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La fregatura del leviatano

La realtà supera la fantasia

Il Grande Fratello ci Guarda
Libro di Giuseppe Balena

Introduzione

Quando nel lontano 2006 ho deciso di iscrivermi a Facebook non immaginavo che un semplice gesto avrebbe potuto cambiare e influenzare la mia vita e quella di qualche miliardo di persone nel mondo. In quel periodo avevo appena riletto il romanzo 1984 di George Orwell. Una frase di quel libro mi era rimasta conficcata nel cervello e mi aveva sconvolto:

«Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere,
non saranno mai capaci di ribellarsi
e fino a che non si saranno liberati,
non diventeranno mai coscienti del loro potere».

Le grandi abilità linguistiche e narrative di Orwell, d’improvviso, avevano proiettato un fascio luminoso e accecante.

Quando decisi di iscrivermi a Facebook, lo feci quasi per scherzo perché in quel periodo se ne parlava tantissimo, ma l’idea di dover condividere pensieri, foto e contatti su una piattaforma mondiale mi aveva fatto riflettere: l’immagine della prima home page del Social proiettata sullo schermo del computer mi fece pensare proprio a quello del Grande Fratello che “comandava” le vite dei personaggi del romanzo.

Ci veniva offerta una grande opportunità e per giunta gratuitamente: rintracciare i nostri amici, chattare, scambiare foto e video e soprattutto divulgare i nostri pensieri in una piazza virtuale di proporzioni imprecisate; in altre parole, il mondo virtuale sulla punta del nostro mouse. Tutto completamente a disposizione… ma cosa c’era da dare in cambio?

Quando un venditore di enciclopedie ci ferma per strada non dice che vuole vendere qualcosa, saluta e mette all’avventore in mano un piccolo regalo in modo tale che si senta obbligato e quindi non possa rifiutare l’offerta che successivamente gli verrà fatta. Piccoli stratagemmi di marketing spicciolo.

Facebook ci metteva in mano uno strumento straordinario e pochi hanno pensato all’inizio cosa in realtà chiedeva in cambio. La “fregatura” non era immediata né evidente, ma c’era: si trattava di barattare la nostra privacy per l’atavica e narcisistica voglia di notorietà e di apparire. Era il sogno di poter allungare all’infinito i famosi quindici minuti di notorietà di cui parlava Andy Warhol.

Ecco perché goliardicamente decisi di iscrivermi a Facebook con il doppio nome di Giuseppe Winston Balena Smith, proprio come il protagonista di 1984. Da allora non l’ho più cambiato.

Il libro che avete tra le mani nasceva inconsapevolmente in quel lontano 2006 e si è sedimentato lentamente negli anni come un puzzle che si ricompone pezzo dopo pezzo. Questo volume ha l’ambizione di analizzare nel dettaglio le azioni manifeste e nascoste “grazie” alle quali si esercita il controllo sociale nei confronti di tutti noi.

L’intento è di tracciare le linee della storia del controllo e della sorveglianza sociale, ma è anche idealmente quello di offrire un indice critico degli strumenti utilizzati nell’epoca in cui viviamo.

Ci sono, poi, i soggetti che, come vedremo, secondo i contesti di riferimento possono essere anche dei calembour: controllori, controllati, controllori, controllati e ibridi.

Il contesto di riferimento, invece, può essere classificato essenzialmente in privato, pubblico o ibrido. Dalla combinazione di questi elementi derivano infinite combinazioni che si manifestano in maniera più o meno palese nel quotidiano e che saranno illustrate e analizzate nel libro. In particolare si porrà l’attenzione sulle tecniche del controllo nella vita quotidiana e come queste siano subdole, invisibili ed enormemente estese.

Il libro propone, in prima battuta, un excursus storico cercando di rintracciare il momento dell’inizio sistematico e le ragioni del controllo sui cittadini.

L’analisi, inoltre, si estenderà da un lato ai soggetti principali che effettuano il controllo e dall’altra alla tipologia dei soggetti controllati, con particolare attenzione poi ai nuovi soggetti spuri e intermedi.

Un passaggio importante e cruciale nella trattazione riguarderà la distinzione e l’applicazione nella pratica dei concetti di controllo e sorveglianza e come questi si siano progressivamente adattati in maniera straordinaria rispetto all’evoluzione storica, sociale, economica, politica e antropologica.

Un ruolo centrale è detenuto dalla tecnologia e in particolare dall’avvento e dal massiccio utilizzo del computer in ambito domestico prima, accompagnato dall’utilizzo di Internet, e dall’irruzione sulla scena dei cellulari e in particolare, poi, degli smartphone e dell’enorme carico di applicazioni che girano sugli stessi.

La rivoluzione di Internet e del Web è abbastanza recente nella storia dell’umanità, ma già forse vecchia se ne si considera l’evoluzione rapidissima.

Vediamone alcune date importanti:

1969: collegamento dei primi computer tra quattro università americane;
1971: la Rete Arpanet connette tra loro 23 computer;
1972: Ray Tomlinson propone l’utilizzo del segno @ per separare il nome utente da quello della macchina;
1980: primo “hack” della storia di Internet e sperimentazione sulla velocità di propagazione delle email;
1982: definizione del protocollo tcp/ip e del concetto di “Internet”;
1983: appaiono i primi server con i nomi per indirizzarsi ai siti;
1984: la Rete conta ormai mille computer collegati;
1985: assegnati i primi domini nazionali;
1987: a Internet sono connessi 10 mila computer. Il 23 dicembre viene registrato il dominio “cnr.it”, il primo con la denominazione geografica dell’Italia, ossia il sito del Consiglio Nazionale delle Ricerche;
1989: sono connessi a Internet 100 mila computer;
1993: apparizione del primo browser pensato per il Web;
1996: sono connessi a Internet 10 milioni di computer;
2000: gli utenti di Internet sono 200 milioni in tutto il mondo;
2008: gli utenti di Internet sono circa 600 milioni in tutto il mondo;
2009: gli utenti di Internet sono circa 1 miliardo in tutto il mondo;
2011: gli utenti di Internet sono circa 2 miliardi in tutto il mondo;
2015: gli utenti di Internet sono oltre 3,3 miliardi in tutto il mondo.

Un nodo cruciale che ha segnato il punto di svolta per l’esercizio del controllo, come vedremo, è stato il passaggio dal cellulare allo smartphone. Il telefono cellulare fu inventato da Martin Cooper, direttore della sezione ricerca e sviluppo della Motorola e fece la sua prima telefonata il 3 aprile 1973. Dopo dieci anni la Motorola decise di produrre un modello in versione commerciale dal costo di 4.000 dollari.

Il primo smartphone, chiamato “Simon”, fu progettato dalla ibm nel 1992 e commercializzato dalla BellSouth a partire dal 1993. Oltre alle comuni funzioni di telefono incorporava il calendario, la rubrica, l’orologio, il block notes, le funzioni email e i giochi, mentre per poter scrivere direttamente sullo schermo era disponibile un pennino. Come si può notare sia per Internet sia per la genesi storica dal cellulare allo smartphone, il tutto si è concentrato a cavallo degli anni Settanta: un’evoluzione vorticosa concentrata in circa quarant’anni di storia.

Se spostiamo poi lo sguardo al mondo dei Social Network, alcune cifre parlano da sole e sono impressionanti:

su Facebook sono attivi circa 500 mila utenti al secondo;
Facebook pubblica circa 41 mila post (messaggi di stato, condivisioni, immagini e così via) ogni secondo, mentre ogni minuto si cliccano 1,8 milioni di “mi piace” e 350 gb di dati passano per i server; ogni dieci secondi vengono caricati su YouTube più di 50 ore di video, in pratica il corrispettivo di circa 40 anni di contenuti al giorno; in un minuto vengono scambiati circa 278 mila messaggi su Twitter; su Instagram vengono postate circa 3.600 foto al secondo.

A questo scenario bisogna aggiungere che il numero dei siti continua a crescere: ne nascono, infatti, ogni minuto in media 571. Per quanto riguarda, invece, la registrazione dei domini, ogni 60 secondi ne vengono approvati in media 70. Sono, invece, circa 204 milioni le email spedite in media ogni minuto.

Ciò che a livello tecnologico oggi diamo quasi per scontato, in realtà ha una vita relativamente recente, sebbene sia stato in parte “profetizzato” da opere letterarie e film. Basti pensare, solo per citare alcuni esempi, a libri come 1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley o alle pellicole cinematografiche come Minority Report o The Truman Show.

L’altro aspetto correlato al controllo è di natura giuridica e riguarda il deficit nell’ambito della normativa della privacy; ai proclami di tutela giuridica della privacy corrisponde, invece, un’erosione continua e impalpabile della stessa nella vita quotidiana. Da un lato, quindi, si spinge verso misure spesso eccessivamente rigide di tutela della privacy, mentre dall’altro si manifesta una costante e inesorabile strategia del controllo.

Un aspetto cruciale riguarda, quindi, il rapporto tra privacy e controllo; questi due elementi costituiscono un complicato sistema di vasi comunicanti strettamente dipendenti e non sempre o quasi mai in equilibrio.

I dati allarmanti che tracciano poi anche una direzione futura segnalano alcuni pericoli che sarà bene tenere in considerazione: spesso siamo tutti noi a fornire gli strumenti idonei per esercitare un controllo su noi stessi e in questo caso sul banco degli imputati c’è certamente la tecnologia. Pur di avere la comodità di determinati servizi che ci rendono la vita “più tecnologica” rinunciamo spontaneamente alla nostra privacy, forse senza nemmeno accorgercene, prestando il fianco alla possibilità remota o, spesso, alla certezza di essere controllati.

È in corso un avanzamento inarrestabile di questo processo. Il controllo e la sorveglianza sulla popolazione sono essenzialmente fenomeni sociali che incidono però profondamente sulla sfera personale. Si intrecciano, pertanto, una dimensione comunitaria e una individuale, influenzandosi reciprocamente. Basterebbe analizzare, per esempio, le ragioni per le quali ogni utente si iscrive a un Social Network: nella maggior parte dei casi è per spirito emulativo, ossia perché gli amici o i conoscenti l’hanno già fatto o perché se ne parla diffusamente.

Entrano in gioco alcune dinamiche descritte, per esempio, da Gustave Le Bon nel suo saggio Psicologia delle folle:

«Dal solo fatto di essere parte di una folla, un uomo discende da generazioni su una scala di civiltà. Individualmente, potrebbe essere un uomo civilizzato; nella folla diviene “barbaro” in preda all’istinto. […] Un individuo nella folla è un granello di sabbia fra altri granelli di sabbia, mossi dalla volontà del vento».

Le Bon fu il primo a studiare scientificamente il comportamento delle folle, cercando di identificare i caratteri peculiari e le tecniche per guidarle, suggestionarle e controllarle. Applicando un paradigma di studio scientifico derivato dall’approccio clinico, Le Bon ha utilizzato i concetti di contagio e suggestione per spiegare i meccanismi della folla che portano all’emergere dell’emotività, dell’istinto e dell’inconscio, altrimenti repressi nella sfera individuale.

Nella sua opera più famosa ha analizzato il ruolo delle masse in un’accezione negativa: la massa viene intesa come una forza di distruzione, priva di una visione d’insieme, indisciplinata e portatrice di decadenza, esaltando invece la minoranza come forza capace di creare. Nella sua visione la massa, permeata da sentimenti autoritari e d’intolleranza, crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e privato dell’autocontrollo.

Secondo Le Bon, infatti, le folle sono influenzate da fattori che determinano le opinioni e le credenze quali fattori remoti e fattori immediati. I fattori remoti sono: la razza, le tradizioni, il tempo, le istituzioni politiche e sociali, l’istruzione e l’educazione. I fattori immediati, invece, si sovrappongono a quelli remoti e sono contingenti, ossia non stratificati nel corso del tempo e determinano, pertanto, le azioni attive delle folle nell’immediato. Tra questi ultimi, un posto importante è occupato dalle immagini, dalle parole e dalle formule.

Sono proprio questi gli elementi sui quali si fa leva per innescare i meccanismi del controllo. Se proviamo, infatti, ad analizzare le principali forme di controllo, queste si rifanno e utilizzano tali categorie.

La griglia concettuale proposta da Le Bon, dunque, può essere considerata un filtro interpretativo soprattutto della società ipertecnologica in cui stiamo vivendo.

Facebook, per esempio, utilizza proprio le parole e le immagini come elementi fondanti del suo funzionamento. Il controllo tramite le telecamere pubbliche, invece, utilizza le riprese video e quindi le immagini. Il controllo tramite la tecnologia RFID, che avremo modo di analizzare in maniera approfondita, utilizza il concetto di formula, ossia un meccanismo che regola una funzione ben precisa: se dispongo di un dispositivo di qualsiasi natura con un RFID posso pagare istantaneamente passando la mia tessera vicino all’apposito lettore, ma allo stesso tempo saranno facilmente rintracciabili le mie transazioni finanziarie.

Attualizzando il pensiero di Le Bon, dunque, la massa stratifica le proprie opinioni seguendo schemi ben precisi e collaudati che dipendono da fattori endogeni ed esogeni, alcuni standardizzati e altri modificabili.

Con gli studi di Le Bon viene attualizzato e reso moderno il rapporto delle folle con l’entità sovraordinata che dovrebbe gestirle. Una comunità ha una connotazione precisa ed è strettamente legata al concetto di nazione, ossia ha una certa identità che si coagula intorno ai concetti fondanti proprio dello Stato. La folla, invece, non è identitaria e non è facilmente governabile e identificabile dalle strutture statali che seguono invece logiche e dinamiche particolari.

Nel Novecento, in particolare, le folle si sono sostituite progressivamente alle comunità. In questo passaggio e in questa mutazione genetica della società risiede il seme del cambiamento anche delle forme di controllo esercitate dal Leviatano.

Uno schema, evidenziato nel libro La società postpanottica di Massimo Ragnedda, può riassumere in maniera esaustiva i punti chiave che hanno determinato i passaggi verso la situazione attuale:

Premodernità Modernità Postmodernità
Autocentrato Eterocentrato Extracentrato
Capo tribù, famiglia o signore feudale Stato nazione Multinazionali
Norme e sanzioni imposte dalla tribù Norme e sanzioni imposte dallo Stato Norme imposte dalle multinazionali e sanzionate dagli Stati
Soggettivo Oggettivo Virtuale
Personificato dal capo tribù Personificato dallo Stato Avvicinamento virtuale dello Stato al cittadino ma in mano alle multinazionali
Evidente e assoluto Evidente ma non assoluto Non evidente ma potenzialmente assoluto
Autarchico e legittimo Centrale e legittimo Decentrato e illegittimo
Tradizione (sguardo orientato al passato) Giurisprudenza (sguardo orientato al presente) Previsione (sguardo orientato al futuro)

La postmodernità è lo scenario nel quale germogliano e crescono in maniera impressionante il controllo e la sorveglianza delle persone. L’epoca verso la quale stiamo correndo in maniera folle e spesso sconsiderata è l’immediata conseguenza della modernità e della sua crisi. Questo concetto risulta centrale: la postmodernità nasce già intrinsecamente nella sua essenza come involuzione della modernità e come decadenza culturale, politica, sociale ed economica di essa.

La cornice di riferimento è la nascita di quella che Bauman ha definito come “società liquida”.

L’elemento fondamentale è l’incertezza. Questo sistema crea effetti particolari e unici: la globalizzazione, l’industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusi. Dai rifiuti industriali si passa così ai rifiuti umani.

L’esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Secondo Bauman il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè se non riesce a sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. In tal modo, in una società che vive per il consumo, tutto si trasforma in merce, incluso l’essere umano. La società, pertanto, crea i rifiuti dai prodotti in eccesso e i rifiutati come individui di scarto per il mancato processo di omologazione.

Ecco che avanza il postmodernismo caratterizzato da un’economia estesa globalmente, invasa dalla pubblicità e della televisione che agiscono come fattori condizionanti e costellata da un enorme flusso di notizie ormai incontrollabili provenienti dal Web.

Cerchiamo di fare uno sforzo di immaginazione: in questa cornice appena descritta proviamo a dipingere un quadro di una società a metà strada tra il romanzo 1984 e la pellicola Minority Report, entrambi nella doppia versione romanzata e cinematografica.

Proviamo a immaginare una vita senza privacy, una vita trasparente dove ognuno può sapere tutto di ogni singolo individuo. Un incubo dove tutto viene tracciato e registrato da quando uno mette il piede fuori dal letto fino a quando lo rimette dentro. In mezzo un’intera giornata dove ogni azione, o quasi, lascia una traccia indelebile. Il cellulare, il navigatore satellitare, il computer, le telecamere, il bancomat: ogni singolo momento è monitorato.

Qualcuno potrebbe scandalizzarsi, gridando all’esagerazione. È curioso invece notare come ci siano alcune situazioni reali che, spesso, vanno ben oltre quelle prospettate nelle trame narrative di Orwell o Huxley.

Tutto questo non può essere vero perché in fondo la nostra vita negli ultimi quarant’anni è sicuramente migliorata: questo scenario può essere solo frutto della fantasia, non può essere la realtà.

Invece, non è così: la realtà potrebbe superare la fantasia.

FONTE https://www.macrolibrarsi.it/speciali/introduzione-il-grande-fratello-ci-guarda-libro-di-giuseppe-balena.php

Giuseppe Balena nato a Matera nel 1975. Vive e lavora a Ferrandina (MT) come giornalista, scrittore e comunicatore web. Laureato nel 2001 in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Bari. Da luglio 2015 è redattore per la rivista «Mistero» dell’omonima trasmissione televisiva di Italia Uno. Già redattore per testate giornalistiche cartacee e online.

Fonte attiva diretta: http://www.nogeoingegneria.com/

Il paradigma del Trumpismo

Una Maidan contro Trump? I preparativi in corso.

di Maurizio Blondet 18 gennaio 2017 

trump-inauguration-turmoilQuesta è la correzione di una notizia falsa  “fake news” diffusa dai media americani, che rivela una verità più allarmante della  falsità.  Riguarda il comandante della Guardia Nazionale, generale Errol Schwartz,  uno dei garanti della security nel giorno della inauguration di Trump  il 20 gennaio.  Egli aveva raccontato al Washington Post che   era stato espulso dal posto; esattamente  alle 12.01 del  20,  gli era stato ingiunto di lasciare il comando. “Le mie truppe saranno sulla strada; io le saluterò quando escono, ma non potrò dar loro il bentornati negli alloggi”.

Il transition team presidenziale ha smentito tutto. Il generale Schwartz, che è un “non career status  political appointee”, ossia un nominato politico a quella carica e non di carriera, ha offerto le sue dimissioni, come è regola per i nominati politici. La scelta di scadere alle 12 del 20 è  stata scelta sua. Anzi, “l’Amministrazione Trump gli ha offerto di mantenere il comando fino  a dopo l’inaugurazione, ma lui ha rifiutato”. Nemmeno un minuto sotto Trump. Poi è andato a lamentarsi col Washington Post, facendo credere di essere stato licenziato  in tronco.

Scoperta la falsità, Schwartz ha rifiutato  le richieste di interviste dei giornalisti (e blogger) che gli hanno chiesto di spiegarsi. Il transition team ha comunicato che non ci  sarà un vuoto nel comando delle Guardie Nazionali durante la cerimonia, perché è stato provvisoriamente nominato al posto di Schwartz  il generale di brigata  William J. Walker.

http://www.wusa9.com/news/local/commander-of-dc-national-guard-to-step-down-during-inauguration/385984018

Maurizio Blondet continua QUI con il suo articolo.

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Amministrazione Trump ai blocchi di partenza: chi e perché gioisce

by Federico Dezzani 

troika-ptnIl 20 gennaio Donald Trump si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca con la nuova squadra di governo. Molti si pongono un legittimo quesito: perché il prossimo presidente si avvale di numerosi ex-banchieri di Goldman Sachs, se rappresenta davvero un cambiamento rispetto al passato? E quale ruolo riveste l’influente genero Jared Kushner? La sfida tra Hillary Clinton e Donald Trump è stata anche un lotta tra due anime dello stesso sistema: ne è emersa vincente quella più nazionalista e conservatrice, spalleggiata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha garantito l’accesso di Trump alla stanza dei bottoni. All’orizzonte si profila un’inedita alleanza tra Washington, Tel Aviv e Mosca ai danni dell’establishemnt liberal: per i populismi europei è un’occasione unica per riappropriarsi della sovranità politica ed economica, svincolandosi dall’Unione Europea.

Una faida dentro all’establishment? Comunque, un’imperdibile occasione

Il 20 gennaio, a distanza di più di due mesi dalle presidenziali americane che hanno sorpreso il mondo (ma non noi), si insedierà la nuova amministrazione di Donald Trump. Per l’ordine internazionale sarà una rivoluzione copernicana che impatterà qualsiasi aspetto delle relazioni tra Stati Uniti ed il resto del mondo: l’assetto internazionale post-1945, basato sul predominio angloamericano, sul binomio NATO/CEE-UE e su dosi crescenti di globalizzazione, tramonterà definitivamente, causa sfinimento del sistema stesso. Per la prima volta dagli anni ’30, siederà alla Casa Bianca un presidente “isolazionista”. Gli Stati Uniti, in sostanza, abdicheranno al loro ruolo di potenza egemone, concetto implicito “nell’America first” di Trump, condannando a morte certa le vecchie istituzioni figlie di quest’epoca. Federico Dezzani continua QUI con il suo articolo.

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L’Establishment vuol scippare la Presidenza a Trump con l’Aiuto della Sinistra-Liberale (il neo-presidente è già finito?)

DI PAUL CRAIG ROBERTS

InformationClearing House

comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-mattisjpg-640x330La Reuters riferisce che truppe americane composte da 2.700 persone e da carri armati si stanno muovendo dalla Polonia verso il confine con la Russia. Il Col. Christopher Norrie, comandante della 3° Armoured Brigade Combat Team,  ha dichiarato: “L’obiettivo principale della nostra missione è deterrenza e prevenzione delle minacce”. A quanto pare, il colonnello non è sufficientemente brillante da rendersi conto di essere ben  lontano dal prevenire minacce, ma anzi è la sua stessa forza che si presenta come una minaccia. Tanto che ( la sua brigata) non esprime una potenza militare inferiore a quella Russia.

Qual è il vero significato di questa minuscola  forza?  Non costituirebbe nessuna minaccia per la Russia nemmeno se fosse 100 volte più grande, forse nemmeno se fosse mille volte più grande. Ricordiamoci che Hitler invase la Russia cogliendo uno Stalin impreparato con la più grande e meglio armata forza militare che esistesse al mondo, con la più grande operazione militare della storia umana. La forza di invasione tedesca era composta da 3.800.000 soldati, da 600.000 veicoli a motore, da 3.350 carri armati, da 7.200 pezzi di artiglieria, e da 2.770 aerei. L’Armata Rossa, malgrado le purghe di Stalin che aveva già fatto fuori buona parte del suo corpo ufficiali, si è sgranocchiata tutta questa magnificenza di forza e ha vinto la guerra contro la Germania.

Confronto a quello che era la Russia di Stalin, oggi la Russia di Putin è pronta. La NATO non è in grado di mettere insieme una forza sufficientemente grande da invadere la Russia. Allora, qual è il motivo per  far muovere 2.700 soldati americani da tutta la Polonia verso la Russia?

La risposta è mantenere viva la propaganda occidentale che la Russia è una minaccia e rendere il più difficile possibile per Trump la normalizzazione delle relazioni con la Russia. E’ incredibile che l’esercito americano stia portando avanti una esercitazione tanto provocatoria e tanto in contraddizione con la futura politica del presidente entrante. I militari americani, la CIA, e le loro puttane dei media USA stanno anti-democraticamente seguendo una propria agenda,  indipendente della politica che vorrà fare il presidente eletto. Secondo il quotidiano israeliano, Haaretz, agenti dell’intelligence USA hanno chiesto al governo israeliano di non condividere nessuna informazione di intelligence con l’amministrazione Trump, perché Putin ha mezzi per  far “pressione” su Trump e Trump dovrà svelare le loro stesse informazioni a Russia e Iran

http://www.haaretz.com/israel-news/1.764711

Possiamo vedere come tutto il complesso si muova per il sabotare tutta la politica militare e del security di Trump. Accuse continue hanno costretto Trump a dire che forse i russi sarebbero stati coinvolti in un attacco che non c’è mai stato, né da parte della Russia né da parte di nessun altro. Il candidato di Trump al ruolo di Segretario di Stato, Tillerson, ha dovuto dichiarare che la Russia è una minaccia nel corso della sua udienza di conferma per poter essere confermato. Il candidato di Trump al ruolo di  Segretario della Difesa, Mattis, ha dovuto dire nella sua udienza di conferma che gli Stati Uniti devono essere pronti a confrontarsi militarmente con la Russia ed ha dovuto aggiungere che sono poche le aree in cui gli Stati Uniti possono collaborare con la Russia, un paese che  sta cercando di far saltare la  NATO.

Autore della traduzione Bosque Primario

Continua a leggere QUI l’articolo postato su ComeDonChisciotte

Almanacco di gennaio 2017

INDIA: LA “MANINA” USA DIETRO LA GUERRA AL CONTANTE

Di Maurizio Blondet

raghuran-rajanEsiste un segretariato dell’ONU, United Nations Capital Development Fund (UNCPD) di cui pochissimi conoscono l’esistenza. Ma lo conoscono bene Master Card Foundation e la Bill and Belinda Gates Foundation, perché ne sono divenuti i più generosi donatori. Il motivo: l’UNCPD è la centrale ideologica occulta del progetto di abolizione mondiale del contante. E’ l’ente – con Bill Gates e le finanziarie che emettono carte di credito, come Master Card – del crudele esperimento sociale che ha luogo in India, la prima cashless society a spese di un miliardo di poveri, che non hanno, ne possono avere, un conto in banca. Ricostruire chi e come ha indotto quell’esperimento in corpore vili, è un istruttivo compendio dei metodi con cui gli interessi americani si impongono dietro le quinte. Continua QUI

Bauman: addio umanità, schiavizzata da un’élite di parassiti

timthumb-php«Le opere di Bauman, che, per quanto fortunate editorialmente, sono state cibo per pochi, purtroppo, sono un tesoro cui attingere per comprendere le ingiustizie del tempo presente, denunciarle, e se possibile, combatterle». Così Angelo d’Orsi ricorda su “Micromegaall’indomani della sua scomparsa, il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, massone progressista e celebrato teorico della “società liquida”: «Il messaggio che ci affida è appunto di non smettere di scavare sotto la superficie luccicante del “mondo globale”, come ce lo raccontano media e intellettuali mainstream, che non solo hanno rinunciato al ruolo di “legislatori”, trasformandosi compiutamente in meri “interpreti”, ossia tecnici, ma sono diventati laudatores dei potenti».

Nato a Poznan nel 1925, Bauman aveva attraversato il “tempo di ferro e di fuoco” dell’Europa fra le due guerre, «tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo». Di origine ebraica, «si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano». Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, fino alla “scoperta” di un grande italiano, Antonio Gramsci, «che lo aveva aiutato a leggere il mondo con occhi nuovi», rispetto alla vulgata marxista-leninista e alle scienze sociali angloamericane. Continua QUI

PIG PHARMA

 pigLa crociata forcaiola contro chi mette in discussione l’utilità dei vaccini ha raggiunto il diapason con la decisione del ministro Lorenzin di rendere gratuite le salvifiche punture esentandole dal ticket. È davvero un mistero questa faccenda. Solo pochi giorni fa avevano spiegato che non c’è alcuna emergenza vaccini, benché taluni scrivano libri e tengano convegni per arruolare altre truppe da mandare al fronte contro i malnati-genitori-obiettori-di-coscienza. Ma prescindiamo. Nonostante il fenomeno sia evidentemente montato ad arte e mediatico, la ministra ci è cascata.

In un periodo in cui cade a tocchi la sanità pubblica e i partiti (soprattutto di sedicente sinistra) non vedono l’ora di smantellarla per consegnarla al lucro speculativo del privato, ecco che – tra tutte le prestazioni ben più importanti e necessitanti di uno sgravio di prezzo – i palazzi del potere ci regalano i vaccini per i bambini. Ma l’ha detto la comunità scientifica internazionale, sapete. Eh, sì! Amici miei, parliamo di roba grossa, cioè dei detentori di quelle conoscenze esoteriche su come va il mondo; autori autorevoli e autoritari con i quali non possiamo metterci a discutere perché la scienza non è democratica. E noi siamo dei cretini di ritorno senza diritto di parola. Continua QUI

Meningite: epidemia di un business…

Marcello Pamio – 9 gennaio 2017

Toscana sempre sul podio

Nella nota regione rossa del piddì accadono le cose più incredibili: dal burattinaggio dell’ex premier, ai bambini vegani malnutriti (che vegani non lo sono mai) tutti ricoverati al Meyer di Firenze, per arrivare alle stranissime epidemie di meningite…

Andiamo per ordine altrimenti non è possibile seguire il filo rosso.

Menarini Industrie

A Firenze ha sede la Menarini Industrie Farmaceutiche Riunite.

Anche se pochi la conoscono stiamo parlando della prima azienda farmaceutica italiana con 16.600 dipendenti, 14 stabilimenti produttivi nel mondo e vendite in 100 Paesi.

Il fatturato della società gestita della famiglia Aleotti supera i 3,3 miliardi di euro all’anno.

La famiglia ha avuto qualche problema giudiziario, visto che il tribunale di Firenze ha condannato a 10 anni e 6 mesi Lucia Aleotti, presidente della società, e a 7 anni e sei mesi il fratello Alberto Giovanni, vicepresidente, a conclusione del processo che li vedeva a giudizio per accuse di frode fiscale, riciclaggio e corruzione. Alla società infine sono stati confiscati oltre un miliardo di euro. Continua QUI

Disastro Minniti-Gentiloni in Libia:  una politica estera allo sbando

by Federico Dezzani

 ed-img8974887-675x423-220x150Ma per l’Italia è preferibile un governo nel pieno dei poteri o il vuoto istituzionale? A giudicare dai primi passi in politica estera del governo Gentiloni, sembrerebbe più conveniente un esecutivo vacante: i danni inflitti al Paese sarebbero minori. Tipico è il della Libia, dove il “governo-fotocopia” di Matteo Renzi, indissolubilmente legato all’era di Barack Obama ed incapace di adeguarsi ai mutamenti in corso, si ostina ad appoggiare l’effimero governo d’unità nazionale di Faiez Al-Serraj, un fantoccio angloamericano che controlla a stento qualche palazzo di Tripoli. L’insediamento di Trump, isolazionista ed interessato a trovare un modus vivendi con la Russia, spianerà al generale Khalifa Haftar che, sostenuto da Mosca e dal Cairo, si candida a diventare il nuovo dominus della Libia, relegando così ai margini l’Italia. Continua QUI

LA CIA E’ DIVENTATA UNA AGENZIA DI BARZELLETTE

cia Cosa succede nel mondo? Il 2016 ha lasciato in eredità alcuni importanti cambiamenti geopolitici che il 2017 necessariamente consoliderà. La vittoria dei sostenitori dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue e la sorprendente sconfitta del candidato dell’establishment Hillary Clinton a vantaggio dell’istrionico Donald Trump provano l’avvenuto mutamento di equilibri che sembravano granitici. Il vecchio sistema, quello che ha costruito, diretto e pianificato una globalizzazione affamante e assassina è all’angolo, ma non ancora sconfitto.

Troppi sono i segmenti di potere che resistono con le unghie e con i denti affinché nulla cambi. Il mondo di oggi, fondato su un libero commercio che alimenta diseguaglianze insostenibili, è perfettamente funzionale agli interessi di una élite apolide che controlla in maniera soffocante il sistema finanziario, il flusso delle notizie e i servizi segreti.

A proposito, avete notato come la Cia abbia divulgato un risibile resoconto in grado di svelare le pressioni e le influenze degli hacker russi finalizzate a favorire l’elezione di Trump? La Cia, istituzione che da sempre fomenta in ogni angolo del pianeta insurrezioni contro i rappresentanti di Paesi che perseguono politiche contrarie agli interessi americani, ha il coraggio di puntare il dito contro qualche “smanettone” presuntivamente affascinato da Putin.

Ma vi rendete conto della spregiudicatezza di una operazione di bassa cucina partorita da una agenzia di intelligence che nel recente passato, in combutta con gli 007 inglesi, costruiva di sana pianta allarmi inesistenti riguardanti le famose “armi di distruzioni di massa” nella immaginaria disponibilità del pericolosissimo Saddam? Con buona pace del direttore della Cia John Brennan, non è Trump che “mette in pericolo la sicurezza degli Usa”; sono semmai alcuni riservati cenacoli massonici sovranazionali, legati a doppio filo proprio alle principali agenzie di intelligence, a minare la stabilità del mondo intero.Continua QUI

L’impero atlantico della menzogna, un esercito di professionisti mercenari dell’informazione

di Marcello D’Addabbo

0-21158In Germania il caso Ulfkotte è ormai esploso in tutta la sua enormità. Nei talk show risuonano le parole del corrispondente esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine Zeitung«per diciassette anni sono stato pagato dalla CIA, io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca»

Questo è l’inquietante quadro descritto nel libro che Udo Ulfkotte ha da poco pubblicato in patria dal titolo eloquente: Giornalisti comprati. Il libro descrive il controllo dei media tedeschi, e occidentali in genere, attraverso una fitta rete di corruzione e di pressioni esercitate da parte degli americani mediante apparati di intelligence, ambasciate Usa, fondazioni, lobby e istituzioni atlantiste (sono citate tra le tante il Fondo Marshall, l’Atlantic Bridge e l’Istituto Aspen). Continua QUI

La verità dei media alternativi di internet che nessuno vuole ascoltare (parte 2)

comp-1_000005Nella prima parte di questo articolo la veritàche nessuno vuole ASCOLTARESU GLI ALTERNATIVI MEZZI DI INTERNET (I), abbiamo spiegato le ragioni per le quali i media alternativi sono diventati un meccanismo di controllo psicologico, appositamente progettato per incanalare gli individui “pericolosi per il potere”, cioè coloro che non seguono le correnti di pensiero del sistema maggioritario.

Inoltre abbiamo indicato la più che possibile esistenza di una rete globale coordinata di media alternativi e diretti dagli Stati Uniti e gli anglo – sassoni mondiali in generale, la cui funzione principale sarebbe di generare la corrente principale , il “pensiero alternativo” controllato, che riunisce gli individui sparsi che cercano risposte, qualcosa che potrebbe essere descritto come un enorme “gregge alternativo , ” guidato da pastori eretti in “guru verità e risveglio”. Continua QUI a leggere l’articolo in lingua spagnola.

Come i globalisti predicono il tuo comportamento

by Brandon Smith

crystalball1I globalisti sembrano avere un’ossessione globale per la raccolta dei dati. Come abbiamo visto con le rivelazioni provenienti da più governi delatori, l’istituzione passa la maggior parte del suo tempo, energia e manodopera nella raccolta di informazioni non solo su minacce note per la loro supremazia, ma le informazioni di tutti attraverso protocolli di sorveglianza FISA-based. Questo perché l’istituzione vede ogni individuo come una potenziale minaccia.

Così, il sistema, senza mandato, è programmato per raccogliere dati da ovunque, non necessariamente da analizzare sul posto, ma da analizzare successivamente nel caso in cui una persona specifica sale a un livello che pone danno alla legittima struttura di potere globalista.

C’è stato un tempo non molto tempo fa, quando questo concetto è stato considerato dal mainstream “teoria della cospirazione”, ma con esposizioni multiple da Wikileaks a Edward Snowden è ormai risaputo che il governo (e i globalisti) spia su di noi in massa. Tuttavia, non credo che molte persone capiscano le implicazioni e/o più usi per questa completa e spettrosa sorveglianza. Questo è il motivo per cui a volte si sente dire che “se non stai facendo niente di male, allora non hai niente di cui preoccuparti …” Continua QUI l’articolo in lingua inglese.

il crollo indecoroso delle idee

FAHRENHEIT 2017

Librerie d’oggi: tempio “vuoto” di letture bovine e luogo di ritrovo per intellettuali politically correct che nonostante il crollo indecoroso delle idee nelle quali avevano creduto si atteggiano a persone colte e intelligenti.

di Francesco Lamendola

È una grossa libreria, la più grossa della provincia; grossa e ultramoderna. Non sorge in un quartiere cittadino, ma in mezzo alla campagna industrializzata, a lato di una strada statale. Ci si va con l’automobile, oppure non ci si va: esattamente come in uno dei tanti centri commerciali che sono sorti come funghi dopo la pioggia, in questi ultimi anni, da quando gli investitori finanziari si son trovati a “dover” impiegare in qualche modo i loro capitali, e hanno dato il colpo di grazia a quel che restava del piccolo commercio locale. Solo che lei esisteva qui già da molti anni, da prima della globalizzazione, a suo modo una pianta pioniera nell’isola vulcanica della post-modernità, emersa decenni prima della Grande recessione del 2007.

Anch’essa, naturalmente, si è modernizzata. Per molto tempo è stata una via di mezzo fra un magazzino-deposito e una moderna libreria fornitissima, che praticava lo sconto del 15% su tutti i libri. A suo modo, un ambiente affascinante, dove ci si poteva imbattere, accanto all’ultima novità editoriale, in un libro “dimenticato” da due o tre decenni e divenuto ormai introvabile, con il prezzo rimasto inalterato nel corso del tempo. Poi vi fu una ristrutturazione radicale, un trasferimento sull’altro lato della strada, in un edificio nuovo di zecca: un parallelepipedo di vetro e cemento, orientato in modo da attirare l’attenzione dell’automobilista più distratto, con il nome stampato a caratteri cubitali proprio sullo spigolo.

Si è fatta un nome, non solo perché vi si trova, o vi si può ordinare e ricevere in pochi giorni, qualsiasi pubblicazione, italiana o straniera, ma anche, e forse soprattutto, per la frequenza degli incontri con scrittori di ogni genere, romanzieri e biografi, economisti e storici, poeti e perfino il militare in mephisto, che parla tutto il tempo col passamontagna ben calato sulla testa e che mostra al pubblico solamente gli occhi. Ed è molto amata da tutte le persone, e sono molte, che si sentono un po’ intellettuali pure loro, naturalmente progressiste e politically correct; quelle che, negli anni ’70 del secolo scorso (incredibile, ma sono proprio le stesse; più raramente sono i loro degni eredi) ostentavano La Repubblica quando, studenti universitari più o meno fuori corso – tanto, il treno della storia non lo perdono mai, i progressisti: basta sedersi e aspettare quel che succederà -, tiravano fuori il giornale formato tabloid, che fa tanto lettore impegnato e moderno, sul treno o sull’autobus, mentre il lettore meno politicamente corretto si arrabattava con chilometri quadrati di carta per sfogliare difficoltosamente gli altri giornali, goffi ed enormi al confronto, per non parlare delle giornate di vento, quando l’impresa diventava pressoché impossibile, e si tingeva di sfumature tragicomiche.

Ora sono quasi tutti professori in pensione, alcuni baby-pensionati, cioè felicemente in pensione dal fiore degli anni, e, dall’alto della loro saggezza e del loro dolce far niente, nonostante il crollo indecoroso delle idee nelle quali avevano tanto creduto, insistono ad atteggiarsi a persone colte e intelligenti, che sanno tutto e hanno capito tutto, e che leggono solamente, oggi come allora, libri molto politically correct. Leggono Saviano e Gad Lerner, per intenderci, oppure Erri De Luca o, magari, le memorie di Walter Veltroni. Se amano la storia, vanno pazzi per Ernesto Che Guevara, hanno letto tutte le sue biografie e continuano a sognare la revolución, hasta la victoria, siempre; naturalmente, in nessuna di queste biografie hanno appreso, o hanno voluto capire, che il “Che” è stato l’inventore dei campi di concentramento nell’isola di Cuba, oltre che un ministro dell’industria totalmente fallimentare; e che solo la sua “bella” morte (si fa per dire) sulle montagne boliviane, mentre era ancora giovane e pieno di fascino, col suo sigaro in bocca e il sorriso sprezzante, lo ha consegnato al futuro sotto forma di santo patrono di tutte le guerriglie e le rivoluzioni. Se invece amano la filosofia, i nostri bravi intellettuali politicamente corretti leggono Cacciari e Galimberti, e, quando ricevono l’insperata grazia di vederseli davanti in carne ed ossa, si pigiano e si accalcano, sudati e felici, in un delizioso afrore di ascelle sudate, alzandosi sulle punte dei piedi per imprimersi nello sguardo almeno un debole riflesso di tanto splendore; e poi, all’uscire dalla conferenza, in verità un lancio pubblicitario del loro ultimo libro, neanche tanto mascherato, si attardano a discutere lungamente l’incredibile e immeritato evento che ha riscaldato un poco i loro cuori con la fiamma del Sapere e del Pensare.

Attenzione, non bisogna lasciare orfani della Cultura i compagni di strada più preziosi, il fiore all’occhiello del politicamente corretto: i cattolici progressisti e modernisti, vaticansecondisti e bergogliani, kasperiani e galantiniani; no di certo. E allora ecco qui per loro i libri di Enzo Bianchi, per la teologia politically correct, e quelli di Alberto Melloni, per la storia della Chiesa: saranno loro le nostre guide, le nostre Sibille cumane nel labirinto del cattolicesimo evoluto, maturo e, ben s’intende, solidale e misericordioso. Affidandosi alla loro guida sicura, il lettore bene intenzionato potrà evitare gli scogli pericolosissimi nella sua navigazione culturale, potrà riconoscere e sbugiardare i teologi conservatori, come Antonio Livi, e i cattolici retrogradi, come Roberto de Mattei. Meno male che ci sono loro! Già ci confortano e ci ammaestrano, i Bianchi ed i Melloni, e molti altri della stessa scuola, attraverso la radio e la televisione, con interviste volanti e con rubriche fisse o semi-fisse; tuttavia, per nostra maggior sicurezza ed edificazione, possiamo anche acquistare le loro opere e porle sul comodino, alla sera, per poi addormentarci con un delizioso senso di protezione, quale non si prova neppure recitando un Rosario intero.

Forse, però, amano sia la narrativa che la filosofia; in tal caso, che c’è di meglio, per loro, che uno degli innumerevoli romanzi di Umberto Eco? Invece, se sono affascinati dal teatro, Dario Fo è senza dubbio il loro nume protettore: sono pronti a giurare sui suoi lazzi e sui suoi frizzi, sentendosi tanto più intelligenti e spiritosi quanto più s’immedesimano nella derisione sapida e spietata di quegli “altri”, i filistei, i borghesi, i credenti, i “fascisti”, i reazionari, che il grande Premio Nobel riserva a tutta quell’immonda plebaglia destrorsa e sanfedista. Se poi i nostri bravi lettori amano la scienza, cosa di meglio che un saggio di Piero o Alberto Angelo, o magari del padre e del figlio insieme (con la lettera minuscola, per ora; in futuro, chissà…), o della defunta Margherita Hack, o dell’impareggiabile Genio, il matematico Piergiorgio Odifreddi, che si crede impertinente solo perché spara ad alzo zero là dove sa di poterlo fare, ma si guarda bene dal tirare anche solo con la cerbottana là dove non si può. Infine – bisogna pur essere pluralisti e tolleranti – potrebbe darsi che il nostro lettore intellettuale sia in qualche modo affascinato dal mistero, e allora niente di meglio che i saggi di Massimo Polidoro per smontare, a colpi di C.I.C.A.P., qualunque bizzarria sul soprannaturale, per ridicolizzare fin l’ultima leggenda metropolitana, per demolire e spargere il sale sopra il concetto di “miracolo”, di “guarigione straordinaria”; e, già che ci siamo, per fare un bel minestrone con i cerchi nel grano, con gli atterraggi dei dischi volanti, con i tavolini parlanti, le sedute spiritiche, gli esorcismi, la telepatia e la chiaroveggenza, ovviamente gettando tutto nel cestino della carta straccia, in nome dei meravigliosi lumi della Dea Ragione. La quale, dai tempi di D’Holbach e La Mettrie, ne ha fatta di strada, e ha perso anche un po’ del suo smalto iniziale, eppure loro, i nostri anici, non se ne sono per nulla accorti, vanno avanti sicuri e tranquilli verso le magnifiche sorti e progressive della razionalità, brandendo il vangelo di Bertrand Russell, certi e convinti che la storia finirà per premiare la loro fede, per dar loro ragion. Anche se, in tutto il resto, non si può proprio dire che lo abbia fatto – ma questo è il segreto di Pulcinella, lo sanno tutti ma non bisogna dirlo, zitti, per carità, facciamo finta di niente, ci resterebbero troppo male.

Ecco: un amico ci trascina nel parallelepipedo di vetro e di cemento, e la prima sorpresa è un bellissimo bar al piano terra, un bar coi fiocchi, da non invidiar nessuno, con un barman in grande uniforme che incute quasi soggezione per l’evidente professionalità che sprizza da tutti i pori; peccato solo che non ci sia neppure l’ombra di un avventore. Eh, ma cosa c’è di strano? In questo tempio della Lettura, la gente viene per cercare libri, non per tracannare vino o azzannar panini. E allora, su, su, verso i piani alti,  verso il cuore del gioiello architettonico, per la delizia degli occhi, anche se non dell’olfatto: poiché i libri sono tutti rigorosamente cellofanati, inodori, insapori e sterilizzati, senza l’ombra di un virus o di un batterio, senza neppure un granellino di polvere. Ed ecco l’immensa sala, il sancta sanctorum del Lettore Politicamente Corretto: chilometri di scaffali dietro scaffali, tutti stracolmi di libri, tutti in bella mostra, una pila sopra l’altra, in religiosa offerta per il loro fervente adoratore. La cosa decisamente incoraggiante sono le fascette che li avvolgono: vi si possono leggere slogan come questi: Il più venduto negli Stati Uniti; oppure:Due milioni di copie vendute; oppure, ancora: Una scrittrice da 500.000 copie. Si va a peso, si va a quantità: tante vendite, tanto merito. Rassicurati, perciò, lettore dubbioso e di poca fede: se compri questa merce, non potrai sbagliare: sarai il due milionesimo e uno stronzo che avrà dedicato il proprio tempo a riempirsi il cervello di codesta immondizia.

Stiamo parlando, naturalmente, di romanzi. Già dai loro titoli brilla, in tutto il suo fulgore, la loro perfetta, furbesca, perfino scanzonata idiozia: sono talmente idioti che ci si vergogna anche solo a pronunciarli a voce alta, non si sa come faccia un cliente a domandare alla commessa: Scusi, avete il romanzo tal dei tali?, senza avvampare e morire sull’istante di vergogna. A chi possieda anche solo un briciolo di pudore e di rispetto di sé, buttar fuori quel nome dalla bocca costerebbe atroci sofferenze; tuttavia, è noto, cosa non si farebbe per amore della Cultura e del Sapere? Ecco, senza dubbio qualcuno, a questo punto, dirà: la solita ipercritica esagerata, preconcetta. Al contrario: ci sembra di esser stati molto al di sotto di una vera critica. Dell’immondizia non si fa la critica: si girano i tacchi e si portano lontani gli occhi e il naso. Quel che colpisce, semmai, è la poca distanza che separa la letteratura “alta”, o considerata tale, quella di Eco e Fo, tanto per capirci, da quella apertamente commerciale, e che  non nega di esserlo: quella di Moccia o di Volo. Ammesso che una distanza ci sia. Il vecchio problema della cultura italiana, la distanza siderale, anacronistica, fra cultura alta e bassa, è stato risolto una volta per tutte alla radice, democraticamente, quasi d’imperio: è diventata tutta bassa; ma talmente bassa, che più bassa non si può.

Dunque, abbiamo mestamente bighellonato fra gli scaffali ripieni di mercanzia libraria, scorrendo nel sole che abbaglia,  con triste meraviglia, da un titolo all’altro, da una fascetta all’altra. Infine, sconsolati, ci siamo spinti nel reparto saggistica: e anche lì, con infallibile precisione, ci siamo imbattuti nei soliti nomi, nei soliti volti, nei soliti titoli: tutto l’establishment del politicamente corretto, del progressismo in formato terzo millennio; tutti i cascami del femminismo, del liberismo, dell’edonismo, dell’immigrazionismo, del buonismo, del multiculturalismo, dell’omosessualismo, e anche qualcuno di nuovo conio, ma sempre con il copyright del Nuovo Ordine Mondiale. Ancora Cacciari, ancora Galimberti; ancora Del Boca per sapere tutto sull’Africa coloniale, ancora Paolo Crepet per i problemi dell’adolescenza. E poi, ci son sempre i vecchi guru che aleggiano, ispirano e benedicono, standosene affabilmente dietro i nuovi: Marx, Freud (padre e figlia), Reich, Marcuse; e, per i cattoprogressisti, don Milani e don Ciotti, padre Turoldo e i comboniani di Nigrizia. E avanti di questo passo, con tetra uniformità, con implacabile ripetizione, con inesorabile fatalità, come nella hegeliana marcia dello Spirito della Storia. Uno scaffale dopo l’altro, una pila dopo l’altra, tutti belli e cellofanati, tutti schierati a battaglia come soldati di un esercito impeccabile, di un’armata irresistibile, pronti per essere consumati, pardon, acquistati, dall’onnivoro e diligente lettore politicamente corretto. Antirazzista, antifascista, antimaschilista, antiomofobo, anti… non importa cosa, importa che sia sempre, rigorosamente antiqualche cosa: perché se non c’è un orrendo Nemico da combattere e da abbattere, che razza di vita sarebbe?

C’è solo un piccolo particolare da aggiungere… che la libreria, la grande, maestosa libreria, il Tempio del Sapere politically correct, nonostante le ferie natalizie, nonostante le strenne ed i regali, nonostante la bella giornate di sole, senza nubi (un po’ freddina, questo è vero, ma comunque limpida e invitante), era praticamente deserta. Clienti, zero o quasi. Lettori, zero o quasi. Una desolazione, una tristezza, un autentico gelo nel cuore. Vuoi vedere che perfino il pubblico di bocca buona del terzo millennio, a forza di vedersi proporre sempre e solo la solita immondizia, ha deciso di far lo sciopero della fame? Vuoi vedere che i Signori del Politicamente Corretto, a cominciare dai proprietari e dai direttori delle case editrici, hanno tirato la corda un tantino troppo, finché l’hanno spezzata? Vuoi vedere che perfino gli schiavi più docili si sono stancati di essere trattati con così palese disprezzo, con così sfacciata cialtroneria, con una boria così insopportabile, che preferiscono fare qualcos’altro – una partita al bar con gli amici, o una pizza con la moglie e i figli – piuttosto di sottoporsi al noiosissimo, frustrante supplizio di tutte queste letture bovine, ma politically correct?

Fonte:  http://www.ilcorrieredelleregioni.it/

in un mondo di servi volontari

LA “TERRA DI NESSUNO” CULTURALE 

Cultura del Caos e Vangelo secondo me: i distruttori della nostra civiltà stanno sfruttando un salto generazionale c’è una generazione che manca all’appello della storia che non hanno fatto in tempo a conoscere il mondo di ieri

I distruttori della nostra civiltà stanno sfruttando un salto generazionale. di Francesco Lamendola 

ALL’AMICO ANDREA.

C’è una generazione che manca all’appello della storia, o forse due: quelle dei nati fra il 1970 e oggi; quelle degli uomini e delle donne, dei ragazzi e dei bambini, che non hanno fatto in tempo a conoscere il mondo di ieri, cioè prima dell’avvento della globalizzazione, né a ricevere delle solide basi educative dai loro genitori, dai loro insegnanti, dai loro sacerdoti, perché ormai molti genitori, molti insegnanti e molti sacerdoti erano già stati infettati dal virus del modernismo, avevano già abdicato al loro personale senso critico e si erano intruppati volonterosamente nel gregge dei pecoroni, dove la massa fa la giustizia, e il numero crea il diritto; dove quello che conta è seguire la corrente, e inseguire i folli miti del consumismo; e dove non si amano più le persone, ma le cose, i telefonini, i computer, le automobili, i vestiti firmati, gli orologi di marca; dove conta l’apparire e non l’essere, l’abbronzatura e non la bellezza interiore, i soldi e non l’onestà.

Le persone nate fin verso gli anni Sessanta del secolo scorso, bene o male, in maggioranza hanno ricevuto quella educazione: hanno visto i loro genitori lavorare duramente e non fare mai debiti, non vivere mai al di sopra delle loro possibilità, condurre una vita sobria, coltivare il lavoro, l’amicizia, la fedeltà alla parola data; hanno visto i loro maestri e professori insegnare con passione, con competenza, con il senso di una vera e propria missione da compiere, per mezzo della cultura, dei valori etici, dell’esperienza da trasmettere ai giovani; e hanno visto i loro sacerdoti calarsi con fervore nel sacramento dell’Ordine, insegnare il Vangelo con le parole e con l’esempio, prendere con serietà le cose di Dio, vivere la fede con generosità ed entusiasmo, ma anche con timore e tremore, come si addice a chi si confronta con l’abisso insondabile dell’Assoluto. Non sempre, beninteso, gli adulti erano all’altezza di quei valori e di quei modelli; però, onestamente parlando, lo erano più spesso di quel che non si pensi.
Facevano del loro meglio, quasi sempre; e quasi sempre almeno alcuni di loro riuscivano a trasmettere ai bambini e ai ragazzi qualcosa della loro serietà, della loro vocazione, del loro sentimento maturo e responsabile della vita, che non era, per essi, una scampagnata in cerca di divertimenti, ma una pagina bianca sulla quale si scriveva una riga, ogni giorno, con l’aiuto di Dio e con il conforto dell’esempio ricevuto dalle generazioni precedenti.
Ora questo legame generazionale si è interrotto; c’è stato un salto, un vuoto, una frattura, si è creata una terra di nessuno, sulla quale son piombati, come falchi, come avvoltoi, come sciacalli, i signori della distruzione: gl’intellettuali nichilisti, gli amministratori raccomandati, i politici cinici e disonesti, gl’imprenditori fasulli e senza scrupoli, i finanzieri d’assalto, uno stuolo d’insegnanti senza solide basi culturali e senza il senso della loro missione, un esercito di preti e vescovi senza vocazione’, ma, in compenso, resi sempre più audaci, sempre più presuntuosi, sempre più arroganti da un altro esercito di cattivi teologi, nel gridare dai tetti il loro nuovo vangelo: il vangelo secondo me, e non più il Vangelo secondo Gesù Cristo. E i signori della distruzione, in questo vuoto, hanno messo i contenuti che hanno voluto, senza timore di smentita o di contraddittorio: approfittando dell’ignoranza sempre più diffusa, della rimozione del passato, dell’azzeramento delle radici e dell’auto-disprezzo della propria civiltà, hanno raccontato ai giovani – attraverso i mass-media, la scuola, la classe politica e la stessa cultura, o sedicente tale (vi sono programmi “culturali”, alla televisione, che fanno semplicemente rabbrividire), quel che hanno voluto: riscrivendo a modo loro la storia, il passato, la tradizione, l’identità, la famiglia, la patria e la religione.
Il risultato è che moltissime persone nate dopo il 1970, anche se diplomate e laureate a pieni voti, anche se attente ai fatti culturali, anche se se si tengono costantemente informate sui problemi di attualità, non sanno proprio un bel nulla di quel che sta accadendo nel mondo, né di quel che è accaduto; credono a tutta una serie di favole preconfezionate, che tramandano alla rovescia le vicende dell’Italia, dell’Europa e del mondo, fin dall’antichità, ma soprattutto da quando è sorto il cristianesimo e si è poi stabilità la civiltà cristiana medievale, su, su, fino alle due guerre mondiali, alla guerra fredda, alle ultime tensioni internazionali fra Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran, Cina, Unione europea.
Di ogni cosa è stata fornita la versione politicamente corretta, cioè ampiamente rivista e rimaneggiata, ad uso dei poteri forti oggi imperanti, e che già si stavano profilando all’inizio della modernità: la Massoneria, le grandi banche, una parte del giudaismo, divenuto poi sionismo, e trasformatosi, così, da potere esclusivamente finanziario, anche in potere politico-strategico, fino ad assorbire e manipolare ai suoi fini egemonici gli stessi governi degli Stati Uniti d’America, sia democratici che repubblicani: si vedano George Soros, la famiglia Rotschild, le banche Lehman Brothers e Goldman Sachs, il potentissimo Henry Kissinger.
In Italia, è stata accreditata una versione della nostra storia nazionale che serve, sostanzialmente, a giustificare i compromessi, le piroette, le furberie, e gli autentici atti di banditismo politico, che hanno contrassegnato la nascita della Repubblica e la sua evoluzione, rigorosamente democratica e antifascista, come no, e rigorosamente pluralista e buonista, pacifica e tollerante, accogliente e garantista: la Repubblica di Pulcinella, dove la legge serve a tutelare più i delinquenti che i galantuomini, più gli immigrati/invasori clandestini che i cittadini, più gli amministratori che gli amministrati, più i governanti che i governati, più i parassiti che i lavoratori, più gli evasori fiscali che quanti pagano le tasse, e più i cialtroni, i fanfaroni, i disonesti, i raccomandati, gl’incompetenti e gl’incapaci, che i meritevoli, gli onesti, i competenti, i responsabili, i laboriosi. E tutto questo per negare due evidenze che non sono ammissibili per la cultura politicamente corretta: che in Italia, nel 1943-1945, vi è stata una feroce guerra civile, prolungatasi con i massacri indiscriminati, gli assassinii, gli stupri, le torture, gli infoibamenti (il correttore automatico non riconosce quest’ultima parola, il che è rivelatore) dei mesi successivi alla fine delle ostilità, quel glorioso 25 aprile del 1945; e che l’Italia, come nazione, è uscita sconfitta, umiliata e calpestata dall’esito della Seconda guerra mondiale, e cancellata dal novero delle grandi potenze: sconfitta e umiliazione sancite dal Trattato di pace di Parigi del 1947, nel quale, per supremo oltraggio, il governo italiano s’impegnava a non perseguire i traditori che, fin dal 10 giugno 1940 (e non solo dall’8 settembre 1943, data ufficiale dell’armistizio con gli Alleati) si erano adoperati per la sconfitta della Patria e per la vittoria del nemico, pardon, dei baldi e disinteressati liberatori anglo-americani.
Anche la storia della cultura è stata manipolata, rielaborata, riscritta, secondo la versione politically correct: si è fatto credere ai giovani che la cultura è sempre e solo, per definizione, una cosa di sinistra, progressista e antifascista; che una cultura di destra non esiste, non è mai esistita e non può esistere; che Ezra Pound era un pazzo, Giovanni Gentile era un irresponsabile, Knut Hamsun era un venduto, Céline era uno squilibrato, Mircea Eliade era un bieco reazionario e Giovanni Papini, un vecchio rimbambito. Motivo: tutti costoro, e parecchi altri, che non vengono mai ricordati (anche se alcuni di loro hanno scritto opere di valore immensamente superiore a quelle dei vari Balestrini, Eco o… Dario Fo), si erano schierati dalla pare sbagliata, avevano rinnegato i sacri valori della libertà e della democrazia e avevano preso partito per i carnefici nazisti: tesi che ha, più o meno, la stessa consistenza di quella secondo cui i vari araldi della sinistra, da Sartre a Éluard, da Aragon a Neruda, da Moravia a Pasolini, altro non sono stati che i fiancheggiatori dello stalinismo e i complici morali dei crimini di quel regime. Gli esponenti dell’area culturale cattolica, poi, sono stati fatti sparire addirittura, quasi con un gioco di prestigio: e gli studenti italiani continuano a ignorare perfino i nomi di Nicola Lisi, di Bonaventura Tecchi, di Riccardo Bacchelli, di Eugenio Corti.
E quel che è accaduto per la storia, vale anche per tutti gli altri ambiti della cultura e dello studio, nonché per la musica leggera, il cinema, lo spettacolo, la televisione, lo sport, perfino la scienza e l’arte, specialmente l’architettura e l’urbanistica, ma anche la pittura e la scultura. Anche qui si sono rifatte le liste di proscrizione e quelle di approvazione, si sono distribuite le pagelle dei buoni e dei cattivi; ma quelli veramente scomodi, li si è condannati al silenzio e all’oblio, che è sempre l’arma migliore per annientare qualunque avversario, reale o potenziale. L’avversario da annientare è sempre lo stesso: colui che invita a riflettere, colui che esercita la libertà del pensiero, che non si lascia condizionare, né ricattare, intellettualmente o moralmente, o entrambe le cose; che respinge gli schemi e le pappe precotte, le minestrine riscaldate e scipite, fatte passare per capolavori dell’alta cucina, che tutti devono applaudire e complimentare.
Qualcuno penserà che stiamo esagerando; ebbene, faccia caso a quali volti sono spariti dai telegiornali e dalle tavole rotonde televisive, quali firme sono scomparse dai giornali e dalle riviste in questi ultimi anni: a meno che costui sia affetto da una forma incurabile di distrazione cronica, si renderà conto che sono scomparsi precisamente i migliori, i più liberi, quelli che pensano con la loro testa, quelli che non stanno sul libro paga dei poteri forti, quelli che hanno il coraggio di dire la verità. Son rimasti i peggiori, i più mediocri, i più vili, i più conformisti, i più servi, i più banali.
Un fenomeno molto italiano, certo; ma, purtroppo, un fenomeno anche europeo, e, ormai, mondiale. Le teste pensanti vengono ridotte al silenzio, perché nessuna voce dissonante deve turbare la pacifica ruminazione del gregge dei pecoroni. Il Pensiero Unico avanza, dilaga, s’impone ovunque, diventa legge. Chi contravviene al Pensiero Unico, rischia ormai una querela: e, sotto la minaccia, molti giornali devono tacere, molte reti televisive devono adeguarsi, molte voci potenzialmente critiche sono messe a tacere.
I nostri studenti apprendono, sui banchi di scuola, che il fascismo aveva tolto la libertà di stampa, si era impadronito dei giornali, monopolizzava i programmi radio: il che è vero. Non viene loro detto, però, che, nell’attuale regime democratico e repubblicano, avviene la stessa cosa, se non peggio, però senza che ciò sia esplicito e dichiarato: avviene de facto, semplicemente perché non si trovano più un solo giornale o rivista, una sola rete radio o televisiva, che abbiano voglia o interesse a far risuonare una voce libera; in un mondo di servi volontari, le forme della libertà sono rispettate, ma solamente quelle.
La sostanza è una dittatura; anzi, un vero e proprio totalitarismo. Gli storici discutono ancora se il fascismo fu un totalitarismo o no; il sistema politico-sociale odierno, imposto dall’alta finanza e dai poteri forti internazionali, dei quali i politici europei sono solo i valletti e i camerieri, è sicuramente un totalitarismo, perché non si limita a controllare l’informazione, ma sta lentamente modellando i modi di pensare, di sentire, di vivere, di centinaia di milioni di persone; le sta letteralmente “rifacendo” di sana pianta, come passandole attraverso un duplicatore, dal quale escono simili a prima, ma intimamente cambiate: senza ricordi del passato, senza cognizione del presente, senz’ombra di  domande sul futuro.
Già, il futuro. Come dire a 500 milioni di europei che entro poco più di una generazione saranno spariti, e che l’Europa sarà diventata un continente islamico o islamizzato? No, meglio non dirglielo; anzi, bisogna non dirglielo. Le élites globali hanno deciso che l’islamizzazione deve procedere, e così sta avvenendo. Non si parla di questo problema come del problema numero uno dell’Europa; nessuno dei partiti maggiori, né in Italia, né in Francia, Germania, eccetera, ne parla come del problema numero uno. Eppure lo è; eccome se lo è. Il tasso d’incremento demografico non è una opinione: è matematica. Non stiamo facendo delle ipotesi, non stiamo almanaccando sulle probabilità: stiamo dicendo esattamente quel che è destinato ad accadere, a meno che si corra immediatamente ai ripari.
Ma come correre ai ripari, se nessuno lancia l’allarme, anzi, se chi lo fa viene subito bollato e zittito quale xenofobo, razzista, populista ed estremista di destra? Se, davanti alla rivolta del Cara di Cona, nel veneziano, con gli operatori presi in ostaggio dai “profughi” ivoriani e nigeriani (ma in Nigeria e in Costa d’Avorio c’è la guerra?), tutto quel che il prefetto sa fare è balbettare che, poverini, si può capire che si siano agitati perché una dei loro è morta (di malattia!), anche se i cattivelli non dovrebbero poi diventar violenti. Ma come reagire, se nessuno si ricorda più del Cara di Mineo, ove due anziani coniugi furono massacrati (lei anche violentata) da un “profugo” ivoriano, nell’agosto 2015? Memoria corta, oblio, silenzio: le armi del totalitarismo democratico, globalista e progressista, al quale si è associato anche il vertice della Chiesa cattolica. Cancellata la buona teologia tomista, e sostituita dagli sproloqui della “svolta antropologica” dei Rahner e dei Kasper; silenzio sul peccato, il giudizio e l’aldilà; Gesù Cristo ridotto a un amicone, e Dio a una variante dell’intelligenza umana. Sì: qualcosa s’ è perduto, nelle ultime due generazioni…

L’autarchia mammona & gli dèi abusivi

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Per una teologia del castigo

Nell’Antico Testamento le sciagure sono il castigo riservato agli empi. Così i Proverbi:

Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali. (Pr 12,21)

O il Siracide:

Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico. (Sir 38,15)

Nei Vangeli, invece, Gesù si intrattiene coi lebbrosi e guarisce gli infermi. E ai suoi insegna:

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico. (Lc, 13,4-5)

L’idea che le disgrazie scaturiscano dalla trasgressione di un codice etico è delle due la più antica, essendo anche la più primitiva. In essa agisce non tanto la volontà di dare un ordine razionale a ciò che ci appare arbitrario, ma piuttosto l’illusione teleologica e consolatoria di una giustizia intellegibile – corrispondente cioè alla norma etica del momento – che governerebbe i destini degli uomini.

Vieppiù consolatoria – e quindi appagante, e quindi responsabile del suo successo – è la sua inversa funzione giustificante: se la disgrazia colpisce i peccatori, allora io che non ne sono colpito sono un giusto. E in quanto giusto, a me non può succedere. È difficile resistervi. Se Tizio muore prematuramente ci preoccupiamo di sapere se conducesse stili di vita sbagliati. Se è vittima di un incidente ci auguriamo sia stato imprudente, non sfortunato. In quanto ai poveri, giova sempre sapere – o immaginare – che non lavorano perché assenteisti o sfaticati, che si drogano, delinquono, frequentano compagnie sbagliate, non si lasciano aiutare ecc. Che se la sono cercata.

Per quanto umana e parto dell’umana fragilità, la colpevolizzazione delle vittime è però la deriva mentale non solo più ingiustificata e ripugnante, ma anche la più pericolosa:

1 – perché nell’offrire una finta causazione alla portata di tutti ostacola la ricerca delle cause naturali e quindi l’avanzamento delle conoscenze;

2 – perché celebra nelle ingiustizie i correttivi di una società che piace credere dura ma giusta, alimenta la fede nello status quo, fa delle opposizioni e delle lotte per l’avanzamento sociale un fastidio;

3 – perché esclude la compassione: se chi subisce il male sconta i propri errori, non bisogna compiangerlo ma anzi trarne soddisfazione per la giustizia che vi si compie e la conferma della propria immunità. Non è però qui un problema di buon cuore, essendo piuttosto l’immedesimarsi nei problemi altrui un razionalissimo motore di civiltà: i sani curano gli infermi nella prospettiva di ammalarsi, i giovani aiutano i vecchi nella prospettiva di invecchiare, chi sta in alto tende la mano a chi sta in basso nella prospettiva di cadere. Il moralismo, all’inverso, ci restituisce al mondo delle bestie per altra via.

4 – perché nel giustificare il male giustifica la violenza. I genocidi, le oppressioni e le stragi in grande scala sono tutti preceduti da una demonizzazione etica delle vittime per rendere accettabile l’enormità di quei fatti. I crimini per interesse restano circoscritti all’obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza.

Si immaginerebbe che la modernità abbia fatto i conti con queste devianze. In fondo millenni di filosofia e secoli di scienza non hanno dato una definizione univoca di libero arbitrio, né hanno dimostrato che esista. Pare comunque unanime che se gli individui fossero liberi di scegliere, e quindi di sbagliare, e quindi di meritare un castigo, questa libertà – posto che esista – sarebbe confinata in un margine infinitamente più ristretto di quanto non ci suggerisca il senso comune.

Nel dubbio possiamo quindi salvare convenzionalmente il concetto per formulare giudizi, educare la prole, amministrare la giustizia ecc. ma dovremmo avere la decenza intellettuale di non farne una priorità causale.

Accade invece il contrario, e anzi di peggio: che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui – che già sarebbe aberrante – ma a intere comunità: gli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani. Che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, che non pagano le tasse, che corrompono e si fanno corrompere, che accumulano debiti, che non sanno competere, che rifiutano il progresso, che chiagnono, fottono e non vogliono prendere la medicina. E ne scontano quindi il castigo.

È il principio della pena collettiva, che esce dalla porta dei diritti umani e rientra dalla finestra dei diritti economicamente sostenibili. O della Vergeltung, la rappresaglia nazista che si rivergina nel giro di pochi decenni. In questo caso però con le vittime impegnate non a denunciarne l’orrore ma a rivoltare le proprie fila per consegnare al boia i fratelli: i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti. Finché, parafrasando un noto paradosso, non resterà loro che consegnare sé stesse.

Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (ne abbiamo abbozzata una fenomenologia qui) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici. Con il duplice effetto di chiudere la via a un’analisi razionale delle cause per risolvere i problemi a cui si allude (v. punto 1) e di impedirci di vedere nella disgrazia degli altri il presagio della nostra (v. punto 3). Così ad esempio i giornalisti di un noto quotidiano economico che, avendo invocato la falce dei mercati nel 2011, ne assaggiavano il filo nel 2016. Cose che capitano se quando sale l’acqua in terza classe, nel salone delle feste si brinda a tutta pagina invece di denunciare la falla.

Il moralismo è il rifugio più penoso. Perché a qualsiasi altezza della catena ragionativa offre una via di fuga per attribuire la responsabilità delle proprie decisioni e analisi fallimentari a chi le subisce. Di quella catena è l’anello maleodorante, ciò che la rende feccia, superstizione, passe-partout dialettico alla portata di ogni pecora che, per un giorno, vuole farsi leone affondando i denti nella carne dei moribondi. Fosse anche la sua.

Nell’illusione di responsabilizzare gli altri, le interpretazioni morali deresponsabilizzano chi ne fa uso esonerandolo dal capire e agire secondo ragione. Anche perché, in una retorica cristallizzata come un catechismo dove a ogni male corrisponde il suo peccato, non c’è più niente da inventare. Si consideri il capitolo dedicato alle crisi. Semplice, diretto, universale – a prova di scimmia (ポカヨケ):

Subiamo la crisi… Per colpa…
… economica … della Prima Repubblica spendacciona, degli amministratori spreconi
… finanziaria … dei banchieri avidi
… occupazionale … dei giovani comodi e accidiosi, degli apprendisti esosi, dei vecchi viziati e fannulloni
… produttiva … degli imprenditori pavidi e piagnoni
… migratoria … degli italiani razzisti
… delle finanze pubbliche … dei furbetti dello scontrino
… dei servizi pubblici … dei corrotti
… dell’Europa … dell’egoismo tedesco
… della politica … del populismo

Questa rogna prospera anche perché aggredisce gli anticorpi che la dovrebbero contenere, cioè la logica e il pensiero scientifico, quest’ultimo infiltrato e piegato non già a ricercare le cause storiche, politiche, aritmetiche dei problemi, ma a ripresentarne circolarmente gli effetti per dimostrarne la natura peccaminosa. I meridionali stanno peggio? Quindi sono peggiori. I giovani non lavorano? Quindi non ne hanno voglia. L’Italia va male? Quindi ci si comporta male. Applicazioni che non differiscono in nulla dalle più famose craniometrie apologetiche dell’arianesimo.

Chi poi non fosse d’accordo, chi proponesse di sostituire la logica e i precedenti storici alla morale delle fiabe è invece complice del declino. Giustifica i peggiori, si direbbe. Ne fa senz’altro parte anche lui.

Abbattuta così ogni barriera immunitaria, il morbo si fa onnipotente e dal discorso si insinua nell’agire, paralizzandolo. La politica smette l’ambizione di tradurre le soluzioni in regole e si dà a quella, millenaristica e grottesca, di fustigare il vizio, amministrare l’espiazione, redimere le moltitudini. Nascono partiti e correnti per promuovere l’onestà, combattere l’odio, predicare la solidarietà e l’accoglienza, sanzionare gli egoismi (al plurale). Si prefiggono, nientemeno, di cambiare la mentalità dei popoli. Sono idealisti, predicatori, pedagoghi, psicoterapeuti, maestre d’asilo – tutto fuorché servitori di una res publica che deve anzi servire le loro visioni, essere all’altezza dei sogni che li invasano.

Questa inversione – la stessa del folle che pretende di ruotare il pianeta per avvitare un bullone – certifica l’impotenza della politica, cioè la sua morte. O per meglio dire, la perverte in qualcosa che è al tempo stesso nuovo e primordiale. Ne fa una casta sacerdotale, il middle layer di una teocrazia laica i cui dèi non posseggono la sostanza della divinità ma ne usurpano gli attributi: i grandi investitori, le banche centrali, i decisori non eletti, le commissioni e i patti transnazionali, le agenzie di rating e tutti coloro che, in forza di un’indipendenza ordinamentale sciaguratamente negletta dai più, rispondono solo al proprio capriccio.

Alla politica in senso lato (e quindi anche ai mezzi di informazione) spetta il compito etimologicamente re-ligioso di mediare la volontà degli pseudo-dèi, difenderla dalla blasfemia di chi vi si oppone, imporla e predicarla ai fedeli traendone una norma etica e un corollario di dogmi, feticci e virtù cardinali: competizione, produttività, libertà dei commerci, internazionalismo, intraprendenza, digitalizzazione… Ma più ancora deve nasconderne i danni dietro la cortina teologica del castigo e riversarne la responsabilità su un popolo indegno, irriconoscente e immaturo: “… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (ibid).

Un castigo giusto e meritato, si intende, sicché nessuna soglia è inaccettabile: nemmeno il sacrificio umano – salvo chiamare diversamente i suicidi e le morti premature che, in Grecia come altrove, hanno spento decine di migliaia di vite per compiacere gli autarchi di mammona: gli dèi abusivi, gli antagonisti della divinità (Lc 16,13). È fanatismo religioso, con l’aggravante di prostrare le masse a creature del fango e non del cielo, la cui forza sta tutta nella follia di chi ci crede e di chi, smarrito il giusto, lo cerca nella disgrazia degli altri.

Fonte diretta: http://ilpedante.org/post/per-una-teologia-del-castigo

Ps: i commenti all’interno del link sopra menzionato, sono molto interessanti.

La trappola dello spazio sicuro

 Una società adolescente
… è il “Politicamente Corretto” – E se Clint Eastwood
avesse ragione?

di Abel S12
22 Novembre 2016
dal Sito Web Taringa
traduzione di Nicoletta Marino
Versione originale in spagnolo

L’inarrestabile progresso del political correct è un segnale molto potente che ci avverte di quanto sia divenuta infantile la società occidentale, che si riflette con una spavalda chiarezza nelle sue università  luogo da cui proviene

Nel geniale romanzo di Philip Roth, La Macchia umana, la vita del decano universitario Coleman Silk si svolge tra l’interesse per due studenti che hanno saltato tutte le sue lezioni:

“Qualcuno conosce questi studenti? Esistono o sono svaniti come il fumo nero?” domanda in aula.

Coleman sfortunatamente scopre che uno di loro è afro americano e quando arriva a sentire la sua domanda, la interpreta come un attacco razzista.

Anche se le sue parole non avevano intenzioni offensive, visto che non aveva mai visto lo studente, Silk è accusato di razzismo, sospeso come insegnante e licenziato. Nessuna altra Università lgli dà lavoro e la sua economia familiare si deteriora rapidamente.

E’ rifiutato dalla comunità, dagli amici e dai conoscenti e colmo dei colmi sua moglie è colpita da ictus e muore.

Anche se il professor Silk è il personaggio di un romanzo, Philip Roth riflette le esperienze di un’infinità di professori nord americani censurati o espulsi dalla università perché i loro discorsi, o i loro apprezzamenti, turbavano gli studenti sempre più super-protetti e bambineschi.

 Perché non si allineavano con quella che è political correct…

Università o asili nido?

Meno di due anni fa, , secondo quanto ha detto Judith Shulevitz, studenti dell’Università di Brown organizzarono un dibattito aperto sulle aggressioni sessuali.

Immediatamente, un altro gruppo di studenti, che avevano timori che chi sarebbe intervenuto avrebbe esposto certe idee “negative”, protestò con la direzione dicendo che l’università deve essere “uno spazio sicuro” dove niente deve far riaffiorare i traumi delle vittime. 

Le autorità accademiche non cancellarono l’evento, ma misero a disposizione di chi assisteva il proprio “spazio sicuro”:

una sala contigua dove chiunque era presente al dibattito e fosse stato turbato, lì si poteva riprendersi dal turbamento e poi rientrare nel dibattito. 

Il posto era organizzato con quaderni da colorare, giochi con la plastilina, musica rilassante, coperte, biscotti, ciucci e anche un video rilassante in cui si vedono cagnolini che giocano. 

C’era anche personale qualificato per prendersi cura di possibili traumi.

Quando l’evento è finito, due dozzine di persone erano passate per questa sala e una di loro ha detto: 

“mi sentivo bombardata per alcuni punti di vista che erano contro le mie credenze intime”.

Mi sento aggredita dalle tue opinioni così diverse. 

In un’altra occasione, un professore del Columbia College raccomandò la visita ad una interessante mostra sull’arte samurai giapponese.
 
Immediatamente, uno dei suoi studenti ha protestato fortemente tacciando il suo suggerimento di politicamente scorretto perché poteva ferire la sensibilità degli studenti cinesi.
 
Ovviamente, l’obiezione era assurda:
l’invasione della Cina da parte di un esercito imperiale giapponese era finita trent’anni prima.
Eppure per lo studente il tempo trascorso era irrilevante.
 

Seguendo la sua logica, l’arte tedesca offenderebbe la Francia, quella francese la Spagna per l’invasione napoleonica o quella spagnola le Fiandre.

Ho diritto di dire ciò che penso 
 
Un altro caso è quello dell’ex Presidente dell’Università di Harvard, l’economista Larry Summers, che ebbe la disgraziata opportunità di pubblicare uno studio dove parlava del fatto che il coefficiente d’intelligenza degli uomini presenta un fattore di dispersione, una varianza più grande di quella delle donne, pianificando come ipotesi che questo avrebbe potuto influire sull’assegnazione di posti di lavoro su una scala maggiore a minore.
 
Automaticamente fu accusato di essere macista e dopo una campagna durissima contro di lui, Summers fu obbligato a dimettersi nel 2006.
 

No! Noi abbiamo diritto di non essere offesi

 Dall’oscurantismo all’ignoranza 
 

Il calvario di tutti questi professori è un esempio della piaga del politcal correct, una moda che invade i campus universitari del mondo sviluppato, che costituiscono una censura asfissiante e non in poche occasioni, provoca drammi assurdi perfettamente evitabili.

La cosa peggiore, in tutto questo, è che condanna la società all’oscurantismo e all’ignoranza.

Insomma, Summers avrebbe potuto evitarsi il calvario falsificando i risultati della sua ricerca, adattandoli alla “realtà” del political correct, rinunciando semplicemente a ricercare.

Del resto, il professore della Columbia avrebbe dovuto pensare due volte prima di raccomandare mostre d’arte ai suoi studenti visto che avrebbero ferito la sensibilità di qualcuno.

Per quanto riguarda gli studenti dell’Università di Brown, per evitare problemi avrebbero dovuto rinunciare ad organizzare dibattiti aperti.

L’irresistibile progresso del political correct è un segnale molto potente che ci avvisa su come sia diventata infantile la società occidentale, che si riflette con una spavalda chiarezza nelle sue università, luogo da cui proviene.

Tanta assurdità ha portato Richard Dawkins, professore di biologia evolutiva all’Università di Cardiff, ad avvisare i suoi studenti con grande indignazione:

“L’università non può essere uno “spazio sicuro”. Chi lo cerca, vada a casa, abbracci il suo orsetto di peluche e prenda il ciuccetto fino a che si senta pronto a tornare. 

Gli studenti che si offendono quando ascoltano opinioni contrarie alle loro, forse non sono preparati per venire all’università”.

Il political correct è un prodotto di questo pensiero infantile che crede che il mostro scomparirà solo con l’atto di chiudere gli occhi.

Però la maturità personale è proprio il contrario: scoprire il mondo non è sempre bello e buono, prendere coscienza che il male esiste, arrivare ad accettare e adattarsi alle avversità, alla sofferenza. E senza ombra di dubbio, imparare a controbattere i criteri contrari ai nostri.

Le università, sforzandosi di far sentire comodi e al sicuro tutti i loro studenti, per salvaguardarli da un potenziale shock, stanno sacrificando la credibilità e il rigore del discorso intellettuale rimpiazzando la logica con l’emozione e la ragione con l’ignoranza.

Stanno così impedendo che i loro studenti maturino.

La trappola dello “spazio sicuro”

Quando si definiscono come sicuri degli spazi universitari, implicitamente si definiscono insicuri degli altri. E quindi prima o poi dovremo renderli “sicuri”, fino a quando una opinione che sconcerta sarà proibita in tutto il campus.

E se questo è valido per l’università, perché non trasferirlo a tutta la società?

La repressione, così si estende a macchia d’olio, proibendo parole, termini, attitudini, stabilendo una sinistra pulizia del pensiero

Dal punto di vista concettuale, il political correct è incongruente, cade per il suo stesso peso.

Dato che non tutti la pensano allo stesso modo e non possiede la stessa sensibilità, non è possibile separare rigorosamente quello che è offensivo da quello che non lo è, stabilire un confine oggettivo tra ciò che è politicamente corretto da quello che non lo è.

Ci sono persone che non si offendono mai, altre, invece, che hanno la sensibilità a fior di pelle. L’offesa non sta in colui che la dice, ma in colui che la riceve.. In pratica, quindi, è l’autorità che detta ciò che è politicamente corretto da ciò che non lo è.

E lo fa, naturalmente, a favore dell’establishment e dei gruppi meglio organizzati che fanno pressione.

Il political correct è una forma di censura, un intento di sopprimere qualsiasi opposizione al sistema.

Ed è anche poco efficace per affrontare le questioni che pretende di risolvere:

  • l’ingiustizia
  • la discriminazione
  • la cattiveria

Non è altro che un espediente tipico delle menti superficiali che davanti alla difficoltà di affrontare i problemi, la fatica che costa trasformare il mondo, optano con il cambiare le parole, per sostituire il cambiamento reale con quello linguistico.

In forma diretta è stato espresso dal difensore dei diritti civili W.E.B. Du Bois nel 1928.

Dopo essere stato accusato da un giovane esaltato per aver usato la parola “negro”, Du Bois ha risposto: 

“E’ un errore dei giovani confondere i nomi con le cose. Le parole sono solo segni convenzionali per identificare oggetti o fatti: questi ultimi sono quelli che contano.

Ci sono persone che ci disprezzano perché siamo negri; ma non ci disprezzeranno di meno se ci chiamano “uomini di colore” o “afroamericani”. Non è il nome… è il fatto”

Infatti, la discriminazione, il razzismo o un qualsiasi altro problema si risolve cambiando loro il nome. Tuttalpiù si riesce a tranquillizzare la coscienza di alcune persone.

E il risultato è… Donald Trump

Al mondo c’è molta gente che sembra sia priva di maturità emotiva o di incapacità intellettuale di ascoltare un’opinione politica che sia diversa dalle proprie convinzioni senza che la consideri un insulto personale.

Mettere i sentimenti in cima ai fatti, alle ragioni fa sì che una qualsiasi valida opinione possa essere tacciata di essere razzista, sessista, discriminante.

E’ possibile che queste persone che praticano il political correct si sentano meglio, ma il prezzo è che instaurano negli altri la cultura della paura.

Clint Eastwood ha detto:  

“Segretamente, tutti sono stanchi del political correct, dello scontro. Abbiamo una generazione di donnicciole, tutte te la danno per una sigaretta”

Ciononostante non era pienamente cosciente del pericolo che si avvicinava; prima o poi il virulento effetto pendolo inverte le grandezze, la gente è scontenta di tanta censura e per reazione… vota Donald Trump.

Rinunciare ad un discorso libero, ad un pensiero libero per evitare di ferire la sensibilità di alcuni è peggio della stupidità: 

è pericoloso perché mette in discussione i principi della democrazia.

Dobbiamo rispettare tutti per principio. Dobbiamo però esprimere liberamente le nostre idee e argomentazioni.

Se a qualcuno da fastidio e si strappa di dosso gli abiti, è molto probabile che sia una dimostrazione di immaturità, di carattere infantile e intollerante. 

George Orwell lo scrisse nel suo romanzo nel 1984:

 “La libertà è il diritto di dire alle persone quello non vuole sentire.”

Fonte diretta: http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia2/ciencia_conscioussociopol327.htm