkidu tagliarono i cedri per poi tornare a Babilonia, e il nuovo testo reca una linea che sembra esprimere il riconoscimento di Enkidu che aver distrutto la foresta è una cattiva cosa, e farà arrabbiare gli dèi», dice George. Come la descrizione della foresta, questo tipo di consapevolezza ecologica è molto rara nella poesia antica.

La tavoletta, ora ripulita dal fango e totalmente tradotta, è oggi in mostra al museo di Sulaymaniyah. Uno studio su queste scoperte è stato pubblicato nel 2014 sul Journal of Cuneiform Studies.

Live Science

FONTE

L’Albero degli Amici

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Ricevo da un carissimo amico questi “AUGURI” e pubblico.

Un caro saluto a VOI Gentili & Attenti LETTORI,

con una serie di AUGURI più o meno scontati & convenzionali mi è arrivata anche questa profonda riflessione che ritengo in grande sintonia con queste particolari giornate, pertanto ve la invio assieme ai miei più sinceri & sentiti AUGURI ‘, unitamente ai Vs. cari, di un lieto & sereno 2016 che ricordo E’ con il 2017 l’ anno del GRANDE RIS-VEGLIO delle COSCIENZE !!!

MANDI da SDEI/SERGIO/CERVO BIANCO

L’Albero degli Amici

Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici
per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino.
Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco,
vedendo molte lune passare,
gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro.
Tutti li chiamiamo Amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno
dei nostri Amici.

Il primo che nasce è il nostro Amico Papà e la nostra Amica Mamma,
che ci mostrano cosa è la vita.
Dopo vengono gli Amici Fratelli, con i quali dividiamo il
nostro spazio affinché possano fiorire come noi.
Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che
rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene.

Ma il destino ci presenta ad altri Amici che non
sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino.
Molti di loro li chiamiamo Amici dell’Anima, del Cuore.
Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene,
sanno cosa ci fa felici. E alle volte uno di questi Amici dell’Anima
si infila nel nostro cuore e allora lo chiamiamo “innamorato”.
Egli da luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra,
salti ai nostri piedi.

Ma ci sono anche quegli Amici di passaggio, talvolta una
vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un
sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro.

Non possiamo dimenticare gli Amici distanti, quelli
che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento
soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra.
Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si
avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono
l’estate dopo, e altre permangono per molte stagioni.

Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute
continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.
Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando
incrociarono il nostro cammino.

Ti auguro, foglia del mio albero, Pace
Amore, Fortuna e Prosperità.
Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che
passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi.
Ci saranno quelli che prendono molto,
ma non ci sarà chi non lascia niente.

Questa è la maggior responsabilità della nostra VITA e
la prova evidente che due anime non si incontrano
per caso.

Paul MONTES
Missionario Sud-Americano.

http://ningizhzidda.blogspot.it/

 

NOSTALGIA

Il testo della canzone milanese

“Se el mar con l’onda salada, el toccass la Baia del Re, Cors San Gottard e via Meda, sarien pien de forestee. Fuss Grattasoeui on’isoletta, piena de oliv e de agrumm e ben piantada in Conchetta, fuss ‘na montagna col fumm, se tutt quest chi el fuss possibil ghe sariom minga nun.”

“Milan,bella Milan, te see la mia innamorada. Per ti,bella cittaa, hoo pestaa ona gran crappada. Stanott,chi in de per mi, settaa su ona banchetta, mi voraría vess poetta e cantà Milan.”

“Se el Paradis che prometten, el fuss bell come te see. Se in de ‘sto Regn trasportassen el Vicolin di Lavandee. Se i Sant cantassen in coro, i canzonett meneghinn, fuss angiolin e angiolette tucc Martinitt e Stellinn Se tutt quest chi el fuss possibil me faria Cappuccin.”(Nino.Rossi)

Traduzione 

Se il mare con l’onda salata, toccasse la Baia del Re, Corso San Gottardo e via Meda, sarebbero piene di forestieri. Se Grattosoglio fosse un’isoletta con una montagna con il fumo (vulcano), piena di ulivi ed agrumi e ben piantata in Via Conchetta, se tutto questo fosse possibile, noi non saremo qui.

Milano, bella Milano, tu sei la mia innamorata. Per te bella città, ho picchiato una grande testata. Questa notte tutto solo, seduto su di una panchina, vorrei essere un poeta e cantare le lodi di Milano.

Se il paradiso che promettono, fosse come sei tu. Se in questo regno trasportassero il vicolino dei lavandai. Se i santi cantassero in coro, le canzonette meneghine, Se i Martinit e le Stelline, fossero angiolini e angiolette, io mio farei Frate Capuccino. 

La Milano che non c’è più

ποίησις, poiesis

Verità e menzogna

Verità e menzogna non possono armonizzare, 
compromettersi con la menzogna
non è degno della verità.

Per il virtuoso, il bene e il male non si frequentano.
La verità deve sempre rispettare il bene,
sia in età avanzata che in gioventù.

La verità non sempre appare bella,
la bellezza non è necessariamente vera.
I cattivi non sono veritieri,
le loro menzogne ​​diventano più grandi e complicate
e, attraverso il passare del tempo crescono ancora di più.

La Danza del vento

In verdi vallate e incantevoli boschi sussurra ancora la tesa brezza.
Una gaia ed equa fanciulla amoreggia sulla collina, 
a piedi nudi, si gode il calore della terra,
senza i suoi stivali.

La burrasca gira in tondo,
attraversa la foresta in tumulto,
la tempesta piena di energia si erge in alto.

Il vento soffia formando vortici, 
senza un momento di tranquillità,
la sua volontà si inalza, per raggiungere la sommità

del cielo.

Ora costantemente la danza diventa forte e ruvida,
si torce e piroetta, con ululati, riempiendo il cielo,
disperdendosi a volte in folla,
portando voci nitide, urlando,
come se disperatamente stesse tentando di volare.

O bel vento lenitivo e mio dolore,
saluti a te, il tuo sospiro di sollievo non è vano
per la gioia che respira in me. 

Ora io e te, siamo uniti in un’unica persona,
come amanti abbiamo attraversato il mondo e
senza amici abbiamo combattuto e vinto.

Insieme raggiungiamo una terra felice dopo aver lasciato
la sofferenza passata.

Polarità

Si dice spesso che la bellezza
è negli occhi di chi guarda,
ma una maggiore verità è
nelle audaci e seguenti affermazioni:
Quando tutto il mondo conosce la bellezza come bellezza,
è brutto, non è vera bellezza.
Quando tutto il mondo viene presentato come buono e,
senza cattiveria, non è buono.

La verità sulla realtà
non può venire attraverso le parole,
ma solo attraverso le esperienze,
la gnosi e, parole non vuote.

Quando tutto il mondo annuncia
qualcosa come la verità, si può essere certi che
è lontano dalla verità.

“STELLA D’ARGENTO”

https://www.youtube.com/watch?v=audSVes4G0s
Stella d’argento che brilli nel ciel
il tuo splendor mi fa morir di nostalgia
oh, quanti ricordi fai vivere tu
stella d’argento che brilli lassùNotti d’incanto che vuoto nel cuor
due cuori amanti pieni di malinconia
un bacio fremente e poi nulla più
stella d’argento che brilli lassùSe ti guardo rivedo il suo viso
i suoi occhi ricordo ancora
io le dissi ritorna domani
ma non tornò mai più da me Stella d’argento che brilli nel ciel
forse il mio amore morirà di nostalgia
il mio grande tormento lo sai solo tu
stella d’argento non splendere più 

……

Gino Santercole – Stella d’argento Video, testo e accordi